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Recensioni di Luca Gamberini

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  • Enrico Ruggeri, a cavallo degli anni ottanta, nel periodo di massima ispirazione poetica recita in un verso: "Mi amerai più di qualsiasi cosa è come dire: conto qualche cosa?". Non so bene cosa ci entri questa introduzione con "Fondamenta per lo specchio", opera prima di Francesca Dono, ma nel non senso di Francesca Dono vige il senso della vita, come se vivere fosse fare un'elemosina alla morte, uno sgarro allo sfarzo. Francesca dipinge con autorevole perizia un mondo dai colori ribaltati, come quel nero, che spesso inchioda o si fa inchiodare, sinonimo di enfatica risurrezione. Quando decide di morire non è mai stata così viva, quando pare cedere non ha mai avuto in usanza una padronanza dei luoghi, delle forme, delle parole, così energica.
    Questo contraddittorio è la poesia, Francesca è poesia, le sfumature fluttuano attraverso un gorgo dove il lettore non riesce mai a capire bene dove si trovi, se sia, esso, la parte attiva o passiva di questo gioco non gioco, un precipizio piatto di carne bollita che non scuoce la fame. Prima di cimentarsi nel viaggio di "Fondamenta per lo specchio" è bene che il lettore sappia di dover fare a meno del proprio sostantivo equilibrio, meglio gettarlo via prima, o credere di non averne mai avuto uno, per ritrovarlo, forse, poi più saldo e portentoso alla fine del tragitto.
    La Dono è come un anatomopatologo, chiamata a ricercare le cause di degrado del tessuto poetico moderno, non più funzionale ai valori, ma disperso nell'addormentamento generale procurato da vetusti ideali, ella si prende cura del verso, in decomposizione cronica, rigenerandolo attraverso il proprio (tanto) genio. La sua scrittura pare dotata di una smoderata sfrontatezza, ma niente può essere più sfrontato, nel poeta, del bisogno di tenerezza. Serba in sé la schizofrenia del Pavese di "Il mestiere di vivere", sebbene tra i due non esistano punti di congiuntura evidenti, il parnassiano inconscio della fuga di Renèe Vivien, ma con molto meno pessimismo, di certo Bukowski l'avrebbe amata e poi, forse, odiata d'amore.
    Una silloge che turba, scioglie, incendia, sciacqua, sprona, ma soprattutto osa.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • Da una terra ricca di vigneti, ulivi, gelsi, bagnata dal fiume Tammaro, zampilla l'inchiostro di Antonietta Fragnito. Già dai primi versi me la immagino passeggiare, lungo il centro storico di un paese arroccato, dominando con lo sguardo la ricchezza dell'adiacente valle.

    "Mi riconosco
    nell'etica del fiore.
    Bacio la terra che mi è pane,
    attecchisco di granulo in granulo."

    E di tutta questa ricchezza, accumulata dal suo spirito, si può leggere in "Rossetto vermiglio sul volto della luna", un breve ma intenso libro di poesie che raccontano di una donna garbata, dal profumo di disordine, affacciata al balcone della solitudine.

    "Non chino il capo,
    cerco gli occhi del cielo,
    il bacio del sole."

    La Fragnito, in questa sua prima pubblicazione, dona al lettore immagini suggestive dalle sfumature tenui ma mai fuori quadro. Dotata di una padronanza di linguaggio tanto invidiabile quanto pacata, ripercorre la propria vita a ritroso ma 'con lo sguardo dritto e aperto nel futuro' (cit. Pierangelo Bertoli), una commistione tra epoche da far apparire, a tratti, il presente come surreale. La semplicità con la quale declama, e si declama, non rasenta mai il banale, così come fa la sua terra la Fragnito riesce a mantenere fertile la propria apertura mentale dimostrando di avere raggiunto un rapporto sereno con la mancanza di un qualcuno, più che di un qualcosa, spesso evocato con grande delicatezza. La delicatezza di chi, prima di qualsiasi altra cosa possa saper fare, sa amare.

    "Vorrei incontrare il tuo sguardo,
    ma è tardi.
    Hai abbassato le palpebre."

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • La vera meta è il viaggio, la vera casa è la strada. Conoscevo un angelo è il terzogenito di Guido Mattioni, scrittore prezioso quanto la punteggiatura, che tra l’altro utilizza con padronanza assoluta, una storia ambientata nel vetusto angolo del cuore di un’America che oramai la si può trovare solo sbagliando strada, l’America degli obsoleti Diner, dei motel privi di wi-fi e pay tv, del menù sempre diverso per ogni uguale giorno. Protagonista è Howard Johnson, aka il rosso, il quale narra in prima persona la storia della propria vita di apolide, dall’infanzia trascorsa assieme ai genitori fino alla totale consapevolezza di sentirsi un miracolato, contornato da angeli più o meno atipici, i quali vengono descritti dal “rosso” con la dovuta eleganza e la piena facoltà di conoscenza dei luoghi che va riconosciuta al Mattioni. Howard Johnson racconta della sua allucinazione affettiva, di quel essere affascinato fin da bambino dalla ricerca del “prossimo tuo”, benevolmente contagiato da due genitori che lo renderanno epigono per scelta, racconta del suo rapporto con la scuola e della sua inclinazione ad eleggere il sogno come materia preferita, della sua prima volta con la morbida Zelda, degli occhi di Margie, capaci di leggere soltanto gli occhi delle persone, del vecchio Johnatan e di quel suo profumo emanato di sciroppo d’acero, una marmellata d’anime con un unico comune denominatore: gli odori. “Ci sono un sacco di informazioni negli odori” cita Mattioni, e chi ha letto i suoi precedenti lavori, “ Ascoltavo le maree” e “ Soltanto il cielo non ha confini”, non rimarrà stupito di ritrovare gli odori, i profumi, e di sentirseli dentro agli occhi nello scorrere delle pagine. La vera meta è il viaggio, la vera casa nella quale viviamo noi stessi è la strada, questo è il messaggio con il quale leggendo “Conoscevo un angelo” Guido Mattioni, uno dei rari Scrittori contemporanei italiani, vi conquisterà.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • Si dice che per un cantante, il cui primo disco abbia avuto successo, il secondo lavoro sia il più difficile: che venga preso dalla paura di non ripetersi finendo col ripetersi, una sorta di copia incolla per non scontentare nessuno. A maggior ragione questo detto vale per uno scrittore il cui primo libro lo ha consacrato di diritto nella nicchia della letteratura italiana. Perché dico questo? Tanti al giorno d'oggi possono vantarsi di avere pubblicato, pochi possono vantarsi del titolo di scrittori e Guido Mattioni è uno di questi, anzi oserei dire che l'autore va ben oltre questo titolo ormai abusato, a volte calpestato e umiliato dalla presunzione e dall'ignoranza. Mattioni lo definirei un pittore che dipinge tramite le parole.  Con "Soltanto il cielo non ha confini" , edito dalla casa editrice INK, Mattioni cambia letteralmente marcia, un romanzo intenso, giornalisticamente crudo, misericordiosamente appassionante, una penna capace di farci entrare in maniera sintetica nelle situazioni vissute dai personaggi, ma l'autore fa molto di più, dipinge le sfumature con un pizzico di giallo-nero che tiene avvinto il lettore fino all'ultimo punto colorato da un verde che inghiotte. America amara ma allo stesso tempo tenera, specie nella descrizione dei due principali protagonisti, e, inconsapevolmente ci ritroviamo ad avere pietà per quel Caino, suo malgrado, e tenerezza per Abele, per quel suo rifiutare ciò che la vita gli aveva restituito dopo tanta sofferenza. Il ritorno subitaneo e definitivo, ecco ciò che ognuno di noi vorrebbe poter scegliere per ricominciare da lì, una partenza sognata e voluta, ma al dunque rifiutata per poter ritrovare nelle origini la propria anima. Un merletto di parole e di immagini: come in un film i personaggi, gli ambienti, sono descritti in maniera visivamente viva e non a caso questa mia testimonianza, questo mio elogio a una piccola perla di letteratura italiana, inizia proprio mescolando la musica alle parole. Dopo averci fatto ascoltare le maree, Guido Mattioni ci offre in pasto al folk, sfumato da venature, soul, jazz, blues: l'America che ha fede poiché non ha alternativa, l'America dei sogni ad occhi aperti puntati dritti sulle rive di un fiume che può offrirti tutto e allo stesso tempo toglierti tutto, l'America in cui "A vent'anni i dubbi sono troppo giovani per diventare paure." Un altro pezzo d'America, molto diversa: più cinica, trasgressiva, istintiva, avvincente, ma ugualmente emozionante. Soltanto Guido non ha confini.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • Accettazione; questo il messaggio con il quale Guido Mattioni scolpisce un'opera d'arte a inchiostro. Definire "Ascoltavo le maree" un romanzo non rende giustizia all'autore, più appropriato definirlo un saggio, un percorso netto, come si usa dire in gergo ippico da concorso a ostacoli e l'ostacolo più arduo da superare, per il protagonista di questa favola, consiste nell'accettare il destino e cavalcarlo per come esso si è delineato, senza rimanere a crogiolarsi, in un pozzo senza fondo di nebbia inquinata, nel ricordo. Ciò che più colpisce è l'attenzione portata per le sfumature, fin dalle prime righe si riesce a percepire di trovarsi davanti a una fonte di ricchezza per lo spirito difficilmente rintracciabile ormai tra gli scaffali e le mensole di questo misero paese.
    Il trascorrere del tempo scandito dagli odori, la contemplazione del silenzio attraverso la compagnia di un gatto, una statua propensa, e portata, all'ascolto più dell'uomo, la devozione per l' acqua, divisa tra fiume e oceano, dolce e salata come queste duecentotredici pagine capaci di stupire quanto una marea. La consapevolezza di essere riuscito a comprendere che l'unica via di fuga dal dolore è quella di andarlo a scovare dove se ne sta rintanato e affrontarlo.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini