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Poesie di Luca Gamberini

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  • 06 maggio 2014 alle ore 1:00
    Ieraticità

    Fatalità di un attimo:

    così gli adulti chiamano il gioco delle

    parti,

    ma poi torni,

    torni sempre.

    Lumi di candele

    sui quali ci soffi,

    cera,

    una volta 

    all'anno.

    L'ora di religione:

    fecondatrice di disattenzione,

    profanatori sacerrimi 

    di coscienze

    incontaminate.

    Fatalità di un attimo:

    l'attività di un bambino,

    il lavoro nero di un adulto.

  • 06 maggio 2014 alle ore 0:53
    Incomprensioni

    Il fulmine è la stampella del tuono,
    nubifragi d'odio,
    schizzechea di perdono.
    Morire d'amore è disoccupazione,
    tris di donne, senza cuori,
    full di vagabondi davanti a una stazione.
    Piedistalli divaricati, a calpestare
    equilibri modificati
    dall'insostenibile leggerezza
    del masticare.
    Proprietà privata,
    serenate di gatti
    dinnanzi all'uscio di una vedova
    dimenticata.
    Quotidiani del giorno dopo
    a predire un passato
    privo di qualsiasi scopo,
    rami depredati
    dall'autunno in calore,
    fogli posseduti
    dall'incapacità di comunicare.

  • 10 marzo 2014 alle ore 10:28
    Solstizio d'orizzonte

    Sono solito inventare l'inevitabile,
    su e giù tra schegge di luce,
    travisano notti, dal rumore di foglie
    aggrappate.
    Dimentico spesso di morire, 
    vene sgualcite, schizzi di gioia,
    minestroni di stelle, fumo che cola,
    Palo Santo.
    Questione di sguardi,
    sei mia, son tuo,
    fuggire l'inevitabile
    è l'oltre.
    Mi sono bevuto due litri di ricordi
    lasciati a decantare tra paure
    e occhi stanchi, di incidere graffi
    di poesia.
    Sono solito tentare di imitarmi
    ma sono troppo timido da invitarmi
    a scoprire chi sei,
    per inventarmi.

  • 24 ottobre 2013 alle ore 20:26
    Solitudine assetata

    Fa buio presto sulla pianura, tramonti a singhiozzo e albe a vapore, ispirazioni invisibili, gemiti codificati da intonaci che paiono refrattari agli abiti. Umidità e scialli a cadere su jeans che si ingambano da soli. Finestre che non sanno da che parte stare in quel confondere fuori e dentro, profumo di caffè riscaldato e scroscio d'acqua veloce, roba da un piatto, una forchetta e forse un bicchiere, svuotato.

  • 30 agosto 2013 alle ore 13:58
    Un'altra cosa

    L'amore è un'altra cosa, 
    ai miei tempi era solo di Domenica, 
    adesso è quando capita.
    L'amore è un'altra cosa,
    tipo cercarti dietro l'alba,
    che idea meravigliosa.
    L'amore è un'altra cosa,
    nemmeno un bimbo più ci crede
    se non per quel che tocca: o vede.
    L'amore è un'altra cosa,
    libri di storia ignorati,
    pagine di vita precluse agli illibati.
    L'amore è un'altra cosa,
    un angelo disteso al sole 
    a sostituire la giarrettiera rosa.
    L'amore è un'altra cosa,
    tabacco, oppio, religione,
    orchidea, viola ciocca, mimosa.
    L'amore è un'altra cosa,
    sindrome da scarpe lucide
    a fare da pendant con un' elucubrazione farraginosa.
    L'amore è un'altra cosa,
    tipo moltiplicare chiavi
    quando neppure hai una casa.
    L'amore è un'altra cosa,
    cane seduto all'ombra di un palo della luce
    che, aspettando, si riposa.

  • 24 luglio 2013 alle ore 16:28
    Rien ne va plus

    Chi mi ha giocato non ha mai vinto nulla.
    Del resto non so che dirti,
    mi basta guardarti,
    utopia prenderti e afferrarti,
    inutile parlarti,
    raramente i gabbiani volano alti, 
    se non la notte, 
    quando il mondo sforna nuovi sogni
    e di tutto quel resto se ne fotte:
    mentre pescherecci tacciono in attesa di tirare su le reti,
    col rischio di restare impigliati a sogni di gloria obsoleti,
    controindicazioni incise su sabbie mobili dai contenuti poco lieti,
    direzioni confuse, geroglifici per analfabeti.
    Chi mi ha giocato non ha mai vinto nulla,
    sconosciuta la dolce angoscia del dondolare di una culla,
    applicazioni tecniche, teorie dialettiche, 
    soprusi a forma di cuore scivolati via, tra sangue e lattice:
    deceduti tutti gli sguardi incastratisi tra orbite ellittiche.
    Che aspetti, provaci a puntare, 
    lo shock anafilattico è un rischio che si può evitare,
    mescolando insieme alla saliva, il sangue ed il sudore.
    Vieni, riempiamo i calici e tendiamoli protesi verso il niente, 
    splendido orizzonte,
    ma dobbiamo fare in modo di riempire del nostro oggi i due bicchieri,
    evitare la comoda premura di renderli colmi del mio e del tuo ieri, 
    navigare a vista non porta mai a nessuna conquista,
    lascia andare, beviamoci tutto l'oggi, tutto,
    giù fino alla giugulare, che aspetti non hai il coraggio per puntare?
    Ti comprendo.
    Chi mi ha giocato non ha mai vinto nulla,
    sono più basso di un ambo e più magro di una cinquina,
    ma per quel che può bastare, sappilo,
    scrivo ancora con la china.

  • 11 giugno 2013 alle ore 12:56
    Il centro del mondo.

    Frastagliato è il tuo passo,
    sapore di muschio
    e sale.
    Hai capelli che, come onde,
    spezzano il vento,
    incapace a disperdere
    l'immobile tormento
    che non placa
    il tuo star mai ferma.
    Sei come un fiore
    nato tra i sassi,
    brune radici
    a contendersi terra
    e cielo.
    Distesa pari infinita,
    senza capo nè coda,
    il centro del mondo.

  • 27 maggio 2013 alle ore 18:06
    Quando indosso le tue mani

    Adoro annuire con la colonna vertebrale,
    osservare la pentecoste impressa nei tuoi occhi,
    apoteosi per il mio sistema piramidale.
    Adoro leccarmi le ferite bagnate dal tuo sangue, 
    espormi con la lingua alle crepe create dai silenzi,
    simbolo di solitudine che ogni notte incombe.
    Adoro crogiolarmi alla mancanza di presenza,
    trasformarla in ore di ricordi
    maturati da non più di dieci sguardi.
    Adoro immaginare di aver perso l'occasione,
    eritema che mi leva da un disagio immobile,
    falco catapultato verso l'aquilone.
    Adoro la contraddittoria saggezza del Papalagi,
    perdermi a contare la prosperità dei tuoi capelli,
    confondermi tra miriadi di cani, presunti randagi.
    Ma è quando indosso le tue mani 
    che svaniscono tormento e impaccio,
    in quel calore a sciogliere ciò che ci separa;
    ragnatele di ghiaccio.

  • 13 maggio 2013 alle ore 18:53
    Il saggio

    Tu sei un violino,
    le corde della tua voce dipingono l’aria:
    il cielo, il mare, si riflettono nei tuoi occhi,
    chiave di quest’universo del quale tu sei l’ottava superiore.
    Tu sei un violino,
    mentoniera di legno pregiato, tieni a sordina la dolcezza,
    poggiandola a una spalliera di spugne e coralli.
    Pizzichi il mio sangue che vibra,
    rendendo armonici tutti i miei pensieri.
    Tu sei un violino,
    dalla cassa armonica di pelle bianca,
    dalle curvature di piano e fondo
    addolcite da lacrime di gommalacca.
    Tu sei un violino,
    potessi, io, equilibrarne l’anima,
    sapessi, tu, il suono che odo:
    i tuoi suoni tenuti
    i tuoi suoni staccati,
    di estasi e tormento,
    di fuoco e cenere,
    di intensità e nodi,
    a renderti esile
    e invincibile.

  • 13 febbraio 2013 alle ore 10:48
    E' finito il tempo delle parole

    E' finito il tempo delle parole.
    Questo tempo
    consunto,
    sancito da un'unione di labbra
    brevi.
    Il mio mondo è diverso
    fatto di cose
    inacquistabili.
    Così le piccole cose 
    diventano immense.
    Le grandi cose
    rimpicciolite
    a colpi di ritornelli
    i quali girano a vuoto
    quanto un vinile, 
    lasciato 
    all'inerzia di un giradischi,
    soltanto acceso,
    i cui graffi
    solleticano.
    Ferite si sostituiscono a segni.
    E' finito il tempo delle parole
    a riempire i solchi,
    la puntina di dolcezza
    salta 
    gracchia
    brusica.
    Amaro refrain.

  • 27 novembre 2012 alle ore 19:01
    Molecole

    Ti accarezzerò
    come accarezzo un fiore,
    senza fare il minimo rumore.
    Ti respirerò
    come respiro l'aria,
    mentre tutto dentro me si sveglia.
    Ti bacerò
    come bacio un gelato mandorla e limone,
    indispensabile quanto alla vecchiaia lo è un bastone.
    Ti guarderò
    come guardo il profumo dei colori,
    attento a non lasciare mai i tuoi occhi, soli.
    Ti sorriderò
    come ho sempre sognato di sorriderti
    nelle giornate in cui tendi a perderti.
    Ti stringerò
    la mano fino a lasciarti il segno,
    aggrappandomi alla tua vita che è il mio sogno.
    Ti curerò
    proteggendoti da vento, temporali, siccità,
    per scoprire insieme che la nostra vita non ha età.
    Ti chiamerò
    per nome, con la semplicità di uno sguardo inatteso,
    mi risponderai all'alba di un tramonto quando il sole sembra solo, appeso.
    Così ci scopriremo,
    di bocca in bocca,
    figli di parole nuove, mai sapute,
    sillabe di saliva,
    idrogeno e ossigeno,
    dipolo, 
    due gocce d'acqua, coese,
    nell'assorbirsi.

  • 27 novembre 2012 alle ore 16:03
    Profilo

    Mi fa male la barba
    che anche potarla non allevia il dolore.
    Questo sole la bagna
    si accanisce, su chi
    mi protegge la pelle
    come il cespuglio fa con la terra.
    Non voglio mostrare il mio sangue
    ad estranei,
    vederli banchettare con esso.
    Chi vive al di fuori di sé
    non conosce
    l'effetto emoliente, della pioggia,
    che scende dagli occhi
    mentre fuori c'è il sole.
    Le nubi si impigliano
    tra unghie mal curate,
    come pensieri sfrattati
    che vorrebbero toccare le labbra
    con un soffio di vento.
    Non possiedono nessuna scusante
    per lasciarsi cadere
    in maniera diversa.
    Gli occhi indiscreti se ne sono andati
    in quel ripetersi,
    del proprio nulla.
    Il sole è finito,
    la barba è bagnata,
    il giardino rotondo si è fatto sasso, scavato,
    di pelle umida,
    essiccata.

  • 22 novembre 2012 alle ore 16:11
    Che tempo fa

    La lentezza, della nebbia,
    è insopportabile.

    Distanze corrotte, dai pensieri,
    puoi vedermi, galleggiare,
    in quell’alito di fumo
    evaporato da un tea.

    Come parole invernali,
    non scritte.

    Attendiamo la piogga,
    che cada improvvisa
    in questo lento autunno,
    condizionato
    dal solstizio d'inverno.

    Come sono lente le nuvole
    quando hai fretta,
    ti muovi in penombra,
    sguardo di luna,
    c’è il sole che aspetta.
    Ma pioverà.

    Per trovare ricchezza
    dovrai dismettere l’oro,
    troppo complicate sono le stelle.
    Il loro estinguersi è lento,
    bruciando non bruciano
    tramandando luce
    per millenni di secondi, ancora.

    Luce emessa
    dalla propria origine,
    quanto un'idea
    così lontana, così presente,
    inimmaginabile
    la distanza che separa.

    Si avverte il sole
    oltre questa coltre di nebbia,
    ma pioverà.
    Siano scrosci violenti,
    adatti
    a sollevare un alito di fumo
    dall’asfalto, simbiosi
    di polvere e speranza.

    Odore di umido,
    erba che cresce,
    profumo di ozono,
    sapresti dirmi chi sono?

    Risposte date a parole non scritte
    aroma di solitudine,
    piedi freddi.

    La nebbia si arriccia.

    Assolo di sax.

  • 08 novembre 2012 alle ore 22:38
    Epitaffio "di" futuro

    Piangerai chi ti faceva ridere.
    Riderai "di" chi ti faceva piangere.

  • 05 novembre 2012 alle ore 18:46
    Frequenze

    Pianti di memoria
    ripetente.

    Risa di ricordi
    irripetibili.

    Marciapiedi di resina
    in disuso.

    Ago di pino
    a pendere,

    su bilanci
    di abitudini.

  • 09 ottobre 2012 alle ore 22:43
    Sbranarsi di mancanza

    Non c'è più nulla da dire
    ancor meno da fare,
    niente panni sporchi da lavare
    nessun cassetto da riordinare.
    Mi manca la voce
    suicidarsi non è poi cosa così atroce,
    ammutolito da un guasto al contacuore
    il quale batte, solo, per farmi sospirare.
    Dio,
    quante cose avrei voluto
    e non son stato capace,
    è che si muore quando non lo pensi
    a margine dei progetti più importanti.
    Tirare avanti
    indossare e levarsi guanti
    e la camicia coi bottoni,
    ne manca uno,
    manca sempre qualcosa a questa vita
    dipinta da occhi di una mano, monca
    di una parola
    di un gesto
    di un'attenzione
    di un silenzio.
    Oggi ho pedalato tra i ricordi
    quasi tutti muti, ciechi e sordi,
    gli altri?
    Morti.

  • 10 settembre 2012 alle ore 0:17
    Non è più tempo

    Non è più tempo
    per l’oro del grano
    farfalla poggiata sul palmo di una mano.
    Non è più tempo
    di conchiglie, di piccoli sassi
    a forma di cuore.
    Non è più tempo
    di gerani e tagete
    occhi indiscreti ad aprire strade segrete.
    Non è più tempo
    di riconoscere il rumore
    pioggia che batte sui tetti da ascoltarne l’odore.
    Non è più tempo
    di vigne fiorite, di foglie ingiallite
    favole a lieto fine, finite.
    Non è più tempo
    di quieto vivere, di luna ad Agosto
    ora il mio tempo è essere, burattino d’inchiostro.

  • 04 settembre 2012 alle ore 11:49
    Pena

    Per scontare una pena può non bastare uno specchio,
    d'acqua,
    una crepa, di terra,
    un ciglio, di strada.
    Siamo corda tesa a fine corsa.

  • 03 aprile 2012 alle ore 23:07
    La stagione dell'amorte

    Ogni stagione ha la sua voce.
    Guardo fuori
    che mi era parso,
    di sentire la voce della primavera.
    Sotto il cielo di Marzo
    ti accorgi
    di quanto sia lontano l’inverno,
    stagione di promesse non colte.
    I colori dell’autunno
    ormai brulli,
    lasciano tracce del trucco perduto,
    seccato,
    versato.
    Non nominare invano l’estate
    che fa già da male da sé,
    non ci provare
    a farmi un male che queste ossa
    non san sopportare.
    Vacillo talmente tanto
    che paio dritto
    come mai sono stato,
    la primavera ha una voce che non aspettavo
    che non conosco
    e mi dice: sei solo,
    non ci provare.
    Il giorno del mio funerale me ne starò seduto
    solo
    sui gradini di una chiesa a rollare.
    Mi accompagnerò dove mi porteranno.

  • 22 febbraio 2012 alle ore 21:02
    Autunno e Primavera

    Una stanza vuota, colma di oggetti, si ingoiò il tramonto.
    Così intuii dove si nascondeva, quando mi era davanti.
    Le sue parole, vuote come quella stanza, 
    ingoiavano la luce dei miei occhi.
    Sono stato presenza in sua assenza,
    sono stato dolore del suo scherno,
    sono stato un fiore partorito dal suo letame,
    sono stato giovane prima di conoscerla,
    sono stato l'ospizio del suo non trovarsi,
    sono stato tutto quello che non sono ora
    che non so chi sono,
    ma so che amo.
    A una stanza vuota, gravida di promesse,
    apparve il sorriso di costiera dal velo di vetro e gli occhi di Venere,
    spogliata di tutte le cose che non fanno più un cenno al domani,
    ma la fanno leggera quanto una lacrima, che cadendo
    non sa più dove andare a finire,
    e si fece subito tardi,
    ma tu lo sapevi che dovevo partire, non tornare.
    Mi perdetti nel suo cielo, una volta partito,
    consapevole non mi sarebbe bastato tutto quel blu
    per scriverci sopra ciò che avevo veduto, provato, trovato.
    Dove ci porterà il vento che se ne esce, sbattendo gli infissi,
    senza essere entrato?
    E ancora non dormo al solo pensiero di esser felice,
    mai più son tornato in quell’arido luogo privo di sale
    in cui seminavo poesia, raccogliendo sorrisi abortiti
    dalla semplice idea dello star bene di un altro.
    La mia vita è oggi, il mio mestiere è riempire quel cielo
    che d’improvviso da azzurro si fa tutto nero.
    Che bel colore il nero quando si riveste di azzurro,
    non esiste un bianco che lo valga,
    non c’è nulla di più ambiguo di un bianco candido
    sul quale i miei difetti non incido.
    La mia vita è oggi, è la tua voce che il mio nome dice,
    riuscendo a far stare i nostri desideri all’interno della medesima cornice.
    Ancora non ho capito, chi, di noi due,
    quella finestra la vestì e, chi, la spogliò, quasi fosse una foglia.
    Io e te siamo l’incontro tra l’autunno e la primavera,
    impossibile a dirsi,
    ma a noi che ci importa del dire,
    io e te lo abbiamo fatto.
    Possiamo, così come una foglia,
    cadere, volare, seccarci, inseguirci,
    cambiando colore,
    umore, odore, senza farci del male,
    sappiamo che è il vento,
    che è lui a decidere dove andremo a finire,
    che quando si cade basta un soffio leggero per ricominciare,
    a volare.
    Fu proprio così, in quel sentirmi vuoto, come una stanza,
    che mi sono inghiottito il dolore
    e ho partorito i tuoi occhi,
    all’ora nella quale, in quel precipitare lento,
    va ad accasciarsi il sole.

  • 07 febbraio 2012 alle ore 0:40
    Gli occhi di mia madre

    Gli occhi di mia madre sono. 
    Uno specchio,
    sul quale troppo spesso lascio depositare polvere,
    incompresa,
    taciturna. 
    Sono.
    Un fiume,
    intento a trascinarsi dietro detriti di ricordi, 
    generati da sogni,
    franati.
    Gli occhi di mia madre sono.
    Una luce,
    la quale si accende e spegne, a seconda,
    benchè porti una terza.
    Sono.
    Un colore,
    che da bambino non sapevo mica bene disegnare,
    riuscivo solo a vederlo,
    a intuirlo.
    Gli occhi di mia madre sono.
    Suo padre, 
    mio padre,
    sua madre.

    Gli occhi di mia madre hanno.
    Cambiato la forma, grattugiati dai giorni,
    lasciano una scia di sale che ha condito il sentiero,
    al predatore che non torna.
    Hanno.
    Perduto quell'infinito orizzonte,
    sono tornati bambini,
    può tradirli solo la mente.

    Agli occhi di mia madre sono.
    Un bambino,
    deluso come un uomo
    freddo e imponente come un Duomo.
    Sono.
    I decimi che ha consumato su di me,
    cercando,
    quello che non sono stato e che mai sarò.

    Gli occhi di mia madre mi.
    Sorridono ancora,
    come a proteggermi dal riflusso,
    dell'aurora.
    Mi.
    Guarda, abbassando lo sguardo,
    che è come una voce,
    che non dice. 

    Non ho mai pensato che degli occhi di mia madre,
    un giorno, dovrò farne senza,
    polvere e silenzio sono comunque un sinonimo.
    Di speranza.

  • 09 gennaio 2012 alle ore 21:10
    Scrivere una poesia

    Sembra facile
    l’incomponibile.
    E la metrica,
    nemico ostico, irriducibile.
    Chi può dire ho scritto una poesia?
    Un bambino, forse,
    portatore sano di cinismo,
    erogatore di incauto ottimismo.
    Nell’età del presente non sei mai ripetente,
    ti è concesso di scrivere perfino da assente,
    puoi sporcare d’inchiostro il passato remoto,
    puoi dipingere nel vento il futuro e l’ignoto.
    Ma.
    Se vivi non scrivi, se gridi non ridi, se piangi non mangi.
    Forse,
    la poesia è uno stomaco chiuso
    si nutre di nausea, ne fa abuso,
    è un bicchiere vuoto, pieno d’aria,
    è pane secco, inzuppato dentro a un’idea rivoluzionaria.
    Quando credo di avere composto una poesia
    poi mi rido dietro tutto il giorno umiliandomi di presunzione,
    tanto prendendomi sul serio mi incenserei soltanto d’illusione.
    E’ che credo, a tutto, che è come non credere a niente
    e, come dice Faber, non può nascere un fiore da un diamante.
    E in quel mettere giù parole, snocciolandole distrattamente in rima,
    scorgo tutti i miei progetti di una vita, in attesa di essere approvati
    da una commissione interna chiamata autostima.

  • 16 dicembre 2011 alle ore 13:01
    Di questo Natale

    E’ arrivata la neve ad accarezzare le cose,
    in fondo bianchi siamo tutti più belli
    che ci potrei fare un pupazzo con le mie parole e i suoi capelli
    o costruirci un presepe comprensivo di Re Magi e  cammelli.

    Di questo Natale, che sento già trascorso
    ancor prima che arrivi a fine percorso,
    ho colto un senso di antico stupore,
    di cose semplici, dal buon odore.

    E così son qui seduto a godermi questa magia
    innanzi a un camino immaginario, dal sapore di bugia,
    le braci tiepide mentre la fiamma alta impera,
    non è Natale se digiuni di emozioni da una vita intera.

    E la Novena, la vigilia, chi se le ricorda?
    Baccalà nel piatto e di contorno la foto di una donna che non torna,
    non è mai tornata, poiché ancora ha da arrivare
    e allora si quel giorno in cui tornerà senza essersene mai andata sarà il mio Natale.

    Di questo Natale ricordo un dono, non accettato,
    il cui pacchetto è rimasto vuoto, come un pozzo dimenticato,
    e se lo guardo non ho parole ma sorrido pensando di averlo inviato,
    poiché quel pensiero, così come il rifiuto, erano entrambi privi di significato.

    Natale significa spesso un anno, che se ne va, da dimenticare,
    è un orologio fermo in eterno procinto di partire
    ma che non sa mica bene quando e perché ti farà poi morire
    o, con un tac che ti tronca all'improvviso la mente, ferire.

    Di questo Natale che trascorre senza passare, come olio nell’imbuto,
    mi porto dentro il più grande dono mai ricevuto,
    ancora non l’ho scartato, ne ho letto solo il biglietto
    di cinquantamila battute, forse cinquantamila, e centootto,
    quanto quei passi che la separano da casa, mentre li ascolto tornare,
    e in quel suo batter di cuore sento, che a casa, mai ci vorrebbe arrivare.

  • 20 novembre 2011 alle ore 18:42
    Just a little, big, difference

    Tu giaci,
    tronfia,
    innamorata di te stessa.
    Facile innamorarsi di te.
    Impossibile è amarti
    poiché tu, non ti ami.

    Nel tuo sangue scorre
    una sottile,
    tiepida, differenza.
    Quella che, 
    intercorre tra l' amare la vita
    o esserne semplicemente innamorati.

  • 17 novembre 2011 alle ore 14:36
    Il re minore

    Mi stavo chiedendo,
    punto.
    No,
    non è che non voglio dire,
    è,
    che tutto va a morire
    dove non sono mai capace di arrivare.

    Dicevi di amarmi,
    in realtà hai giocato solo a cambiarmi,
    o almeno ci hai provato,
    perché un gioco ti riporta sempre nel passato,
    e ci ricadesti
    come le altre, forse, cento volte.

    Smobilitazione di un pensiero,
    di un chiodo fisso,
    di ciò che sembrava e non era vero,
    al conservatorio  hai studiato il tuo complesso,
    seguirti è stato il mio peggior difetto,
    che di note ne conosco solo due.

    Mi fa
    male, non poterti vivere, respirare, toccare, baciare.
    Mi fa
    bene, tenerti lontana quanto basta dalle mie e dal mio pene.

    Vivo di un complesso,
    forse il basso è troppo alto e non incide
    i tuoi fianchi funky renderebbero pratico pure Euclide,
    o forse la chitarra acustica per i tuoi gusti è troppo rustica,
    che la classica e l'elettrica ti fanno diventare violenta quanto una locusta.
    Del violino nemmeno l'ombra, figurarsi del contrabbasso,
    quasi gradivi più il suono della mia testa contro un sasso,
    e che dire della batteria, che picchia, picchia,
    mentre tutto il rumore dei tuoi fumati passi si porta via.
    La tastiera, già, lei è la fantasia,
    un buon complesso non può prescindere dalla melodia
    ma io non sono né un quarto né un ottavo,
    e per farmi assolo son troppo pudico,
    hai ragione sono unico, ma non l'unico,
    per questo mi domando, taccio e dico.
    E' lampante, tu preferisca
    la voce del coro a quella del solista
    ma l'acuto apparteneva a te
    e l'hai mancato,
    una stecca che mai hai perdonato,
    a me.

    Mi stavo chiedendo
    virgola,
    manca il sax in tutto questo,
    è che c'erano si tante parole
    ma non avevamo un testo,
    tu si l'avevi, ma era poi solo un pretesto.
    Il sax avvinghiato a noi non ci poteva stare,
    due solitudini non fanno gruppo
    e il mio pensiero, di me e te, stringeva più di un cappio.

    Mi stavo dicendo
    puntini puntini...
    Tra me e me,
    mi hai vissuto così acida
    da avermi sciolto, oltre al cuore,
    pure gli occhi,
    eppure sei tu che galleggi a stento
    e non sai se in fondo, in fondo,
    tocchi.
    Ora non riesco più a guardarti,
    ti vedo, solo,
    per come sei.