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in archivio dal 15 apr 2014

Nadia Nunzi

Fermo - Italia
Segni particolari: I segni cambiano in base a chi li guarda. Non potrei io definirli.
Mi descrivo così: Non amo molto descrivermi, preferisco farmi leggere e scoprire.
Mi nutro di emozioni e adoro poterle trasmettere, anche e soprattutto, attraverso la scrittura.
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  • 04 dicembre 2015 alle ore 22:27
    Ti amo anima mia

    Come comincia: La casa è avvolta dal silenzio.
    Un insolito, inquietante silenzio.
    La Tv è accesa ma è come se fosse priva di suoni e diventa impercettibile.
    Solo le lancette dell'orologio di vetro irrompono e scandiscono decise i battiti della mia angoscia.
    Mi è mancato questo rifugio, eppure, ora che è di nuovo mio, non riesco a viverlo.
    Giro per le stanze con gli occhi sbarrati, continuamente all'erta, tremo e fatico a stare ferma. Me l’avevi garantito che saresti stato la mia ombra per sempre, se ti avessi lasciato e ora la trovo scura e ingiusta incollata sulla mia.
    Mi pedina e anche il tuo respiro sul mio collo incombe.
    Penetra nelle mura che ingiustamente hai sporcato e le rende vive, una gabbia mobile intorno a me.
    La percezione di morire non si dimentica.
    Si insidia nelle vene per sempre e ti rende una persona diversa, consapevole che la morte è un rapidissimo secondo e che quello che la precede, se stai che sta per arrivare, è invece qualcosa di interminabile. Una dilaniante tortura.
     
    L'estate è qua fuori. Mi osserva come ad aspettarsi un cenno di gratitudine per essere arrivata.
    Ricambio lo sguardo attraverso i vetri, che hanno visto tutto, carichi di dolore, sporchi, e osservo la luce restando inespressiva.
    Non riesco a sorridere.
    Spargo di sale l'ingresso, poi inizio a bruciare incensi senza aroma.
    Voglio che la mia casa  mi accolga, che l'aria torni ad essere pura, respirabile, che il tuo ricordo svanisca, ma non funziona.
    Tutto sa ancora troppo di te e tutte le mie cose sembrano maledette.
     
    Come hai potuto imbrogliarmi così, straniero?
     
    Sei stato indubbiamente molto bravo e all'improvviso sono diventata vecchia.
    Una ragazza passata e con gli occhi spenti.
    Tolgo le nostre foto sotto vetro appese al muro e inevitabilmente continuo a vedere noi.
    Il mio vestito a fiori, i sorrisi ingenui, il futuro che non esisteva.
    L'assuefazione che avevo di te, delle tue parole, delle tue labbra e non me lo perdono, perché ero cieca mentre abile muovevi i fili del mio cuore.
    Sei stato un Giuda nella mia vita.
    Sei entrato piano poi hai invaso tutto senza rispettare le barriere. Troppo passionale. Lacerante.
     
    Torno a casa oggi, dopo mesi di assenza, ma non sono guarita.
    Ho fasce di dolore attorno alle braccia e alle gambe. Schegge di vetro dentro agli occhi.
    Mi stendo sul divano, li chiudo e vedo gocce purpuree che dall’alto scendono giù.
    Questo accade adesso e si ripete.
    Prendo l’aria a piccolissime dosi perché involontariamente il respiro si blocca e ti sento.
    Allungo una mano e posso quasi toccarti.
    Sei sdraiato anche tu qui ma in maniera scomposta.
    Tieni una sigaretta tra l’indice e il medio della mano destra e le finestre chiuse, tanto per farmi un ennesimo dispetto.
     
    La Tv ti cerca ma non la guardi.
    La mia coperta blu copre un terzo del tuo corpo. E’ un’abitudine perché in realtà non hai mai freddo.
    C’è sporco ovunque: briciole sotto al tappeto, polvere sui mobili e uno sputo di coca ormai appiccicosa vicino al tavolino di vetro.
    Un albero di Natale è ancora all’angolo, vestito con tutti i ninnoli che ho scelto con cura per agghindarlo.
    E’ elegante e malinconico. Scuro dietro ai colori vivi.
    Il rosso sa di sangue ora, non sa di festa.
    Accanto ad esso c’è ancora la cornice doppia che ho decorato per il nostro “primo” Natale insieme che ci inquadra abbracciati sereni. Siamo accucciati a terra esattamente accanto a quell’abete di plastica.
    Buffo è il destino.
     
    Mi alzo, tengo stretto fra le mani lo spray al peperoncino e mi dirigo verso la camera.
    Mi tocco il viso, non fa più male eppure nello specchio le ferite ci sono tutte.
    E ci sono anch’io, sul letto enorme, rannicchiata nel terrore sopra ad un cuscino.
     
    Non voglio stare più con te.
    Per questo sei alienato.
    Vuoi ribadire che il padrone sei tu e che io non posso decidere nulla, tantomeno di andarmene.
     
    Accade tutto in un attimo.
    Mi ti butti addosso con una forza inverosimile.
    Sento le tua dita dentro i miei occhi che premono forte.
    La tua mano aperta riesce a prendermi tutta la faccia e la tua violenza a sollevarmi come fossi di polvere.
    Credo di provare un grosso dolore ma subito di non accorgermene.
    Il cuore va a tremila.
    Ne sento i battiti impazziti e temo possa scoppiare, poi mi scaraventi sul letto e chiudi la porta, allora non lo percepisco più.
    Tutto diventa una nuvola di strazio. Qualcosa di veramente impossibile da spiegare.
     
    “Ora tu muori! Hai capito?! Muori!”
     
    Mi dici questo e lo fai fissandomi con una follia incontrollata.
    Forse tremo. Divento pallida e di ghiaccio.
    Sento davvero che non uscirò viva da questa stanza.
    Ho un terrore mai avvertito così potente sotto alla pelle. Non so cosa fare.
    Continui a riempirmi di botte.
    Mi prendi la testa e me la sbatti in giù più volte. Mi afferri per i capelli per rialzarmela.
    Poi ancora e ancora.
    Urlo tanto come ho visto fare solo in certi orrendi film ma arrivi a tapparmi la bocca tempestivo e subdolo.
     
    “Non strillare! Zitta! Stai zitta o è peggio per te !!”
     
    I vicini sentono, lo so, ma il silenzio aumenta e diventa asfissiante.
    Sono impotente e sola con la mia magrezza e il mio spavento.
    Stavolta non ti fermerai.
    Hai già commesso una cosa grave picchiandomi e per questo, arriverai fino in fondo e mi sgozzerai!
    Penso questo, non ho speranze e sono terrificata, ma smetto di gridare, tanto nessuno arriverà a salvarmi.
    Sto ferma e sono lucida.
    Scorrono deboli i minuti e realizzo che tutto sta accadendo realmente.
    Poi ti allontani poco da me ed inizi a camminare avanti e indietro per la stanza, ai piedi del letto.
    Ti tieni la testa fra le mani e farnetichi:
     
    “Perché mi hai fatto fare questo?! Perché?!!”
     
    Sono io la colpevole. Come sempre, anche ora che siamo giunti alla fine.
    Sei irriconoscibile. Hai lo sguardo di un folle e l’agitazione pure.
     
    “Calmati! Ti prego calmati!”
     
    Cerco di farti ragionare ma tu insisti nel dirmi di non fiatare e di non toccarti.
    Sei in preda allo squilibrio. Non ti ho mai visto così.
    Continuo a stare immobile.
    Cerco una via d'uscita e non la trovo.
    Cerco un pensiero che possa deviare il tuo delirio ma la mente è vuota e il sapore del sangue arriva a riempirmi la bocca.
    Chiedo di poter andare in bagno a sciacquarmi il viso.
    Ti metti davanti alla porta. Pensi che voglia scappare.
    Con la mano mi tocco le ferite e ti mostro il sangue, come se non lo vedessi già, così ti decidi a farmi prendere un po' d'acqua ma mi stai addosso e mi controlli.
    Vuoi che mi sbrighi e che torni in camera.
    Ho il viso tumefatto, i denti rossi, le gengive e il labbro spaccati, i capillari degli occhi lacerati ma tu non vedi niente e fulmineo mi riporti sul letto stavolta senza chiudere la porta.
    Dici frasi impastate tra i denti, poi inizi a piangere.
    Hai una crisi di nervi.
     
    “Io non ti ho mai detto bugie! Devi credermi! Io voglio una “famillia” con te, un figlio con te!”
     
    “Ti credo ma ora calmati. Ti credo!”
     
    Dici che le mie sono solo parole di paura.
    Hai ragione.
    Ho paura, una fottuta, disperata paura!
    Ti guardo e non ti riconosco.
    Non so più chi ho amato in tutti questi anni.
    Sei un mostro pieno di rabbia e di tristezza, trepidamente schizofrenico ed io non posso guarirti.
     
    Come esco da qui non lo so.
    So che ti prendo le mani e ti dico di guardarmi.
    Voglio che mi riconosci, che ti ricordi di noi come nelle foto più dolci.
    Ti dico di calmarti, mille volte.
    Voglio che fermi la testa e torni in te.
    Poi mi alzo e vado verso la mia borsa in salotto e non mi blocchi ma ti insospettisci.
    Me la togli di mano e cerchi dentro.
     
    “Voglio solo il telefono, chiamo a lavoro per dire che faccio ritardo.” Mi trema la voce.
     
    Temo di nuovo il peggio ma non trovi nulla di equivoco.
    Se l'avessi trovato, probabilmente, non sarei riuscita a scappare e mi avresti massacrata ancora.
    Ti chiedo di accompagnarmi fuori.
    Non so perché ti convinco ma so che mentre scendo le scale mi sembra un miracolo.
    Sei dietro di me e mi segui fino all’automobile poi entri dentro.
    Il tempo sembra infinito.
    Mi implori di perdonarti per quello schiaffo.
    Così lo chiami, uno schiaffo.
    Tanta brutalità ridotta ad un misero ceffone.
    Fai anche lo sguardo mite, non ti arrendi.
    Credi di potermi ancora raggirare ma non è così.
    Stavolta mi hai terrorizzata e se sono apparentemente calma, è solo per liberarmi di te.
     
    “Devo andare..”
     
    Scendi dalla vettura e mi lasci andare.
    Non so perché lo fai.
    Forse sei sicuro che tornerò, che ti perdonerò ancora e non andrò alla polizia.
    Sei in piedi e continui a guardarmi con gli occhi pieni di disperazione a nascondere l'ennesima bugia.
    Farfugli le ultime frasi del copione, abusando della mia fragilità.
    Dici che ti ucciderai.
    Vuoi essere certo che tornerò.
    Non c'è nessuno.
    Improvvisamente le case intorno sono vuote. Le finestre chiuse.
    Siamo solo io e te, nonostante sia pieno giorno.
    Metto in moto e senza guardarti più, me ne vado, non so nemmeno dove.
    Poi inizio a piangere.
    Un pianto irruento, impaurito, estremo.
    Gli occhi venati di rosso, la faccia gonfia e un senso totale di abbandono!
    Non mi capacito di come riesco a guidare in quello stato, con la nebbia che dalle pupille si spande ovunque a confondermi la strada.
    Singhiozzo e parlo da sola, senza sapere che fare, poi chiamo mia madre, poi la polizia.
    Devo dire che sono stata aggredita, che sono scappata da casa mia, che sono in pericolo, che un uomo mi voleva tagliare la testa.
    Chiamo e dico che un uomo si vuole togliere la vita.
    Di fare presto. Di andare a controllare.
    Non mi credono.
    Insisto.
     
    “Andate a vedere, per favore!”
     
    Anche loro sanno delle tue falsità e sono convinti che non lo farai.
    Sono una maledetta stupida, fino all'ultima lacrima, a preoccuparmi per te invece di  proteggere me stessa.
     
    Non avresti mai sacrificato la tua vita per nessuno.
    Unicamente la mia ed ora, in questa casa piena di tenebre, su questo divano disinfettato e sotto a questa coperta blu che mi avvolge, ne ho l'assoluta certezza.
     

     
  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:54
    Lulia

    Come comincia: Ferma davanti all'armadio non so davvero quali vestiti scegliere.
    È ormai da un bel po' di tempo che non esco con qualcuno e da troppo che non compro qualcosa di carino per me. Per andare fuori, da qualche parte. Per divertirmi e liberare la mente dai doveri e dagli affanni quotidiani.
    Tiro fuori i pochi indumenti che ho e li osservo. Sembrano tutti uguali. Jeans e magliette essenziali quasi tutte a tinta unita. Due o tre gonne scure lunghe fino al ginocchio. Qualche foulard a fiori. Un unico paio di scarpe coi tacchi, o perlomeno con un fondo un po' più alto di quelle che di solito uso per lavorare.
    Penso giusto qualche minuto a cosa indossare poi basta, prendo una combinazione qualsiasi tra le poche a disposizione, mi sciolgo i capelli lavati di corsa stamattina e senza un filo di trucco, mi dirigo verso la porta per recarmi all'appuntamento.
    Del resto Gaetano mi ha invitata a cena dopo avermi vista in pessime condizioni, appena uscita dalla scuola superiore dove, ogni mattina, con scopa, straccio e secchio, vado a fare le pulizie.
    Una maglietta bianca, i pantaloni di stoffa sintetica e le ballerine. I capelli raccolti alla meglio con un elastico e la pelle libera e segnata dalle sofferenze.
    Questo ha visto di me ogni giorno, fino a quando mi ha indirizzato inaspettatamente l'invito.
    “Ciao Giulia, come va? Ti va una pizza insieme stasera?”
    Me l'ha chiesto così, senza mezze misure, andando oltre il solito Ciao o Buongiorno quotidiano di quando ci incrociamo, io che esco per la fine del turno e lui che entra per l'inizio delle sue lezioni di recupero pomeridiane.
    “Una pizza? E perché?” chiedo un po' scettica.
    “Per parlare un po'... Che male c'è? Ma se non ti va non fa niente, ci mancherebbe. Anzi, scusa se sono stato inopportuno”.
    Inopportuno... Non conosco questa parola. L'ho congedato rapidamente e appena rientrata a casa sono andata a controllare sul dizionario, traducendola dall'italiano all'albanese per comprenderla.
    Inopportuno, uguale a seccante, molesto, fastidioso...
    Se penso a Gaetano così gentile, educato, a modo, tutto mi viene in mente tranne che una parola brutta come questa. Mi sento una stupida e mentre leggo il responso so di aver già preso una decisione.
    Sarebbe ingiusto non provarci, seppur per un'ennesima volta, seppur dopo l'ennesima delusione.
    “20.30 al 'Paradise'. Io ci sarò. Tu sentiti pure libera di fare ciò che vuoi ma sappi che se mi darai 'buca' poi dovrai pensarmi a mangiare in un posto decisamente carino, tutto solo. Ciao, ciao”.
    Mi ha pure fatto l'occhiolino e col sorriso sornione e la cartella coi libri in mano, è salito su per le scale ed è andato ad insegnare.
    Sono demoralizzata e senza aspettative ma sento anche di dovermi dare almeno un'ultima possibilità. Quarant'anni appena compiuti e una vita davanti mi dicono gli amici e aggiungono:
    “Dai, Giulia, tirati su! Sei una donna speciale ma non credi più in te stessa, né tantomeno negli altri, questo è il tuo problema. Devi cambiare atteggiamento e vedrai che, prima o poi, la ruota della fortuna girerà anche per te”.
    Troppi incontri falliti alle spalle e un passato triste ancora più deleterio per credere ancora a qualcosa di buono eppure vado.
    “Stavolta è l'ultima, però” mi ripeto mentre chiudo la porta e esco cercando di fare piano e di non creare scompiglio.
    Quando arrivo al 'Paradise' Gaetano è già seduto al tavolo e sta bevendo, a piccoli sorsi, del vino rosso da un calice.
    Sono le 20.45. Lo leggo nell'orologio appeso alla parete mentre lui lo scorge dal suo, sul polso destro velato di peluria castana.
    “Ciao... Scusa il ritardo”.
    Il viso si illumina alla mia vista e il suo fascino diventa evidente.
    “Non pensavo venissi, sai? E stavo per ordinare... ma ho fatto bene ad aspettare un po'”.
    “In effetti non sarei dovuta venire, nemmeno mi conosci, non sai niente di me...”
    “Appunto, siamo qui anche per questo, no?”
    Si alza per spostarmi la sedia e farmi sedere. Sembra una scena di altri tempi.
    Ringrazio facendo finta di non esserne colpita, poi afferro il mio bicchiere dove ha prontamente versato del vino e faccio un lungo sorso cercando di non apparire troppo agitata e di godermi comunque la serata.
    Non ho aspettative. Non voglio averne, soprattutto perché lui mi piace. Tengo il viso accigliato e probabilmente se ne accorge.
    Mi accarezza una mano e mi dice:
    “Allora, iniziamo dal tuo nome. Mi sono spesso chiesto come mai ti chiami Giulia se non sei italiana”.
    Sorrido. “Il mio vero nome è Lulia, che dovrebbe significare ‘fiore’ ma qua ormai sono Giulia per tutti. Mi sono integrata così bene che potrei definirmi italiana”.
    Sorride anche lui e alza in alto i calici.
    “Brindiamo allora. A te. A questa bella serata!”
    Finalmente mi lascio un po' andare ma un pensiero fisso continua a tormentarmi la mente. Quello della verità. So che quando gli racconterò di me, l'euforia e la leggerezza della serata improvvisamente svaniranno e a seguire anche lui, come un principe mai esistito. Ma so che devo dirgli di me, della mia vita, delle due creature che ho lasciato a casa con i nonni e che hanno costantemente bisogno di me. Sua madre. Il loro unico punto di riferimento.
    Di Aimir, un bambino di appena dieci anni con già tanta rabbia in corpo e una continua aggressività, verso i compagni a scuola, verso di me, verso gli oggetti che ogni tanto scaglia via o rompe contro il muro.
    Di Nora, sua sorella di dodici anni, con gravi disturbi di personalità.
    Devo avere il coraggio di narrare di loro, i miei due angeli maltrattati e cresciuti senza un padre, dopo aver visto le botte e i lividi sulla mia pelle, prima delle denunce del divorzio.
    Dovrei mettere sul tavolo il mio passato prima ancora che arrivino le pizze e che faccia finta che i problemi non esistano e che io sia davvero una donna italiana senza uno scomodo passato.
    Devo parlare adesso ma non ci riesco.
    “Allora, ordiniamo? Sono affamato. Io prendo un classico, la margherita con mozzarella di bufala. Tu?”
    “Una capricciosa o una quattro stagioni. Infondo non sono la stessa cosa?”
    “Più o meno! Sono come la vita, puoi affrontarla dividendola in schemi e assaporandola pezzo dopo pezzo oppure mischiare tutto e gustarla in maniera più istintiva”.
    “Non credo di aver ben capito, sai?”
    “Ah, ah, ah! Non preoccuparti, era una scemenza, non farci caso”.
    In realtà ho compreso il senso ma continuo a provare ansia e a non sapere cosa fare.
    “Ascolta, io vorrei dirti di me, della mia vita... prima che iniziamo a mangiare”.
    “Certo, puoi dirmi tutto quello che vuoi ma cerca di rilassarti, sembri davvero tesa”.
    Sorrido appena poi inizio a farlo, a parlare di me, del posto da dove vengo, dell'infanzia... ma non arrivo al dunque. Per la prima volta non ci riesco. All'improvviso viro e decido di lasciarlo appeso lì, come una codarda che ha voglia di mentire solo per accaparrarsi un po' di attenzioni o per sognare un nuovo amore.
    Fantastico, guardando le labbra di Gaetano che si muovono e che vorrei avere sulle mie.
    Gli guardo le mani, curate e gentili come i suoi occhi scuri. Le vorrei intersecate alle mie dalla pelle secca, rovinate dai detergenti, mentre passeggiamo facendo una delle cose più semplici del mondo eppure una di quelle che mi sembra davvero di non aver mai fatto.
    Gli arrivo a guardare pure i capelli folti, leggermente brizzolati e ad immaginare di poterli accarezzare.
    Mi rendo conto di quanto mi manchi un uomo nella mia vita, uno del quale potermi prendere cura, stirandogli le camicie e preparandogli da mangiare.
    Uno dall'animo buono come non mi è stato mai concesso di conoscere né di avere accanto. Che accarezzi il mio corpo sciupato dalla mancanza di rispetto e lo rigeneri.
    Uno in grado di prendersi a carico una famiglia già formata eppure decisamente incompleta. Di giocare con due bambini maturati troppo in fretta e con troppo dolore, per vederli crescere e cambiare. Diventare un uomo e una donna forti e sani come dovrebbe essere. Due persone dall'animo buono e dai valori limpidi.
    Penso a loro e gli occhi mi si fanno lucidi. Penso alle rispettive foto che tengo nella borsa e che vorrei mostrare se trovassi stasera la forza per farlo, senza pensare a tutti gli uomini che dopo la verità, hanno salutato con un “A presto, è stata una bellissima serata. Sei una bravissima donna” e poi non sono più tornati.
    “Scusami, vado un attimo in bagno, sai dov'è?”
    “Dovrebbe essere quella porta laggiù, a destra”.
    Mi alzo in fretta e cerco di non far notare il mio stato animo, tenendo lo sguardo abbassato.
    Entro in bagno e mi rinfresco il viso. Mi sento triste e senza energia ma voglio nascondere tutto.
    Quando torno al tavolo le pizze sono già arrivate. Mangiamo rapidi e quasi in silenzio, entrambi affamati di qualcosa.
    Beviamo altro vino e ordiniamo anche il dolce e il caffè, poi ce ne andiamo all'aria aperta.
    Il 'Paradise' è davvero un bel posto e vanta una posizione magnifica che dà proprio sul mare.
    “Torni subito a casa o facciamo due passi?”
    Vorrei restare. Vorrei scappare e non sognare più. Vorrei proteggermi dalla delusione.
    “Per me possiamo restare ancora un po', non è tardi anche se...”
    Gaetano mi guarda un po' perplesso.
    “Anche se? Che succede? Qualcosa non va?”
    “No, è tutto a posto ma... insomma... non so come dirtelo ma devo e non importa se poi te ne andrai. Cioè mi importa ma tanto sono abituata. Abituata agli uomini che scappano e anche a soffrire. Insomma... ho due figli a casa che mi aspettano”.
    Dico tutto d'un fiato, prima di ripensarci e poi abbasso la testa, trattengo il respiro e poi lo lascio andare ansimante e inizio a piangere lacrime antiche.
    Gaetano resta immobile e in silenzio. E immobile lo sono anch'io. Poi lo sento avvicinarsi. Mi alza il viso con le solite mani gentili e mi bacia. Un bacio dolce, nuovo, sperato, che sembra sanare tutto. Poi si stacca lentamente e sussurra:
    “È tutto ok, Giulia... anzi Lulia. Non avere paura, non sei più sola”.
    Mi asciuga la pelle bagnata di pensieri e timori e mi abbraccia.
    Mi sento al sicuro.
    “È l'ultima volta...” mi ripeto. “Stavolta l'ultima per davvero”.
    È la ruota della fortuna che gira per me. Finalmente anche per me!

     
  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:52
    Mi nutro di poesia

    Come comincia: Io e Diana ci siamo conosciute tramite un blog, il mio blog 'Il mondo delle fate', dove un tempo andavo a racchiudere i pensieri per cercare di proteggerli dal resto del mondo, con uno sfondo rosa pieno di stelline e farfalle dalle ali colorate. L'avevo scelto per contrastare tutto del mio reale, fatto invece, ormai solamente di tristi scale di grigi.
    Lei era arrivata, senza preavviso, in un giorno nero qualunque e mi aveva lasciato un commento sotto ad una delle mie poesie e da lì eravamo diventate amiche.
    Ci piaceva incontrarci in quello spazio un po' segreto, un po' misterioso, dove ognuna di noi poteva dire tutto all'altra senza sentirsi giudicata. Senza l'immagine precisa dei rispettivi corpi. Senza una vera identità. Questo ci rendeva libere di essere realmente noi stesse, di confidarci e aprirci in maniera pura, semplice, disinibita, anticonformista.
    Non le avevo detto subito della mia malattia perché, anche se la sentivo, in un certo senso. molto vicina a me, temevo non la potesse capire.
    Ho sempre pensato questo, che solo i mali comuni possono essere scambiati e compresi, e allora restavo sulle difensive, seppur sentendomi totalmente indifendibile. Poi un giorno mi aveva iniziato a parlare di una dieta che stava seguendo da un po' di mesi, come una cura miracolosa per l'anima. Mi parlava di energia, una totale forza che sentiva esploderle dentro ad ogni cibo che non mandava giù e allora mi ero preoccupata.
    In un certo senso, mi ero sentita in dovere di avvisarla. Di farle sapere che togliere troppo ad un fisico è pericoloso, perché dopo un po' il vuoto diventa ingestibile e si impossessa di ogni sua parte. Completamente.
    “Diana, ascolta, devo dirti una cosa. Una cosa di cui non parlo quasi mai con nessuno”. E avevo iniziato a raccontarle la mia storia. Senza darle il tempo di interrompermi perché se mi fossi fermata, forse non avrei ricominciato a parlarne più.
    Avevo iniziato da colui che un giorno aveva deciso di regalarmi un disagio, una pena per tutta una vita. Una malattia devastante.
    Un uomo viscido come pochi, che mi aveva adescata ai bordi di una strada tanti anni prima e mi aveva invitata a salire in macchina.
    “Vieni piccola, non avere paura, ti do un passaggio e ti riporto a casa, non vedi come piove?”.
    E io da brava, ingenua bambina avevo ubbidito e mi ero fidata. Non ricordo nemmeno più perché mi ero ritrovata da sola, così piccola, per strada, sicuramente aspettando qualcuno che aveva tardato troppo ad arrivare a prendermi.
    Ricordo però le mani di quell'uomo sul mio corpo, la sua barba contro la mia bocca e il mio disgusto, il mio terrore. No, in realtà non ricordo più nulla di quel giorno, perché fa troppo male tenerlo dentro alla testa e crescerci.
    È il mio corpo a non riuscire a liberarsene. Quando non mi riportano in clinica faccio finta di essere una ragazza sana, mangio insieme agli altri e non desto sospetti, perché, negli anni, ho imparato anche ad essere furba. Poi vado in bagno e senza far rumore vomito tutto. Due dita in gola e tiro fuori il dolore. È il mio corpo in realtà che vuole spingere fuori lo sporco che sente e che non riesce a lavare via. Più via da quel giorno, anche se io davvero credo di averne smarrito la memoria.
    Oggi Diana viene a trovarmi e quando la vedo sulla porta, subito mi sento smarrita. Non so bene come comportarmi. Non so nemmeno cosa provare, se vergogna per come sono e per dove mi trovo oppure semplicemente gioia per l'affetto che mi inonda quando mi viene incontro e mi abbraccia come se ci conoscessimo da una vita.
    In realtà è la prima volta che ci incontriamo e siamo entrambe parecchio emozionate.
    La camera è colorata dai vari peluche che mi hanno regalato e anche dalle mie poesie, quelle che tengo scritte su carta da lettere rosa e unite da un laccetto di raso. Un po' sgualcite,  stropicciate dalla vita ma decisamente autentiche.
    Diana si siede sul letto accanto a me e io glie ne leggo alcune. In particolare le ultime che ancora non conosce perché non ho avuto modo di pubblicarle online.
    Le mie parole le piacciono sempre e dice che sono molto brava. Non so se lo pensa davvero ma mi fa piacere avere i suoi complimenti. Poi viene attratta dal mio libro preferito, quello da cui non mi separo proprio mai: 'Il piccolo principe'.
    Lo prendo e le leggo una frase anche di quello:
    'Non ti chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano.
    Preservami dal timore di poter perdere qualcosa della vita.
    Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno.
    Insegnami l’arte dei piccoli passi.'
    Anche io vorrei imparare a compiere piccoli passi e vorrei avere la forza di affrontare le giornate buie, quelle in cui la mia testa impazzisce, senza dovermi imbottire più di 'Xanax' o di qualche altra pastiglia che spacciano come miracolosa.
    Sono costantemente in cerca di affetto. Di abbracci. Di sorrisi sinceri.
    È quello che il mio corpo ora chiede e Diana lo sa. Lei di abbracciarmi non si stanca. È qui, seduta accanto a me e non mi lascia più. Continua a dirmi che sono bella, ma io so di non esserlo. Mi sento troppo goffa, inadeguata. Troppo rotonda. Troppo storta.
    Lei invece lo è davvero, bella nella sua semplicità, nel suo corpo esile ma sano. Nei trecento chilometri che ha fatto per raggiungermi in questa prigione dove spesso mi sento molto più al sicuro che a casa mia. Dove tutti si prendono cura di me, cercando di tenere continuamente ogni dolore sotto controllo, passando per le visite e per assicurarsi che mangi e che non commetta sciocchezze.
    Qui ho tante amiche, logorate sia dentro che fuori proprio come me, e non vorrei lasciarle mai.
    L'amicizia è il bene più bello che ho. Quello dove mi aggrappo per fuggire alla mia vita in difetto.
    “Aurora vieni dai, è l'ora dello sciroppo”.
    Mi chiamano per introdurre nel mio stomaco un liquido denso, in grado di dilatarlo, di creare spazio per il cibo che non amo ingoiare. Per le patate lesse che mi daranno più tardi, per cena, cercando di guarirmi.
    Quando sono qui non oppongo resistenza a nulla. Penso davvero di farcela e che sia l'ultima volta, poi quando mi dimettono è sempre la stessa storia, alla prima delusione ricomincio.
    Inizio a sentire il peso del mondo tutto sopra, che mi schiaccia e non riesco a reggerlo e le sedute dallo psicanalista non bastano per calmarmi. E allora ecco di nuovo 'Alprazolam'. Di nuovo le dita in gola e l'anoressia ad impossessarsi di me come un demonio.
    L'anoressia non fa sconti. Non lascia spazio alla vita. È in grado solo di toglierla in ogni chilo che ruba e porta via con sé.
    Non ha pietà, è tenace e violenta. È una mela divisa in pezzi minuscoli. È acqua che sazia e gonfia ma in realtà sfinisce. È uno specchio distorto dove dentro non ci sono più ragazze di sedici anni come me, ma solo fantasmi che aspettano qualcosa in nome di un ricordo scomodo. Di uno stupro ingiusto di un'anima vergine, incontaminata e pura come la neve appena scesa.
    È per questo che non mi osservo più. Perché non trovo più nulla di me da vedere là dentro. Perché probabilmente non sono più quella che ero destinata ad essere.
    Poi però guardo anche le altre, ascolto le loro storie e torno ad essere forte.
    A sperare di potercela fare.
    C'è Anna, per esempio, qualche stanza più in là, che continua a farsi tagli sulle braccia, da impeccabile autolesionista e ogni volta viene presa e riportata in clinica come me.
    Le ho chiesto perché lo fa, anche se conosco a memoria ogni sua risposta, che è un po' la stessa per tutte qua dentro. Cambia il metodo ma non cambia il motivo. Ognuna vuole liberarsi di qualcosa di troppo brutto da ricordare come se, facendosi più male, fosse realmente possibile. E alla fine il gesto sbagliato diventa il gesto di cui si sente di non poter fare a meno. Per sovrastare il dolore più forte che urla dentro. Diventa un atto quasi involontario. Si mangia e si vomita. Si soffre e ci si ferisce per deviare l'attenzione verso una parte di carne viva. Si soffre e si vuole che qualcuno ci venga a salvare. Si vogliono continuamente mille attenzioni perché si sente di pretenderle, in nome di quelle carezze che un tempo ci sono state negate.
    Diana è forte, dice che ce la posso fare ad uscirne e che mi aiuterà. In qualche modo mi starà sempre vicina e verrà ancora a farmi visita.
    Io le dico che sicuramente ce la farò ma so che non è vero che lo penso. Mi racconto una bugia perché non riesco a fare altro.
    Dice anche che soprattutto le mie poesie mi salveranno. Che scrivendole e raccontando il mio male in ognuna di esse, alla fine questo male si dissolverà.
    “Aurora, scrivi, scrivi sempre e poi rileggi ad alta voce. Fidati delle tue parole e piano piano guarirai. Presto troverai anche tu la tua strada. Non mollare. Infondo tu sai perfettamente ciò che vuoi e non è certamente ciò che stai vivendo adesso”.
    Diana non è fragile e la sua dieta non la annienterà. Lei non ha nessuna pena dietro, dentro al suo passato, me lo ha confessato dopo aver ascoltato la mia triste storia, quasi sentendosi in colpa per non essere come me. Come nessuna di noi. E allora ho capito che ha una sensibilità speciale e che se anche non potrà mai comprendermi né vivere nella mia stessa carne, non posso fare a meno di volerla al mio fianco, né tantomeno di volerle un gran bene. La stringo forte a me con gli occhi che si fanno umidi e piccoli, e glielo dico. Non lo so se ha ragione e se davvero un giorno guarirò ma è molto bello che una ragazza dolce e forte come lei, me lo faccia credere, con due occhi chiari pieni di speranza e due mani affusolate colme di carezze.
    Se il destino l'ha condotta fino a me, sulla mia strada avvallata e piena di buche, sono certa che sarà per un valido motivo e come 'Il piccolo principe' presto voglio alzare la testa al cielo e ricominciare a guardare le stelle.
    Voglio tornare a sentirmi viva, speciale, amata. Lo voglio è tutto quello che riesco a dire adesso, in questo preciso momento. Accanto a lei che mi tiene la mano. Lo voglio che è molto diverso da lo vorrei ed è magari già un primo atto di coraggio, un piccolo passo verso la felicità. 

     
  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:51
    Venduta

    Come comincia: Quando decido di tornare in Nigeria sono terrorizzata.
    Ho bisogno di recuperare alcuni documenti che mi servono per la mia nuova vita, altrimenti forse nemmeno ci andrei. Sicuramente non in questo momento, anche se nel cuore, lo ammetto, ho comunque voglia di rivedere la mia terra, quella terra amara dove sono nata e un po' cresciuta e che un giorno, come con un lancio di dadi caduto dal lato peggiore, col mio numero rivolto in alto, mi ha catapultata ingiustamente verso una nuova squallida realtà.
    Di sicuro devo essere accorta e non fare passi falsi. Devo guardare ma non farmi vedere, così cerco di proteggermi come credo, rendendomi meno riconoscibile possibile.
    Ho già  raccolto le lunghe treccine dalle estremità colorate, meticolosamente sotto ad un foulard marrone, sugli occhi ho appoggiato enormi occhiali da sole e cammino a testa bassa, un po' impaurita. Un po' tremante. Un po' nauseata da quello che trovo e che non mi appartiene più.
    Lo so che ancora mi cercano e so che se mi prendono di sicuro non mi risparmiano e l'incubo ricomincia, ma non intendo fermarmi né tornare indietro.
    Ho fatto davvero molto, prima di arrivare qui e voglio ancora credere al Dio che mi ha ascoltata una volta. Non ci penso che mi abbandonerà proprio adesso.
    A passi svelti mi intrufolo nelle vie semibuie e nascoste che conosco a memoria e dopo un po' riesco a scorgere  la porta di legno della mia vecchia casa qui a Warri, nel Delta State, tenendomi a debita distanza, oltrepassando con lo sguardo le bancarelle, il traffico imbranato e sporco, la gente annoiata sulle strade... prima di vedere anche quella scura, con una crepa sul lato destro, della mia 'madama'. Così le chiamano qui quelle come lei, donne molto potenti, vergognosamente corrotte e pronte a venderti, che sono tutt'altro che signore, dame, amiche...
    “Ehy, Nabilah che ne dici se ti aiuto a trasferirti e ti sistemo? Non c'è futuro per te qui. Sei bella, giovane e meriti una vita migliore della nostra, non credi?”.
    Zahrah mi aveva detto questo un po' di tempo fa. La mia 'madama', la mia vicina di casa dalle forme abbandonati, rassicurante e della quale mi fidavo come una seconda madre.
    La donna della quale tutta la mia famiglia si fidava, magistralmente e senza ritegno, aveva ingannato tutti con l'esca dolce della vita migliore altrove. In Italia.
    Un lavoro, soldi, fortuna. Una vita dignitosa insomma. Una alla quale non ero riuscita a  dire di no, perché mi aveva riempito gli occhi e i polmoni di speranze, di colori, di felicità, anche se mi sarei dovuta staccare da quello che era comunque il mio mondo e dai miei parenti. Ma infondo da me non c'era davvero un futuro.
    C'erano solo le accozzaglie di persone sulle strade polverose, a mangiare rondelle di platani fritti o inzuppare pani di manioca negli stufati, in attesa di qualcosa di bello da poter raccontare che purtroppo non arrivava mai.
    Per questo la luce di una vita diversa era stata subito allettante, come una chimera in un cielo triste che all'improvviso diventava tangibile.
    Ma di scie lucenti ad aspettarmi non c'è n'era nemmeno l'ombra e quello che era arrivato dopo era stato esattamente l'opposto. Un futuro col mantello e il cappuccio neri come la notte, come il buio che intrappolavano i miei occhi quando non volevo collaborare e arrivavano le botte livide sulla pelle già scura, colorata come una condanna.
    Eravamo in tante buttate sulla strada, alcune amiche, altre per assurdo addirittura rivali ma avevamo caratteri diversi.
    Sally e Maggie per esempio si prostituivano senza battere ciglio, debite al loro padrone, in silenzio. Con sottomissione e a volte, ma non sempre, con lacrime segrete.
    Volevano saldare il loro debito. Una cifra irragionevole come trenta o quaranta mila euro. Come se l'avessero scelto, come se stessero davvero comprando una vita migliore. Come se non sapessero che nel frattempo si sarebbero logorate dentro e sciupate fuori. E sarebbero diventate delle altre, in un'altra pelle. Una più vecchia, misera, segnata di una storia sempre più difficile da raccontare e da dimenticare. Ma anche da tenere dentro con sé.
    Io non ci stavo. Mi ribellavo. Ogni volta. E sulla strada non ci andavo o meglio il mio corpo non ero disposta a venderlo.
    Le botte non facevano più male dello stupro di un corpo dato a chiunque almeno dieci volte in un solo giorno. Di questo ne ero certa e anche se un preciso piano di fuga non ce l'avevo e nemmeno quattro soldi da parte per inventarmelo, ero comunque convinta fermamente di voler provare a scappare e di rivendicare quello schifo.
    Non potevo fermarlo forse ma potevo cercare di aiutare chi voleva opporsi come me, non pensando alle altre, quelle che si nascondevano dietro ad una menzogna di schiavitù ma in realtà erano prigioniere di loro stesse.
    Io mi sentivo diversa e volevo almeno avere la consapevolezza di averci provato, di non essermi piegata né arresa ad un destino maldestro riscritto ingiustamente per me.
    Così una sera l'avevo fatto, ero corsa in mezzo ai campi fuori Roma, mi ero spogliata e avevo aspettato. Mi ero messa nelle mani di Dio, della giustizia più profonda del mondo, che era in quel momento l'unica che mi restava.
    E come un miracolo del cielo, un uomo buono era arrivato veramente e mi aveva asciugato le lacrime.
    “Ciao, corri sali in macchina. Mi chiamo Don Felice, ti puoi fidare di me, non temere, sbrigati prima che ci veda qualcuno poi ti spiegherò tutto”.
    Ed era quello che aveva fatto, appena ero salita nella sua piccola auto bianca, dopo avermi dato una coperta per coprirmi, almeno in parte, i brividi di freddo e di angoscia.
    Prima che parlassi, mi aveva raccontato di che si occupava. Della comunità che da diversi anni aveva creato, per accogliere “gli ultimi” come li definiva lui. “Quelli a cui nessuno pensa o se li pensa, pensa male”.
    Quelli imbrogliati, traditi come me. Rubati ad un pezzo di mondo povero per ingaggiarli in uno ancora più arido. Di sentimenti, di dignità, di rispetto.
    Accoglieva un po' tutti ma soprattutto le ragazze sole, nigeriane come me, considerandole appartenenti a gruppi etnici meno acculturati, in svantaggio insomma. Io lo ascoltavo e continuavo a piangere. E in contemporanea a risentire i colpi duri sottopelle, fin dentro alle ossa.
    “La prostituzione non ci sarebbe se non ci fossero i clienti. Il problema principale sta lì, purtroppo. Inutile negarlo”.
    Ed era vero quello che diceva. Ci sono troppi uomini, mariti insoddisfatti, imprenditori di prestigio insospettabili, ragazzi complessati o timidi, che accostano le loro automobili alle gambe nude in bilico sui tacchi esagerati, di sfortunate come me. Troppi padri e troppi viscidi lo fanno, senza nemmeno sentirsi uno straccio di colpa addosso. Senza farsi domande, su me, su noi, su Sally o Maggie. Senza andare oltre, senza voler nemmeno raggiungere col pensiero, quei padroni maledetti che ci incatenano come bestie vicino ad un lampione e poi ad un altro e un altro ancora, senza sosta, per tanti anni, per tutta una vita a volte.
    Se ne fregano della nostra stanchezza, della carne penetrata milioni di volte, senza un sentimento. A volte senza un motivo. Solo per distruggere una voglia, una frustrazione, una repressione.
    Don Felice parlava e io continuavo a piangere. Ancora non me ne capacitavo ma sarebbe stato lui a salvarmi e ancora oggi gli sono riconoscente e lo sarò per tutto il resto della mia vita migliore. Stavolta migliore veramente.
    Continuo il mio viaggio in incognita, furtiva e tremante, col caldo appiccicato sulla pelle sotto al vestito lungo di cotone e recupero i miei documenti. La gente in strada urla parole nella mia lingua e suona i clacson nervosa, nella polvere. Sono stanca e voglio andarmene, poi lo rivedo, Iman, il mio primo amore da ragazzina, l'uomo che avrei voluto sposare e che il solito destino beffardo mi aveva strappato via, insieme a tutto il resto.
    Quando i nostri occhi si ritrovano, le parole non servono. Proviamo entrambi le stesse emozioni, quelle di una volta e quelle di oggi.
    Vogliamo esaudire allo stesso modo il nostro desiderio, quello di avere una vita felice insieme, lontano da credenze, fattucchiere e maledizioni da infliggere con gli spilli sulla pezza. Vogliamo starcene tranquilli in uno scorcio pulito di mondo. Ed è quello che faremo. Fra un po'. Dopo aver aggiustato le ultime cose.
    Dopo il mio rientro in Italia, verrà anche a lui e finalmente ci sistemeremo e gli racconterò tutto quello che ho sofferto. O quasi. Forse alcune delle cose più vergognose le terrò per me, per non ferirlo gratuitamente. Per non ricordare troppo.
    Gli narrerò della mia forza però. E poi di Don Felice, il padre buono che loderò ancora non so quante volte, per essersi alleato al mio coraggio. Per avermi spronata a denunciare la mia 'madama'. Per avermi presa con sé. Per avermi dato modo di togliere dalla strada altre donne e poi di trovare un lavoro vero ed onesto, insieme alla possibilità di pagarmi un affitto e di stare bene. Per avermi permesso di essere quella che sono oggi, una cittadina italiana, libera e serena. Acculturata e con tanta voglia di studiare ancora.
    Torneremo in Nigeria poi, forse un'ultima volta, e ci sposeremo lì perché è quello che vogliamo e che forse è giusto, indossando abiti variopinti e allegri come la tradizione vuole.
    Io sceglierò sicuramente una 'buba' , una camicia lunga in jacquard, azzurra come il cielo che troppe volte non ho potuto osservare. Ci abbinerò i pantaloni larghi e in testa avrò il 'gele' il copricapo tipico africano, fatto di stoffa vivace, piegata in modo particolare attorno alla mia testa. Mi farò truccare gli occhi e le labbra e dipingere le mani e i piedi con decorazioni all' hennè e mi sentirò finalmente una principessa.
    Anche il mio Iman sarà bellissimo, avvolto nella sua tunica lunga, abbinata ai miei stessi toni.
    Ci sarà aria di festa e di rinascita e la mia terra allora farà meno male.
    La lascerò intrappolata in un ricordo vivo come questo, dove ogni volta potrò tornare per sentirmi a casa invece che venduta. Libera anziché schiava.
     
     

     
  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:49
    Un padre single

    Come comincia: Tengo sotto controllo Gioia e Emma da uno scoglio molto vicino alla riva dove felici saltellano nell'acqua e si insabbiano, tirando su tutto ciò che trovano dal mare, con un secchiello di plastica colorato. Due anni la prima e tre la seconda. Capelli ricciolini e biondi entrambe. Occhi grandi di un azzurro che intriga e ciglia lunghe. Pelle leggermente arrossata dal primo sole. Crema protettiva a schermo totale spalmata accuratamente sulle spalle.
    Sembrano due gemelle per quanto si assomigliano. Alte uguali, minute e piene di vita. Sempre allegre e complici tanto da non litigare mai, o quasi. Preferiscono scambiarsi i giochi invece di contenderseli. Abbracciarsi e darsi i baci sulle guance invece che intestardirsi con il tipico fare dei bambini gelosi che dicono “È mio! È mio!” per ogni cosa, in senso di possesso. Inevitabilmente le adoro. 
    Le guardo vigile, lievemente a distanza, nei loro micro costumi fucsia a pois, poi mi guardo anche un po' intorno, così, per ingannare il tempo.
    Ci sono diverse famiglie, due anziani che battibeccano per cose futili ma che probabilmente si amano come i primi tempi da non poter fare a meno l'uno dell'altra. Ci sono altri bambini che schiamazzano e giocano. C'è una ragazza solitaria che dà la schiena nuda al mare mentre legge un libro sul suo e-reader, con enormi occhiali da sole sul naso e un cappello da cow-girl sopra ai capelli corvini leggermente mossi dal vento.
    Nessuno si accorge di me, tranne lei. Probabilmente attratta da quello che sono: un padre single con due creature da proteggere.
    Mi osserva curiosa, forse intenerita. Probabilmente vorrebbe sapere di più sulla mia vita, sicuramente su quella che era la mia compagna: Giulia.
    Una donna allegra, risoluta, amante di me e della vita.
    Una donna che dopo il primo parto ha iniziato a dare segni di instabilità e che dopo il  secondo ha deciso di abbandonare tutto e andarsene.
    Si, abbandonare. Questo è quello che ha fatto, quando la follia ha preso il sopravvento nella sua testa.
    Ha detto che non ce la faceva, che quella non era la vita per lei e che prima non poteva saperlo ma dopo si, ne era certa e come se questo bastasse per abbandonare una famiglia, un giorno ha preso e se ne andata via, al Nord, dove pensa di avere più fortuna e di affermarsi.
    I padri single esistono, come esistono le donne che prendono e se ne vanno invece di restare.
    L'amavo Giulia anche se non ci siamo mai sposati e forse l'amo ancora ma non posso accettare quello che ha fatto. Ha spezzato tre cuori in un colpo solo, per colmare il vuoto che sentiva nel suo. È stata totalmente egoista, come non avrei mai immaginato potesse essere.
    Non tutte le donne sono nate per diventare madri e non si può far loro una colpa ma i figli quando ci sono vanno seguiti, perché non hanno chiesto di certo loro di venire al mondo.
    Crescere due corpi ancora così minuti e fragili non è semplice per me come non lo è raccontare loro di lei, mamma Giulia, la mamma più bella del mondo, dai capelli biondi che odorano di shampoo alla camomilla, dicevano in coro le piccole donne.
    Dalle mani belle da pittrice quale è e quale vuole essere, dico io.
    L'avevamo deciso insieme di avere dei figli. Volevamo completarci. Ne sentivamo il bisogno entrambi e lei era entusiasta quando aveva scoperto di essere incinta. La prima volta sicuramente. Era euforica, bella, solare.
    Passava le serate a cercare online i nomi più adatti, che poi invece sono arrivati per caso, a poche ore dal parto.
    La sua felicità comunque era contagiosa e non lasciava intendere nulla di ciò che sarebbe poi accaduto, altrimenti sarei stato il primo a sollevarla da quello che le sarebbe diventato un enorme, insormontabile peso.
    Nove mesi a coccolarla e viziarla. A portarle i cibi più insoliti, rigorosamente speziati alla cannella. Adorava la cannella. La voleva ovunque, anche nel gelato e pensare che non l'aveva mai sopportata prima!
    Le sono stato accanto il più possibile, per cercare di placare le sue insicurezze, le fragilità che probabilmente ogni donna arriva ad avere in quel momento, quando il corpo si trasforma e gli ormoni vanno in subbuglio.
    Per me era sensuale e bellissima, ancora più di sempre e non le trovavo addosso nessuno di tutti quei difetti che invece lei rimarcava nello specchio. “Sono grassa, goffa, inadatta!” diceva mentre l' aiutavo a mettere la crema su tutto il pancione e sul seno, ogni sera, per addolcirla, così preoccupata com'era per le smagliature, che a me invece non importavano affatto. Mi piaceva seguirla nel nostro percorso di amore e ci tenevo ad essere presente e attento anche nelle cose più piccole, nel curare meticolosamente i dettagli.
    Ci tenevo a vivere un po' della maternità, attraverso di lei, anche se sapevo che da uomo, ovviamente, non avrei mai potuto comprenderla in pieno. Come non ero riuscito a comprendere i suoi sbalzi d'umore, i pianti improvvisi, la tristezza ingiustificata che arrivarono in seguito. Come ugualmente non avevo potuto sentire il dolore enorme che aveva provato in ospedale quando erano cominciate le doglie e poi tutto il resto. Anche lì, avevo deciso di assistere, nonostante la consapevolezza di quello che sarebbe stato: un'esperienza forte, una di quelle che indubbiamente rimane impressa nella memoria di un uomo.
    Ricordo la sofferenza, le urla, le perle di sudore sulla fronte e sul collo, che le venivano asciugate di continuo. La presa forte della mano destra che mi trasmetteva il suo sforzo ma anche l'innato coraggio femminile.
    Ricordo il pianto della piccola quando era venuta alla luce e subito il suo sorriso, come se all'improvviso non avesse fatto nulla di così estenuante. Come se il dolore fosse svanito nell'attimo stesso in cui la pelle delicata di Gioia era arrivata a contatto con la sua, un istante prima di addormentarsi tra le braccia prima di esser portata via.
    Era stato tutto bellissimo, intenso e vivo entrambe le volte, anche se la prima era stata sicuramente la più significativa per me che non avevo mai assistito in precedenza ad una cosa del genere: al miracolo della vita.
    Purtroppo il bagliore non era durato.
    Subito dopo la nascita di Gioia, forse già dopo il primo mese, Giulia si era incupita. Non le vedevo addosso l'affetto materno che pensavo fosse invece una cosa della natura. Non le vedevo più la felicità dentro agli occhi, quella che aveva impresso nel nome di quella creatura. Si stava spegnendo, giorno dopo giorno. Una volta mi aveva detto, “io non so se ce la faccio” e poi era scoppiata in lacrime.
    Non sapevo cosa risponderle ma ero certo che ben presto le sarebbe passata e le sarebbe tornato il sorriso. Invece un anno dopo era arrivata anche Emma e le cose erano peggiorate. Non ce la faceva davvero. Ogni vagito era una pugnalata dentro al suo petto. Ogni notte passata in bianco diventava un buco nero dentro alla sua vita.
    Ero preoccupato e impotente e ad un certo punto decisi di rivolgermi, senza dirle niente per non allarmarla oltremodo, a degli specialisti per capire se si potesse trattare di 'depressione post-partum' o qualcosa di simile. Ne avevo sentito parlare ma in realtà non ne sapevo nulla e non immaginavo nemmeno che un giorno avrebbe potuto riguardare noi, lei.
    Mi spiegarono che a volte può succedere e in varie forme, più o meno gravi,  ma di solito i sintomi se ne vanno dopo pochi giorni o al massimo alcune settimane e che il mio caso, il caso di Giulia, sembrava diverso.
    Infatti lo era, era diverso e ben presto fui costretto a dover abbandonare completamente il mio ottimismo a suo riguardo. L'insofferenza, stando con noi, non le sarebbe passata.
    Quando fece le valigie non riuscivo a crederci.
    Provai a farla ragionare. “Le bambine hanno bisogno di te, Giulia e anche io! Se non mi ami più possiamo separarci, trovare una soluzione, ma da loro non puoi. Ne soffrirebbero troppo, lo capisci?”.
    Aveva di nuovo pianto ma una spiegazione non era riuscita a darmela e solo dopo la capii.
    Tutt'ora non so se al Nord ha un altro uomo ma di sicuro so che ha una nuova vita, fatta principalmente di lei. Di lavoro, ambizione, sogni e senza una vera famiglia. So che quello che vuole è questo: essere libera di scegliere ogni giorno dove essere e cosa fare. Libera di svegliarsi di notte per guardare fuori, prendere una tela qualsiasi immacolata e poi dipingere anziché accudire le bambine.
    Se penso a quanto invece a me piaccia farlo e al regalo che mi donano inconsapevolmente quelle due creature, ogni giorno e ogni notte, mi destabilizzo e allora non la comprendo e mi sale la rabbia.
    Non so se un giorno guardandosi indietro, si renderà conto di quello che ha fatto. Se le mancheremo, io, noi o solo le sue figlie e se vorrà tornare. Non so, se a quel punto, riuscirei ad accettarla ancora nella mia vita. Ma so che non lascerò mai Emma e Giulia e che potranno sempre fidarsi di me, a qualsiasi costo. Perché i padri buoni e responsabili non sono così rari come sembrano. Perché in ogni loro gesto c'è anche un po' del mio amore e questo per me racchiude in pieno la felicità.
    Torno ad avvicinarmi a loro, completamente zuppe di mare.
    Prendo ad ognuna il proprio poncho rosa di spugna con stampate sopra le immagini delle principesse e le avvolgo, poi le abbraccio entrambe sollevandole da terra, e mi arrampico sullo scoglio, per risalire, in perfetto equilibrio. I miei piedi sono radicati alla roccia per non farle cadere. Proteggerle sarà sempre il mio primo scopo nella vita.
    Mi volto un attimo e la ragazza solitaria ha di nuovo gli occhi su di me. Li noto da dietro le lenti ambrate che ora ha leggermente abbassato e le scorgo un lieve sorriso tra le labbra lucide di burro di cacao. Ha un fisico asciutto, giovane e un costume color oro che sembra fondersi con la sua pelle già abbronzata e credo perfetta.
    Non so se riuscirò ancora a fidarmi di una donna bella come lei, come Giulia, ma di una cosa sono sicuro, se quel giorno arriverà, andrò prima dalle mie muse e chiederò loro se sentiranno l'odore della maternità. Poi le bacerò, credo tutte e tre e forse mi sentirò di nuovo a casa.
     

     
  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:46
    La vita ha deciso per me

    Come comincia: Diciotto candeline lampeggiano davanti a me come a ricordarmi di essere felice.
    I diciotto segnano un traguardo, anche se per molti miei amici tutto resta uguale e continuano a fare la vita di sempre. Ad andare a scuola, al cinema, alle feste, a farsi accompagnare dai genitori, anche se di nascosto, per non farsi prendere in giro dai compagni. A frequentare le ragazze e a tornare sempre comunque a casa.
    Diventare maggiorenni per molti di loro significa prendere la patente e divertirsi. Per altri nemmeno quello. Perché ci stanno troppo comodi nelle loro famiglie e di diventare adulti non ne hanno affatto l'intenzione. Preferiscono adagiarsi in quegli anni di transito dove possono scegliere di essere grandi o piccoli all'occorrenza. E allora organizzano un'importante festa piena di amici e di colori, di patatine, tramezzini, pizzette e qualche alcolico. Se la spassano come se non ci dovesse essere un domani e poi tornano ad essere semplicemente quello che erano un giorno prima, per parecchi anni ancora. Ragazzini viziati, coccolati, felici... Invidiabili.
    Per me, che ho aspettato a lungo questo momento, non è così. Io voglio andarmene e voglio riprendermi qualcosa che mi spetta e che  nemmeno conosco.
    Voglio ribellarmi e fare quello che mi pare, lontano da tutto quello che ho sopportato e subito. Dalle persone che non sono riuscite a dimostrarmi il loro bene. Da quelle alle quali non sono riuscito a prenderlo io quel bene.
    Diciotto. Le guardo secche e ritte, conficcate sopra ad una torta al cioccolato, posizionate precise, in modo che possa contarle e poi spegnerle una ad una. Ricordandomi ogni compleanno, uno dopo l'altro come un peccato. Come una macchia sulla pelle che si espande invece di sbiadire.
    Diciotto, gli anni che sono stato senza di te e senza poter vedere il tuo viso, né avere le tue attenzioni. E diciotto senza avere quelle dell'uomo che sicuramente hai amato, amato molto e prima di me e che nemmeno è qui per la mia festa.
    Prima mi ha telefonato per farmi gli auguri e neppure mi ha chiesto come sto. Una telefonata breve arrivata da lontano, dal Brasile, la terra che ha scelto come casa per allontanarsi dai lineamenti del mio volto, così simili ai tuoi diceva e poco ai suoi. Io non ne ho idea. So solo che quando mi guardo negli occhi cerco di immaginarti ma non ci riesco perché è troppo difficile. Perché una foto stropicciata non basta per sapere tutto di te. Raramente la prendo e ti fisso. Ne ho una sola, rubata dal cassetto in quella che un tempo era camera vostra, prima che sparisse insieme alle altre. Ho scelto quella dove ci sono anch'io, perso nella tua rotondità ma è come se osservassi una persona sconosciuta e non so quello che provo. Forse perché a volte avrei bisogno addirittura del tuo odore per riuscire ad andare avanti e capire chi sono e da dove vengo e invece devo farmi bastare il mio e sono come un gattino nero abbandonato ai lati di una strada. Perso, impaurito, diverso, sfortunato. 
    Dicono che non si possa sentire la mancanza di una persona che non ci sia mai stata accanto e forse è davvero così. Allora, perché tu mi manchi tanto da farmi piangere ogni volta in segreto quando me ne vado a dormire?
    Forse perché un'infanzia con i nonni non è semplice da accettare e io con loro ci ho fatto e ci continuo a fare la guerra costantemente. Mi dicono sempre come comportarmi, quello che devo e non devo fare, quello che è giusto e quello che è sbagliato.  Di non rispondere male, di mangiare anche quello che non mi piace, di non chiudermi nella mia stanza con la musica metal ad alto volume. Di aiutarli con le faccende di casa che non sopporto. Di uscire e annoiarmi con loro. Di fare i compiti e smetterla di stare davanti al computer. Di non dire parolacce e di togliermi le scarpe appena rientro.
    Come posso ascoltarli se non ci sei stata prima tu a dirmi tutte queste cose?
    Mi implorano di avere rispetto, in merito alla loro età, alla loro saggezza. Alla  mancanza di te che ugualmente sentono anche se non eri figlia loro.
    Rispetto... Anche io ne avrei voluto, non trovi? Almeno da quell' uomo che non riesco nemmeno a chiamare per quello che è o che dovrebbe essere.
    “Ciao Luca” gli dico, “Come stai Luca?” , “Te la spassi laggiù, Luca?”
    Un tempo lo chiamavo papà, ora non ci riesco più. Non se lo merita e mi dispiace ma per te, solo per te e non per lui. Perché non condividerò mai le scelte che ha fatto. E non per la nuova donna che ha voluto accanto, perché anche se non mi piace e mai potrà riempire il vuoto che di te sento, forse è pure giusto che ci sia.
    Semplicemente perché sarebbe dovuto restare e mi avrebbe dovuto voler bene, con un'altra o da solo ma pur sempre al mio fianco, non pensi?
    Invece è scappato dal dolore, come se fosse stata colpa mia, come se io fossi incolume dalle emozioni e dalla tristezza. E mi ha lasciato qui, ancora troppo bambino, implume, indifeso e confuso, a capire come ci si comporta con la vita. La vita...
    “Dai Matteo spegni le candeline e esprimi un desiderio!”.
    Lucia mi guarda come fanno le adolescenti innamorate alla sua età, sognanti, ingenue e mi sorride sperando che oggi cambi qualcosa.
    Io le voglio bene e se le ho permesso di starmi accanto è probabilmente perché si chiama come te. È carina, con i suoi tratti gentili e i capelli lunghi biondi ma amore è una parola che ancora non riesco a comprendere.
    Anch'io ho fatto crescere i capelli, sai? Fa più figo dicono quelli del gruppo.
    Lucia dice invece che devo imparare a perdonare, me, Luca, la vita... Ma mica lo so se ci riesco.
    Lei ha due anni meno di me eppure è molto più saggia. Le femmine sono quasi sempre più sveglie e forse dovrei ascoltarla e svegliarmi anch'io ma che c'è di così bello nello stare lucidi quando la vita è così ingiusta?
    Chiedo a te, solo a te, tutte queste cose pur sapendo che sei proprio l'unica che non potrà mai rispondermi.
    Lucia mi arriva dietro adesso e mi abbraccia, poi mi dà un bacio sulla guancia e mi incoraggia a festeggiare. Sono sicuro che sta immaginando i miei pensieri tristi e vorrebbe avere il potere di mandarli via. Vorrebbe prendere un po' il tuo posto nella mia testa e nel mio cuore come invece nessuna mai potrà.
    Oggi qui, fuori dalla città, l'aria è fresca e si respira bene. Il sole illumina questo giorno e se mi affaccio vedo le montagne sporche di bianco e il cielo sfumato di azzurro. Qualità della vita la chiamano quando ci si rifugia in un ritaglio invidiabile di mondo e si scappa dal caos della grande città, eppure a me stare quassù sembra esattamente una prigione.
    A diciotto anni non si riesce a pensare alla qualità della vita ma solo alla confusione. Motorino, poi macchina, birra, amici, sigarette, notti in giro a sbagliare e incazzarsi...
    Incazzato è come mi sento ogni mattina quando mi sveglio e devo andare a scuola e devo imparare cose che non so ancora se e a cosa mi serviranno. Quando apro gli occhi assonnati, scanso i capelli ricci appiccicati sulla faccia e non ti vedo ma vedo me e non mi piaccio.
    Diciotto anni e non sapere ora cosa farne, perché non sono molti ma pesano troppo e ad ogni compleanno pesano di più e feriscono. Sanno di assenza, di anniversario ingiusto, di dolore e basta.
    Ieri Lucia mi ha dato il suo regalo in anticipo, perché anche se dicono porti sfortuna, sa che a me in realtà non me ne frega nulla. Ho aperto il pacchetto rettangolare e ho scorto un libro. Sa anche che non mi piace leggere e che probabilmente mai lo aprirò ma ha insistito perché lo tenessi.
    'Il senso della vita'. Più mi obbligano a pensarci e meno riesco a comprenderlo e tantomeno ad accettarlo.
    La vita è fatta di scelte, continuamente, ma a noi due non è stato possibile farne.
    Ha scelto lei per entrambi, dopo nove mesi di amore, di condivisione, di battiti all'unisono e canzoni ascoltate insieme, dolci, bellissime e che ora non sopporto.
    Dopo che mi hai desiderato, nutrito, aspettato e sussurrato ogni sera il tuo amore.
    Dopo che ti ho riempito di calci simpatici per avvisarti che ti sentivo e ti aspettavo anch'io. Dopo. Nell'attimo esatto in cui sono arrivato, in cui ho iniziato a piangere forte per salutarti e finalmente per rispondere a tutte le tue carezze. In quello stesso istante in cui tu già non c'eri più anche se stavi lì, immobile e zitta, sicuramente bellissima. Ferma nel tempo, in una bolla di fragilità per tutti.
    Ecco in quell'attimo ha scelto per noi. Per tutti noi ma soprattutto per me e per te che invece volevamo stare insieme.
    Un grande sforzo per avermi e una misera probabilità di non farcela, che sarebbe stato troppo grande per te e il tuo corpo esile. Eppure è andata così, lasciando tutti nello sgomento più assoluto. Tutti, compreso me anche se ancora non potevo rendermene conto. O forse si. Certe cose si percepiscono all'istante anche nei primi attimi di vita. E il calore umano anche. Quello tuo che non ho potuto avere in quel momento né mai. Quello di Luca.
    Non mi ha nemmeno preso in braccio, sai? E sono certo che mi ha odiato da quell'istante e poi non ha smesso più.
    È per questo che un senso non lo trovo.
    “Magari un giorno ti servirà, ci troverai dentro qualcosa di utile e inizierai a comprendere” dice Lucia.
    Lei mi vuole bene e so che mi aspetterà e forse davvero un giorno, da grande capirò e mi perdonerò. E perdonerò anche Luca e lo chiamerò di nuovo papà come facevo da piccolo, quando ancora non sapevo. Quando mi lasciava qualcosa di freddo sul tavolo per farmi mangiare e a me non andava perché anche il cibo aveva un sapore strano, di qualcosa che non c'era e non sarebbe mai tornato, né per me, né per lui.
    Forse crescerò e smetterò di pensare a te e comincerò a pensare a lei e farà meno male.
    La porterò in spiaggia e le dirò che il mio senso è stata lei e la ringrazierò. Forse sarà così un giorno, forse ma non oggi. Oggi è il mio diciottesimo compleanno e non ci riesco. Soffio sulle candeline con tutta la rabbia che brucia dentro e non sulla loro testa colorata e non esprimo niente perché quello che vorrei ora e ogni volta è vederti, almeno per un giorno, per una notte, per un sogno.
     
     

     

     
  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:44
    Il mio sole inaspettato

    Come comincia: La mia storia, alla fine, credo possa essere una come ce ne sono tante. Lo penso mentre, da uno scoglio bianco e liscio, osservo l’azzurro del mare che si protende verso l’infinito. Mi godo i primi tiepidi raggi di sole di inizio Maggio, con l’aria salmastra che si insinua nei polmoni aprendoli e ricordandomi che sono viva.
    Una giovane coppia d’ innamorati cammina complice, spingendo un passeggino scuro e penso a quanto mi manchino quei momenti d’infanzia irripetibili. Quelle piccole mani da stringere, quei piedini ancora morbidi da solleticare per provocare un sorriso esclusivo.
    «Mamma, mamma, mi scappa la pipì.»
    Yeraldi mi scuote con la sua estrema e ingenua vivacità.
    «Andiamo dai, svelta! Dietro a quel cespuglio!»
    L’accompagno in un angolo, nei paraggi della spiaggia, selvaggio almeno quanto lei, poi la faccio accovacciare stando attenta che non si bagni, mentre lo zampillo dirompente e puro, accoglie un angolo incolto di prato.
    Quando torniamo al sole mi rendo conto che non potrò mai avere la sua pelle, quell’incarnato intenso che mi riporta felicemente alla sua terra, a quel giorno ormai lontano, in cui andavo a prenderla, a toglierla dall’ingiustizia della sua vita scomoda.
    Dopo un po’ una nuvola sfacciata arriva a fare ombra su di me e sui miei pensieri e mi ravvisa di quanto nulla nella vita si possa dare per scontato, nemmeno quello che di più naturale ci possa essere, come ad esempio la maternità.
    Cinque anni dietro ai gesti più semplici dell’amore, per completare un dipinto con quel tocco di colore mancante, semplice eppure fondamentale.
    Cinque anni a dirmi, abbracciata a mio marito, che prima o poi quel fiore sarebbe sbocciato e cresciuto dentro di me. A completarci, a stringere un nodo, a chiudere il cerchio della famiglia. Poi una presa di coscienza verso la realtà, verso quell’ingranaggio rotto che non avrebbe potuto forse mai accogliere un embrione: il mio utero.
    Esami, visite, responsi a volte troppo superficiali. Soldi e giornate in attesa negli ambulatori. Un intervento per ridarmi una possibilità, un nuovo utero non più ‘difettoso’. In seguito un’ inseminazione di ben tre piccoli embrioni e poi finalmente un ritardo, il primo e credo anche l’ultimo della mia vita. Quello che aveva acceso una speranza e che per poco invece arrivava a togliermi tutto. Un’ emorragia  per un quasi invisibile corpo apparentemente scomparso dentro al mio, del quale non sentivo assolutamente la presenza. Un ricovero d’urgenza e tanta paura.
    Insomma, per avere una nuova fragile vita dentro, stavo per perdere la mia.
    Sono stati in quegli attimi di dolore e di spavento, che ho pensato di dovermi arrendere, di dover accettare il corso della mia natura sterile.
    Avevo fatto tutto il possibile per non avere rimpianti e non ne avevo. Infondo mi sentivo tranquilla ed era arrivato semplicemente il momento di cambiare prospettiva e andare avanti, senza darsi colpe, senza chiedersi troppe spiegazioni né pretendere altro. Accanirsi su qualcosa che non va come vorremmo, forse non è giusto e probabilmente ora mi piace anche pensare che tutto abbia avuto un senso. Che quello che ci viene tolto, in realtà serva per creare un nuovo varco dove accogliere qualcosa di importante, di cui magari non ne conosciamo nemmeno l’esistenza. E questo pensiero arriva a rafforzarsi dentro di me proprio in quei giorni, dopo tutto quel sangue, quella delusione, quel rammarico per un ennesimo tentativo illusorio fallito. Dopo aver visto mia madre piangere. La sua preoccupazione infinita e quella di mio marito. Ma soprattutto quando era arrivata quella chiamata a cui forse nemmeno pensavo più. Quella che cambiò magicamente la mia vita, stravolgendola ma sicuramente riempiendola di gioia.
    «È tutto pronto per poter fare l’abbinamento, la sua domanda è stata accolta. Potete partire per Panama a conoscere la bambina, quando volete.»
    Il tempo di rimettermi in forze e sarei stata subito pronta ad intraprendere una nuova avventura e di vincerla. Non vedevo l’ora di conoscere quella bambina sfortunata e di poterle regalare un nuovo futuro, che per incanto sarebbe stato migliore anche per me.
    Descrivere quello che provai quando la vidi la prima volta, non è possibile. Le avrei voluto trasmettere in un istante tutta la mia storia, la mia vita, persino il mio sangue per legarla a me e donarle il mio affetto. Avrei voluto subito che imparasse a fidarsi come se l’avessi tenuta dentro e le avessi trasmesso quel calore unico tra madre e figlia. Come se un cordone ombelicale ci avesse unite e avesse parlato per noi il linguaggio segreto della natura.
    Non è stato semplice, ma ce l’ho messa tutta e, adesso quando mi stringe, credo di esserci riuscita.
    Dietro una cosa apparentemente brutta c’è sempre la speranza di un  inaspettato sole pronto a fare capolino e a scaldarci nel momento più opportuno e io so che quella speranza infondo non l’ ho mai abbandonata.
    Mi ci sono aggrappata per andare avanti, cavalcando ogni sconfitta.
    Alla fine, ho lasciato al destino la possibilità di scegliere per me e, ora quando guardo Yeraldi, così forte, così intelligente, così bella e soprattutto così felice, so che non avrebbe potuto donarmi di meglio.
    Io e lei ci completiamo e quel vuoto che avvertivo prima di abbracciare il suo corpo minuto e apparentemente fragile, di appena due anni, si è dissolto all’istante facendomi sentire subito un’ottima madre. Indubbiamente al posto giusto.
    Avrei voluto partorirla quella creatura, certo, ma ogni volta che mi chiama ‘mamma’ e mi guarda con i suoi occhi allungati come semi, sento che è davvero come se l’avessi fatto.
    Mi torna la fierezza di quella mia scelta dell’adozione. Mi torna l’orgoglio del mio coraggio in un momento così difficile e della pazienza di tutti quei fogli da compilare e delle attese infinite e sicuramente estenuanti, prima di arrivare a lei: il colore speciale del mio quadro.
    Ora so, quando danziamo insieme, che non arrendersi alle difficoltà della vita può significare molto per noi e può regalarci un presente migliore.
    Yeraldi è la mia piccola donna e quando la guardo crescere penso che vorrei ancora la sua infanzia, almeno un’altra o forse mille volte.
    Vorrei che non mi chiedesse mai chi sia la sua reale madre e come mai sia stata abbandonata ma so che un giorno questo potrebbe accadere. Lei diventerà grande e vorrà sapere di più. Forse vorrà scavare e tornare indietro, a quel tempo, prima di me, prima di noi due insieme e so che dovrò essere pronta anche a questo. A lasciarla andare se vorrà, verso le sue radici lontane, ma in cuor mio credo che una parte segreta, si auguri che questo non accada e che il mio amore per lei sia sufficiente a riempirle anche quella curiosità, a farmi sentire davvero di aver fatto il possibile per lei come ogni genitore infondo può e vuole auspicarsi.
     
     
     

     
  • 17 aprile 2014 alle ore 22:46
    LETTERA

    Come comincia: «Antonella, o Nella come amava farsi chiamare, non sopportava il rumore della sveglia.
    Il suono stridulo, il più forte ed insopportabile che avesse mai ascoltato, sopraggiungeva all’improvviso ad interromperle la storia di un sogno, una qualsiasi storia della quale non avrebbe mai saputo il finale. Anche questo la infastidiva.
    Avrebbe voluto alzarsi e romperla una volta per tutte. Ma si girava semplicemente per cercarla e pigiare quell’odioso tasto di stop. «Ne comprerò una nuova un giorno e tu sai bene la fine che ti aspetta…» diceva a se stessa mentre infilava le pantofole ai piedi. Poi accendeva il computer prima ancora di andare a preparare il caffè. Era ansiosa di vedere se il suo amato Idag le avesse risposto. Intendiamoci bene, amato in senso metaforico, considerato che Nella non aveva nessuna intenzione di metter su una relazione seria, almeno per il momento.
    Il suo amore per Idag era lo stesso che aveva per i gatti, colmo di identica tenerezza per qualcuno che, a suo dire, aveva bisogno di un sostegno, qualcuno che fosse capace di dimostrare di esserci, veramente.
    Era un’idealista Nella, altro se lo era. Ma questa parte di se era nascosta al resto del mondo, alla maggior parte del mondo, quello che avrebbe incrociato di li a poco, fatto di visi anonimi, di gesti ripetitivi, di sguardi stupidi ed interessati.
    Idag stava li, dentro ad un pc, ed era il suo tramite verso ambizioni perdute, sogni infranti, amori impossibili.
    Quante volte era ricaduta e si era ripresa? Non lo ricordava nemmeno più. Quante volte si era detta: «Basta. Da domani si ricomincia?!»
    Eppure sentiva dentro di se l’energia inesauribile di chi vuole credere che un sogno possa trasformarsi in realtà.
    Spesso le veniva in mente una vignetta in cui Charlie Brown assiste ad un incontro di baseball. Nel corso della partita viene battuto un fuori campo e, incredibile, la palla gli si avvicina a velocità inaudita. Charlie, il buon vecchio Charlie, alza il braccio e blocca la palla con una sicurezza che certamente non è mai stata sua. Mentre si stupisce della sua presa, dal campo si sente la voce dell’allenatore che urla «Ingaggiate quel ragazzo».
    Ecco com’era Nella, ma lei non lo sapeva.
    Mentre il caffè iniziava ad uscire con il noto ribollio, la posta elettronica mostrava la presenza di un nuovo messaggio: era Idag.
    Corse a versarsi il caffè e a prendere le sigarette. Non avrebbe mai interrotto la lettura di una risposta tanto attesa.
    La mail così diceva:
    «Cara Antonella,
    certo non avrei pensato che alla mia età ancora qualcuno, o qualcuna, potesse raggiungermi per girovagare, o giocare, con quella parte di me così nascosta, da essere a volte sconosciuta a me stesso.
    È vero quello che ti ho scritto, che uno stimolo non può venire da dentro se il pensiero ti dice che tutto è compiuto, che quindi nulla di originale potrà mai nascere in tutto l’umano futuro. Ma questa notte, mentre meditavo sulle tue parole e su di me, mi sono reso conto di aver sbagliato a dire ciò che ho detto, a scrivere così ciò che realmente pensavo allora.
    Ma vedi Antonella, non dico questo perché tra le persone che mi hanno letto ci sei anche tu, che dall’alto della tua sensibilità hai vissuto, ed interpretato, e rielaborato il mio pensiero. Dico questo perché il pensiero cambia, come le trame dei libri. Oggi è una storia domani un’altra. Ognuno di noi è ciò che è, nel momento in cui manifesta se stesso. Dopo un secondo, un’ora, un anno, è una persona diversa, che pensa diversamente, che elabora diversamente perché tutto si modifica ed ogni cosa si evolve.
    Tu hai ventisei anni e non puoi far tue mie idee, che strisciano lentamente sotto il peso di ciò che è stata la mia vita, la mia personalissima storia.
    Devi scrivere la tua storia. E alla tua età non sempre fa bene ascoltare parole come quelle che ho scritto.
    Io non sono poi tanto speciale come tu mi descrivi. Faccio una vita come la possono fare tutti e, probabilmente, se mi vedessi rimarresti delusa. Si, delusa. Ma non parlo del mio aspetto fisico o della sovente mancata corrispondenza con il suono che dona una voce. Rimarresti delusa perché infrangeresti la bolla in cui galleggia il tuo sogno. Parlo dell’immaginario che è in noi, di quelle sensazioni che ci esaltano, e ci sostengono, aiutandoci a vivere.
    Questo io oggi sono per te e te lo dico in nome della tenerezza con cui le tue parole mi hanno segnato, affinché le prospettive di una donna, all’alba della vita, varchino la soglia del locale dove ti rechi ogni mattina, per ridiscendere in un mondo reale, in cui si concretizzi ciò in cui credi.
    Ed io, in questo senso, forse, non ti ho aiutata. Scusami.
    Con grande e tenero affetto.
    Idag.»
     
     
     

     
  • 16 aprile 2014 alle ore 22:11
    Tu ci credi nel destino?

    Come comincia: «Annie si guardava il palmo della mano sinistra. Lo chiudeva. Lo riapriva e guardava le linee più o meno profonde. Le avevano contemplato in molti quel palmo. E qualcuno di eccessivamente speciale ci aveva visto dentro un intero mondo, di avventure e grandi vittorie.
    Quel qualcuno le aveva realizzato tanti sogni. Tutti in una riga indelebile. Le aveva vinto le guerre dopo avergliele predette. Le aveva regalato una lunga vita e così tanti sorrisi da rendergliela perlomeno serena, quanto accettabile.

    Lei guardava il palmo ogni giorno e proseguiva la sua vita a puntate.
    Si incrociava con i dispiaceri. Si buttava a terra. Poi ripensava a quel destino e piano piano riusciva a tirarsi su. Infondo era stato predetto quindi non poteva che rialzarsi.
    Incrociava le pene nei vicoli e guardandole fiera negli occhi le affrontava senza alcun timore.
    Poteva tramutare il cielo in un tappeto di stelle accese. Poteva riempire i bicchieri mezzi vuoti con i colori della gioia. Riusciva a fare tutto, semplicemente osservandosi la piccola mano incancellabile.
    Annie, ragazza fragile, nessuno le aveva predetto il futuro. Quella persona dal cuore amico le aveva solo ridato fiducia. Le aveva avvolto l’insicurezza del suo respiro con un fazzoletto di linee trionfanti. Il resto lo stava compiendo semplicemente da sola.»

     
  • 16 aprile 2014 alle ore 22:09
    Bambina utopica

    Come comincia: «Ciao. Sono la bambina seduta sul muretto di pietre piene di sguardi e sto osservando le stelle. Sono la bambina utopica dei tuoi pensieri nel buio. Loro si sono uniti alle danze tenendosi per mano. Hanno labbra uguali appoggiate agli stessi bordi sottili, di calici pieni di vino vermiglio. Si sono uniti alle danze a colpi di tamburo borioso anche stanotte, per la loro festa senza stanchezza. Ti hanno già parlato di prolificazione infinita. Vogliono tenere in piedi un mondo che sta già cadendo a pezzi da troppo tempo. Lo vogliono rendere immortale. Un’ invulnerabilità rabbiosa direi.
    Parlano di aborti e peccati. Di salvezza per vite innocenti. Di votazioni da dare in base a riferimenti del tutto instabili. Soggettivi di ogni male misantropo. Ma sanno quale sia l’aborto più colpevole? È proprio la vita. La vita di chi viene messo al mondo e poi lasciato lì a non comprendere. Pieno di colpe cicliche che si rigenerano in un misero non agire.
    Sono la bambina della bambina.
    Partoriscimi solo se saprai parlarmi di ciò che ti chiederò. Raccontarmi favole di cui conosci il vero lieto fine. Vestirmi di sogno che colora i miei capelli. Se puoi. Oppure non crearmi. Lasciami qui. In un utopico pensiero di vita, dentro al tuo ventre. Scaccialo. 
    Devi pensare prima a te stessa bambina dai lunghi capelli pieni di perché.
    Non sei pronta per un altro corpo che ha freddo. Non hai spazio a sufficienza per asciugare altre lacrime. Non potrai tapparmi la bocca quando griderò forte.
    Non ho sonno stanotte. Non ne avrò domani. Cancellami se non sai dirmi quale sia la strada. Se sai già di non poter riempire di zucchero le mie domande. Agrodolce dei pensieri malsani.
    Lasciami e vivi la tua vita fino alla fine, meglio che puoi. Te lo chiedo mentre dormi rannicchiata fra le tue braccia. Da questo mio muretto. Così che al tuo risveglio io non ci sia già più. Ti voglio bene mamma e ricorda che lo sto facendo per entrambe. Questa è la salvezza. La più sincera di tutte. In mezzo a verità raccontate vigliaccamente. Non permettere che altri occhi vedano. Che altri cuori si intorpidiscano. Altre menti impazziscono. Altra pelle venga auto lacerata. E così sia.»

     
  • 16 aprile 2014 alle ore 22:07
    Ricomincio dalla Bellydance

    Come comincia: Leda guardava le pagine bianche del suo quaderno in cerca di un'ispirazione.
    In alto aveva scritto il tema del concorso: «L'inizio», ma più ci pensava più le si presentava davanti sempre e solo la fine.
    La fine di ogni sua scelta. La fine della scuola, quando aveva deciso di abbandonare gli studi, la fine del lavoro che aveva appena perso, la fine della sua amicizia storica con Patty e soprattutto la fine recente del suo matrimonio.
    Appena chiudeva gli occhi, rivedeva quelli di Ringo, con le venature rosse e la rabbia di un forsennato.
    Rivedeva le botte, le mani bellissime che diventavano enormi e violente contro la sua faccia.
    Rivedeva quell'ultimo giorno orrendo, dove lui aveva tentato di ucciderla, preso da un ennesimo estremo raptus di gelosia.
    Ringo era stato, il primo, l'ultimo e anche l'unico uomo che avesse amato e poi sposato.
    L'aveva conosciuto d'estate ad una festa in riva al mare qualche anno addietro, una serata di quelle alle quali di solito non partecipava, fatte di ragazzi, musica, alcol e molta euforia.
    Non ricordava nemmeno perché avesse deciso quella sera di uscire.
    Aveva indossato un vestito carino, bianco e blu a righe, un pò stile marinaretta, arruffato i capelli per renderli più gonfi e sentirsi più interessante e un paio di sandali con il tacco, decisamente scomodi per una festa in spiaggia.
    Era single da troppo poco tempo per volersi impegnare nuovamente con qualcuno e non era certo uscita per rimorchiare ma si sa che quando meno te lo aspetti le cose accadono e soprattutto quando ti prefissi di non farle assolutamente accadere.
    Si era messa in disparte, col suo bicchiere di Mojito in mano che le faceva girare appena la testa e si rilassava.
    Ringo era arrivato proprio in quel suo momento di assenza. Le si era seduto accanto e, in un batter d'occhio, aveva attaccato bottone e non l'aveva più lasciata andar via.
    L'amore è così, un colpo di fulmine in una serata apparentemente uguale a tante altre, che ti rapisce senza avere il tempo di accorgertene ma Leda aveva dimenticato tutto questo: il batticuore, la bellezza di quel sentimento rosa ed il fruscio delle onde che cullavano quel momento e custodivano quel ricordo.
    Lei ormai era solamente un contenitore di paure e delusione.
    Se ne stava lì, sul marciapiede di cemento, con lo sguardo fisso a centrare il vuoto.
    I passanti la osservavano con una certa pena, così minuta e dagli occhi infossati e stanchi ma lei nemmeno se ne accorgeva.
    Poi ad un tratto una mano le arrivava contro, a distrarla, insieme ad uno di quei sorrisi che non ricordava più.
    «Hey, posso lasciarti questo? Se vuoi, stasera puoi venire da noi per provare, la prima lezione è sempre gratuita. Ciao, ciao.»
    Leda non rispose, forse sorrise, mentre afferrava distrattamente il volantino.
    Quella ragazza le aveva interrotto i ricordi tristi e avvizziti con quel suo look tutt'altro che femminile e non capiva se dispiacersene o meno.
    Aveva i capelli corti, scuri, un pò spettinati e un piercing piccolissimo spostato a destra sopra il labbro superiore, come a simulare un piccolo neo d'argento.
    I jeans larghi a vita bassa ed una maglietta nera con su scritto «Peace & Love» come una beffa della sorte che le si presentava per deriderla.
    «Si, proprio pace e amore, che grande utopia!» pensò e rapidamente, mossa da una certa irritazione, accartocciò il volantino e fece per tirarglielo dietro, poi si fermò.
    Infondo non c'entrava niente quella ragazzina brillante col suo umore nero e la sua devastazione e fare qualcosa di nuovo, invece di crogiolarsi con gli inganni del passato, non sarebbe stato affatto un errore.
    Riaprì il pezzo di carta ormai tutto spiegazzato e ci appiccicò il chewing-gum, che teneva in bocca da più di mezz'ora, proprio nel mezzo.
    Fu in quel momento che notò la pancia nuda della ragazza in foto, nemmeno a farlo apposta le aveva centravo con la gomma l'ombelico.
    Spostò lo sguardo sulla scritta :
    «Balla che ti passa. La danza del ventre ti allunga la vita!»
    Una seconda beffa.
    La vita le sembrava già insopportabile così, figuriamoci volerla allungare eppure, una strana inconfessabile curiosità, le si era mossa dentro.
    Piegò il foglietto e lo chiuse nel quaderno poi si tirò su avvertendo un leggero mancamento.
    Era piccolissima, i capelli sbiaditi a coprirle quasi tutta la faccia e un'aria davvero triste.
    Sospirò un attimo poi si avviò lentamente verso casa.
    L'aria era fresca ed iniziava a scendere la sera.
    Una volta a casa si rese conto di quanto fosse sola ed annoiata.
    Non aveva voglia di mangiare, di scrivere, né tanto meno di dormire.
    Afferrò «Vanity Fair», la sua rivista preferita, ed iniziò a leggere articoli qua e là.
    «Se gli uomini mentono», si soffermò proprio su quella recensione di un libro, inevitabilmente attratta dal titolo, che narrava di uomini in cerca di sesso nei siti d'incontri.
    Uomini che in chat barano sull'età, sulla posizione sociale, sulla loro fisicità. Maschi che cercano di abbordare nella maniera più semplice: mentendo.
    Ringo l'aveva abbordata allo stesso modo, ma non da dietro uno schermo, bensì su una spiaggia. L'aveva sedotta con il suo fascino e non le aveva nascosto né l'età, né la posizione sociale bensì una relazione parallela.
    Chiuse il giornale, riprese il volantino e guardò la via della scuola. Era a pochi metri da casa sua e farci un salto le avrebbe magari regalato  un po' di sonno e allontanato i ricordi persistenti sulla fine della sua relazione.
    Quando entrò e vide la sua immagine riflessa nell'enorme parete di specchi, ebbe un improvviso senso di sconforto, come un irreparabile ripensamento.
    Stava per fare dietro front quando riconobbe la ragazzina col piercing.
    Era seduta a terra, sopra un tappetino azzurro con le gambe divaricate che sembrava dovesse spaccarsi a metà e a tratti tendeva il corpo verso la gamba destra, a tratti verso la sinistra e alla fine in avanti con la schiena completamente tesa ed il mento quasi a toccare per terra.
    Tutto questo riusciva a farlo con una naturalezza impressionante, flessibile come un elastico da bungee-jumping e un pò di invidia la faceva.
    Quando la vide impalata lì a pochi metri dalla porta, che la scrutava stupita, subito le sorrise e le fece cenno di avvicinarsi.
    «Ciao, scusami… è che… sei così brava.»
    «Grazie. Anni di allenamento e passione. Da piccola impazzivo per la ginnastica artistica e come vedi, qualcosa mi è rimasto.»
    Leda sorrise e non disse nulla.
    «Comunque piacere, io sono Maya.»
    Maya le tese la mano e in contemporanea si tirò su per presentarsi a modo.
    «Piacere mio, Leda.»
    «Bel nome. Mi piace e ancor più mi piace che tu sia venuta. Il mio lavoro di volantinaggio non è andato del tutto perso.»
    Maya fece una buffa risata poi rimise a posto il tappetino.
    Non aveva più voglia di fare stretching e poi la lezione stava per cominciare.
    «E' la prima volta che danzi?»
    «Si, beh diciamo che sono qui solo per guardare, in realtà non danzerò.»
    «Ma dai! Qua non si guarda, si balla! E tu non farai eccezione!»
    Leda ebbe uno dei suoi soliti attacchi di ansia e se lo sentì tutto salire nello stomaco, ma cercò di far finta di niente.
    «Scusa ma sei tu l'insegnante?»
    «Io? Eh magari, mi piacerebbe, ma no, non sono io, la nostra super danzatrice sta per arrivare, vedrai ti piacerà.»
    Non fece in tempo a finire la frase che dal retro sbucò una ragazza che sembrava un angelo vestito di strass.
    «Allora ragazze iniziamo?»
    Entrò sorridente poi si girò verso di lei compiaciuta.
    «Ciao, sei venuta per la prova?»
    «Beh si , vorrei solo guardare.»
    «Guardare non è consentito, sei qui ormai devi provare, ti divertirai, non preoccuparti.»
    «Ma io veramente…non ho nemmeno i vestiti adatti», farfugliò titubante.
    Leda, in effetti, era uscita di casa senza preoccuparsi dell'abbigliamento ma aveva un pantacollant ed una gonna corta di jeans, con sopra una maglietta viola aderente, e sarebbe andato benissimo.
    L'insegnante infatti la guardò un attimo e la incitò nuovamente a non tirarsi indietro.
    «Togli la gonna e le scarpe e sei pronta.»
    Ormai non aveva scampo e poi sarebbe stato più imbarazzante restarsene lì imbambolata e con tanti occhi puntati contro, così si sfilò gonna e scarpe e si mise dietro a Maya.
    La lezione iniziava e con essa anche la sua nuova vita, perché, anche se ancora non lo capiva, la danza le avrebbe ridato ben presto la carica per ricominciare, nonché un buon tema per il suo concorso.

    Nadia Nunzi ©

     
  • 15 aprile 2014 alle ore 8:44
    Occhi di Cielo&Stelle

    Come comincia: (...) «I giorni stavano scorrendo col solito ritmo sempre uguale.
    Erano mesi. Forse anni che era così. Così tutto senza novità.
    La biografia era rimasta nei fogli fermi senza variare. Assopita.
    Nives non si era dimenticata di lei. No. Aveva solo spostato la testa su qualcosa di più vivo. Di più urgente di se stessa, che non voleva soffiasse via.
     
    Le note di quella mattina sostituivano la loro dolcezza con l’antipatia per chi non ha voglia di alzarsi.
    Aveva fatto tardi spesso e per di più si sentiva parecchio spaesata. Un po’ giù di morale. Non sarebbe andata a lavoro se avesse potuto. Ma lei non ne era il tipo. Non sgarrava mai quando aveva un impegno.
    Si era tirata fuori da sotto le coperte. A passi svelti era corsa in bagno con i vestiti raccolti da terra e si era preparata con la schiena attaccata al radiatore. Soffriva molto il freddo e uscire d’inverno, se non per andare a guardare il mare, non le piaceva particolarmente.
     
    Con gli occhi pieni di sonno era uscita e si era diretta a lavoro.
    Aveva portato con sé anche le parole del suo amato notturno. Aveva acceso il computer senza resistere. L’aveva cercato di nuovo timida. Con un occhio aperto e uno chiuso ed il viso di traverso di chi vuole vedere e non vedere e l’aveva trovato lì. Il suo piccolo desiderio si era avverato e aveva trascorso la notte con lui. Davanti allo schermo luminoso e alla sua voce cupa.
    Il cuore le dava un palpito distinto ogni volta che incrociava quel nomignolo. Per un attimo. Poi il ritmo tornava alla normalità. Lo aveva osservato e ascoltato tanto. Lentamente. Cercando di capire. Capire lui e allo stesso tempo capire se stessa. Di nuovo.
    Non era molto eloquente, spesso sfuggevole e lei, aveva conservato tutto il suo dire, non solo nella mente, ma su carta, salvando i file dal computer. Li aveva stampati e lo rileggeva come una terapia forse malsana, ripercorrendone le scene.
     
    «Ciao Cielo. Disturbo?»
    «No, ti aspettavo piccola. »
    «Speravo di trovarti. Ho voglia di sapere di te. Ancora. Mi dicevi che sei uno scrittore e poi...?»
    «Sì, uno scrittore. Uno che ha fatto soldi con i suoi testi quando altra gente moriva di fame. Uno che ha detto tanto e che non ha intenzione ora di scrivere il nulla.»
    «Sono giorni che penso a questa strana coincidenza di noi. Del nostro scrivere.»
    «Non è poi così strana. Una brava scrittrice è sicuramente anche molto attenta agli altri. Più sensibile. Disposta ad ascoltare. A riconoscere.»
    «Sto scrivendo proprio in questi giorni una specie di biografia. Magari te la mando così mi dici cosa ne pensi.»
    «Volentieri. Appena l’avrai finita sarò qui a leggerla con piacere.»
     
    Nives era stata curiosa quella notte. Avrebbe voluto sapere e chiedere molto ma allo stesso tempo non voleva essere indiscreta. La affascinavano quelle parole e non se lo spiegava.
    Aveva sempre dato ascolto al suo istinto un po’ stregato. Viveva di quello. Trascinata dal filo delle sensazioni buone. Quell’uomo le trasmetteva tanto e lei non voleva perdersi nemmeno le briciole. Andava a caccia di vissuto. Alla continua ricerca di un qualcosa di vero da condividere.
    L’incontro dei nomi. La casualità della loro stessa passione che era divenuta parte indispensabile di vita. Uno scrittore famoso. La curiosità cresceva.
    Quel nick poteva essere la maschera scura di chiunque eppure lei sapeva che non le stava mentendo.
    «Cielo. Cosa fai nelle tue giornate ora?»
    «Oh beh, ora che ho un mare di tempo libero posso fare molto. Come ad esempio tenere compagnia alla mia solitudine. Sai, è diversa da come ne parlano. Quando si è giovani, si ha un estremo bisogno di farsi capire, anche solo per uno sfogo del proprio ego. Poi ci si rende conto che gli altri sono, quasi sempre, solo un bagaglio inutile da portarsi dietro e si rallenta. Si riflette. Come faccio io, senza più accanimento. Ora vivo di rendita e non ho bisogno di cercare nessun editore per pubblicare. Eppure il vuoto mi sovrasta. Arrivati alla fine ci si rende conto che nulla è servito a riempire quel vuoto che la vita ti offre. Che la felicità che si cerca all’esterno in ogni cosa, non si può trovare in quelle cose stesse.»
     
     
    Nives aveva i lineamenti fermi. Rileggeva quelle tracce e una silenziosa lacrima le percorreva la guancia.
    Non riusciva a non farsi colpire da quella mestizia infinita d’animo.
    Non aveva mai incrociato gli occhi di quella persona né ne aveva mai fatto specchio del suo sorriso eppure era riuscita involontariamente a prenderne la dolcezza e la malinconia. Quasi magicamente.
    Sarebbe stata la sua amica speciale. Questo era certo e avrebbe provato a regalargli ancora qualcosa di bello anche se per pochi momenti.
     
    «Sei una persona molto dolce. Si nota sai, la tua sofferenza di vita, di cui trascini appresso le cicatrici stanche. Forse potrò capire molte cose solo nel tempo. Con l’avanzare della mia età. Eppure adesso non posso fare a meno di vivere anche con gli occhi degli altri. È nel mio carattere. Sembra un pregio ma questa sensibilità riesce a rendermi ancora più triste e complicata di quanto non lo sia già. Proprio come la felicità di cui parli. Forse non si può raggiungere nemmeno in mezzo a tutti i desideri esauditi dalle stelle cadenti. Forse perché la felicità è continua ricerca e continua insoddisfazione. Forse perché la felicità è arrivare senza la consapevolezza che all'arrivo non è cambiato nulla o semplicemente la ragione sta nei pensieri di certi sciamani che illustrano libri, dicendo di non desiderare. Che il segreto sta in quello e noi invece non ne siamo capaci. Forse perché la solitudine dà spazi e tempo ma toglie sicuramente dell'altro.»
    «Piccola. Il tempo scorre, lo fa sempre, alla fine sostituisce il dolore con la rassegnazione. Non è poi così drammatico. Non rifletterci.
    Ora ti lascio. I miei occhi stanchi chiedono riposo. Non sono più abituato a stare in piedi a lungo. E pensare che all’inizio era proprio la notte la mia compagna. Quando avevo pagine e pagine da riempire. Quando anche il dialogo degli uccelli mi sembrava cosa da dover fermare sui miei blocchi bianchi come un bisogno irrefrenabile.
    Buonanotte a presto.»
    «Non andare...»
     
    Cielo&Stelle si era sconnesso.
     
    Non era stato facile prendere sonno dopo quelle frasi.
    Aveva provato tenerezza per quella persona fragile da proteggere quasi quanto se stessa ma la distanza abissale di anni che li separava e che aveva avvertito le lasciava il lato più brutto.
    I suoi sogni erano gli arrivi di lui, le sue delusioni in un certo senso e questo non poteva che farle male.
     
    Ci aveva messo una vita Nives per accettarsi.
    Una vita a trasformare l’odio verso un mondo che non poteva cambiare, in pensiero positivo.
    Lei era stata la ragazza ribelle vista in tanti film. Dai tatuaggi facili. Era stata la bambina che aveva perso Dio nella sua crescita come si può perdere la bambola più cara in un pozzo buio e profondo, poi il treno della sua irrequieta rabbia mista a voglia di distruggere tutto compresa se stessa, ad un certo punto aveva rallentato. Senza un preciso motivo. Solo per uno scorrere di vita. E si era ripresa fra le braccia. A fatica ma con dolcezza. Forse perché aveva capito che doveva cercare prima dentro sé, quella libertà tanto desiderata. Prima che in ogni altro luogo. Aveva accettato i colori oltre al nero assoluto. Era riuscita ad amare anche il sole col suo calore a scaldarle la pelle oltre che alle tenebre
    ed ora aveva nuovamente il pedale dell’acceleratore premuto. Si stava trovando pericolosamente davanti ad un pensiero instabile.
    Di nuovo si trovava ad aggiungere domande al questionario già avviato della sua vita. Perché quel fantasma era apparso e le stava spifferando tutto in questo modo da sotto le lenzuola bianche? Perché? Non capiva. Non avrebbe voluto ascoltarlo più, perché la tristezza è un contagio appiccicoso come miele acerbo, eppure non riusciva a non farci caso. A non cercarlo negli armadi di notte.
     
     
    Sono un’anima dispersa tra i fili di una maglia tessuta con l’infelicità. Questo le aveva detto tra una frase rassicurante ed un’altra e lei si era commossa. Perché si sentiva uguale, nonostante tutto. Così in lotta con se stesso. Così vinto eppure ugualmente rasserenante e Nieves aveva tirato fuori la sua parte sensibile. L’essere debole in un ritratto di una diversa fragilità eppure così alla pari.
    Aveva sempre avuto lacrime semplici. Ogni parola detta in tono severo era un’offesa per lei. Ogni parola scritta invece con dolcezza era motivo di emozione.
    Era per questo che finiva sempre col farsi male.
    In quell’uomo aveva scoperto una doppia lama.
    Si affliggeva con lui ma voleva stargli accanto. Voleva essere la sua compagna speciale. La sua piccola dal cuore immenso che poteva fargli nascere nuovi sorrisi stanchi, nonostante temesse di ricadere.
     
     
    Così si era immersa nel suo essere. Era entrata di nascosto nell’abitazione e lo osservava da dietro.
    Ne percorreva i contorni con le dita. Sfiorava le sue spalle un po’ curve senza farsi accorgere. Leggera. Era un respiro infiltrato. Poteva vederla quella maglia, addosso, pesante. Intrisa di pene. Di gente venuta a mancare all’improvviso. Magari nell’ingiustizia di una guerra piena di sangue che non lascia il tempo di agire.
    Se si fosse voltato lento, con i movimenti faticosi degli anni e degli acciacchi, sarebbe riuscita a leggergli gli occhi scuri, piccoli, piccolissimi, con tutti i tormenti della sua esistenza.
    Avrebbe visto le macchie sulla pelle. Le rughe profonde. Ma allo stesso tempo delicate come lui.
    Ne prendeva solo un’angolazione. Quella di spalle. Senza disturbarlo. Lui intento a scrivere e leggere ancora. Proprio come lei. Su una grande poltrona.
    Era una penombra quella figura gracile. Illuminata soltanto da una piccola lampada antica sulla scrivania.
    Libri sugli scaffali. Libri a terra. Polvere muta. Eppure odore di borotalco. Di profumo buono come quello di un bambino indifeso.
    Così era. Stava tornando indietro in un conto alla rovescia. Stava quasi immobile a contemplare la clessidra che scorre nella sua sabbia senza aspettare.
    Gli avrebbe voluto prendere la mano per fargli sapere che lei era lì. Che lo avrebbe ascoltato. Che gli avrebbe regalato ancora qualcosa o forse solo qualche sorriso timido nell’attesa, ma non poteva. Non poteva raggiungerlo. Non poteva guardarlo negli occhi persi nel viso magro. Solo restare lì a seguirne il contorno e le increspature per chissà quanto ancora.
     
    Poi rinveniva.
    Era scorso un round di pochi attimi. Come un’Alice che si perde nel suo paese delle meraviglie ma in mezzo ad una strada. Con i fogli in mano e le ciglia lucide. A proteggerle gli sguardi. Con le auto davanti improvvisamente chiassose. Con l’aria fredda del mattino e la mente persa in un sogno. Osservava tutto farsi sempre più vivo. Più forte. Fastidioso. Poi raccoglieva se stessa. Piegava in quattro quelle copie e riprendeva rapida il suo passo interrotto, per avviarsi verso lo stabile.»(...)