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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 gennaio 2007
    Un giorno meraviglioso

    Come comincia: Era quasi arrivata la primavera, sulle piante di quel paesino situato sulle prime pendici delle Alpi facevano capolino i primi fiori quando Paola si accingeva a preparasi a quello che sarebbe stato il giorno più bello della sua vita. Era una ragazza dolce e molto sensibile e amava a tal punto il suo Alessandro che si diceva pronta a commettere per lui qualsiasi tipo di follia e, da ormai molto tempo, progettava un matrimonio fuori dai canoni abituali. La sensibilità di Paola si notava soprattutto dai piccoli ma significativi gesti che quotidianamente amava compiere. La ragazza infatti era spesso occupata in attività di volontariato perché aveva sempre avuto un occhio di riguardo verso chi, diversamente da lei, soffriva e aveva bisogno d’aiuto. Aveva molti sogni da realizzare questa giovane donna; infatti, dopo essersi brillantemente laureata in giurisprudenza, sognava di diventare un affermato avvocato ed essere continuamente dalla parte di coloro che sono nel giusto.
    In casa della dolce Paola, durante il periodo che precedeva le nozze, erano tutti in costante fibrillazione a causa dei preparativi; la giovane era solita farsi aiutare dai suoi genitori i quali le erano sempre vicini quando si trattava di prendere una decisione importante ma soprattutto in quei piccoli momenti di difficoltà che tutte le ragazze della sua età normalmente si trovano qualche volta ad affrontare. In quella casa, dove tutto aveva un dolce profumo di fiori d’arancio, regnavano sentimenti fortemente in contrasto tra loro. Se da un lato c’era la felicità per quel giorno da sempre atteso da Paola, dall’altro la ragazza si interrogava continuamente circa le sue capacità di essere una buona moglie per il suo Alessandro ma soprattutto una buona madre per i suoi futuri bambini. Paola aveva soltanto ventisei anni e l’idea di essere moglie e madre la entusiasmava ma, allo stesso tempo la spaventava anche un po’.
    Altrettanto contrastanti erano i sentimenti che si leggevano negli occhi dei suoi genitori soprattutto in quelli di suo padre; da un lato la felicità per il matrimonio della sua primogenita dall’altro la consapevolezza che di lì a poco avrebbe dovuto distaccarsi da quella figlia per la quale nutriva un’adorazione senza limiti.
    Nella famiglia di Paola, da sempre molto unita, Alessandro era stato accolto in maniera a dir poco splendida; i genitori della ragazza avevano immediatamente compreso quanto il giovane fosse importante per la loro figlia e, praticamente da subito, avevano cominciato a trattarlo come se fosse anch’egli loro figlio.
    Alessandro, terminata la specializzazione in odontoiatria, era avviato verso una più che promettente carriera di dentista e sperava di affermarsi almeno quanto suo padre che già da molti anni svolgeva con successo questa professione. I sentimenti di Alessandro nei confronti di Paola erano altrettanto intensi ed anche il giovane, come la sua ragazza, si diceva pronto ad affrontare qualsiasi situazione anche la più complicata pur di rendere felice l’amata Paola.
    Nonostante fosse più grande di Paola di qualche anno, anche Alessandro trascorreva gran parte del suo tempo ad interrogarsi circa la buon riuscita del matrimonio e sulle sue capacità di essere un buon marito e un buon padre anche se spesso il desiderio di sposarsi e mettere su famiglia prevaleva sui dubbi del giovane.
    Intanto i mesi trascorrevano inesorabili e la data delle nozze si faceva sempre più vicina e Paola e sua madre erano sempre più indaffarate nei preparativi; c’erano ancora tantissime cose da decidere: le bomboniere da dare a parenti e amici, l’organizzazione del ricevimento nuziale e la chiesa. Paola desiderava una cerimonia religiosa da sogno come, altrettanto da sogno, doveva essere tutta quella giornata che doveva rappresentare una svolta decisiva per la vita di questa giovane donna. Paola diceva sempre che ci si sposa una sola volta nella vita e voleva quindi che tutto andasse liscio secondo i suoi piani. Anche in casa di Alessandro ci si preparava con grande fervore a questo evento; il giovane era impegnato a scegliere il vestito da indossare il giorno delle nozze ma la scelta si presentava molto difficile poiché il ragazzo aveva gusti molto sofisticati per quanto riguarda l’abbigliamento.
    Purtroppo, un brutto giorno, una cattiva notizia finì per offuscare la felicità di questa giovane ed innamoratissima coppia. Già da un po’ di tempo Paola soffriva di forti dolori allo stomaco e dopo aver sottovalutato a lungo il problema, la giovane decise di recarsi da uno specialista che dopo averla sottoposta ad esami più approfonditi le diagnosticò un cancro. Questa triste rivelazione gettò nello sconforto più profondo Paola e la sua famiglia poiché non avevano la più pallida idea di come si potesse sconfiggere quel bruttissimo male. In un primo momento la ragazza decise di non dire nulla al suo promesso sposo per evitargli stress e preoccupazioni; la coppia s’incontrava tutti i giorni e Paola non faceva trapelare nulla della sua malattia mostrandosi continuamente con il sorriso sulle labbra.
    Intanto i genitori della giovane erano sempre più disperati per le sorti della loro figliola anche perché non si riusciva a trovare una cura adeguata a sconfiggere in maniera definitiva la malattia dato che i metodi tradizionali non erano riusciti nell’intento.
    Una sera, mentre le due famiglie al completo si trovavano a casa dello sposo per definire alcuni dettagli del matrimonio, Paola svenne improvvisamente; poco dopo il ricovero nel vicino ospedale ricevette la visita del suo promesso sposo e decise quindi di rivelargli tutto.
    - “Amore mio” sussurrò Paola con voce rotta dal pianto, “mi è stato diagnosticato un bruttissimo male e credo che non potremo mai più coronare il nostro sogno”. Alessandro, con voce altrettanto singhiozzante le rispose:
    - “Ma che dici mio dolce tesoro, presto guarirai, ci sposeremo e andrà tutto come avevamo progettato. La nostra vita insieme ci aspetta e non possiamo assolutamente mancare”. A queste parole di Alessandro, Paola scoppiò in lacrime perché il desiderio del suo sposo era anche il suo desiderio e voleva realizzarlo a tutti i costi.
    Con il trascorrere del tempo il viso di Paola diventava ogni giorno più pallido e più spento affievolendo sempre di più le residue speranze di una guarigione completa della ragazza.
    Dopo molti tentativi falliti, fortunatamente per Paola si aprì un piccolo spiraglio; il padre di Alessandro, affermato dentista, la indirizzò presso un famosissimo oncologo italiano che operava in un importante ospedale di Parigi. Lì Paola sarebbe stata sottoposta ad un delicato intervento chirurgico che avrebbe dovuto restituirle la vita. Fu così che la ragazza decise di partire ed affrontare quella difficile operazione; insieme a lei c’era anche l’amato Alessandro che in questi momenti così critici non l’aveva mai abbandonata. Il giorno dell’operazione era arrivato e mentre Paola si trovava in sala operatoria, i membri della sua famiglia e quelli della famiglia di Alessandro attendevano con trepidazione l’esito dell’intervento. Fu una totale esplosione di gioia, quando uno dei medici dell’équipe uscì dalla sala operatoria e comunicò alle due famiglie che l’intervento era perfettamente riuscito e che la ragazza era fuori pericolo.
    Dopo un lungo periodo di convalescenza la ragazza tornò a casa con il cuore colmo di gioia; ormai aveva sconfitto il suo male e poteva così coronare il suo sogno d’amore con il fidanzato Alessandro. Questa brutta esperienza aveva di certo aiutato Paola a crescere e a capire ancora di più quanto fosse importante avere accanto una persona come Alessandro ma soprattutto una vera famiglia.
    Arrivò il tanto atteso giorno delle nozze; i due ragazzi decisero che la cornice del loro matrimonio doveva essere Parigi: la città che aveva fatto rinascere Paola. Fu così che la tragica esperienza di Paola ebbe il suo epilogo con un giorno davvero meraviglioso, un giorno che avviava Paola ed Alessandro verso una nuova vita da sposi e futuri genitori felici.

  • Come comincia: Il suo volto era quello di un uomo non ancora troppo anziano ma che sentiva già su di sé il peso dei suoi anni. Nella sua vita il dolore aveva più volte prevalso sulla gioia, nei suoi occhi si leggeva la voglia di tornare indietro che non di rado lo assaliva. Uno dei suoi vizi principali era l'alcool che aveva decretato tra l'altro la fine del suo matrimonio. Anche i suoi pochi amici lo avevano abbandonato perché lo giudicavano una persona pericolosa dati i suoi frequenti scatti d'ira.
    Era questo William, un italo-americano di circa sessanta anni ma che ne dimostrava molti di più poichè fino ad ora aveva dedicato la sua intensa esistenza a quelli che lui amava definire i piaceri della vita, quegli stessi piaceri che lo avevano condannato alla sua perenne solitudine.
    Ritrovatosi da solo ad abitare un modesto appartamento situato nella periferia di New York, dove la sua unica compagnia era un cucciolo di pastore tedesco chiamato Dick, decise un giorno di dare una svolta decisiva alla sua vita che fino a quel momento gli aveva fatto conoscere soltanto amarezza e senso di smarrimento.
    Da sempre, la più grande passione di William, era quella dei viaggi e già da un po' progettava nella sua mente di raggiungere il tetto del mondo a bordo della sua auto sebbene essa non fosse in ottime condizioni. I viaggi lo avevano in più di un'occasione distolto da quel mondo in cui era abituato a vivere fatto di distrazioni non sempre lecite ed è proprio partendo da questa sua grande passione che William intendeva ricominciare a vivere.
    Preparato qualche bagaglio con soltanto il minimo indispensabile, salì a bordo della sua auto in compagnia del suo fedele amico a quattro zampe e cominciò la sua avanzata verso Capo-Nord. Tappa dopo tappa William si rendeva sempre più conto che da qui in poi era quello il tipo di vita che preferiva ossia essere un viaggiatore solitario e stare a contatto perenne con la natura e con le persone che incontrava nei luoghi in cui di tanto in tanto si fermava. I giorni di viaggio erano sempre più numerosi e sul volto di William erano visibili i primi segni di stanchezza a causa del lungo tempo trascorso alla guida. In lui però non si era di certo spento l'entusiasmo di raggiungere quella meta da molto tempo sognata e da sempre così lontana, sebbene la sua passione per i viaggi lo avesse portato a girare quasi tutto il mondo.
    Dopo lunghi ed estenuanti giorni di viaggio ecco arrivare William ed il suo cane Dick, a Capo-Nord; William si rese subito conto di trovarsi ben lontano dalla sua New York e dal caos da cui le strade della Grande Mela sono da sempre caratterizzate. Ad attirare l'attenzione dell'uomo era proprio l'enorme panorama montuoso di quel piccolo angolo di mondo situato a nord della Norvegia e sembrava quasi aver completamente dimenticato gli Stati Uniti.
    Man mano che i giorni passavano William si adeguava sempre di più a quelle che erano le abitudini del luogo e a tutto ciò che lo circondava. Con il trascorrere del tempo l'anziano William entrava in contatto con un numero considerevole di persone tra cui Sara; una donna della sua stessa età, anch'ella di origini italiane, che da anni si era stabilita in Norvegia e con una storia alle spalle molto simile a quella di William. Nemmeno a Sara infatti la vita aveva riservato sorprese non sempre positive. Era la più grande di cinque figli e, rimasta orfana in età giovanissima di entrambi i genitori, era costretta a fare da padre e da madre ai suoi quattro fratelli; inoltre spesso non sapeva come fare per tirare avanti poiché non aveva mai avuto un posto di lavoro fisso ed era costretta a svolgere professioni molto umili. Tra i due nasce subito una certa simpatia tanto che cominciano a raccontarsi le loro rispettive storie così diverse e così uguali allo stesso tempo.
    I mesi trascorrevano inesorabili e nonostante William avesse deciso di diventare un viaggiatore solitario avvertiva una certa simpatia per Sara; decise quindi di fermarsi ancora per un po' a Capo-Nord per conoscere meglio quella donna che fin dal giorno che la aveva incontrata lo aveva reso felice. Ogni giorno trascorso insieme a Sara era sempre ricco di sorprese per William. Infatti nonostante il suo passato non proprio felice, Sara era una donna molto simpatica e piena di vita. Spesso coinvolgeva il suo uomo nell'organizzazione di serate da trascorrere in allegria con gli amici e in tutto ciò in cui il divertimento la faceva da padrone. La donna era inoltre un'ottima cuoca; spesso e volentieri infatti si divertiva a prendere William per la gola preparandogli dei gustosi piatti italiani. Così facendo, Sara sperava di tirar fuori per sempre William dal ricordo del suo doloroso passato e poterlo finalmente trasformare in una persona nuova.
    Il legame tra William e Sara si faceva sempre più solido e il nostro viaggiatore solitario continuava a rimandare la sua partenza per un altro luogo. Sara gli aveva ormai preso il cuore e non sapeva davvero più come fare per distaccarsi da lei per poter riprendere il suo viaggio. Anche Sara contraccambiava l'amore di William e spesso era anche lei a trattenerlo in Norvegia e ad alimentare in lui la voglia di non ripartire.
    Spesso gli diceva:
    - "Resta con me per sempre, insieme potremo ricominciare a vivere una vita serena".
    A queste dolci parole di Sara, William non sapeva proprio dire di no e non riusciva proprio più a resistere alle amorevoli attenzioni della donna.
    Era ormai trascorso un anno dall'arrivo di William in Norvegia e l'amore di Sara sembrava aver affievolito in lui la voglia di viaggiare perennemente.
    Un giorno però, mentre Sara si accingeva come sempre a preparare la colazione al suo uomo, scorse William in un'altra stanza preparare la sua modesta valigia che per un anno intero era stata riposta nel fondo di un armadio. Vedendo ciò Sara rimase perplessa e cominciò a farsi mille domande e a chiedersi soprattutto che cosa avesse sbagliato. Quello stesso giorno Sara decise di affrontare l'argomento con William e con la voce rotta dal pianto gli chiese:
    - "Perché hai deciso improvvisamente di partire? Ho forse sbagliato qualcosa? Dimmi tutto in modo che io possa riparare alle mie colpe".
    William, con voce altrettanto disperata le rispose:
    - " Mia dolce Sara, un anno fa, quando ho lasciato New York, ho promesso a me stesso di diventare un viaggiatore solitario e solo le tue attenzioni mi hanno spinto a fermarmi qui così a lungo; ma ora per me è giunto il momento di ripartire ed esplorare nuove mete e nuovi mondi anche se mi costa moltissimo farlo".
    A queste parole di William, Sara non potè fare altro che accettare, seppure a malincuore, la sua decisione di allontanarsi da lei. L'indomani, giorno della partenza di William, Sara riuscì a strappargli la promessa di rimanere sempre in contatto con lei. Gli disse:
    - "Mi raccomando scrivimi e se per caso dovessi ripensarci torna qui da me; casa mia è sempre aperta".
    Dopo quest'ultimo saluto William partì, lasciò quel luogo che per un anno era stato la sua casa e nel quale aveva trovato l'amore. Visitò l'Asia, l'Africa, i panorami mozzafiato dell'Australia ma con il cuore sempre in Norvegia perché era consapevole che lì c'era sempre la sua Sara che prima o poi lo avrebbe riaccolto presso di lei con un affetto ancora maggiore della prima volta.

  • 31 gennaio 2007
    L'uomo immobile

    Come comincia: Perché quell’uomo, un distinto signore sulla settantina, si ferma abitualmente in quel punto della strada e guarda verso il cielo? Resta immobile, le mani allacciate dietro la schiena, gli occhi fissi, quasi incantati.

     


    Ogni volta che lo incontro, lo vedo in quella posizione e mi viene da alzare lo sguardo verso l’alto, senza che lui se ne accorga. Ma non vedo che cielo sereno, quando non vi sono le nubi, o, quando ve ne sono, cosparso di cirri o di nembi che minacciano pioggia.


    Mi allontano pensando che cosa quell’uomo possa guardare così intensamente e per lungo tempo. Infatti, se ne sta fermo in quel punto per vari minuti, senza che niente – voci, suoni, rumori – possa distrarlo.


    E sempre, quando lo incontro in quel tratto di strada, con gli occhi rivolti verso il cielo, mi domando la stessa cosa.


    Mi sto convincendo che la sua è soltanto una finzione, un atteggiamento, un qualcosa insomma che lo faccia apparire (per bisogno di originalità, di nuovo?) diverso dagli altri.


    Una posa, dunque?


    O piuttosto il mio è un credere ciò dal momento che il vero motivo sfugge alla mia comprensione?


    Il più delle volte, infatti, quello che vedono gli altri non lo vediamo, semplicemente perché non ne siamo capaci… E questo duriamo fatica ad ammetterlo.

  • 24 gennaio 2007
    Origami

    Come comincia: Il giardino sabbioso era ornato da linee lunghe e sinuose; da sassi calcarei bianchi.
    L’uomo indossava un completo grigio scuro con gli orli svolazzanti dei pantaloni e della giacca.
    La donna era seduta poco distante, sulla panchina in marmo rosa, vicino allo stagno con i giochi d’acqua e le pagode. Teneva le mani in grembo, appoggiate stanche alla gonna in cotone azzurro, lisciata bene sulle ginocchia magre.
    Le linee disegnavano onde e ritorni, in una risacca asciutta.
    “E’ un bel giardino” mormorò tra sé.
    “Sì” rispose l’uomo a un sasso bianco.
    “Mi manchi”
    “E’ normale, credo”
    Si voltò, un bambino in bicicletta lo schivò per un pelo e abbozzò un piccolo inchino tra il collo e le spalle. Lui non ci fece caso.
    “Andiamo?” le disse da lì, dal bordo del giardino.
    “Come preferisci, se vuoi rimanere per me va bene” ma tanto si era già alzata.
    Sul parabrezza della macchina, sotto allo spazzolino, trovarono la pubblicità di un ristorante take away. La donna lo prese e lo lesse con attenzione, mentre lui si accese l’ennesima sigaretta senza filtro della mattina.
    “Fanno anche cucina vegetariana, sembra aperto da poco. È qui vicino, prima della superstrada” gli disse.
    “Hai fame ?”
    “Non molta. Vuoi andare?”
    “Magari un’altra volta, anche io non ho fame adesso”
    “Non torneremo più qui”
    “Tu tienilo, non si sa mai”
    In macchina faceva caldo. Aprirono i finestrini e si persero nel silenzio.
    Lei aveva piegato il volantino prima di metterlo in borsa. Pensava che sarebbe stato bello anche non mangiare, in quel take away. Tutto, pur di non tornare a casa.
    L’uomo fumava distratto e aveva un bel profilo. Lei pescò il foglio dalla borsa e lo distese sulle ginocchia. Lo piegò in due in un triangolo, poi strappò un lembo lungo e ricavò un quadrato perfetto. Lui non disse niente, ma accese la radio.
    La donna con movimenti precisi piegò ancora su sé stesso quello che rimaneva del foglio. Alla fine tirò piano due piccole punte e le schiacciò con i polpastrelli.
    L’airone era venuto bene, nonostante la carta lucida e un po’ spessa.
    “E’ carino” disse lui.
    “E’ inutile” rispose la donna.
    Appoggiò l’origami sul cruscotto, poi si passò una mano sulla fronte.
    “Sono stanca”
    “Perché non dormi un po’? Manca ancora molto prima di arrivare”
    “Sì credo che lo farò. Chiamami se vuoi il cambio”
    “Non ti preoccupare. Potrei guidare per sempre, lo sai”
    “Lo so. Ma poi non lo fai mai”
    “Che cosa ?”
    “Niente, sono stanca.”
    Si appoggiò scomposta alla portiera. Lui prese l’airone. Lo strinse nella mano destra e lo tenne lì per un po’, nel palmo sudato.
    “Mi dispiace” sussurrò.
    “Lo so” rispose lei, il capo reclinato, lo sguardo perso sui campi. L’uomo deglutì male. Sentì in bocca il sapore marcio delle sigarette.
    Lei pianse qualche minuto, poi si addormentò. L’uomo lasciò cadere l’airone fuori dal finestrino.
    Dallo specchietto lo vide, accartocciato sull’asfalto, tornare ad essere solo un pezzo di carta.

  • 23 gennaio 2007
    Natale dai Nonni

    Come comincia: Si avvicinava il Natale e noi sorelle sentivamo una forte emozione nel cuore. La mamma ci raccontava la nascita di Gesù, preparava un bel Presepe con una candelina rossa e tutte le sere nel mese di dicembre l’accendevamo e là davanti recitavamo una preghiera tutte assieme. L’importanza di questa ricorrenza iniziava con quel gesto di preghiera, che rimarrà impresso nella mia memoria, per sempre.

     


    Poi pensavamo al Grande Giorno in cui ci saremmo ritrovati dai nonni: la notte della Vigilia di Natale.


    I giorni della mia infanzia, sono segnati da un meraviglioso ricordo di tante di quelle notti, anno per anno, grazie alla sensibilità e all’amore dei miei nonni.


    Ecco arrivato il Giorno. Era sera. Entravamo nella casa dei nonni, tutti noi cugini. Eravamo tanti, allegri, giocosi. Nonni, genitori, zii, bambini. In sala da pranzo era apparecchiata la tavola natalizia e invece la porta del salotto era chiusa. Si intravedevano dal vetro le luci del grande Abete e un profumo dei suoi rami e del fumo delle candele accese invadeva tutta la casa. Noi, emozionati e felici ci guardavamo e attendevamo l’arrivo di Gesù Bambino. Nonni, genitori e zii parlavano tra loro sottovoce e noi bambini, presi dalla grande emozione e dal mistero di questo Arrivo a casa dei nonni, smettevamo i nostri giochi e attendevamo il momento in cui la nonna avrebbe aperto la porta della sala, ove il grande Abete, pieno di luci di candeline, palline colorate rendeva imponente la sua presenza e ai suoi piedi il Presepe.


    Il nonno a luci spente, solo al bagliore delle candeline accese, metteva il disco di Natale "Stille Nacht" e tutti noi bambini, tanti, stavamo a cantare a bocca aperta e sgranavamo gli occhi per intravedere i regali, posti ai piedi dell’Albero. Il mistero durava. Sentivamo tra noi la presenza vera di Gesù. Ancora al giorno d’oggi ringrazio i miei nonni, di avermi dato tutto questo. Eravamo bimbi ingenui, noi, tutti felici, si, dei doni, ma la più grande felicità era dovuta al fatto dell’Arrivo di Gesù Bambino a casa dei nonni.


    Egli veniva a trovarci, a trovare proprio noi e a premiarci delle nostre buone azioni di bimbi.

  • 11 gennaio 2007
    L'anima nel campo

    Come comincia: Ogni tanto lo faccio di tornare là, nel campo; ormai non è più della mia famiglia da molto tempo, ma i proprietari mi permettono di venire a dare uno sguardo di quando in quando.
    Ci vado verso sera, prima che il sole tramonti e scompaia definitivamente dietro le colline, che delimitano i confini della vigna, prima che la notte se lo porti via, lasciando la luna ad illuminare l'erba.
    Me ne sto in silenzio ad ascoltare i rumori delle cicale che saltano qua e là tra i ciuffi dei cespugli, il cinguettare degli uccelli che volano armoniosamente nel cielo sopra la braida e poi se tendo l' orecchio posso sentire anche il fioco rumore del vento che accarezza le fronde degli alberi,allora, a quel punto, suoni, odori e colori si fondono assieme e danno vita ad una serie di ricordi che si accendono davanti agli occhi, e si susseguono uno dopo l'altro a cadenza determinata, come se stessi vedendo delle diapositive. Sono le immagini della mia vita, una vita trascorsa in questo campo.
    Pian piano poi mi muovo e inizio a passeggiare tra i filari, lentamente,immaginando l'emozione che mi potrebbe dare il gesto di tagliare un grappolo d'uva, e una lacrima mi scende sul viso.
    Ormai sono troppo vecchio per dedicarmi all'agricoltura, e certo non potrei mettermi a vendemmiare, ma ancora oggi, quando tutte le persone che ho amato e odiato in vita sono scomparse, so che il solo gesto fatto con le forbici per staccare un acino d'uva dal grappolo, potrebbe donarmi un senso di gioia e contentezza. D'altronde questo è il mio mondo, il campo è il mio mondo.
    Così mentre sto per andarmene, mi guardo indietro, mi asciugo le lacrime e scorrendo con lo sguardo ogni singolo ettaro, anche quello più lontano, di questo terreno, li posso rivedere tutti nitidamente, uno dopo l'altro, i miei cari, in questo campo.
    E so, quando me ne vado,che lascio lì sempre qualcosa, è la mia anima. La mia anima è nel campo.

  • 09 gennaio 2007
    Io canterò alla Luna

    Come comincia:

    "Batter di legno contro l'uscio sbiadito e calce bianca a volar sopra i visi come neve in una notte di gennaio: Lei è qui. E' qui per me."

    Gocce di Sangue nero colme d'ira e fastidio per la stessa specie che molti dicono esser mia; osservo con disgusto l'orma che uno di loro lascia al suo capezzale, un uomo che come tanti sa far valere la propria stirpe solo quando una fossa vien riempita. Lo ripudio con gli occhi: l'uccido nel ricordo.

    "Dita ossute che sfiorano il mio volto, donandomi un bacio che al sol sfiorarmi sa farmi morire e rinascere: mi guarda bisbigliandomi con complicità qualcosa e quindi scostarsi. Si fa desiderare ma io aspetto: ancora un occhio quand'ella s'abbassa il feltro nel dar saluto alla Santa donna.
    Il Destino è qui: Ella ci sorride, pronta a consolarci."


    Uomini, donne e stirpi che furon dette Sante ma che in vero forse lo stesso Dimonio ha generato: tu uomo del mio tempo, calpesti i tuoi ideali ed entri in templi d'assi di picche o tavoli verdi.
    Inquini ciò che resta del mio corpo e cresci solo Lupi dal tuo ventre.
    Guardami, studiami, osservami pure: io sono un Lupo come te ma canto alla Luna.
    Non dimentico le mie origini ma le vivo intonando al cielo notturno.

    Sono Rhaen: Ricordalo.

    "Tra l'Indifferenza di coloro che son ciechi pur avendo gli occhi, la Donna coglie un fiore ponendolo sul petto dell'Anziana. Le chiude gli occhi e dal cuore coglie l'ultima briciola d'anima: libera di correre come una volta, quando da ragazza conobbe la terra nuda. Adesso è Libera di vivere; la donna d'ossa scompare. Torna nei sogni per vegliare sulla gente."

    Torna a casa per aspettarci.
    Torna a casa per consolarci.

    I lupi senz'anima potranno divorarsi a vicenda:
    io, ti darò rispetto;
    Io ti darò Fede;
    Io ti darò Ricordo.

    Io canterò alla Luna.

  • 09 gennaio 2007
    Il viale del brivido

    Come comincia: Lo depose sulla riva del ruscello. Impacchettato come un dono di Natale. L'annusò, lo baciò, lo benedisse con le litanie del bosco. Scavò una piccola buca e lo seppellì, seria in volto, come dinanzi al passaggio d'una reliquia. Tre sole lacrime dagli occhi vitrei. Tanto dolore crocifisso alla ragione. "Amore mio, riposa in eterno!" E coprì con la terra quel che restava del suo tormento. Poi attese la notte e cantò le mille preghiere delle streghe prigioniere. Quando il sole si levò ad illuminare il monte, non restava già nulla dell'innocente oltraggio. Un mucchietto di terra rimossa e tanto sangue avvelenato. Il cuore strappato dal suo petto e una lunga scia di lacrime furtive.

     


    Finì così quell'amore incredibile. Calpestato dagli sconosciuti e ossequiato da talpe e lumache.


    Il suo dono. Rosso di sangue e nero di paura. Donato all'incuria del mondo e al passaggio delle stagioni.


    Di lei non si ebbe notizia.


    Né mai la cercò il cavaliere ingrato.

  • 05 gennaio 2007
    Invisible touch (lettera)

    Come comincia:

    Ti ringrazio sai? Anche se è finita come sappiamo, ti ringrazio.

     

    E' iniziata su quella spiaggia dove entrambi eravamo per caso. Ricordo le tue occhiate minatorie a quei tre che mi si erano avvicinati; era dalla mattina che mi guardavi, alle 3 non ti eri ancora presentato. Alle 3:05 eravamo in acqua a giocare e a ridere come bambini. Ricordi? Ero "il tuo angelo col bikini bianco", "la tua campionessa" anche se le sbagliavo tutte con quella racchetta...

     

    Ti avevo conquistato e senza volerlo anche tu avevi conquistato me. Te lo confesso, appena ti vidi sperai sarebbe stato un gioco estivo ma dopo quel pomeriggio sapevo che non sarebbe stato soltanto questo. E' stato tutto fantastico. Tu sei stato fantastico; condividevamo anche la musica: Pf, Liga e Vasco.

     

    Ricordi  le nostre canzoni? E quel messaggio indelebile "la cosa divertente è quando parlo con la gente però non capisco niente di quello che mi dicono perché contemporaneamente penso a te!" e poi gli altri messaggi, le canzoni dei Pink Floyd che mi dedicavi "Shine on you crazy diamond", "Wish you were here" - mi dicevi -, mentre eri con i tuoi amici che esaurivi parlando loro sempre di questa ragazza "bellissima ed incommensurabile". Alla fine ti ho dovuto lasciare e farlo è stato per me un trionfo personale; quello che mi rattrista è che tu ancora oggi non abbia capito perché me ne sia andata da casa tua in quel modo per poi non rientrarci più. Quella casa, quella camera... ricordi quanti colpi con i piedi, con la testa, a quell'armadietto? ... e quando, tirandomi verso di te, facemmo cadere le tue adorate moto in miniatura? 10 secondi e poi non te ne fregava più niente, eppure sono la tua passione.
    Ora però è finita. Tre mesi sono passati ma né io né te vogliamo evitarci. E' finita ma sappi che mi hai dato tanto e soprattutto per quel mese mi hai resa la ragazza più felice, Donato.
    Spero, anche se non credo, che ti capiterà di leggerla questa lettera. E' per te.


    Sam

  • 05 gennaio 2007
    "Solo"...solo una follia

    Come comincia:

    La casa era vuota, come sempre. Non riusciva a ricordare l’ultima volta che qualcuno era entrato lì dentro, forse non voleva ricordarlo. La finestra che affacciava sulla strada rappresentava il suo unico contatto con l’esterno. Quei tre uomini appoggiati al muretto, un tempo erano suoi amici, forse lo avrebbero accettato ancora, ma quella parte di lui che lo aveva reso folle continuava a torturarlo. 


    “No. Quelli sono dei poveracci, ignoranti ed ingenui. Parlano fra di loro di cose inutili, immersi in questo mondo fasullo. Non sono in grado di capirmi! Io sono diverso da loro. Così superficiali, così attaccati alla materia. L’unica cosa da cui non posso separarmi è la mia arte… quella di dare emozioni. Non importa con cosa: basta un foglio ed una penna, uno strumento musicale, basta anche la sola parola. Loro però mi giudicano strano, solo perché sono sensibile, solo perché voglio trovare qualcosa che vada al di là di quello che tutti vedono. Questo mondo non mi appartiene ed io lo rifiuto.”


    La genialità viene riconosciuta solo se vista. Rinchiudendosi in sé, l’aveva trasformata in una forma di pazzia da cui non riusciva più ad uscirne. Quindi fece ciò che più di tutte le altre cose lo rendeva felice, prese la sua chitarra e si mise a suonare. Decise di sedersi di fronte all’albero di Natale che aveva preparato da qualche giorno, ma che nessuno avrebbe visto. Mentre cominciava a pizzicare le corde ricordò quando quella casa era colma di persone, quando suonava per loro, gioiva con loro.  Una sera, come quella, di tanti anni fa, sua mamma rimase a guardarlo per ore mentre suonava davanti all’albero. Al termine di quel concerto casalingo, lo abbracciò ed andò a dormire. Da quel giorno in poi nessuno più assistette ad una sua esibizione.


    Quella sera l’albero era identico a quello che aveva preparato sua mamma, le luci nel buio completo della stanza facevano un bell’effetto. Ancora una volta avrebbe suonato davanti a quell’albero, ancora una volta avrebbe suonato solo per quell’albero. Forse era il prezzo da pagare per essersi sentito superiore agli altri, forse era il prezzo da pagare per aver rifiutato gli alti che sono tutti speciali perché unici e rappresentano la nostra salvezza.