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Autore

Luca Gamberini

in archivio dal 29 apr 2008

30 maggio 1967, Bologna - Italia

segni particolari:
Ho una clessidra a inchiostro ne l'epitalamo

mi descrivo così:
Apprendista filologo

09 giugno 2011 alle ore 20:01

Diario di un uomo e del suo piccolo cuore

Intro: La leggenda narra che Candy fosse invincibile, sconfisse anche il dolore in un afoso pomeriggio di Luglio. Ora riposa con lo sguardo rivolto a sud-est, un telo turchese, il suo e mio preferito le fa da cornice. Da questo posto, ove è sempre Luglio, accompagna ad ogni alba la solitudine degli uomini soli.

Il racconto

RENAZZO 22 MAGGIO 2009
Arriva l'estate e dovrei salutare, dire le solite cose, che non sono capace. Io so fare ad apparire o a scomparire, non ho mezze misure, non ho nulla da offrire, niente parole per stupire, non ho sogni da trasformare, ho solo voglia di andare nel niente dove c'è tutto ciò che è importante. Ho bisogno di tacere, come una cantina chiusa che attende lo sfiorire della vigna per farsi più profumata e attraente; e non esser più quell'umido fresco che ammuffisce i ricordi, bugiarda sensazione di stare bene.
Avrò impronte addolcite da bambini che giocano ad essere meno grandi di quello che sono, in fondo occupo solo più spazio di allora, forse per questo cerco l'acqua del mare, che tutto si inghiotte mentre sembra dare. Ho sentito un profumo provenire da oltre quelle pianure, che tutte le genti, le case, le strade, parevano emanare, sarà quella la strada? Sarà quello il mio mare? Ho vestito persone di sogni che mi hanno ignorato, avevano un sangue diverso, non sapevano tremare, come faccio io quando le sento arrivare. E non è mai troppo presto, e non è mai troppo tardi per scoprirsi diversi o migliori, è, che se resti sospeso, la speranza sta muta. Ho sentito quel fiato in un colpo di vento e ne ho visto il brivido, specchiandomi nel ricordo di chi mi ha sorriso anche solo una volta, anche di chi, sciocca e feroce come l'estate , camminando, ridendo spalle al sole, il suo dolore tace.
E’ inesorabile il male quando sai da dove proviene ma non lo vedi apparire, solo i suoi occhi dicono il vero, tutto il resto è speranza, o soltanto egoismo.

LIDO DI DANTE 13 GIUGNO 2009

Anche oggi le solite parole di tutte le mattine non diverse, quel tronco è ancora lì, senza posto definito ma immobile, come me, lei si va deformando, la sua brutta compagnia pare inesorabile, appare scheletrica, mi guarda, forse neppure mi vede più.
Fatica persino a trovare l'acqua, per fortuna che è l'acqua a trovare lei. Oleandri in festa, canne che puntano dritto, verso un cielo coperto di nuvole taroccate, sedici giorni che non mi lavo eppure nessuno lo nota, odore di pini in questo luogo senza perché, qui non trovi nulla neppure se scavi, evita dunque fatica e mettiti a guardare come fanno tutti.

Per chi non vuol sentire c'è il grecale, abile e scaltro, soffia con foga abusando di ogni feritoia ; qui la paura di esistere si dimentica di quelli come me. La capanna fatta coi legni portati dal mare protegge il mio piccolo cuore che solo all’ora della risacca si affaccia curiosa, chissà quanto male deve patire, ma fa finta di nulla, cammina a fatica, ma sa dove andare, vorrei che seguirla per sempre potesse essere il mio unico mestiere.
A quest’ora il mare, dopo avermi a lungo ascoltato, mi parla. Mi fissa dritto negli occhi, sussurra che sto diventando mio padre. A me non piaceva mio padre, ma ora capisco il senso di quel televisore sempre acceso.

VERNASCA 26 LUGLIO 2009
Sono seduto su una panca di passaggio al belvedere dell'Antica Pieve, voci di cicale intente a dialogare, cosa avranno da dirsi non so, dovrei volare per capire le intenzioni del vento.
Mi colpisce alle spalle un raggio di sole, imbevuto di freddo, come un suono di campane; da qui, ora, vedo l' Emilia al risveglio, da qui, stanotte, ho visto una stella lasciarsi cadere, in assenza di vento, lei che sta in cielo non sapeva volare, e mi sono aggrappato al pensiero che tutti gli inizi han da finire. Rilasciando un sorriso bagnato nel vedere la stella cadere, mi è scoppiato dentro un principio di incendio, erogato da un desiderio; ho chiesto che il suo piccolo cuore si spenga da solo come fanno le stelle nel cielo, che decidono loro quando è ora di andare, di lasciarsi cadere, di avere una fine dignitosa e composta, hanno dato la luce, che decidano loro quando è ora di basta. E si spenga magari di notte quel piccolo cuore, più grande del mare, più caldo del sole, e che corra felice in quel sonno infinito, su di un prato verde contornato da fiori di tutti i colori, e un ruscello di acqua corrente che la disseti all'ombra di querce giganti, annegandoci dentro tutti i miei postumi e sciocchi rimpianti.
Qui, al belvedere, la sento in ogni rumore, è lei la foglia che cade, è lei il respiro di un fruscio del ramo, è lei il cauto percorso di una lucertola, ma ci sono solo io qui, e mi chiedo se sia lei a morire o non sia io ad avere una umana crisi di assenza.
Io mi sento così, come tutte le cose che non portano a niente
come un uccello che vorrebbe salpare,
come un natante che vorrebbe volare,
come il passato presente di un giorno
in cui deve succedere tutto e non succede mai niente,
come aceto di vino rovesciato sui frutti più dolci.
Come è amaro il mattino,coi suoi occhi lontani,
quel piccolo cuore che batte al cospetto dell'angelo biondo, che seppe incantarla in un giorno di maggio, quando tutte le foglie parevano felici, e in tutte le sere c'era la voglia di tornarsene a casa.
Ora quell'angelo biondo tutto bellezza e coraggio, le sta leggendo il libro più bello, quello più saggio, quello che Candy conosce a memoria, perché  è stata la sua essenza a far si che la vita di un cane meticcio diventerà storia.
Il passo dell'uomo col cane è un passo diverso, è il passo di un padre, che da bambino si è perso, e impara a gustarsi ogni momento sia fatto di gioia o di silenzio.
La sua luce che affievolisce mi riempie del suo splendore, ho paura ma è lei che trema, piango ma è lei che soffre, non esiste giustizia a questo mondo, e quel piccolo cuore che ancora batte lo dimostra.

RENAZZO 27 luglio 2009

Alle ore 15,02 il piccolo cuore si è spento.
Ora riposa dentro la cesta nel suo giardino, a sud ovest,
con lo sguardo rivolto a sud-est, un telo turchese ,il suo e mio preferito, le fa da cornice.
Ha gli occhi più belli che io abbia mai visto, le unghie tagliate e il pelo corto e profumato di borotalco. Nella sua nuova casa gli amici di sempre: la gattina Giusy e il somarino Gianni, una copia di un libro scritto per lei, un osso fatto di corda, il suo cappellino di jeans per le lunghe passeggiate nel cestino della bici che l'angelo biondo le costruì con amore e dedizione, il suo papillon rosso, ed il cuscino a forma di osso, altri doni d'amore dell'angelo biondo.

MARINA DI RAVENNA 27 AGOSTO 2009
Su un calendario arido di appuntamenti giace la scritta : ore 18.00 filaria. Vorrei scavare,per venirti a cercare, oggi è un giorno così, di stanca estate, estate che pare essere già finita, o che forse, non è mai incominciata. Ti ho adagiata in basso, eppure ti cerco sempre più in alto, dove ti sei elevata, dove certi giorni come oggi non ci arrivo. Mi mancano i tuoi occhi attenti, che premevano sul mio cuore, senza fare male. Mi mancano le nostre passeggiate, ora sono un uomo pigro, che siede al fianco della tua presenza, ti cerco perché di te non posso fare comunque senza, e ti parlo ancora, come ti parlavo in quei giorni di Giugno, soffocanti, dimagranti, pian piano ti rimpicciolivi, divorata dalla brutta malattia, che pareva non avere pietà del tuo corpo e del mio egoismo.
Mi mancano i tuoi sospironi, quelli che includevano lo stirare le zampe fino a raggiungermi, fino a lasciarmi il segno. Mi manca la tua voglia di giocare, che era anche la mia, e che ora non ho più. Mi manca la tua voce,quella che imitavo e che tu sapevi essere tua, anche noi così come gli umani avevamo i nostri piccoli segreti da dividere, così come ci dividevamo il pranzo. Mi manca la tua compagnia, quell'essere al mio fianco come un tutore, accompagnarmi nei miei lunghi viaggi, o nelle mie lunghe attese, sempre con la voglia di rivederti, di stringerti, di respirarti, di spazzolarti, di svegliarmi la notte per venirti a cercare, per sentirti stare bene. Mi manca una parte di me che mi pare di aver perduto, o forse non ho mai avuto, tu che hai saputo donarmi perfino l'arte del pianto, quanto sale che ho perduto in questa estate che ancora deve cominciare. Mi manca la tua complicità, il tuo conoscere le mie intenzioni, non so più dove andare, non saprei neppure pronosticarmi un futuro. Io che vivo senza passato, mi ritrovo fermo immobile a guardare il cielo, dimostrando un attaccamento simbiotico, l'esatto contrario di ciò che tu mi hai insegnato. Sto diventando schiavo, parlo poco, non eccedo, smetterò di viaggiare perché senza la tua gioia niente mi emoziona più. Ho vissuto di ciò che adoravo, ma non so se sono mai stato capace di amare ciò che adoravo, non dovresti mancarmi, non dovrei mancarmi, io non ci sono più, non mi trovo, non ho più la certezza dell'incertezza del domani. Non ho più voglia,se non di scavare.

CENTO 1 APRILE 2010

Negli anni scorsi il primo di Aprile è sempre stato un giorno di festa.
C ‘hai presente la torta con le candeline, le foto, il battere le mani, i baci baci, e tutto ciò che è festa? La torta era rigorosamente al cioccolato che mangiavamo noi, e alla crema che mangiava lei, la panna montata la dividevamo in parti uguali.
Le candeline erano azzurre, a volte rosse, ogni anno sempre una in più, e per contenerle tutte avevamo patteggiato di fare ogni anno una torta più grande. Ricordo che l'ultimo primo aprile però, non venne mangiata tutta, e io spalleggiando il tuo non entusiasmo ti dissi : "il prossimo primo Aprile cambieremo pasticcere, faremo una torta di pesce, tutta sogliola e sarago", in fondo è o non è il giorno del pesce d'Aprile? “. Non volevo vedere ma sapevo che quello sarebbe stato l'ultimo primo d'aprile.
Oggi è il “primo” primo aprile che non festeggio, e che passo da solo dopo tanto tempo, che poi almeno un gelato lo avrei potuto mangiare e la giornata non è finita, magari tra un po' sulla strada di casa potrei anche fermarmi, ma non lo so, chi lo può sapere? E’ che oggi dopo tanti anni non ho battuto le mani, non ho dato baci baci, niente foto se non a qualche stupido oggetto, niente festa. Mi sovviene, ora, che preparai una torta lo scorso autunno, proprio pensando a questo giorno, torta fatta con le mie mani.  Una torta di terra e terriccio, impastata poi con acqua e neve, dal profumo buono di primavera, e come candeline svettano germogli di tulipani, sotterrati a cinque centimetri, ormai pronti a sbocciare. E’ che speravo almeno uno sbocciasse oggi, noi bambini siamo così, ingenui, forse stupidi, pensiamo sempre alla cosa più bella, che anche quando tutto va male, pensiamo alla cosa che va meno male. Non è sbocciato il tulipano, ma son tutti lì pronti a farlo, e sapendoti pigra magari aspetterai ancora un poco a farti vedere coi nuovi colori. E’ sbocciato soltanto un bellissimo narciso giallo, che fa da cornice alla torta di terra, e poco importa se poi nel pomeriggio è piovuto. Perché oggi è piovuto col sole, come fosse un giorno di Marzo,  ma è pur sempre e per sempre il primo d'Aprile.

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