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Racconti di Paolo Secondini

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  • Come comincia: Molti anni fa conoscevo un vecchio.
    Da come vestiva e viveva era l’esatto contrario di quello che ognuno di noi vorrebbe essere.
    Era sporco dalla punta dei piedi alla cima dei capelli: evidentemente conosceva assai poco, o per nulla, acqua e sapone. Indossava abiti logori, cosparsi di macchie, sempre gli stessi, sia d’inverno sia d’estate. Era un beone incorreggibile, tanto da trovare nel vino, preferibilmente rosso, la sua unica ragione di vita. Mangiava pesce crudo, sanguinolento, che prendeva a sua scelta direttamente dalla bancarella del pescivendolo, per il quale svolgeva funzione di banditore per le vie del paese.
    Tre volte a settimana, dopo la fine del lavoro, dopo avere cioè gridato per ore invitando a comprare questo o quel pesce, beveva e mangiava: vino rosso e sogliole crude, che dovevano dare al suo alito una “fragranza” di campi e di mare nello stesso tempo.
    Quel vecchio era anche un bestemmiatore incallito. Devo dire, in coscienza, non per sua scelta, ma per reazione a coloro che lo avevano “assunto” a oggetto dei loro trastulli, dei loro scherni crudeli.
    Ma pur conosceva, oltre alle bestemmie, parole più “caste”, nel senso che queste non andavano oltre le normali imprecazioni o espressioni scurrili, che usava come difesa dalle ingiurie che persone pulite (poiché si lavavano abitualmente), ben vestite (avevano denaro per rinnovare il loro guardaroba), che non bestemmiavano (dacché timorate di Dio e periodicamente, in chiesa, purgavano se stesse da qualche peccato) gli rivolgevano, non perché ne avessero motivo, ma per il semplice gusto di farlo o, forse, per il senso di fierezza o soddisfazione che i deboli provano nell’attaccare e piegare chi è molto più debole di loro.

  • 16 febbraio 2007
    Il pittore

    Come comincia: Quest’aria afosa m’impedisce di dipingere?
    Respiro a fatica e il sudore mi scorre sul viso a rivoli sottili. Il cielo è terso. Mai stato così. Almeno non ricordo. Neppure una nube a turbarne l’azzurra purezza. C’è una luce ideale.
    Sono davanti al cavalletto – pennello in una mano, tavolozza nell’altra – in attesa di porre un colore sulla tela che pare fissarmi sbigottita.
    Non mi decido. Non è il caldo, no. Non l’afa.
    Ho dipinto anche in condizioni peggiori. Con il freddo ad esempio. Quando le mani e le dita non sono che pezzi di ghiaccio, talmente intirizzite che neppure le senti o le muovi.
    Cosa mi manca perché cominci a dipingere?
    C’è tutto: verde nei prati, grigio nei monti, ocra, viola, giallo, cinabro e altri colori nei fiori, negli alberi, nelle case poco distanti… che sembrano in posa.
    Dunque?
    Ma sì!
    Credo mi manchi un azzurro più intenso e brillante di quello del cielo, un azzurro che faccia risaltare l’essenza delle cose, la più nascosta e viva: l’azzurro dei tuoi occhi.
    Ecco, vorrei fossi tu al centro del tutto, di questo paesaggio che attende che io lo ritragga; questo paesaggio che senza di te sembra essere privo, al mio sguardo, di un senso vero.

  • 14 febbraio 2007
    Nugae

    Come comincia: Bussano alla porta. Lo sparuto bidello del pian terreno sporge la testa.
    – Professore – mi dice, – c’è la mamma dell’alunno Tardini che vuole parlarle.
    Non riesco a reprimere un gesto di stizza: odio essere interrotto durante la lezione. Mi rivolgo alla mia scolaresca.
    – Scusate, ragazzi, torno subito.
    – Faccia con comodo – esclama Marioni dall’ultimo banco. – L’aspetteremo in silenzio, buoni buoni come agnellini.
    Lo guardo un istante; poi scuoto la testa sconsolato.
    – Sempre voglia di scherzare, Marioni?
    – No, professore, dico sul serio.
    Lo sento berciare, mentre esco dall’aula.
    Incontro la donna in sala professori; le stringo la mano e la prego di sedersi. Ella si scusa, non avrebbe voluto disturbarmi. Mi dice che non può, per via del suo lavoro, rispettare il mio orario di ricevimento. Poi, abbozzando un sorriso, viene al sodo. – Vorrei sapere come va il mio Renato nelle sue materie: italiano e storia, se non sbaglio.
    Mi ascolta stupefatta mentre le dico che suo figlio a scuola non combina nulla: è sempre distratto, impreparato, disturba la lezione, si assenta spesso.
    – Possibile, professore? Possibile?
    La voce della donna è venata d’angoscia. Le sue dita sulle labbra tremano leggermente.
    – Mi dispiace, signora, ma suo figlio è un pessimo alunno, forse il peggiore di tutto l’istituto.
    Mi fissa con occhi smarriti, senza far motto, immobile come una statua. A un tratto si scuote, e ripete:
    – Possibile, professore? Possibile?
    E subito aggiunge:
    – Non che voglia dubitare delle sue parole, ma posso garantirle…
    E giù una lunga tiritera sulla bontà, sull’impegno e sullo zelo del suo ragazzo, che non fa che studiare con grande passione, sempre chiuso nella sua stanza; che trascura perfino di mangiare, di svagarsi, di uscire con gli amici eccetera eccetera. Quindi conclude, con occhi velati di pianto:
    – Mi crede, professore? Mi crede?
    Come non credere alle parole di una mamma?
    Comincio a persuadermi che l’alunno Tardini sia vittima di uno sdoppiamento della personalità: non mi spiego altrimenti come a casa egli sia un dottor Jekill e a scuola un mister Hyde.

  • 31 gennaio 2007
    L'uomo immobile

    Come comincia: Perché quell’uomo, un distinto signore sulla settantina, si ferma abitualmente in quel punto della strada e guarda verso il cielo? Resta immobile, le mani allacciate dietro la schiena, gli occhi fissi, quasi incantati.

     


    Ogni volta che lo incontro, lo vedo in quella posizione e mi viene da alzare lo sguardo verso l’alto, senza che lui se ne accorga. Ma non vedo che cielo sereno, quando non vi sono le nubi, o, quando ve ne sono, cosparso di cirri o di nembi che minacciano pioggia.


    Mi allontano pensando che cosa quell’uomo possa guardare così intensamente e per lungo tempo. Infatti, se ne sta fermo in quel punto per vari minuti, senza che niente – voci, suoni, rumori – possa distrarlo.


    E sempre, quando lo incontro in quel tratto di strada, con gli occhi rivolti verso il cielo, mi domando la stessa cosa.


    Mi sto convincendo che la sua è soltanto una finzione, un atteggiamento, un qualcosa insomma che lo faccia apparire (per bisogno di originalità, di nuovo?) diverso dagli altri.


    Una posa, dunque?


    O piuttosto il mio è un credere ciò dal momento che il vero motivo sfugge alla mia comprensione?


    Il più delle volte, infatti, quello che vedono gli altri non lo vediamo, semplicemente perché non ne siamo capaci… E questo duriamo fatica ad ammetterlo.