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Autore

Luca Gamberini

in archivio dal 29 apr 2008

30 maggio 1967, Bologna - Italia

segni particolari:
Ho una clessidra a inchiostro ne l'epitalamo

mi descrivo così:
Apprendista filologo

03 gennaio 2015 alle ore 18:22

Notte

Il racconto

A volte mi prende nostalgia della notte, di una notte della quale conoscevo tutti i passi, nostalgia del suo profumo barricato, una notte giovane e amica di tutti i disorientati dalla luce. Notte che sapevo cavalcare, sulla quale ora strisciano i miei dolori, i miei affanni, le mie angosce pettinate a festa. I miei fogli sparsi non luccicano più, notte nella quale ora lievitano lacrime consunte dall'indifferenza di chi prometteva oro ed ha arrugginito fegato e cervello. Invidio alla notte lo spirito di sopravvivenza, quel suo saper vegliare giorni taciuti, quel saper placare il via e vai nei condomini, quel suo accompagnarti discreta ai distributori automatici di felicità, quel suo trattenere il tempo un poco più del dovuto, del donato. Notte passata a chiacchierare seduti sui bordi del marciapiede della vuota piazza, notte incatenata a lampioni saturi di zanzare, notte flagellata dall'aurora in quella voglia di non tornarsene più a casa, notte fatta per noi abitanti della strada e del buio, notte dall'odore del fumo impregnato sui giubbotti, notte spezzata in due dal rumore di un motore disincantato, notte della quale sono stato un arredo, un piccolo oggetto, una particella di vento microfiltrata, un sussulto di porfido illeso. Mi vergogno di mostrare alla notte ciò che ora sono, lei ancora così giovane e impavida, io rinchiuso tra quattro mura di barba, dipinto da luci finte, intento parlare di giorni mai esistiti con chi si rifiuta di essere ciò che è, continuando testardamente a dirsi per ciò che vorrebbe essere. Notte a quattro zampe e coda alta, notte che non ho mai baciato, notte traslocata da un letto d'amore a un letto d'ospedale.  Vecchio Frac e Bombo Due, tanfo di zuccherificio e vetri da sbrinare dopo un congedo, ne sento ancora l'odore al ricordo, immagini indelebili che mi sorridono, colonne sonore emanate da nastri usurati mai stanchi, mai riavvolti.  

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