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Racconti di Liliana Landri

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  • lunedì alle ore 18:30
    Manipolatore

    Come comincia: Manipolatore.
    Non rinuncia a fare il manipolatore.
    E gliel'ho permesso.
    E ci è riuscito.
    Sono anni che aspetta (o meglio che sua moglie aspetta) di monetizzare i sacrifici dei genitori.· 
    Manipolatore. Freddo. Formale.
    Ed io gliel'ho permesso.
    Quando mi avvidi che oltre ad essere violento era anche un tipo aziendale?
    È normale, direte voi, lavora in azienda!
    Sì, ma lui era un tipo aziendale in casa! In famiglia!
    Parlava e si muoveva in casa dei suoi genitori con calcolo, attento e non rilassato, come se fosse stato in azienda invece che a casa sua.
    Manipolatore.
    Stasera ho parlato con un professionista che ha ricevuto una sua e-mail ed in questa e-mail ancora che tentava di raggirare il professionista con il suo modo contorto e non diretto credendo di fargli fare quello che voleva lui. Ed ancora cade dalle nuvole e non sa perché non voglio avere (troppo tardi) più niente a che fare con lui. 
    Stesso stampo dei suoi amici di via Vattelapesca n.0 che fanno la faccia innocente e stupefatta se qualcuno gli rinfaccia qualcosa.
    "Ma con chi crede di avere a che fare?", ha detto il professionista.
    Manipolatore.
    Come quella fatidica volta che mi fece quella telefonata chilometrica che aveva un unico obiettivo: accertarsi che lui non sarebbe stato incomodato e che io mi prendessi ... in casa.
    Ed io intui che, non dico sperava, ma aveva considerato la possibilità che .... potesse darmi un bel pugno in testa e lui si sarebbe liberato in un colpo solo di due terzi incomodi.
    Non aveva capito la natura di .... a quell'epoca.
    Manipolatore.
    E si presenta bel bello dai dottori e con garbo aziendale e sicumera dice che ... può andare a stare con lui.
    E, con arroganza, senza dire niente, telefona di nascosto ai dottori per far saltare i miei accordi con l'unica dottoressa che mi aveva ispirato fiducia, affermando che di tutto poteva occuparsi lui.
    Ed i dottori abboccano. 
    Ed io sono liquidata.
    No. La sera si presenta tutto spaventato a casa mia (dismessa la sicumera aziendale che ha esibito di fronte ai dottori) e dice: "Non è che puoi occupartene tu?" Però senza dottoressa, come dice lui. 
    Di fronte al pubblico forte e sicuro: "Posso occuparmi io di tutto".
    In privato, senza pubblico: "Non è che puoi occupartene tu?"
    Stesso stampo del suo amico del cuore di via Vattelapesca n.0.

    Linda Landi       30 novembre 2018

  • lunedì alle ore 18:17
    Morire di "Chi so' io e chi si' tu"

    Come comincia: A che serve? A niente.
    È la continuazione del gioco di "Chi so' io e chi si' tu" che ha già mietuto tante vittime.
    Le più buone. Le più indifese. Le più ingenue.

    Ed allora perché continuarlo?

    Continua perché gli attori continuano.

    Cosa è accaduto il 2 gennaio 2019?

    Il 2 gennaio 2019 era 1 anno.
    E chi può o vuole intendere, intenda.

    Ma il 2 gennaio 2019 è accaduto anche un'altra cosa.

    Da mesi sentivo recriminazioni che era tutto bloccato per colpa mia e se non provvedevo tutti noi allo scadere dell'anno avremmo dovuto pagare un sacco di soldi.

    Trovandomi fortuitamente a Battipaglia ai primi di dicembre, visto che l'anno stava per scadere. telefono a ... e mi faccio accompagnare alla banca. Dovrò tornare, perché l'addetto che si occupa della pratica non c'è. Lascio il mio numero e un paio di giorni dopo mi telefonano per l'appuntamento.
    Stavolta vado con mia madre.
    L'addetto prende la pratica, dà un'occhiata veloce e mi dice che oramai è tutto chiuso, tutto perso. 
    Traduco: nessuno avrebbe dovuto pagare niente, solo che quei soldi che avevamo stabilito dare a ... non potevano essere ritirati.
    Prego l'addetto di guardare più attentamente la pratica.
    Lo fa.
    Poi esclama: "No, non è bloccato niente! C'è solo questo titolo cointestato che blocca tutto. Per sboccarlo occorre compiere una serie di procedure che comportano delle spese e ... ha giustamente ritenuto che non ne valeva la pena. Però basta una dichiarazione di rinuncia solo di questo titolo sottoscritta da tutti i coeredi, corredata dalle fotocopie dei loro documenti, e possiamo sbloccare il resto".
    Apprendo tra l'altro che su quel titolo della discordia dovevano esserci rimasti solo un'ottantina di euro.
    Chiedo se c'è un modulo da compilare.
    "No. È una semplice dichiarazione che dovete compilate voi."
    Qualche giorno dopo l'addetto mi telefona e mi indica in quali termini doveva essere compilata la dichiarazione e mi detta i codici identificativi del titolo.
    Compilo la dichiarazione, la stampo, la corredo della fotocopia dei miei documenti e prima di Natale la porto a mia madre dicendole: "Quando viene quel tizio da Roma, cortesemente gliela fai firmare, la firmi tu e, se vuole, se può, la porta alla banca, altrimenti la porterò io, però lui, cortesemente la deve firmare. Alla banca hanno già le copie dei vostri documenti."

    Il tizio da Roma si trattiene qui solo il 25 ed il 26, quindi devo pensarci io. 
    Torno da mia madre in un giorno feriale dopo il 26 e scopro che il tizio da Roma non ha firmato, che avrebbe voluto parlarmi per spiegarmi cosa invece andava fatto.
    Per non esplodere, devo andarmene.
    Solo il 2 mattina ce la faccio (per forza di cose) a riprendere l'argomento.
    E chiedo a mia madre: "Va bene. Quel tizio non ha firmato, dice che andava fatta in un altro modo. Almeno ti ha lasciato la dichiarazione come dice deve essere fatta e l'ha firmata?"
    Sì, l'ha fatto.
    Me la dà e mi dà anche la mia dichiarazione tutta imbrattata per indicarmi come andava fatta. In un secondo momento, per fortuna, mi accorgerò che dietro la mia dichiarazione il tizio ha scritto tutto uno sproloquio per spiegare a me, che evidentemente continua a considerare un'idiota, qual è la differenza tra le due dichiarazioni. Come se non fossi in grado di vedere da me la differenza.
    Va bene. 
    Prendo entrambe le dichiarazioni e vado alla banca. 
    Mentre vado prego: "Per una volta, fa che abbia ragione lui. Ti prego, per una volta, fa che abbia ragione lui".
    Per me sarebbe stato un conforto: avrebbe potuto significare che io avessi avuto torto anche sulla questione dei farmaci.

    Faccio chiamare l'addetto e gli spiego la situazione. Fa un'aria imbarazzata e prende la dichiarazione compilata dal tizio. 
    La legge. 
    Dice: "La faccio vedere alla direttrice" e va dentro. 
    Torna: "Mi dia la sua". 
    "Ma l'ha tutta imbrattata". 
    "Non fa niente, me la dia". 
    La prende e torna dentro.
    Torna ancora più imbarazzato: "La dichiarazione di (omissis) non va bene. Va compilata come l'ha compilata lei".
    ...
    Esco, torno a casa, recupero il file dal PC, provvedo a ristamparlo. Lo consegno a ...., le chiedo di farlo firmare a quel tizio che se non è convinto può andare alla banca a chiedere.

    In serata ho la dichiarazione firmata e corredata di tutti i documenti.
    Il giorno dopo la porto alla banca: va bene.

    Perché io sono un'idiota.
    Perché io, laureata con lode, che prima del 2004 mi sono trovata a rappresentare l'R&D italiana dell'azienda per cui lavoro ad Aachen (Aquisgrana) in Germania, a Brighton in Inghilterra, a Stoccolma, etc, ma, secondo quel tizio che se ne è andato giustamente a Roma per vivere la sua vita, ma si sentiva in diritto di venire a fare i bagni al mare nella casa dei genitori ed a distruggere, guidato dalla sua compagna, le nostre vite, io ero un'idiota.

    Nel 2004 sono un'idiota che non aveva capito che doveva telefonare lei all'ospedale e non viceversa.
    Per la cronaca, hanno telefonato dall'ospedale.

    Nel 2004 sono un'idiota che aveva sbagliato a lottare perché il padre venisse trasferito di ospedale. 
    Mio padre si è salvato.

    Nel 2005 sono un'idiota che voleva dare credito a chi voleva usare prevalentemente la terapia della parola e che mi aveva avvertito: se ... continua con i farmaci ogni due anni starà in una struttura ospedaliera.
    E qui sono diventata veramente un'idiota, perché invece di lottare come avevo fatto un anno prima per mio padre, mi sono fatta fare scema dal tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato.
    Ed il tizio di Roma ha preso il sopravvento. E si è permesso di dirigere e criticare le nostre vite.

    E così sono diventata quello che voleva lui: un'idiota.

    Morire di "Chi so' io e chi si' tu"

    Linda Landi
    1 febbraio alle ore 20:41 · 

  • venerdì alle ore 17:48
    La roba e l'invidia.

    Come comincia: In via Vattelapesca n.0 non era solo questione di tirchieria a causa della quale si procedeva a suon di truffe (e la cosa era considerata normale). 
    Non era solo questione di avidità per la quale almeno due o tre nel condominio credevano di avere diritto sulla proprietà del padre di Liliana e poi sulla proprietà di Liliana. 
    (Infatti a capo di meno di due anni, Liliana lì dentro si sentiva come il figlio del Re nella parabola del Re e dei vignaioli disonesti: dopo aver mandato i servi, i segretari a riscuotere il dovuto e dopo che questi erano stati cacciati dai vignaioli disonesti a suon di sassate, il Re mandò suo figlio (avranno rispetto per mio figlio, pensò il Re); i servi, vedendo il figlio, dissero tra loro: Costui è l'erede, uccidiamolo e l'eredità sarà nostra; e così fecero.)
    E Liliana pensava: "Ma mio padre cosa credeva: non hanno avuto rispetto per lui, avrebbero avuto rispetto per me?"

    Non era solo questione di invidia se l'appartamento o i mobili erano belli (anche se i loro magari erano più belli o più preziosi o più comodi).

    Liliana rilevò un'altra verità quando lo zio Casoria si presentò all'ospedale dove il fratello maggiore, il padre di Liliana, doveva essere operato di urgenza una seconda volta nel giro di tre mesi. 
    Liliana rilevò che lo stato dello zio Casoria non era di ansia o preoccupazione. No. Lo zio Casoria era eccitato.
    "Questo è stato mandato qui dalla moglie per avere notizie fresche e magari essere il primo a riportare la ferale notizia."
    Ed a Liliana tornò in mente quando si era operata lei undici anni prima. Era stata in ospedale un mese in attesa dell'intervento e nessuno era venuto a trovarla, mentre il giorno dell'intervento, dopo l'intervento apre gli occhi nel suo letto nel reparto, ancora mezzo addormentata e con la ferita che le faceva male, e vede Dorina, la figlia maggiore di zio Casoria, e Leopoldo (i due compari), figlio maggiore dello zio Giulio. Liliana accennò un sorriso, fece un cenno con la mano, poi riadagiò la testa sul cuscino e si riaddormentò. Non prima però di avere visto la smorfia sul volto di Leopoldo che avrebbe voluto essere un sorriso di solidarietà e di incoraggiamento. Sì, Liliana si riaddormentò, ma non prima di aver pensato: "Ma guarda questi! E' un mese che sono qui e questi si presentano il giorno dell'intervento?".
    Adesso Liliana credette di capire: erano stati mandati dalla madre di Dorina a vedere come era la situazione non per partecipazione e solidarietà, ma per mero e puro pettegolezzo. Mera e pura mania di impicciarsi, di dover sempre sapere i fatti degli altri.

    Comunque l'intervento del padre di Liliana riuscì e lo zio Casoria ed i suoi accoliti rimasero con un palmo di naso.

    Ma quella vittoria di Liliana fu solo una vittoria di Pirro.

    Sì. Perché quella vittoria Liliana la considerava un suo successo.

    Quando il padre era stato ricoverato d'urgenza tre mesi dopo un precedente intervento, Liliana aveva fatto la spola per tre giorni tra due ospedali per capire cosa stesse succedendo e cosa fosse meglio fare. Aveva sfondato porte, aveva costretto un impiegato a farle e darle immediatamente la copia di una cartella clinica (e non tra una settimana), aveva interrogato caposale e primari. E si era calmata solo quando il padre si lasciò convincere a cambiare ospedale.

    Ma quello fu l'ultimo successo di Liliana.
    Non appena il padre disse: "Va bene, allora andiamo all'altro ospedale", fu piantato il germe per insinuare il dubbio in se stessa, la paura.
    E questo dubbio, e questa paura la  faranno diventare una criminale. 
    Una criminale, come e peggio degli altri membri della famiglia.

    Non appena il padre disse: "Va bene, allora andiamo all'altro ospedale", l'altro fratello, appena arrivato, di sabato, da quattro giorni che il padre era in ospedale, si volta verso di lei e fa: "Se papà muore è colpa tua". Una mazzata.
    Ed il giorno dopo, domenica pomeriggio, l'aggredisce verbalmente e fisicamente.
    E così fu piantato il germe perché Liliana un anno dopo abbandonasse il fratello che l'amava, il fratello che si fidava di lei nelle mani dell'altro fratello che si riteneva (e si ritiene) l'unico in gamba della famiglia ed il detentore della verità.
    Ma questa è un'altra storia.

    Passarono altri tre anni, quattro anni ed i vicini di Liliana si avventarono con ferocia su Liliana ed il marito di Liliana, a suon di lettere di insulti e calunnie, a suon di citazioni per richiedere pochi spiccioli sulla base delle loro menzogne solidali e/o omertà.

    E Liliana capì che il problema non era solo che il padre aveva abituato i fratelli (e poi gli estranei che avevano comprato gli appartamenti che alcuni dei fratelli avevano venduto) al fatto che lui da solo pagasse tutte le spese.
    E questo era stato un grosso errore di affetto (o di quieto vivere) da parte del padre di Liliana: poi i bambini crescono viziati e quella che era una gentile concessione per loro diventa un diritto.

    Non era solo questione di truffe per mantenere in piedi la tradizione di uno solo che pagava le spese per tutti.
    Non c'era solo l'invidia e la bramosia per le cose degli altri.
    C'era qualcosa di più.

    Da parte di zio Casoria, c'era l'invidia per la posizione ed il rispetto sociale di cui godeva il padre di Liliana.

    E da parte del neo-arrivato, c'era la voglia di rivalsa del villano rifatto contro il signore di un tempo. Quello che una volta era del signore del luogo, ora doveva essere suo.

    E Liliana comincia a dare segni di cedimento.
    Per poi crollare quando quei signori fanno quello che lei non aveva mai fatto.
    Liliana non aveva mai detto al padre che lo zio Casoria le aveva presentato un preventivo fasullo per sgraffignarle 600 euro.
    Che il cugino Leopoldo aveva millantato l'esistenza di una fattura inesistente.
    Che il neo-arrivato aveva preteso che a pochi mesi dai fantomatici lavori avesse di nuovo dei problemi.
    Che lo zio Casoria non pagava fisicamente le rate condominiali.
    Che lo zio Casoria vessava il marito di Liliana.
    Che zia Casoria, per conto del marito, apriva le sue bollette col vapore.
    Che i vicini avevano firmato tutti insieme una lettera di calunnie ed insulti contro di lei ed il marito.
    Che lo zio Casoria aveva citato il marito di Liliana per chiedere 58 euro.
    Che ...

    E quei signori vedendo che né Liliana né il padre di Liliana (e come avrebbe potuto? non sapeva niente!) erano toccati da tutto quello stillicidio di persecuzioni, pensarono bene di far sapere loro personalmente tutto al padre ed all'altro fratello di Liliana. 
    Oltre che raccontare le loro menzogne ai loro conoscenti.

    E Liliana dovette vedere l'altro fratello prendere le parti dei suoi avversari.
    E Liliana dovette vedere conoscenti comuni che ammiccavano o facevano finta di non vederli.
    Liliana avrebbe dovuto continuare ad essere intelligente ed ignorarli. Quelle persone contavano qualcosa per lei? Che se ne importava Liliana se una nota farmacista di Salerno, conoscenza comune, strabuzzava gli occhi quando li vedeva? Erano mai state veramente amiche? No, ed allora?
    Già, ma altri tradimenti facevano male. E Liliana avrebbe dovuto capire da questo quanto quelle persone valevano e quindi quanta importanza dare loro.
    Una parente di zio Casoria non era andata a riferire quello che lo zio Casoria diceva di loro alla madre di Liliana commentando: "Ma io lo conosco al marito di tua figlia, siamo colleghi (e questo zio Casoria non lo sapeva): non è mica come dice lui!"?

    Ma Liliana cede e cedendo fa il loro gioco permettendo loro di ottenere un successo insperato.

    [Racconto pubblicato in un post il 2 dicembre 2018]

  • 12 gennaio alle ore 17:39
    Ciao zii

    Come comincia: Ciao zii.
    Zii poi. Non esageriamo.
    Da bambina affezionata quale ero avevo sempre pensato che uno zio è un vice-padre e sono dieci anni che dico che gli unici zii che ho sono mio zio in Friuli e mio zio in Brasile.
    Mio zio che sta in Friuli almeno non mi farebbe mai del male proditoriamente. 
    A proposito sono appunto dieci anni che mio zio in Friuli mi dice che oramai sono troppo vecchia per chiamarlo zio. 
    Mio zio che vive in Brasile, poi. Una persona ed un cuore veramente grande.

    Dicevo, ciao zii (formalmente continuiamo ad usare questo appellativo),
    vi ricordate del bambino che avete contribuito ad uccidere (guardate che lo so che l'ho ucciso io, ma forse foste state persone probe e mi aveste, non dico aiutata, non pretendo tanto, ma almeno lasciata tranquilla, magari avrei avuto più energie e testa per continuare ad occuparmi di lui.).

    Un pomeriggio mia madre e la signora Rita erano dal parrucchiere. 
    I loro bambini più piccoli erano con loro.
    Passa il signor Franco, marito di Rita, a prendere la figlioletta e propone di portare via anche mio fratello: "Li porto tutti e due a casa, almeno giocano. Poi lo vieni a prendere", dice a mia madre. 
    Così i bambini si ritrovano a giocare sul terrazzo dell'altro zio (uso il termine zio solo per identificarlo), al terzo piano. Non c'era ancora la veranda. Ad un certo punto un grido della signora Speranza: "Francooo! E' cadutooo!"
    Mi riferirono in seguito che a quel grido il signor Franco sbiancò: aveva capito che fosse caduto giù. 
    Invece mio fratello era solo evidentemente inciampato ed era andato a sbattere, vicino all'occhio, su uno spigolo di un gradino e c'era tanto sangue.
    Lo portarono alla clinica Venosa. Allora mi sembra non c'era ancora l'ospedale nel nostro paese.
    L'occhio era salvo. Gli rimase una piccola cicatrice vicino all'occhio.

    Post nel profilo di Linda Landi, 15-07-2018