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Poesie di Paolo Secondini

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  • 20 aprile 2007
    A mio padre

    E quando, padre, alzavi la voce
    con durezza, forse ti odiavo:
    odiavo colui che precludeva
    al mio volere il libero fluire,
    e non potevo altro che opporre
    ai tuoi comandi il mio mutismo
    iroso, sentendomi privato
    di un diritto, defraudato.

    Per strano caso, ora che manchi,
    i tuoi rimbrotti vedono me
    gridarli a loro, i miei figli,
    più testardi e ribelli di quanto
    io non fossi. E comprendo
    come avevi ragione,
    quanto amore ispirasse
    la tua voce, le tue false minacce.
    Non odio, né rancore!…
    In me, padre, ritrovo te stesso.

  • Dormivi di giorno,
    vestito,
    per alzarti già pronto
    all’ora fissata,
    e recarti dove la tela
    aspettava paziente,
    oltre il biliardo.

    (Qualcosa di vago nell’aria
    pregna di assenzio!
    Rumore di spessi bicchieri;
    labbra tese a sorbire
    il liquido amaro;
    occhi fissi nel vuoto).

    E così ogni notte
    – per tre lunghe notti –
    nel caffè di Arles hai ritratto
    con verdi, rossi e gialli,
    le passioni dell’uomo,
    la sua solitudine.
    Nel colore hai trovato
    la sua vita,
    il suo muto dolore.

  • 03 aprile 2007
    Ruralità

    Nelle povere case, un tempo,
    il fumo sapeva d’incenso.
    Tutti a ingoiarlo, attorno
    al camino, nell’unico ambiente:
    stalla-cucina-dormitorio.

     

    Il vecchio, la pipa fra i denti,
    narrava di storie passate.
    Gli orecchi ascoltavano attenti;
    gli occhi fissavano il fuoco.
    I bimbi, alle poppe materne,
    sognavano angeli biondi.

  • 29 marzo 2007
    In attesa

    La prima finestra s’apre
    sulla strada cigolando lieve
    sui cardini arrugginiti.
    Pare la bocca sbadigliante
    della casa che si desta
    al nuovo giorno.
    Una testa canuta si sporge:
    una vecchia, ha quasi cent’anni…
    Con dita tremanti carezza
    la pelle rugosa; sospira:
    un altro mattino è già qui,
    conquistato…
    Poi volge lo sguardo
    fra i tetti al cielo lontano;
    ne osserva, in attesa,
    il chiarore – sospira di nuovo –,
    l’azzurra purezza…
    Ora brillano vivi i suoi occhi
    d’intenso sorriso, mentre
    palpita forte il suo cuore
    per quanto ella spera:
    salire – oh, questo solo! –
    un giorno in quel cielo

  • 20 marzo 2007
    La mia preghiera

    Non possiedo che poche parole da dirti,
    le sole che mi hanno insegnato,
    che uso da sempre, le stesse parole
    che ascolti da tutti, in vari momenti.
    Unisco la mia alla voce degli altri:
    lo faccio in segreto, tacitamente,
    non nel luogo più bello, adatto a pregarti.
    Ma tu, io lo so, non ti formalizzi per poco,
    non badi né a cori né a incensi,
    non ti scandalizzi se vengo di rado
    alla casa diletta. Non per questo ti adiri,
    mi ami di meno. Ti preme che ciò che io dico
    sia detto davvero, con cuore sincero.

  • Innocente incoscienza di un’età
    vissuta tra campi e fiume,
    sotto il sole cocente di un’estate
    antica, nudi dalla cintola in su,
    bruciati i visi dal caldo del meriggio,
    sudati e sporchi, stanchi, ma felici…

     

    Strisciar nell’erba verso il gruppo
    tranquillo di animali, ficcar la mano
    nel sacco al muso dei cavalli
    per prenderne carrube, sentir
    vibrare umide labbra con iroso nitrito,
    ritrarla svelti, forte ansimando,
    il cuore in gola…
    Inorgoglirsi poi di quella prova,
    di quel coraggio virile.

     

    E quando sera, scovar fantasmi
    dalla casa, sul fiume, abbandonata
    tra querce secolari; vociare, berciare,
    perfino dileggiarli, costringerli
    a mostrare il loro viso…
    ma poi fuggire a rompicollo urlando
    per verso chioccio di un uccello,
    da noi creduto grido di un dannato.

     

    Innocente incoscienza di un’età
    vissuta tra pianto e riso
    – sotto il sole cocente di un’estate antica –
    tra poco e niente… tra verdi campi
    e chiare acque del fiume.

  • 19 febbraio 2007
    Quelle notti

    Quelle notti dal cielo
    così basso da toccare
    le stelle a una a una;
    quelle notti a correre
    ansanti tra le stoppie
    riarse, a piedi nudi:
    sentir male ai ginocchi,
    alle mani, per subitanea
    caduta, poi ridere ancora;
    quelle notti a inseguire
    cani randagi negli androni
    deserti o tra siepi di rovi;
    quelle notti a sentire
    il canto argentino
    delle cicale, cercarle:
    fantasmi nascosti nelle cose;
    quelle notti d’estate
    trascorse a gridare,
    ragazzi, nel firmamento
    di lucciole erranti…
    io le ricordo.

  • 14 febbraio 2007
    E' anche la tua terra

    Se chiedi il mio nome ti rispondo Khader.
    Vivo nel piccolo tugurio costruito dai miei
    su questa terra, arida come una gola disseccata,
    povera come le orbite di un cieco.
    Solo mani callose possono ararla,
    e cuori abituati alla fatica, a ogni dolore.
    Terra non bella, desolata, spesso cimitero!

    Ma essa è pur sempre la mia terra,
    e quasi ogni giorno mi dà il pane,
    quel pane salato che mastico adagio
    dinanzi al tugurio, verso sera, contro il tramonto.
    Come vedi, c’è poco da trarre dalla mia terra,
    ma quel poco che offre è per tutti.
    Tutti quanti possono starvi e vivere in pace,
    che si chiamino Simon, Amir, Ismael, Jamil,
    Mordechai, Musa’ab. Tutti quanti hanno diritto
    a costruirvi un tugurio, una casa,
    a dissodarla e piantarvi il seme del grano,
    annaffiarlo soltanto col sudore...
    Per questo il pane che dà sa troppo di sale.

  • 01 febbraio 2007
    Vicolo antico

    Tra queste mura di pietra
    il tempo è silente.
    Alita il sole sul viso
    della casa la sua luce calda,
    di cui la vecchia non gode
    seduta in penombra,
    dove la vita si cela
    o pian piano svanisce.
    Guarda un bimbo che gioca,
    per terra, a intrecciare ghirlande
    con erba acetosa.
    È nel sole.
    I folti capelli brillano d’oro,
    gioiscono quasi,
    esultano gli occhi
    di nera ossidiana.
    Mette in bocca le verdi
    ghirlande e mastica,
    succhia,
    poi storce la bocca:
    si sente tradito,
    inasprito,
    da quello che miele non è.
    Sorride la vecchia,
    distende le gote,
    accende il suo volto d’un tratto.
    Ritorna alla vita, per poco:
    la candida smorfia di un bimbo.