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Autore

Maurizio Cortese

in archivio dal 27 ott 2009

12 marzo 1956, Verona

mi descrivo così:
Sono un uomo colpito dalla bellezza che lo sguardo coglie e la parola veicola, ma sono anche convinto che tale bellezza è un dono offerto e talvolta immeritato.

02 novembre 2009

Ho visto vincere la vita

Amico del giorno che sempre ritorna
fratello dell’oggi che eterno sarà,
dicevan mai tempo sarebbe bastato
a sondare quel mondo inaudito
che nella tua testa ospitavi;
per altro invece è durato,
per compiere giorno per giorno
quell’io generoso e solare
che mai lascerà i nostri cuori
afflitti d’impresa mancata:
non esser riusciti
a tra noi trattenerti.


Come dopo lavacro battesimale
eri pronto all’estremo momento
ancorato all’abbraccio materno
accordato a tua sposa angosciata;
se timore l’evento poteva recarti
non c’era occasione di averne coscienza.


Un fremito quieto m’assale repente
se oso pensare a tutti quei segni
che solcano gli ultimi giorni
di questa tua vita terrena:
la casa agognata ed ora rifatta,
i pacchi di carta man mano scomparsi,
la fede serbata e più ritemprata,
la prima influenza accanto alla moglie,
i volti dei figli al computer fissati;
e così concluso il finito
librato ti sei in quell’infinito
che scorgere amavi su in alto.


Tu immagino che le parole,
dolci e ritmate là sull’altare,
nel cuore a Valeria hai ispirato,
icona superna di tragica donna,
conforme a Madonna del pianto
ritta nel banco di fronte alla bara
quasi a volerti cullare.


Incline a finire non era l’estate
prima che un segno ti desse
e così ha regalato al tuo funerale
l’unico tempo che avresti gradito:
sorpresa all’uscita di chiesa
i raggi a inondar di tepore
i cuori silenti di tutti
le membra ahimè inerti di te
che fermo quasi mai stavi.


Disegno a me sconosciuto
dal male ti ha preservato,
al fine che tu diventassi
un seme fecondo di bene
e più mi rendo convinto
che un compimento si svela;
se altro fare non posso,
almeno a me si conceda
donar di saggezza le rughe
ai cari ed amati tuoi figli,
nel vivo ricordo che spesso
parevamo stupiti fratelli.


A me oggi non piace saperti
ove il sol ormai più non rallegra,
esitante avvicino il tuo marmo,
ma salda mi afferra certezza
che anche per te veramente,
alla pari di chi ha creduto,
la morte non è una vita lasciata
ma l’attimo atteso in cui Uno
pronuncia “Vieni con me”.

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