username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 24 aprile 2007
    Esercizio di tolleranza

    Come comincia: L'impatto con Antonietta (titolare di un minimarket), che vi mette in discussione tutti i prezzi proposti e che vuole "una piccola attenzione" non deve scoraggiarvi: fa sempre così!

    Quando uscite dal negozio per prendere l'auto parcheggiata sulla banchina ben lastricata di porfido rosso, guardate, sorpreso, un lungo tir, "International transport" - Maddaloni - CE, che v'impedisce la manovra di spostamento.


    Abbandonate subito l'idea che sia un autotrasportatore straniero in cerca d'informazioni. L'autista, infatti, non c'è, ma - pensate - non può essere andato lontano!


    Vi rivolgete con aria interrogativa e speranzosa ad un signore, che sta vicino all'ingresso di un frantoio oleario poco distante, sullo sfondo di una collinetta di sansa: vi fa cenno di andare al bar, lì vicino, all'angolo. "Sarà andato a bere un caffè o qualche amaro", arguite. Salutate ed ottimista chiedete al barista: "Scusate, sta qui l'autista di quel tir? Non riesco a spostare l'..." Il barista, confuso tra gli amici che giocano a "tressette", v'interrompe subito rispondendo " Sta add'u barbiere all'angolo, 'nu poco cchiù abbascio!" (Sta dal barbiere, all'angolo, un poco più giù).


    Salutate e tra voi supponete che si sarà recato a salutare un amico. Quando arrivate sulla soglia del salone, non avete più dubbi: il barbiere sta finendo d'insaponare la barba ad un cliente e nel salone non c'è nessun altro in attesa del proprio turno. Il cliente con la barba insaponata deve essere l'autotrenista!


    "Scusate! " (Sembra strano che siate voi a chiedere scusa - è un modo d'introdurre il discorso qui da noi nel Sud, quando si deve chiedere qualcosa). Vi verrebbe voglia di gridare "come fate a lasciare un tir in quel posto e poi ve ne andate pure a "fare la barba?!" Ma l'atmosfera è conciliante. "Scusate, siete voi l'autotrenista...?"


    - "Scusate voi - e l'autotrenista fa il gesto quasi di alzarsi con il viso ancora insaponato ed una striscia rettangolare di pelle già rasata - potete aspettarmi un attimo, quando Giovanni finisce di radermi?"


    "Non preoccupatevi, aspetterò un po', tanto non ci vuole molto tempo".


    Sprofondate in una comoda poltroncina rivestita di similpelle, imbottita, con bottoni rosa corallo; traballa un po' mentre vi sedete, poi si ferma. Rimanete alquanto incerto, poi vi rassicurate.


    Il salone è quello tipico dei nostri paesi caudini (la Valle Caudina, a metà tra provincia di Benevento ed Avellino, ci riporta alla memoria l'episodio famoso delle "forche caudine", in cui i Romani nel 321 a.C., sconfitti dai Sanniti, subirono l'onta di dover passare - sbeffeggiati - sotto il "giogo" delle "furculae" , formato da due lance verticali ed una orizzontale molto bassa, che li costringeva ad abbassare il capo in segno di sottomissione): un solo ambiente, poco illuminato, un arredamento essenziale e molto sobrio; non manca il tavolinetto per farsi la partita a carte con qualche amico cliente ed ingannare così le attese; appesi alla parete di fronte all'ingresso due grandi specchi, ingialliti in più punti.


    Colpisce l'attenzione il sediolone su cui far sedere i bambini mentre si tagliano loro i capelli: sul davanti è fissato un cavalluccio di legno - simile a quelli delle giostre - per distrarre i piccoli durante il taglio.


    In un angolo del salone, appoggiato su un'annerita mensoletta di legno, c'è un ventilatore per mitigare la calura estiva, ora spento, perché è autunno.


    Molti ragazzi del '45 - a Montesarchio  (l'antica Caudium) - ricorderanno che da piccoli, dopo aver imparato dal sarto a "buttare i soprammani" ai bordi delle stoffe per non farle "sfilare", dopo aver raccolto i trucioli di legno nella piccola falegnameria di "Mastu Peppe Telaro" e imparato a sostituire qualche lampadina o motorino d'avviamento dell'auto dall'elettrauto "Dante Campana" (il quale non ti risparmiava in caso di errori "una martellata appresso"), dopo si finiva dal barbiere, prima di tutto ad osservare con attenzione il lavoro del "masto", andare a comprargli il caffè o il giornale, raccogliere i ciuffi di capelli tagliati e caduti per terra. Tutto per imparare i piccoli mestieri e sopportare i piccoli sacrifici che t'insegnano a vivere. Non si doveva restare per strada senza far niente!


    Dopo circa cinque minuti, l'autotrenista, pulendosi frettolosamente i piccoli residui di schiuma dal viso, dopo aver rinnovato le sue scuse, si avviò a spostare il tir di quel poco che bastava per consentirmi la manovra! Sic!


    Per la strada un ragazzo, salutandolo, aveva esclamato: "Salvatò, te viene a ffa' semp'a barba a Frasso, eh?!"

  • 24 aprile 2007
    Greta

    Come comincia: E’ il 17 luglio del 2005 e sono a casa della tua futura mamma.
    Chi ha detto che il 17 è un giorno infausto? Un giorno sfortunato, di male augurio, sventurato… Chi, per primo, ha pensato di attribuirgli poteri nefasti e soprattutto sulla scorta di cosa?
    Forse interpretando il volo degli uccelli?
    Oppure anagrammando il numero scritto in latino o forse proprio perché il 17 di chissà quanti secoli o millenni fa qualcuno è stato vittima di situazioni spiacevoli ed ha pensato bene di esorcizzarle attribuendosi la paternità di tale “scoperta”.
    Già, attribuendosi la paternità.
    Paternità.
    E’ la prima parola che ho sentito dentro di me turbinare come il vento di libeccio, che agita il mare fino a farlo ribollire di bianca schiuma, impossibile da arginare e contenere.
    E’ la prima emozione che ho provato guardando il test di gravidanza, le cui due linee parallele mi sussurravano all’orecchio che tu eri lì e che sarei diventato padre, mentre mamma cuor di leone, in camera da letto, non trovava di meglio che dirmi – guarda tu l’esito – come se fossi dotato di poteri sovrannaturali e in grado di darle la risposta più opportuna.
    Appoggiato sul piano di marmo del bagno, elevato ad altare di mille tubetti di crema anticellulite, antiacne, antirughe, emollienti, rinfrescanti, antitutto, racchiusa in un bastoncino di plastica c’era la prova che il miracolo della vita aveva inizio.
    Ero il primo in assoluto a conoscere la verità, a gustare quei momenti indimenticabili come fossero ambrosia e mi inebriavo di quelle stupende emozioni al tal punto che, egoisticamente, non sarei più uscito da quelle quattro mura per rimanere l’unico depositario di quella stupenda novella.
     Non ho fatto né salti di gioia né sono corso per casa seguito da una scia di grida isteriche ma semplicemente, con un cenno di assenso ho reso partecipe la tua mamma del nostro segreto.
    Mi sono stupito di tanto autocontrollo perché avevo sognato tante volte questo momento, fantasticando, in una sorta di totoreazioni, su come mi sarei comportato in una situazione del genere.
    Seduta sul letto, con le mani appoggiate sulle gambe come fosse la statua di un faraone egizio, la tua mamma aspettava di conoscere quello che in cuor suo già sapeva.
    Non avrai visto il suo volto ma certamente avrai percepito le sue emozioni, anche se lo spettacolo offerto dalla sua mimica facciale avrebbe fatto impallidire il miglior Marcel Marceau.
    E adesso?
    Che facciamo?
    Ma sei sicuro?
    Hai visto bene?
    Certo che ho visto bene!
    Ma davvero è positivo?
    Si.
    Sicuro?
    Allora guarda tu!
    Il ricordo che più di altri ho chiaro nella mente, in quei minuti carichi di emozione, sono gli occhi blu della tua mamma, due zaffiri lucenti incastonati in un viso smarrito che aveva l’arduo compito di trasformare in espressione le emozioni che man mano affioravano dal suo animo.
    In piedi, appoggiata allo stipite della porta di camera con il test in mano, immobile, muta, come se la magia di un grande stregone le avesse di colpo tolta la parola, cercava in me risposte che già sapeva: sarebbe diventata mamma!
    Istintivamente, portandosi le mani al ventre, a creare una sorta di barriera, una protezione, un limite invalicabile o forse per trattenerti e trasformare in realtà quello che un attimo prima sembrava un sogno, ti ha cullata per la prima volta, con la dolcezza infinita che solo le mamme hanno.
    Poi, scossa da quel torpore che la rendeva prigioniera, si è avvicinata a me e con infinita dolcezza mi ha abbracciato, consentendomi di fare la tua conoscenza anche fisicamente.

  • 24 aprile 2007
    Conversare

    Come comincia:

    Piove.


    "Allora come stai ?"


    Ma perché me lo chiedi? Forse non lo vedi? Come stai?


    "Si tira avanti"


    Perché non glielo chiedo anche a lei? Se lo aspetterebbe forse. Gentilezza, cortesia. In fondo basta poco per apparire corretti. Ma non sono sicuro della tua risposta. Stare bene e stare male. Qual è la differenza? Posso credere ala tua risposta?


    "E tu ?". Alla fine bisogna chiederlo. Si deve.


    Bere. Una Guinness o una Kilkenny. 


     "Dovrei smettere sai?". Ma in fondo non ci credo neppure io.


    "Faresti bene".


    Ecco. Qualcuno si preoccupa per me. Ma in fondo la considero una scusa. Cercare di stare bene e di non pensare ad altre cose che... che... insomma ci siamo capiti. Perché negare?


    "Lo sai che ti voglio bene?". Era chiaro che venisse fuori. Maledizione, così non va. Non può funzionare. Come ci si fa a credere davvero? E se non fosse vero? Fosse solo voglia di carne, di sesso, di sudore?


    "Lo so". Lo sai? Questo mi consola. Non tanto però. Ma se mi avessi detto "anche io" cosa sarebbe successo? Ci saremmo guardati come ora?


    La Guinness arriva. Si sta assestando. Nera o rossa rubino. Non l'ho mai capito o l'ho scoperto troppo tardi. Ne vale la pena saperlo? Un sorso. Profondo. Fumoso. Da Pub. Shane McGowan canta If I should fall from grace with God.


    Piove.


    "Sai amare ancora?". Questa non se l'aspettava. Mi guarda fissa. Poi abbassa gli occhi. Mi riguarda. Guarda il bicchiere. Lo guardo anche io ma non lo tocco. "Amare": cosa vuole dire? Ha un significato? Eppure la domanda è semplice. Sì o no. Hai mai amato in vita tua? Se lo hai fatto sai di che cosa parlo. Lo sapresti rifare ancora e ancora?


    "Non lo so".  La risposta più ovvia. Come facevi a saperlo? Non puoi. Non vuoi saperlo.


    "Che facciamo?". Ci guardiamo. E rimaniamo sospesi. Qualcosa accadrà. La Guinness è finita. La giornata pure. Noi? Abbiamo appena iniziato o forse abbiamo appena cominciato la fine.


    Piove.

  • 24 aprile 2007
    Il vuoto

    Come comincia:

    La pioggia, triste e grigia, scivola sul mio viso, chinato a guardare la strada affollata di una lugubre città, osservata del ventesimo piano di un edificio.


    Una lacrima si confonde in quel caos di gocce e ghiaccio, gelido come il mio spirito, e cade sempre più giù, fino a sfiorare il viso di una donna felice che passeggia mano a mano con l'amore della sua vita, e che mai si renderà conto che quella lacrima era il segno di una vita passata ad aspettare quello che lei già possiede, e con un lieve gesto si asciuga la fronte umida.


    La pioggia non cessa di cadere e l'animo non placa la sua ira, ormai scambiata per sconforto e disagio. Nella mente la confusione è regina, che,come una vecchia scorbutica, dà solo fastidio e deve essere allontanata.


    Io ora ho preso la mia decisione, cadrò al suolo assieme a questo triste diluvio e non ci sarà più modo di convertire la mia mente ad una decisione più ottimistica.


    Allora mi alzo, e senza pensare, salto.


    I piedi sono ormai sempre più lontani dal cornicione e mentre il vento mi sfiora i capelli, in quegli ultimi attimi, trovo il tempo per pensare al mio corpo immobile ed intriso di sangue, statico su quella strada dove caddero le mie ultime lacrime. Il mio cammino è giunto alla fine, e fortunatamente anche le mie sofferenze.


    Il mio ultimo ricordo è solo un forte odore acre e metallico.


    Dopo, il buio.

  • 24 aprile 2007
    Piano meno uno

    Come comincia: Il vino trabocca dal bicchiere uscendo in piccoli rigagnoli sottili.

     


    10:30 tutto come da copione.


    Gente che va in tutte le direzioni con buste di carta in mano contenenti prove inconfutabili di malattie varie. Infermieri fermi, intenti a discutere della partita che si dovrà giocare, elencando formazioni e tattiche da tener conto per fermare gli avversari.


    Mario, davanti al suo bicchiere di vino non cerca nessuno.


    Lui ha tutto lì, il bicchiere che lo guarda negli occhi e il vino pronto a capirlo, lasciandolo navigare nella sua solitudine.


    Quarant'anni di servizio è questa l’unica cosa certa, l’unica cosa che insieme al suo nome non gli può togliere nessuno.


    Il bar alle 10:30 è affollato, parenti in visita, dottori, c’è gente ovunque, arrampicata sul bancone pronta a ricevere qualcosa.


    Mario parla, lascia uscire il suo piccolo mondo dalle parole chiuse male fra i denti.


    E’ solo davanti al bicchiere e lascia scivolare tutto, frammenti di vita sciolti senza senso apparente, senza tempo, con un unico scenario sullo sfondo.


    Verità mischiata a delirio, frasi dette in mezzo alla folla delle 11:00, ripetute alle 12:00, lasciando un piccolo spazio, una linea tra il bancone e i suoi piedi.


    -1, un numero al disotto dello 0, un numero pieno di corridoi e stanze, ma soprattutto porte chiuse. Mario si prende cura di tutti, in fondo è il suo lavoro, lavare, vestire, incipriare, rendendo ancora bello quello che sta per appassire. Cerca con i suoi piccoli gesti quotidiani di attaccare un po’ di vita, l’ultimo lembo, l’ultima immagine da ricordare prima di sparire per sempre. Persone con nomi e cognomi che presto saranno dimenticati tra le foglie gialle di qualche lapide bianca.


    Ogni piano lascia scivolare sentimenti diversi, raccolti in un unico lamento.


    E lui è lì, con il suo cappotto consumato, la sua aria emaciata, unico vero eroe del piano


    -1.


    L’ultima mano gentile prima della fredda solitudine.


    Ogni giorno volti nuovi, anni, qualcuno giovane, qualcuno vecchio.


    Tutti legati da un solo destino, raccolti in un'unica parola, 5 lettere di certezza.


    Si commuove, quarantanni di servizio e ancora riesce a piangere.


    Sogna, immaginando finali diversi per i corpi che accarezza, per le mani che sfiora.


    La piccola Silvia, con il lunghi capelli biondi, il minuscolo vestito rosa a testimonianza della sua innocenza, il vecchio Alberto, piccolo come un albero che ha già dato molti frutti. Mario sceglie le lacrime, mentre silenziosamente nella stanza cerca di dimenticare, lascia che la luce del pomeriggio tocchi le lettighe, accarezzando i lenzuoli deformati da figure immobili. Li immagina tutti vivi, insieme in un giorno di Maggio, accompagnati dal sole caldo che li rende tutti belli. Le loro voci gioiose si confondono con il suono di una nota, una nota che cerca di tenera aperto l’unico spiraglio di vita. Lui si lascia trsportare dal vento, leggero, li prende per mano tutti, sorridendo, lasciando che i sogni almeno per oggi possano prendere forma. Lasciando che il rumore del pianto rimanga alla porta, senza disturbare, senza che nessuna lacrima bagni questo giorno. E poi di colpo apre gli occhi, ed è tutto fermo, la luce del pomeriggio è diventata buio, interrotta dal neon opaco del soffitto. Stancamente si alza, sposta qualche lettiga cercando di creare una fila perfetta. Manda giù l’ultimo sorso di vino, alza il bicchiere per un brindisi e li rivede tutti lì in piedi, vede i loro volti tristi e seri.


    Lo guardano e piano piano indietreggiano dietro la riga buia della stanza. Mario si volta, lascia cadere il bicchiere, sorride toccando il pavimento con la guancia, chiudendo gli occhi per l’ultima volta.

  • 11 aprile 2007
    Spiaggia

    Come comincia: “Se c’è un posto dove puoi essere te stesso quello è qui”. Ora si trova a pensarlo.
    Sono solo in due: Lui e lui. Il mare e quel piccolo granello. Di sabbia. Di vita.
    Alla fine del viaggio pensava a cosa poteva trovare: lo sapeva, ma appariva nella sua mente come una verità ovvia ma celata, nascosta, indefinita.
    L’azzurro e il verde davanti a lui gli parlano. -“Di cosa hai bisogno?”-
    In realtà di tutto. Si tratta di pensare che cosa è il tutto. Amore , gioia, felicità, sole. Oppure tutto il contrario.
    Ride.
    -“Sono davanti a Lui e c’è il sole”-. E l’amore?
    L’onda porta una ventata di salato e di gelo. Il rumore delle pietre. La risacca.
    Pensa.
    Non aveva mai pensato che potesse esistere una solitudine piena. In realtà non esiste, solo che oggi c’è Lui. Una sola entità che però gli si pone sempre davanti. Sempre. Gira lo sguardo ma è sempre davanti. Verde azzurro prima e blu intenso più in là. Al largo.
    Allora è questa la solitudine? Se così fosse eliminerebbe la stirpe umana, si siederebbe per un attimo lungo un sempre davanti a Lui e comincerebbe un dialogo infinito. O meglio, un monologo.
    E parlerebbe e ascolterebbe.
    E non si stancherebbe mai.
    Guarda gli scogli.
    Sono lì da secoli, sono sempre con Lui eppure non se ne vanno. Conoscono tutti i segreti degli uomini e del sale. Non soffrono di solitudine, loro.
    L’acqua lambisce i suoi piedi ora.
    Fredda, tagliente, eppure per un momento…
    Ora chiude gli occhi: la può vedere. Non serve averla davanti. Ha la sensazione che lei sappia, che lei conosca, che lei veda tutto ciò che sta facendo. Non lui, ma Lui. Il mare. Il mare.
    Ne ha la certezza.
    E ora vorrebbe un po’ di tempo per lui. Quel tempo che si sta rubando giorno dopo giorno. Qua lo può ritrovare. Ha davanti a sé l’opportunità di fermarsi, di fermare l’andare delle cose e del tempo. Il suo tempo.
    Il tempo non ha un significato: qui non si misura in minuti o in ore ma in onde. E nel loro rumore.
    Forse anche nelle barche che tagliano l’orizzonte.
    Ma poi si ferma un attimo: e l’amore?
    Può esistere l’amore in un posto come questo? Non sarebbe sminuito da ciò che ha davanti agli occhi?
    Scuote la testa.
    Non ha risposte per questa domanda.
    Forse non vuole chiederselo.
    Forse qualunque sia la risposta ne sarebbe spaventato. Perché dovrebbe scegliere. E non può scegliere ora. Ne ha paura. E poi cosa succederebbe se si alzasse ora e levasse il suo sguardo da Lui?
    No, ora no.
    Rimane seduto o forse è in piedi, non importa.
    Le onde continuano a scandire il tempo. Il suo tempo.
    Il sole illumina ancora  il suo palcoscenico. Si sente il primo attore. Ma non ha paura di guardare la sua platea.
    Ha solo paura di un applauso falso o di un sorriso forzato. Da Lui, da lei.
    Ma più le onde risuonano e colpiscono e più lui è tranquillo.
    Il suo ambiente è quello, la sua storia è lì. Ha tutto per lui.
    Ha trovato l’amore.
    Ora deve solo raccoglierlo.

  • 11 aprile 2007
    Mio nonno

    Come comincia: Mio nonno mi portava sempre al cimitero.

    Passeggiavamo e leggevamo i nomi sulle lapidi.


    Adesso al cimitero non ci vado più, ma su una lapide c'è scritto anche il suo nome.


    Cosa è cambiato? Solo una pietra che ci divide. Prima davanti in due, ora lui è passato dietro.


    Chissà se immagina con quanta lentezza hanno eretto quel muro. Un mattone per volta e noi fermi a guardare.


    Sembrava stessero innalzando una muraglia di centinaia di metri forse illudendosi di arrivare al cielo. Ma intanto in cielo ci stava solo lui. No, forse no, neanche lui.


    Tutti schierati in fila l'accompagnammo in quel suo ultimo viaggio. Fin dentro al muro. Poi solo lui sa se ha continuato. Di certo adesso non saprei dove cercarlo se non su una fotografia in cui sorride proprio quando a me non viene voglia.


    Non è che facesse freddo. Losportello della carrozza pittosto, dava un enorme fastidio. Cigolava in sintonia col passo dei cavalli, non col mio.


    Avrebbero dovuto oliarlo  se proprio era d'obbligo tenerlo aperto. A mio parere la cosa non aveva un gran senso. A ben guardare sembrava che avessimo chiuso, allora...


    Si calavano tutti il cappello per quell'estremo saluto. Ma dico io, ci si saluta prima che uno parta.


    Eravamo tutti in tremendo ritardo e nessuno se ne accorgeva.


    Eravamo in ritardo perciò, cosa ci stavamo a fare?


    Quando lo vidi steso nella bara pensai: non è lui, lui non dorme vestito. Sarà qualcuno che gli somiglia. Qualcuno di cui non mi importa. Tra poco, quello vero arriverà e come al solito andremo...


    Eppure al cimitero, quel giorno, ci andai con quello addormentato in giacca e cravatta, con gli occhiali nel taschino ed il giornale. Come se dentro a un muro ci fosse luce a sufficienza per leggere!


    "Piangerai per me, quando morirò?" chiedeva sempre in garanzia del mio affetto.


    Forse rispondevo "sì", o forse "no, perché non morirai".


    La realtà è che lui è morto davvero ed io no, non ho pianto quel giorno perché provavo più rabbia.


    Ho pianto molto dopo, soltanto qualche volta. Non per mancanza di lacrime, non per mancanza di affetto. Non volevo fargli credere che la nostra separazione fosse vera. Di certo lui avrebbe pianto più forte. Avrebbe pianto il nonno per la sua bambina.

  • 07 aprile 2007
    Traffic

    Come comincia: Mattino solare d'autunno che non scorda l'estate. Ho un vestito che sembro la contadinella pallida d'un documentario anni Cinquanta. M'è presa d'andare a lavorare così.
    Guido placida e calma.
    Amo il mondo stamani.
    Sarà per la marmellata d'uva a colazione, particolarmente buona. Sarà che c'è il sole e che nel cd ci sono i Julie's Haircut che fanno il loro dovere. Insomma, ok. Del tipo che se fossi in tv direi: ciao raga, tutto rego? E i raga tutti in coro: sì, con tripudio di sorrisi e colori.
    Anche lui, no?, quello che mi taglia la strada... che non ha rispettato lo stop.
    Lui, ecco.
    Non lo vedo male, cioè, non mi prende di litigarci. Semplicemente gli scarico addosso il clacson, come una valanga alpina. E lui si gira -vorrei vedere- e mi guarda basito.
    Ché, esprime il mio aulico sguardo, di mattina forse non si suona? Hai le orecchie delicate?
    Beh, mi spiace, io ho l'auto delicata e non le va che le si spalmi
    addosso una Peugeot Enfant Terrible, così, con tutte queste confidenze inopportune. E chi ti conosce. Almeno i preliminari. Che so, appoggiati piano sul paraurti. Strusciati lieve sulle portiere.
    Invece no. Egli, colui che, insomma il tipo apre la mano in segno benedicente. Pare un saluto. Pare cortesia. Poi restringe il campo d'azione alla falange media e m'invita, credo, a visitare luoghi ameni e bucolici. Dove, gli ricordo, anche lui stesso sta per andare. Anzi, concludo, già che c'è, mi faccia da navigatore,
    da Virgilio,
    da guida,
    da traghettatore
    dato che non pratico bene le geografie.
    "Caronte!"
    gli grido infine dal pertugio del finestrino aperto, immersa nel mio divagare dantesco, figlia dell'Inferno Canto III.
    Ma, per uno strano gioco di correnti aeree e  decibel cittadini, lui capisce
    "Coglione"
    ma no, davvero, assicuro, non era così, figurarsi poi,  io vestita da contadinella, vuoi che pronunci, dica, affermi, asserisca una parola simile?
    Facevo piuttosto la citazione colto-dantesca in riferimento al traghettatore dell'Acheronte, perdinci.
    E dato che all'Inferno alla fine siam finiti, mi ripete il gesto e se ne va, con conseguente e ritmata mia strombazzata finale, durata fino al semaforo successivo.

     

    Che sembravo al corteo d'un matrimonio, sembravo.
    Altroché.

  • 07 aprile 2007
    Dottor Francesco Esposito

    Come comincia: La storia di Francesco è apparentemente uguale a quella di molti ragazzi della sua età; anche lui, come qualsiasi altro suo coetaneo, andava a scuola e amava coltivare quella che lui definiva la sua più grande passione: il calcio. Ogni settimana infatti si recava presso un campetto vicino casa per una partitella tra amici. Purtroppo però a Francesco mancava qualcosa di molto importante di cui davvero non se ne può fare a meno: la stabilità affettiva che solo una vera famiglia poteva offrirgli.
    Francesco Esposito, un adolescente di circa quindici anni, viveva  in un misero appartamento della periferia di Napoli con i suoi fratelli più grandi Vincenzo e Gaetano i quali facevano enormi sacrifici per potergli consentire di studiare. Suo padre, si trovava in carcere per scontare una lunga pena a causa del suo coinvolgimento in un omicidio dopo che già in precedenza aveva scontato altre pene per reati minori. Sua madre invece era stata coinvolta in un giro di prostituzione dal quale non era più riuscita ad uscire e da ormai tre mesi non si avevano sue notizie. Questi episodi spiacevoli avevano portato il giovane Francesco ad essere un ragazzo dal carattere estremamente irascibile e per di più facilmente influenzabile dalle cattive compagnie. Nemmeno il rendimento scolastico di Francesco era dei migliori, spesso infatti i suoi fratelli maggiori, che facevano le veci dei genitori, venivano convocati a scuola dai professori per essere messi al corrente dei problemi di profitto riscontrati dal loro fratello minore.
    - “Potrebbe sicuramente fare molto di più ma non vuole applicarsi”. Era questa la frase che si sentivano dire i fratelli di Francesco ogni qual volta che si presentavano al cospetto degli insegnanti del ragazzo. Francesco infatti non voleva assolutamente saperne di impegnarsi nello studio; i brutti voti si presentavano con una frequenza sempre maggiore ma il giovane non si preoccupava per niente e continuava a trascorrere la maggior parte del suo tempo a giocare a calcio con gli amici e a girovagare in motorino. Vincenzo e Gaetano molto spesso rimproveravano Francesco a causa di questo suo atteggiamento da menefreghista ma il giovane non voleva assolutamente ascoltare i consigli di chi, più grande di lui di qualche anno, aveva sicuramente un po’ di esperienza in più circa le difficoltà da affrontare nella vita. Ogni giorno Vincenzo e Gaetano raccontavano al loro fratello minore di aver vissuto molto da vicino il difficile periodo in cui il loro papà venne arrestato per la prima volta e che per mandare avanti la baracca avevano dovuto cominciare a lavorare nell’età in cui i loro interessi dovevano essere ben altri. Gli raccontavano inoltre di quando la loro mamma cominciò ad avviarsi verso la prostituzione e tornava spesso a casa ubriaca. Malgrado queste tristi rivelazioni, Francesco non sembrava per nulla intenzionato a rimboccarsi le maniche anzi, più i fratelli lo incitavano ad abbandonare il suo stile di vita, più il ragazzo era motivato a non seguire i loro consigli.
    Ogni sabato, un altro adolescente di nome Gennaro, era solito aspettare Francesco sotto il portone di casa per invitarlo ad andare a giocare l’ennesima partita di calcio e trascurare ancora una volta i suoi doveri di studente. Gennaro aveva una storia alle spalle molto simile a quella di Francesco; anche lui infatti mostrava una certa avversione nei confronti dello studio. I suoi genitori si trovavano entrambi in carcere e il ragazzo era costretto a vivere con i nonni materni. Saltuariamente, proprio per volontà di questi ultimi, si recava a lavorare presso un’impresa di pulizie perché, in questa maniera, speravano di fargli comprendere quanto fosse importante avere un lavoro per poi costruirsi un futuro. I due spesso rincasavano tardi perché dopo la partita si recavano nel centro di Napoli a divertirsi. A dire il vero i loro non potevano essere definiti divertimenti; non di rado infatti, i due ragazzi si rendevano protagonisti di episodi a dir poco spiacevoli come scippi e furti di vario genere. Per questa ragione i fratelli di Francesco venivano frequentemente convocati dalla polizia e ogni volta dovevano subire l’umiliazione da parte degli agenti che raccontavano ai due, nei minimi particolari, tutte le malefatte del loro giovane fratello.
    Al contrario di Francesco, i suoi fratelli erano degli onesti lavoratori e di certo non potevano più umiliarsi in quel modo a causa di quel ragazzino che ormai sembrava definitivamente avviato verso una cattiva strada.
    Un giorno, malgrado l’affetto che nutrivano per Francesco, Vincenzo e Gaetano decisero che era il caso di iscrivere il loro terribile fratello in un collegio e dare così una svolta definitiva alla sua vita; le loro intenzioni non erano assolutamente cattive bensì intendevano far capire a Francesco l’importanza dello studio e acuire in lui il senso di responsabilità che fino a quel momento gli era quasi del tutto mancato. L’indomani i due ragazzi comunicarono a Francesco la loro decisione e la reazione di quest’ultimo fu esattamente come essi si aspettavano.
    -“Ma siete pazzi!” esclamò Francesco con un marcato accento napoletano “io non voglio essere chiuso in una gabbia”.
    - “Lo facciamo soltanto per il tuo bene” rispose uno dei fratelli, “per noi è un enorme sacrificio mantenerti in collegio con il nostro misero stipendio ma è molto importante che tu decida di diventare responsabile una volta per tutte”.
    Dopo queste severe parole di suo fratello, Francesco tacque e sembrava quasi essersi rassegnato a questa decisione.
    L’indomani, dopo aver preparato i bagagli, Francesco, accompagnato da Vincenzo e Gaetano raggiunse il collegio che si trovava in un piccolo paesino del Molise. Visto dall’esterno questo luogo sembrava un piccolo angolo di paradiso ma all’interno di esso era tutt’altra musica. Era la severità che spadroneggiava e sembrava che il giovane Francesco avesse davvero trovato pane per i suoi denti. Dopo alcune settimane di permanenza all’interno dell’istituto, Francesco sembrava non aver modificato per nulla il suo carattere e il suo modo di comportarsi. Il ragazzo amava fare scherzi di cattivo gusto ai suoi compagni di stanza i quali puntualmente si vendicavano senza pietà; sembrava perfino che volesse affrontare la severità dei suoi educatori ma ogni volta che lo faceva questi ultimi gli infliggevano severissime punizioni.
    Il tempo trascorreva e Francesco sembrava sempre più incorreggibile e i suoi educatori in collegio riuscivano a stento a tenergli testa.
    Una notte però accadde qualcosa di molto particolare, un episodio che si rivelò fondamentale per la vita del giovane Francesco. Quella notte infatti, il ragazzo sognò la sua nonna paterna che poco tempo prima era venuta a mancare a causa di un male incurabile. L’anziana donna parlò al ragazzo con un tono molto dolce, quel tono che aveva sempre usato anche quando era in vita.
    -“Ma perché ti comporti così?” chiese la donna rivolgendosi a Francesco “non pensi ai tuoi fratelli che ogni giorno si sacrificano per te?”
    - “Io non sono cattivo nonna” rispose Francesco “ho solo bisogno dell’affetto di una vera famiglia”
    - “Hai ragione piccolino” rispose la nonna “comunque sappi che ogni volta che ti senti solo pensa a me e inoltre promettimi che d’ora in poi ti impegnerai seriamente nello studio”.
    - “Te lo prometto nonna ci puoi contare” replicò Francesco.
    L’indomani il ragazzo si risvegliò con il cuore gonfio di tristezza; il sogno di sua nonna lo aveva fortemente turbato.
    Da quella notte Francesco sembrava totalmente cambiato; non era più il ragazzo terribile che faceva disperare persino i suoi severi educatori del collegio. Ogni giorno diventava più triste e sembrava sentirsi sempre più solo e nostalgico nonostante, all’interno dell’istituto, ci fossero tanti altri ragazzi. Spesso lo si vedeva piangere e ci si accorgeva di quanta voglia avesse di tornare a casa.
    Ritrovatosi da solo nella camerata del collegio, Francesco decise che era ora di dare un calcio al passato e guardare avanti. Decise di impegnarsi davvero nello studio e, tornato definitivamente a casa, in breve tempo recuperò tutto ciò che aveva perso fino ad arrivare al diploma.
    Durante questo periodo il ragazzo si era molto appassionato alle discipline scientifiche e decise quindi di iscriversi alla facoltà di medicina. Erano passati alcuni anni e Francesco era ormai vicino alla laurea. La sua tesi fu un vero trionfo, molto apprezzata da tutti i componenti della commissione giudicatrice. Francesco era così avviato verso una brillante carriera di primario in un importante ospedale e, ormai per tutti, era diventato il Dottor Francesco Esposito ma soprattutto aveva mantenuto la promessa fatta a sua nonna quella notte ed era sicuro che se quest’ultima fosse stata ancora in vita sarebbe stata davvero felice per lui. Francesco assaporò così il gusto della vittoria, la vittoria contro un passato fatto di sofferenza e di continua infelicità.

  • 07 aprile 2007
    All'ombra della Morte

    Come comincia: Una storia di rabbia e dolore.
    Una storia di sopraffazione, la mia, quella di una  bambina divenuta infine donna, dai grandi occhi scuri come polle d’acqua profonde nella notte.
    Un’ostinata selvaggia, diceva mio padre, cresciuta senza regole e senza un‘adeguata educazione.
    Una ragazzina ossuta e  poco femminile, ero io per mia madre, lei lo ripeteva sempre; una nobile castellana con una figlia impossibile, lei, consorte di un marito padrone, lei con molti altri figli più rispettosi di certo alla quale badare.
    Lei: consumata dalla morte. Infine.
    Ero una bella ragazza, focosa e determinata per Erin il mio promesso, decisa la nostra unione da entrambe le famiglie quando aveva poco meno di sei anni. Questo era ciò che egli sapeva, questo è quanto gli avevano raccontato di me nel corso degli anni.
    Ed adesso cosa sono diventata?
    Cosa rimane di una bimba che sognava di divenire una principessa guerriera, come nelle più belle favole, quando si perde tutto ciò che si ha cosa resta, se non la rabbia, la cattiveria prima sopita e quel sensuale e appagante piacere che si prova nel vendicarsi e  far del male a chi ti toglie ogni cosa per sempre?
    Cosa, dunque adesso?
    Una donna fredda, distante, un monolite di pietra scura, seducente forse, nella sua bellezza priva di canoni fissi, molti gli amanti che l’hanno detto, con un modo di fare erotico, con gesti apparentemente laconici e calmi, sottilmente allarmanti, equivoca, provocatrice, un diabolico labirinto di specchi, un intrico di rami contorti, un caleidoscopio che riflette sempre la stessa immagine, ogni volta da prospettive differenti, deforme, distorta, tanti aspetti capaci di restituire ad ogni modo una visione a tutto tondo.
    Sfuggente e fragile, attraente e sinistra, fino a provocare la repulsione nella gente (quanto odio sento piacevolmente attorno a me?), ma ugualmente desiderabile, esile e pallida, ossuta. Maestra nell’avvolgere sempre di più strettamente le vittime che desidero e amo, fra le ombre ovattate e languide, possessive, che da tempo ormai mi stringono in spire mortali.
    Ardente e passionale se voglio, se razionalmente decido di farlo, per poter raccogliere torpori inquieti, dolcezze malate e folli.
    Mostruosa e forte, (tutto ciò mi spaventa?), colma di potere, come può esserlo solo il Male, accanita e caparbia nel mio demoniaco compito, per la Morte, per l’Oscura mi mostro, tuttavia, docile languida, come una creatura sospirosa e fragile, coperta da un velo di malinconia quasi stanco: il preludio di una fine che si rivela inesorabile prima ancora che per le mie vittime, per me stessa.
    Seduco per la morte e dalla morte sono sedotta in un gioco macabro di specchi e labirinti.
    Un fascino ineffabile e potente, quanto mortale, che si consuma nella pozza scura dei miei occhi.
    Mortale sì: per chi giunge e soccombe, trascinato da questa spirale di doppiezza ed ambiguità che adesso mi caratterizza, perennemente in contrasto tra pietà e paura, disgusto e inesorabile attrazione, che rendono ogni volta più sfumate ed incerte le linee di confine tra Bene e Male, realtà e sogno.
    Come può un ramoscello divenire tronco che abbatte?
    Un uccellino piumato divenire predatore?
    Possono gli avvenimenti della vita trasformare il bianco in nero o vi è già del nero sotto una crosta bianca di sale?
    Non è da molto tempo che tutto è iniziato, io sono stata la pietruzza che è scivolata nel baratro del pozzo, cadendo sempre più giù, in fondo.
    Un’infanzia tormentata, contrasti e discussioni, un villaggio ed un enorme maniero.
    Non ho molti altri ricordi, credo di aver deciso da tempo di celarli a me stessa, di rimuoverli completamente dai pensieri della mia mente. Venivo picchiata, da bambina testarda che non accetta alcun consiglio dagli adulti, non ero molto benvoluta dalla gente che lavorava al servizio di mio padre; tutti dovevano e volevano educarmi ad essere servile per divenire una perfetta castellana, una futura moglie ed un'amorevole madre.
    Erin, lui è solo un puntolino grigio in un angolo minuscolo della mia mente, un ragazzo smilzo e noioso, il mio futuro e promesso sposo. Alle due famiglie la nostra unione avrebbe portato enormi vantaggi e ricchezze e molte terre.

    ***

    Erin giunse nella mia dimora accompagnato da una scorta, due giorni prima del mio dodicesimo compleanno per ufficializzare la nostra unione, per chiedere formalmente la mia mano. Questo accadde prima che tutto avesse inizio.
    Non sò quali sentimenti io provassi per lui a quel tempo,  lo avevo visto solo due volte prima di allora, durante due delle feste ufficiale e la prima volta ero addirittura troppo piccola per ricordarlo. Indifferenza forse, un destino già deciso dal giorno in cui ero nata non mi scalfiva di certo, le costrizioni però mi infastidivano e rendevano me, un’adolescente irascibile.
    Quattro giorni dopo la festa di Sahmain una violenta discussione, l’ennesima con mia madre e due delle mie sorelle più piccole. Imposizioni su imposizioni non riuscivo a sopportarlo, lasciai la mia casa livida di rabbia, infuriata per le loro idee e decisioni sulla mia persona, mi sentivo ancora una bambina e loro desideravano che divenissi una donna in pochi giorni.
    Correvo nel bosco, ettari ed ettari di verde e di silenzio, correvo lasciandomi alle spalle le liti, le urla, le percosse ricevute.
    Sapevo che mi avrebbero cercato, ero certa che avrebbero passato la notte a chiedersi dove fossi finita, ma non mi importava, era già successo altre volte, quando sarei tornata mi avrebbero nuovamente picchiato, ma non aveva importanza nemmeno quello.
    Due giorni trascorsero e della mia famiglia nessuna traccia, mangiavo ciò che trovavo, ciò che il bosco mi offriva pur essendo una stagione rigida, bacche e frutti, ero stanca ed infreddolita, ma troppo testarda e tenace per abbassare la cresta e ritornare.
    Un pomeriggio, il terzo dal giorno dalla mia fuga, riposavo sotto una quercia, riparandomi dal vento che si era levato ormai da ore preannunciando un temporale, non ebbi il tempo nemmeno di rendermi realmente conto di cosa stesse accadendo quando mi sentii afferrare da  tre uomini. Una stretta brutale ai polsi ed alla  vita, il dolore che esplodeva nella mia testa a causa di un pesante pugno al volto, una nebbia rossastra che circondava i miei pensieri. Non mi servì a nulla inveire contro di loro, scalciare, mordergli mani, se non a farli ridere di più ed a farli godere nel picchiarmi ancora, iniziai a sentire il sapore del mio sangue in bocca seguito infine da un’idea che nata in quell’istante turbava la mia mente.
    Se mi fossi chiusa in me stessa avrei sentito meno dolore? 
    Se avessi finto di essere remissiva, avrei placato il loro  essere bestiali e sarei sopravvissuta.
    Misi in atto ciò mentre mi trascinavano verso il maniero, verso la casa dove avevo vissuto la mia infanzia, dove coloro che mi avevano cresciuto vivevano, ed un acre odore di fumo e carne bruciata mi giunse alle narici facendomi rivoltare lo stomaco; alcune capanne dei contadini non erano che cenere, dinanzi all’ampio e massiccio portone del maniero vi erano mobili rotti, pergamene bruciate, vesti lacere e sangue: sangue da ogni parte.
    Non una smorfia, né una lacrima sconvolse il mio viso.
    Non potevo crollare, non desideravo farlo e la vista dei miei genitori e dei miei fratelli in catene mi diede un inaspettato e sconvolgente moto di gioia. Rimasi senza fiato per lunghi istanti, attonita, poi le mie labbra si incresparono in un vago ed ebete sorriso, una sorta di liberazione definitiva dalle loro angherie pensai, era dunque giunta. Mia madre mi guardò con occhi lucidi e imploranti, ma io volsi lo sguardo. Osservavo intorno a me ogni particolare per imprimerlo nella mente per sempre, razionalizzavo, pensavo e cercavo un modo per uscire vincitrice da quella situazione.
    Potevo perdere la battaglia, ma di certo non la guerra.
    Misero in catene anche me, ero pesta e dolorante, ma al momento non me ne curavo.
     Fra i prigionieri vi era anche Erin, legato col viso gonfio e gli occhi arrossati di pianto, frignava come un bambino ed  il vederlo così mi disgustava, giurai a me stessa che mai mi sarei concessa ad uomini che non erano degni di appartenere a quel sesso.
    Nel salone principale una banda di sassoni banchettava con le nostre provviste, sghignazzavano paghi del loro bottino. Venni trascinata fin davanti ai piedi di un uomo, il loro capo, biondo e grasso, con una lunga barba incolta, il viso rubicondo dalla troppa birra bevuta: fui costretta ad inginocchiarmi dinanzi a lui da uno dei suoi uomini come nuova preda, come animale catturato; non parlai, alzai semplicemente il capo per fissarlo, con aria di sfida, in reazione a ciò ricevetti un sonoro ceffone e la mia espressione di odio lo fece  scoppiare a ridere, sentivo il sapore ferroso del sangue in bocca mentre egli faceva cenno al suo uomo affinché mi conducesse in un angolo, legata come una cagna.
    Tutto adesso mi appare chiaro alla mente, i miei ricordi… mi occorre semplicemente chiudere gli occhi per avere una verosimile raffigurazione della sala e di ciò che quel giorno, io giovane e spaventata seppur spavalda, avevo intorno.
    Sasso dopo sasso eressi un muro, chiusi persino le crepe più piccole e insignificanti del mio essere; gelo misto al dolore ed ad uno strano senso di appagamento nell’essere finalmente da sola, sola ed unica nella mia esistenza,  giunsi finanche a determinare i nuovi valori della mia vita.
    Me stessa prima di tutto, sopra ogni cosa. Io, le mie pulsioni, i miei desideri e il mio senso di grandezza che dilagava prepotentemente spazzando via tutti gli argini che col trascorrere degli anni mi avevano costruito intorno.
    Niente in quei giorni riuscì a scuotermi esteriormente, più di quanto in verità non lo ero nell’anima, dentro di me infuriava una tempesta, fuori vi era il mare placido.
    Né le torture agli uomini, fatte per il sollazzo dei briganti, né i gemiti dei miei familiari, né la loro agonia fino al sopraggiungere della morte che da giorni incombeva con il suo puzzo, in ogni angolo della sala.
    Legata in un angolo, osservavo silenziosa  lo svolgersi degli eventi.
    Una risata troppo rauca, una manata data con forza alla natica di una serva, un cane che latrava dalle cucine, una musica fastidiosa, troppo melensa per la situazione e per le mie orecchie mortificate dalle urla di chi come me era ancora vivo e  prigioniero, il suono riempiva la stanza strappato da una armonica rudimentale suonata da uno degli uomini.
    Ballavano i briganti ubriachi, danzavano allegri e macabri, sornioni come i gatti che sbranano i topi dopo aver giocato con loro, girovagavano per le stanze del maniero saccheggiandole di ogni suo avere, nelle camere padronali avevano trovato una cospicua somma  che gli avrebbe assicurato una buona rendita per gli anni a venire e adesso contavano quei denari, soppesavano i gioielli, ammiravano i candelabri, le ciotole, gli arazzi, mentre i miei familiari gelidi e ammucchiati in un angolo come stracci smessi, iniziavano ad emanare il sentore della putrefazione ed erano lauto pasto per mosche e ratti.
    Frignavano le altre donne, le serve sopravvissute obbligate a servire i ladri, alcune legate come me, inciampavano di tanto in tanto coi vassoi colmi di cibo attirando su di loro gli scoppi d'ilarità della combriccola, erano state maltrattate, erano seminude e piene di lividi,  erano probabilmente già gravide, violentate quella prima notte di soggiorno dai nostri villici visitatori; dal mio angolo riuscivo ad immaginare la scena e le loro pietose suppliche.
    Ero combattuta, il mio spirito si lanciava verso qualcosa che mai avevo pensato, desideroso ad unirsi a quei maltrattamenti, a quei bestiali soprusi; volevo divenire da vittima a carnefice, desideravo far del male anch'io per ripagarmi da anni di angherie, poi d'improvviso la corrente del mio pensiero cambiava il suo corso e desideravo che la morte giungesse anche per me, prima che mi fosse riservata la stessa sorte delle altre vittime, cambiavo umore come una dama cambia il suo abito, idee contrastanti affollavano la mia mente, non sapevo nemmeno cosa volere.
    Pregavo che arrivasse la morte veloce e senza dolore in ogni istante lucido della mia giornata, poi mi lasciavo andare al delirio e desideravo che la Signora giungesse a me nella maniera peggiore, che mi facesse soffrire più di come soffrivo, che tutto fosse atroce e potesse distruggere il muro che si era creato dentro il mio corpo, che fosse violenta magari, in modo da poter spazzare tutto con le lacrime, ma ogni mio pensiero era comunque invano, serviva semplicemente a far scorrere il tempo più in fretta.
    Nessuno arrivava a portarmi via, né la morte, né un azzurro principe delle favole e nessuno si avvicinava a me e mi faceva del male.
    Certo, ero trattata da prigioniera, ero legata, soffrivo la fame, ma a parte qualche pesante schiaffo assestato sul mio viso e sul mio corpo in malo modo, nessuno posava gli occhi colmi di cupidigia su di me.
    Iniziai a chiedermi cosa avessi di sbagliato, di diverso rispetto agli altri, alle serve formose, che di certo da lì a pochi mesi avrebbero messo al mondo figli bastardi, alle mie sorelle, bambole rigide e fredde, ormai morte da giorni semplicemente perché erano le figlie del padrone.
    Iniziai a chiedermi se sapessero realmente chi fossi, iniziai a chiedermi perché mi riservavano questo diverso trattamento, cosa li divertiva, cosa li allarmava, se fosse il mio corpo gracile e per questo ripugnante, il mio sguardo duro o semplicemente la mia persona a tenere lontane le loro voglie, ma ogni scelta che la mia mente faceva mi pareva improbabile ed assurdamente ridicola.
    In quei giorni ancora non capivo quanto in verità potessero guadagnare nel mantenermi intatta, avevo appena dodici anni, ero molto ingenua.

    ***

    Trascorsero circa due settimane, non so bene con esattezza: alternavo momenti di veglia e pensieri chiari a momenti di pura trance indotta, dalla disperazione forse, dalla determinazione o da qualcosa di più grande… chi può dirlo cosa già da allora era stato scelto per me, per il mio futuro; poi una delle tante mattine piovose la ciurmaglia di uomini decise di andarsene a razziare qualche altra proprietà.
    Mi trascinarono con loro, ne fui felice, sempre meglio che marcire alla dimora, dove ormai chi conoscevo era morto, era storpiato o semplicemente trattato da schiavo.
    Stavo male, vomitavo il poco cibo che avevo ingerito, i tozzi di pane raffermo che avevo mi avevano gettato e che avevo ingurgitato violentando il mio stomaco, probabilmente avevo la febbre, a fatica riuscivo a mantenere il silenzio che mi ero imposta ed il condegno determinato, con la poca volontà che mi era rimasta riuscivo ancora a mostrarmi come qualcosa di solido, come un giunco, fragile, fragilissimo, che si piega, ma di certo non si spezza.
    Settantotto giorni senza una parola, (lo seppi soltanto dopo…), quando feci il conto a quei tempi, mi parse davvero strano, assurdo, inconcepibile, adesso invece sembra che neanche ci faccia più caso, a volte mi appare davvero superfluo il suono della voce, troppo stridulo, troppo irruento e troppo spesso fastidioso.
    Giungemmo in un porto, io insieme ad altre tre donne della quale non seppi in alcun modo la fine, quattro bambini ed una decina di uomini.
    Il vociare, la confusione e gli odori  attorno a me mi davano la nausea, poco dopo ad essa si unì  lo sfinimento fisico; ricordo che quel giorno svenni più volte, qualcuno mi sosteneva, per quanto lo odiassi non riuscivo ad impedirlo, infine confusa e dolorante ripresi coscienza e mi risvegliai su di una nave in mare aperto. Sentivo le onde rollare sotto le assi e il ronzio di suoni e voci di molte altre persone vicino a me, c'era inoltre un odore rancido che permeava nella stanza.
    Ero stata venduta.

    ***

    Non desidero riportare ancora i giorni ormai  scoloriti nella memoria del mio viaggio in mare, i volti sofferenti ed esterrefatti degli altri prigionieri, le strette catene, la fame, i ratti e tutti gli orrori, e la morte così vicina che mieteva vittime su vittime, che prendeva senza una parola i miei compagni di viaggio. L'abbracciarono in tanti, se ne andarono colmi di orrore e dolore con lievi lamenti, come animali feriti. Io rimasi lì rannicchiata, annichilita dentro dal mio dolore, senza che nulla riuscisse a spezzarmi, chi parlava la mia lingua nella stiva discuteva a bassa voce della loro futura sorte, chi parlava pensava che fossi muta e sorda, pensava che non capissi, che fossi una stupida. Dopo alcuni giorni in cui fallirono tutti i loro tentativi di dialogo ed approccio mi ignorarono, ed io li assecondai preferendo il silenzio e la concentrazione, la ricerca dei miei pensieri e dei miei nuovi scopi nelle lunghe ore di attesa, probabilmente se avessi voluto parlare non sarei stata in grado di farlo, tanto il trauma aveva devastato il mio essere. Per tutta la durata della traversata rimasi silenziosa e cercai di essere vigile e sorprendentemente lucida, per quanto le forze lo consentissero.
    E poi ancora alla luce del sole dopo giorni e giorni, altri viaggi, carovane, ancora prigionieri e catene, lingue e posti sconosciuti, uomini dalla pelle scura, donne minute e tonde col viso e i capelli coperti da veli ed un caldo soffocante che mi lasciava senza fiato e faceva tornare in me l’immensa voglia di abbracciare nel gelo l’oscura Signora che tutti in cuor loro chiamavano ed alcuni addirittura invocavano.
     Pensavo di poter crollare da un momento all'altro, ma vi era qualcosa dentro di me che mi impediva di farlo, la rabbia, che mi divorava le viscere impedendomi di diventare sabbia del deserto, piccola, insignificante e scivolosa fra le mani. Cambiai padroni più volte, fui venduta da un mercante ad un altro, tanto che alla fine realmente non seppero se fossi in grado di parlare o se fossi realmente una succube muta, capivo di questo erano certi, ero una ragazzina sveglia e per questo probabilmente i denari attorno a me circolavano.
    Poi giunse un’ ultimo padrone alla quale fui venduta ed osannata come se fossi un bel fiore.
    - Ed ecco la nostra perla,  il nostro fiore del nord, la nostra bellezza esotica del mare glaciale.
    Ammirate la sua pelle chiara e gli occhi scuri. Vi assicuro signore, non vi è donna più silenziosa, remissiva  e pronta ad ogni voglia e desiderio, guardate la sua bellezza acerba di chi fra qualche anno diventerà armonia preziosa. Il vostro padrone non resterà deluso. E’ muta, ma è sveglia, cosa può desiderare un uomo di più?-
    Mi descrisse così il mercante agli occhi dell’eunuco dinanzi a me pronto a comprarmi.
     L’effeminato servo parve soddisfatto e fu in un harem che si concluse la prima parte del mio viaggio.

  • 04 aprile 2007
    Hermann

    Come comincia: Hermann è il mio angelo custode. Perché ognuno di noi ne ha uno. Solo che il mio è veramente molto distratto.

     


    Quando mi trovo in una situazione imbarazzante, lui è in qualche pub a farsi una Guinnes. Quando lo invoco per un consiglio, lui sta guardando l'ennesima edizione del "Grande Fratello".


    Che ci troverà, poi...


    Quando il cuore mi fa male, lui è ad una serata dei Tiro Mancino.


    Ma appena sbaglio, eccolo lì, immediatamente riappare ed inizia a teppezzarmi i pensieri con la sua morale. Ha alcuni geni del Grillo Parlante ed è un maestro mel dare per poi togliere. Quando sono nel caos dell'indecisione, lui mi stuzzica, ricordandomi che le cose non ci cadono addosso, serve inseguirle, cercarle e provare a farle nostre.


    Mi ripete che non siamo sulla terra per mangiare e dormire, ma per "tentare l'impresa". Mi ripete che devo credere in me e che se non provo non saprò mai se riesco a schienare Andre The Giant. Novantanove volte su cento torno a casa con la forma delle chiappe di Andre sul mio sterno ed Hermann non si fa vedere.


    Ero un bambinetto quando l'ho incontrato per la prima volta. A causa di una caduta dalla bici, stetti in bilico tra la vita e la morte per due settimane. Lui ogni giorno, come un buon allenatore, mi diceva di stringere i denti perché se ci credevo sarei riuscito a risalire in sella.


    Parlammo molto, in quei lunghi giorni al buio. Poi, quando riaprii gli occhi, detti un nome al mio angelo.


    A volte mi chiedono perché Hermann, se c'è qualche ragione teutonica derivante da Italia-Germania 4-3. Ma i nomi sono come le folate di vento: arrivano a caso e, se li scegli così, sono i più sinceri del mondo.


    La prima cosa che vidi, risvegliandomi, fu la serranda a mezza asta della finestra della mia stanza d'ospedale. Sull'ultima stecca in basso c'era un grande adesivo: "Hermann Infissi".


    Chiamare il mio angelo"Infissi" mi sembrava poco poetico. Dunque, Hermann.


    (Tratto dal capitolo 7 del romanzo "Trenta giorni di gesso" edito nel Novembre 2006 da Ibiskos Editrice Risolo)