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Autore

Luca Gamberini

in archivio dal 29 apr 2008

30 maggio 1967, Bologna - Italia

segni particolari:
Ho una clessidra a inchiostro ne l'epitalamo

mi descrivo così:
Apprendista filologo

11 ottobre 2013 alle ore 14:04

Macchie rosse d'asfalto

Il racconto

L'ultima volta che attraversai la strada era un giorno d'ottobre. Ero già anziano, il passo lento, gli aculei ingrigiti ma il muso ancora umido umido, non ci vedevo più bene come quando l'attraversai la prima volta, avevo perso mia mamma da pochi giorni, sbranata da un mostro a motore di quelli che ci appaiono in sonno nelle giornate in cui abbiamo gli incubi. Mi ero messo sulle zampe di buona ora, appena fattosi buio, e arrivato alla fine del campo spalancai gli occhietti cercando di udire se quel grigio asfalto tremasse più di me. L'età mi aveva reso quasi un miracolato, in tutti questi anni avevo visto tanti miei simili finire schiacciati come sardine, passati e ripassati, resi a irriconoscibili macchie d'asfalto. Stavolta è toccato a me, devo dire non mi sono accorto quasi di nulla, se non di una luce accecante che mi ha abbagliato, ho provato ad accelerare il vecchio passo ma è stato tutto inutile, un rumore sordo di come quando un umano in cucina strizza una spugna imbevuta di acqua; quell'acqua era il mio sangue, schizzato fuori come una rigogliosa fontana a dipingere il grigio. Dolore? Non lo so cosa ho provato, so solo che all'improvviso mi sono guardato attorno e mi sono visto lì, i miei resti avvolti da una cornice di silenzio, giacevo a quasi tre metri dal punto di arrivo, dall'altro campo, dalla libertà. Un'eternità. Mentre mi osservavo, con apparente distacco, d'improvviso ho udito un rumore sempre più ravvicinato, poi una luce che non abbagliava più, ed ecco un nuovo mostro di ferro a schiacciare i miei resti inermi, spargendo chiazze di colore anche sul bianco delle strisce di mezza via. Sono rimasto non so quanto tempo a osservarmi, a osservarvi, abbiamo giocato a guardarci, anche se voi non vedevate me, ma le mie briciole, i miei miseri resti della vostra misera esistenza, poi me ne sono andato lasciandomi lì sull'asfalto. Una macchia rossa, tipo lo schizzo di un quadro o una dissanguata poesia. I miei brandelli sparsi dal vento qua e là, tra l'erba ed il fosso. Infezioni? Malattie? Sono semplicemente diventato un fiore di campo destinato a venire diserbato o che magari qualcuno, un giorno, raccoglierà.

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