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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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elementi per pagina
  • 31 luglio 2007
    La bottiglia di vino

    Come comincia: Ricorderò e comunque anche se non vorrai.
    Inizia così una bella canzone nel bel mezzo di una festa, due note lente e il dj invita prendere e accompagnare il proprio o la propria partner a ballare un lento, ma a me quella canzone non piaceva, o meglio non mi piacevano le canzoni d’amore, perché sapevo che quelle canzoni non parlavano di me, e perché in quel momento l’unico partner era solo una bottiglia di vino, lasciata lì sul tavolo, da sola… come me… utile per tirare su il morale ma adesso veniva lasciata là, sul tavolo da sola.
    Ti sposerò perché non te l' ho detto mai
    Come fa male cercare , trovarti poco dopo
    E nell' ansia che ti perdo ti scatterò una foto…
    Ti scatterò una foto…
    sulla pista sono arrivate già le prime coppie, e molti ormai si sono lasciati andare ad un flusso di emozioni -guardali là poveri idioti-pensavo -un giorno soffriranno anche loro e sapranno quanto è stupida e lagnosa questa canzone.
     
    Ricorderò e comunque e so che non vorrai
    Ti chiamerò perché tanto non risponderai
    Come fa ridere adesso pensarti come a un gioco
    E capendo che ti ho perso
    Ti scatto un' altra foto
    Perché piccola potresti andartene dalle mie mani
    Ed i giorni da prima lontani saranno anni
    la verità è che su quella pista a ballare ci volevo stare anch’io e così provai ad invitare  una ragazza,ma non  era esattamente quello che volevo,quello che volevo stava lì sulla pista ... ma senza di me
    E ti scorderai di me
    Quando piove i profili e le case ricordano te
    E sarà bellissimo
    Perché gioia e dolore han lo stesso sapore con te
    Vorrei soltanto che la notte ora velocemente andasse
    E tutto ciò che hai di me di colpo non tornasse
    E voglio amore e tutte le attenzioni che sai dare
    E voglio indifferenza semmai mi vorrai ferire
    in quei momenti sentivo noia mista a frustrazione, un po’ come quando il Milan perse la finale col Liverpool, in un certo senso ero stato il migliore in campo, mi ero distratto solo per cinque minuti, eppure come gli ho pagati quei cinque minuti, ero stato il migliore… eppure sul podio con la coppa c’era l’altra squadra, eppure sulla pista con lei non c’ero io…
    E riconobbi il tuo sguardo in quello di un passante
    Ma pure avendoti qui ti sentirei distante
    Cosa può significare sentirsi piccolo
    Quando sei il più grande sogno il più grande incubo
    - ma tu paragoni lei ad un trofeo? - mi dissero un po’ sdegnati - ma l’amore non è una gara, ma l’amore non puoi a cercartelo perché sarà lui a trovarere te… - e non ho voluto più sentire altro, mi sembravano banali e stupide quelle cose, perché ho sempre pensato che il miglior modo per conquistarsi qualcosa e di sacrificare qualcosa di e raggiungere l’obiettivo, e così applicai quel metodo all’amore… ma non funzionò.
    Siamo figli di mondi diversi una sola memoria
    Che cancella e disegna distratta la stessa storia
    quella sera andò avanti così, sigarette più amare del solito, il dj mise altri canzoni, e mentre tutti ballavamo, camminavamo, quella bottiglia di vino rimaneva là sul tavolo da sola…ogni tanto qualcuno passava beveva un goccio e la rimetteva là sul tavola da sola
    E ti scorderai di me
    Quando piove i profili e le case ricordano te
    E sarà bellissimo
    Perché gioia e dolore han lo stesso sapore con te
    Vorrei soltanto che la notte ora velocemente andasse
    E tutto ciò che hai di me di colpo non tornasse
    E voglio amore e tutte le attenzioni che sai dare
    E voglio indifferenza semmai mi vorrai ferire
    Passarono i giorni e le settimane, l’inverno fu freddo a tal punto che ne sentì l’eco in primavera, quella canzone si mise come un tarlo nella mia testa, quanto l’ho odiata, eppure la volevo sentire, una canzone che parlava della grande avventura che mi doveva ancora capitare, e così cercai tante avventure, ma niente mi entusiasmava più, quel gelido inverno bloccava anche le emozioni… e arrivò S. Valentino, e io rimasi come quella bottiglia alla festa, chiunque veniva beveva, si rallegrava e la lasciava sul tavolo perché in quelle occasioni il vino non serve più, le parole confortevoli non mi servivano più, quante volte mi hanno detto che ero speciale, quante volte  mi hanno detto che meritavo qualcosa e poi… chi mi ha veramente dato qualcosa? chi ha evitato di lasciare quella bottiglia là sul tavolo da sola
    Non basta più il ricordo
    Ora voglio il tuo ritorno…
    E sarà bellissimo
    Perché gioia e dolore han lo stesso sapore
    Lo stesso sapore con te
    Io Vorrei soltanto che la notte ora velocemente andasse
    E tutto ciò che hai di me di colpo non tornasse
    E voglio amore e tutte le attenzioni che sai dare
    E voglio indifferenza semmai mi vorrai ferire
    E voglio indifferenza semmai mi vorrai ferire…
    L’inverno passò, e fu come una esperienza da cui imparare ed uscirne più forti, molte delle idee di quella sera le cambiai, molte cose cambiarono, molte delle coppie si sfasciarono e ebbi la prova di quanto davvero fossero idioti a credere durante quel ballo all’amore, il Milan addirittura si riprese la rivincita con il Liverpool, ma in tutto questo muoversì c’è sempre una bottiglia di vino, sul tavolo da sola…

  • 31 luglio 2007
    Lowe Power

    Come comincia: Ora è davvero morto stecchito.
    Quante volte gliel'aveva augurata quella morte? E quante altre ancora gliel'aveva promessa?
    Seduta sul bordo del letto, sistema i piedi simmetricamente, porta le mani a pugno sotto il mento, appoggia i gomiti sulle cosce.
    A fissarlo pare che dorma se non fosse per il sangue che continua a scorrergli dalla testa.

     

    S'allarga la pozza vermiglia, cattura i pensieri quel bel rosso, disegna sul pavimento piccole curve. Prende forma, come le ombre sul muro la notte.
    "Pare un'ala di un gabbiano, si, come un ala spezzata di un gabbiano..."
    Non può rimanere steso nella camera in eterno
    "Tocca farlo volare. Tocca aggiustargli l'ala e farlo volare".


    Torna nella stanza Julie con secchio e strofinacci, i guanti di gomma bianchi che le mani si rovinano con i detersivi, lo scrivono ovunque.
    "Piano piano, devo fare piano ché non voglio svegliarti mio amor..."
    Sottovoce canta una nenia sconosciuta, dolce quanto una ninna nanna. Delicati i gesti, lenti e ordinati come quelli di un chirurgo, Julie gli solleva la testa dal pavimento e la avvolge dentro ad un lenzuolo candido. Lava e sciacqua, lava e strizza fino a quando tutt'intorno nuovamente è pulito.
    La testa avvolta a più giri nel lenzuolo è un pacco dono ben confezionato.
    "Dormi dormi
    dormi amore..."
    Come farlo volare ancora questo gabbiano?
    Intero così, non volerebbe mai, il peso lo terrebbe a terra.
    Julie lo trascina in lavanderia.
    "Dio com'è grande un gabbiano, a vederli planare sul pelo dell'acqua sembrano leggeri e questo ha pure un'ala spezzata".

     

    E' come disossare un pollo. Ci vuole più tempo, forse serviranno delle ore.
    "Tocca usare la motosega per fare prima"
    Julie lavora e canta. E' sempre stata una sognatrice, una romantica inguaribile, sentimentale.
    Solleva i capelli dalla fronte con il dorso della mano, sfila il guanto di gomma e attacca un cd. Con un pò di musica il tempo passa prima..
    Riprende il lavoro di spezzatura e D. Worwich inonda la stanza con la sua voce sublime.
    "Close enough..."
    Venticinque pezzi già sistemati nei sacchi di nailon, già infilati nel freezer a banco...
    E' sera. Com'è bella la sera in campagna.
    Quando il sole tramonta dietro le colline e il cielo si tinge di rosa e rosso qua e là, quando tutto tace e persino la luna compare senza infastidire. Si allarga a spicchio, è quasi piena.
    Bella questa luna bianca, immensa, vicina alla terra.
    Un pezzo al giorno volerà quel gabbiano fastidioso.
    Un pezzo al giorno volerà congelato dalla scogliera, quando Julie scende a valle per la spesa.
    "Another chance to love..." intona ancora Dionne Worwich.
    "A ninna Julie... è stata una giornata pesantissima" pensa tra sé e sèéquella donna minuta e delicata.
    "Stanotte dormirai Julie. Finalmente dormirai senza l'odioso russare di James".

  • Come comincia: Ricordo con amarezza quando, da bambino, papà non mi comprò mai Big Jim.
    Ero costretto a ficcarmi ripetutamente macchinine nel deretano...e direi che la cosa non mi dispiaceva affatto.
    Ma Big Jim.
    Big Jim.
    Big... Jim.
    Lui, così muscoloso ed oleoso, non ho mai potuto averlo. E neanche California Boy.
    Solo macchinine... E vasellina.
    Ah, che periodo spensierato, l'infanzia!
    Eh, sì... il bambino è invecchiato.
    Mi resta solo uno strano modo di sedermi, ora.
    E sudo...

  • Come comincia: Davanti agli occhi un panorama indimenticabile, la brezza della sera mi sfiora i capelli. Il sole ormai morente scompare all’orizzonte, ed io, solo, ripenso a tutto. Non vedere e non sentire più niente, vorrei solo questo. È stata proprio la solitudine a portarmi fin qui. Quando sei in mezzo alla gente, e ti senti solo.
    Nomi, tanti nomi, nomi che qualcuno pensa abbiano un qualche significato intrinseco, nomi che secondo alcuni dovrebbero nascondere l’essenza delle parole. Nomi che ormai mi sembrano quasi privi di significato, a causa di chi li usa senza più criterio, impastando i propri sproloqui di  inutili sciocchezze.
    Continuo a guardare l’orizzonte e ripenso a quella bottiglia abbandonata sul mio comodino con una rosa appassita dentro. Mi domando cosa ci sia dall’altra parte della strada. Nemmeno il sole ha rallentato il suo corso per aspettare il correre dei miei pensieri, anche lui è sceso oltre l’orizzonte, lasciando solo una traccia rosea del suo tragitto.
    Ma cosa lascerò io? Un sorriso, un pensiero, o solo una serie di interminabili bugie…
    Forse non sono quello che credo, forse nessuno mi conosce, ma quello che provo ora è reale. La sensazione di freddo pungente, che questa rupe trasmette ai miei piedi nudi, forse sarà l’ultima emozione che proverò.
    Questa vita ormai non mi appartiene più, se, quando mi guardo allo specchio, vedo solo un estraneo.
    Ecco il primo capello bianco, segno di una gioventù che se ne va, ma che io non vorrei lasciar andare. Forse il mondo si aspettava grandi cose da me, magari un grande eroe dei tempi andati, oppure un uomo malvagio, citato come monito alle generazioni future.
    Tutto questo però resta ancora una fantasia nella mia testa che, alla fine di tutto, si sta svuotando di ogni pensiero.

     

    La brezza si è spenta del tutto, ed io nudo faccio il mio ultimo passo, che forse mi accompagnerà verso un’ultima e agognata libertà.
    È ricominciata, più forte di prima, ora l’aria genera un fruscio sui miei capelli radi. Chiudo gli occhi e aspetto, godendomi il mio ultimo respiro.
    Ecco, arriva l’acqua ad accogliermi fra le sue onde increspate, a stringermi in un gelido abbraccio finale. Sento una pressione sul ventre, mentre il mio torace cerca disperatamente un’aria che non c’è. Addio vita, moriturus te salutat.
    Forse non sono stato impavido, ma anche io ho fatto il mio ultimo passo avanti, e ritorno da te, pronto a sguainare la spada, dall’altra parte della strada.

  • 24 luglio 2007
    Fuori tempo

    Come comincia: - Diventare cavaliere, come mio padre -
    Rispondeva questo a chiunque gli chiedesse cosa volesse “fare da grande”. E, infatti, era questo quello che sognava, cercare di rassomigliare ad una persona di cui fino a quel momento aveva solo sentito parlare. Perché lui non aveva mai conosciuto suo padre, fortuna che, invece, era toccata ad altri. Ed erano proprio questi altri che parlavano di suo padre; ne parlavano sempre, come si parla di una leggenda, come si parla di un eroe… come si parla di un morto.
    E lui viveva nell’ombra di questi bisbigli, mormorii che generava essendo “il figlio”. Ma a lui non interessava, non bramava la gloria di un eroe morto. Lui cercava il padre, ne voleva ripercorrere i passi, sperando di capire se, oltre ad un eroe, era stato anche un uomo che lo aveva amato.
    E così nel bagliore sfocato di un sogno trascorse i giorni che, nella loro infinita monotonia, lo accompagnavano.
    Nessuno si stupì quando iniziò a maneggiare la spada; una spada che ondeggiava nelle sue mani rendendo tutto più simile ad una macabra danza per far scorrere sangue e acqua.
    Diventò tiratore scelto, quasi l’arco fosse un suo amico d’infanzia.
    E così, fra armi, allenamenti e sogni, crebbe. Quando decise di abbandonare il suo villaggio fu una scelta come tante altre. Non aveva nulla che ormai lo legava a quell’ambiente quasi idilliaco.
    Da allora camminò. La strada la sua casa, il mondo la sua avventura. Nessuno, però, gli aveva mai spiegato che gli eroi cappa e spada esistono solo nelle fiabe, che ormai non c’era nessuna damigella da salvare e che quel mondo, che lui si illudeva di conoscere, in realtà era ben diverso.
    Tuttavia non si fermò, ma intestardito dal suo sogno perseverò in quella che riteneva un’impresa sensificatrice.
    E cavaliere lo fu, trovò il suo re, a cui giurò fedeltà.
    - Fierezza, forza, coraggio ed onore -
    Rispose così a quel re quando questi gli chiese per cosa combattesse.
    Sì, era cavaliere, aveva un re, ma nel profondo sentiva che qualcosa mancava. Era la perfida notte che, portando la sua oscurità, recava questo tormenti. Perché quando lui non combatteva, non si allenava e nel suo giaciglio si limitava a osservare le stelle, prima che il sonno potesse liberarlo dalla stanchezza, dalle profondità dei suoi visceri qualcosa giungeva a tormentarlo. Come se fosse una voce che poi gli sussurrava all’orecchio: - È questo che vuoi? -
    Lui in quel sogno ci credeva, e preferiva ignorare quella voce, sapendo che l’alba del giorno successivo l’avrebbe portata via.
    Ma la voce non si arrese, trovò, infatti, validi alleati negli specchi. Somigliava quasi ad una maledizione.
    Erano i suoi occhi. Loro, riflessi da uno specchio, parevano essere latori di qualcosa, un qualche strano tipo di sentimento a lui sconosciuto.
    “Quanto era facile essere bambini, coltivando sogni improbabili…”
    Questi furono i suoi pensieri quando ormai il suo sangue si stava rapprendendo sul suolo del suo ultimo campo di battaglia. Poteva quasi udire il rumore dello scorrere lento di quel liquido rosso e denso sulla sua schiena. La battaglia gli perpetrava intorno, ma lui, anche nei suoi ultimi aliti di vita, si sentiva solo. Non era questo quello che sognava. No, morire per una causa sbagliata ed un re senza terra non poteva essere la sua fine. Eppure mentre ancora cercava un senso alla sua esistenza nella sua bocca, impastata di sangue e sabbia, si congelarono delle parole. Le stesse che da bambino ripeteva sempre.

     


    Una cosa restò dell’eroe nel tempo sbagliato, fu un figlio, che nacque poco dopo.
    Una volta, dopo che la madre aveva appena terminato di raccontargli una fiaba, nel momento in cui il sonno stava per coglierlo, mormorò: - Mamma, io da grande voglio… diventare cavaliere, come mio padre -.

  • 24 luglio 2007
    Nessuno

    Come comincia: - Come ti chiami? -
    - Nessuno -
    - Come, scusa? -
    - Preferisco essere chiamato Nessuno -
    - Bene… Nessuno, allora dimmi, perché qui? Perché ora? -
    - Perché voglio che qualcuno sappia, prima che sia tutto finito, prima che di me non resti solo che una inesorabile valanga di menzogne; qualcuno deve sapere, la verità non può morire -
    - Non credo di capirti -
    - Vedi, per te è facile, casa perfetta, famiglia perfetta, una dannata moglie che ti aspetta con la cena fumante preparata con tutta la sua maestria. A me questo non bastava. No, perché io non mi accontentavo della monotonia della mia vita, o del mio lavoro ben pagato. Volevo capire, volevo cercare -
    - Cosa vorresti dire? Cosa cercavi? -
    - Me stesso -
    - Te stesso? -
    - Sì, me stesso. Ed è lo stesso motivo per cui tu sei qui ora. Quelli di là pensano che potresti servirgli. Non ti avrebbero fatto entrare altrimenti. Ma io non ti dirò quello che loro vogliono. Tu sei qui perché sarai il mio testimone -
    - Testimone? E di che cosa? -
    - Del risultato. Perché fai quella faccia? È ovvio, no? Parlo del risultato della mia ricerca. Perché, come ti ho detto, dovevo trovare me stesso. È strano quando ti accorgi che quella che vivi non è la tua vita. È solo un insieme di patetiche bugie che hai messo insieme per convincerti di essere felice, per convincerti che sei stato tu a decidere, quando in realtà di tuo, in quella vita, c’è ben poco. Bugie, tutte bugie -
    - E questa ricerca a cosa ti ha portato? -
    - Difficile da dire, ma non credere che non capisca le tue intenzioni, ti ho già spiegato che non dirò quello che volete, è tutto inutile. Tornando alla mia ricerca, però, ti spiegherò tutto dal principio. Quando inizia a cercare, non sapevo né cosa cercare, né da dove iniziare. Poi capii, la mia falsa vita era iniziata tutta quel giorno, il giorno in cui lo ammazzai. -
    - Di chi parli? -
    - Di mio padre, ovvio -
    - Lo sai che questa conversazione non è coperta da nessun tipo di segreto professionale, vero? -
    - Certo che lo so, per chi mi hai preso. Vedi, Jimmy, iniziò tutto quel giorno, perché dopo averlo nascosto, ricordo ancora quello che dissi al telefono alla zia; gli dissi che mio padre non c’era, era partito e sarebbe stato via per molto. Sai, forse fu quella bugia che segnò la mia vita per sempre. Da allora mi limitai a indossare una maschera di carne, che io stesso mi ero costruito. Per i miei amici ero un tipo affidabile, uno su cui puoi contare, insomma. Per mia madre ero un figlio di cui vantarsi con le amiche dal parrucchiere. Uno che ha affrontato la sparizione del padre con fortezza, uno che è andato all’università e grazie ad un foglio di carta è diventato una persona rispettabile -
    - Nessuno, tu sei tutto questo, ora mi devi solo dire perché lo hai fatto -
    - No, Jimmy, non ci siamo. Qui parlo io, è questa la regola. Nelle bugie che dicevo a me stesso, il mio sogno più grande era quello di fare il medico. La laurea è stato solo un altro passo nella monotonia, tutto qui. Se ci ripenso, mi torna alla mente ancora quel professore, mi riteneva il suo pupillo, il futuro della chirurgia. Ma io continuavo a mentire… agli altri… a me. Mi sono trovato una moglie, fortunatamente per loro non ho avuto figli. E anche quell’amore che mi ero convinto di provare per lei, altro non era che una esile falsità, un perno in quella cornice di bugie. Poi un giorno, guardandomi allo specchio, lo vidi, lo trovai -
    -Chi? -
    - Me stesso, Nessuno. Vidi che il riflesso nello specchio non ero io, mi sorrideva. Il suo sorriso, però, era particolare, agghiacciante, sembrava nascondere qualcosa di oscuro, ma allo stesso tempo affascinante, voleva dirmi qualcosa, ma era come se la parole si fossero fermate prima di arrivare alla bocca. Compresi tutto, in realtà non era l’immagine riflessa ad essere falsa, ero io il falso di quella immagine. Lo specchio rifletteva me, il me reale, il me che cercavo da tempo. Così decisi: gli avrei dato spazio, gli avrei permesso di vivere, di liberarmi da quelle catene che mi rendevano schiavo di una vita che credevo desiderabile. -
    - … Nessuno, continuo a non capire il mio ruolo in tutto questa storia -
    - Povero Jimmy. Non capisci, eh? Tu devi ricordare, devi ricordare che Nessuno è esistito, che un uomo si è liberato dalla schiavitù. Come un moderno Spartaco ha spezzato le sue catene e ha vissuto come, anche non sapendolo, desiderava da tempo. -
    - Forse non ti stai rendendo conto… -
    - Ora basta, questa è la mia eredità, quello che ti lascio. Portatelo via!... Ehi voi, non mi avete sentito, vi ho detto di portarvelo via, fuori! Fuori ho detto, FUORI!-

     

     

    Entrarono due uomini in divisa, la stanza era stretta e spoglia, le tipiche pareti bianche, un tavolo, due sedie, microfoni e telecamere, e su una parete quello che in gergo chiamano “specchio magico”. Lui è stato seduto tutto il tempo mentre mi parlava, non un segno sul viso, non un accenno a un qualche sentimento, se pur macabro, remoto o sadico. L’unica traccia di una pseudo-umanità sono state quelle sigarette che ha fumato una dopo l’altra.
    Mi fanno uscire dalla stanza.
    Non so come quell’uomo potesse conoscermi, un condannato del braccio 7-D, penitenziario di Houston. Io, un negoziatore del L.A.P.D., California, non ho mai avuto nemmeno un contatto con la omicidi del Texas.
    Jay Torean, condannato alla pena capitale per aver stuprato e ucciso sette povere innocenti. Il suo legale ha cercato una riduzione per infermità mentale, ma la premeditazione sembra dargli torto.
    Personalità multipla, forse questo il suo problema, quel Nessuno, quella figura sorridente nello specchio, quella parte di lui malata ha fatto questo.
    Ma perché continuo a chiedermi.


    Tre giorni dopo leggo sul quotidiano, di un’esplosione, proprio a Huston, proprio in quel penitenziario, vari morti, alcuni cadaveri, troppo mal ridotti per una identificazione sicura, ma il numero dei corpi torna, anche se quale dubbio rimane.
    Poi trovo una lettera nella mia cassetta, nessuna intestazione, nessun mittente, recapitata a mano perché non è scritto nemmeno l’indirizzo. Penso a una qualche pubblicità, poi la apro. Il terrore mi prende non appena mi accorgo che quella foto ritrae la mia camera, con me addormentato nel letto. La giro, dietro è disegnato solo uno smile…

  • 24 luglio 2007
    Solitudine

    Come comincia: Lui è lì, seduto, osserva uno schermo vuoto, piatto, spento. Cerca di riunire i suoi pensieri a formare una qualche tipo di frase di senso compiuto, ma tutto gli sembra inutile. È come se stesse pensando per immagini, immagini che non vogliono essere ridotte a stupide parole. Sì, immagini, ma forse dire immagini, pensa, non è del tutto esatto. È vero, perché lui non pensa figure, paesaggi, disegni, no, lui ha nella testa solo una scena.
    … Lui è seduto sul divano, lei, sdraiata, gli poggia la testa sul ventre. Non sono soli, quella stanza è affollata, affollata di ragazzi che, come loro vorrebbero solo godersi una serata guardandosi un film. Nessuno si accorge di quelle dita che giocano tra loro, si stuzzicano in movimenti che assomigliano quasi ad uno strano “guardia-e-ladri”.
    Lui non pensa al film, lui non riesce a smettere di fissarla, fortunatamente il buio nasconde questa sua ossessione. Nella testa ha mille pensieri, a questo punto non sa che fare. Forse quello è solo un gioco per lei, forse no, forse tutto quell’alcool ha portato a galla sentimenti che si cercava di reprimere, forse sta solo sognando, forse il suo sogno è plasmato da un sadico Morfeo che cerca di distruggerlo. Perché? Perché lei, che ora è sdraiata, ha sempre avuto un posto di favore nei pensieri di lui. Ma lui ora non vuole più perdersi nei pensieri, è il momento di agire. Prende il coraggio a quattro mani, le sfiora una spalla, la stringe dolcemente e le fa voltare il viso. La guarda negli occhi, splendidi, con una luce particolare data forse dalla tarda ora, poi, respirando piano le si avvicina alle labbra e le sfiora dolcemente con le sue. Il respiro di lui in quel momento si blocca, aspetta di essere respinto, ma questo non succede, e lei, con altrettanta dolcezza risponde al suo bacio. Vorrebbe che quel momento fosse eterno, ma viene colto da una strana paura, rialza le testa da lei e si guarda intorno. Nessuno si è accorto di niente…
    Ancora davanti a quello schermo non riesce a pensare che a questo. Ancora non si rende conto che non è stato solo un sogno. Ma ora altri tormenti lo tartassano, pensieri che non smettono di volare, e nelle loro evoluzioni continuano ad evolversi, a raggiungere punti che lui credeva sconosciuti. Aspetta lui, cerca di prepararsi qualcosa da dire. Ma come, si domanda, come riuscire a descrivere quello che ha dentro, che è, di per sé, ineffabile. Ma, poi, parlare per dire cosa esattamente?
    Non lo sa, e mentre tutti questi pensieri lo fanno disperare, arriva quel momento di cui tanto ha paura, ma che anche, in una qualche sadica maniera, brama. Lui la guarda, si perde nelle profondità dei suoi occhi, le parole che gli escono dalla bocca sembrano volare via come rondini. Quella voce che parla non gli sembra nemmeno sua, e lui, intanto, continua a guardare quegli occhi. Quegli occhi che desidera, quegli occhi che vorrebbe lo guardassero come lui li guarda, quegli occhi che, forse, in un attimo immenso, sembravano dire amore. Lui le parla, le parla ininterrottamente per qualche minuto, forse anche di più, non sa se ha detto tutto, ma soprattutto non sa se è riuscito a entrare nel suo cuore e lasciare lì una lettera con scritto quello che prova.
    Vorrebbe solo una cosa ora: che il tempo, e la sua vita con esso, si fermassero. No - pensa - non ho il coraggio di andare avanti, mi basta che lei sappia quello che penso, non voglio nient’altro, mi sta bene così; lasciami in pace, vita mia, fammi godere di questo limbo interminabile. Voglio che il vento dell’inconsapevolezza soffi ancora su di me. Sono troppo pavido per affrontare la verità.
    Pensa, lui, pensa, ma il destino crudele non lo esaudisce, gli sbatte in faccia quel coraggio che lui non ha, il tempo continua a scorrere, e lei principia a parlare.
    Ma lui non smette di fissarle gli occhi, e, anche se non vorrebbe, purtroppo non riesce a bloccare le sue orecchie, che trasmettono dei suoni, delle parole; parole che lui si aspettava, parole che sembrano incancrenire all’istante quello che lui ha dentro di sé, lasciando spazio solo ad un indefinibile vuoto.
    Quanto vale allora la verità? È poi così necessario cercarla? Forse, forse no, forse ormai non glie ne importa più niente.
    Forse tornerà a casa, prenderà in mano un libro che, poi, non leggerà, e tornerà a rifugiarsi nei suoi sogni.
    Forse si addormenterà, e, come già un famoso vecchio aveva fatto, sognerà i leoni.
    Forse si addormenterà con l’unico desiderio di non svegliarsi mai più, con il desiderio di perdersi in un sogno eterno che gli permetta di essere ciò che non è stato, di fare ciò che gli è stato impedito. Perdersi in un sogno fantastico, dove sei libero di essere te stesso, dove l’unico destino è la felicità e il bene fa da padrone. Sì, un sogno splendido insomma…

     

    Quella sera, poi, proprio mentre le fredde ali della notte stanno per portarlo in quel mondo da cui spera di non tornare più, mormora delle parole sottili che si perdono nel vuoto di una stanza senza nessuno ad ascoltare.
    “Un sogno meraviglioso, ma senza nessuno a cui raccontarlo”

  • Come comincia: C'era una volta una grande e allegra Mela verde che...

    BUM!

    Morì.

    Povera Mela Verde.

  • 24 luglio 2007
    La granita di limone

    Come comincia: Una sera abbastanza afosa,che dopo aver attraversato tutto il lungomare, guidati dalla sete, io ed alcuni amici miei ci dirigemmo verso un chioschetto a forma di limone che serviva spremute di limone e di arancia; noi optammo per la prima, il prodotto era abbastanza artigianale, quindi il sapore aspro del limone  era abbastanza forte, alcuni dopo il primo goccio aggrottarono la fronte e gettarono la bevanda dicendo che era troppo  acida, non dissetava. Altri, più temerari bevvero a fatica il succo di limone, ma arrivati ai cubetti di ghiaccio deposero le armi - è troppo freddo,non sa di niente - e anche loro gettarono la bibita…
     
    ... Analogamente a quella spremuta di limone una mia amica, a conoscerla superficialmente, sembra acida, e se quella spremuta era artigianale così che il sapore era aspro;lei essendo una ragazza semplice è abbastanza schietta e sincera e dice sempre le cose come stanno, e questo non va giù ai vanitosi e ai superficiali che cercano piaceri immediati e per questo illusori; poi a conoscerla meglio si direbbe anche che sia una persona vuota, che non prova alcun tipo di emozioni e quindi vuota o meglio fredda… ma questa è soltanto un’apparenza, perché, tornando a quella sera, quando fu il mio turno di prendere la granita, ascoltai il consiglio del barman – gira la cannuccia, perché sotto c’è lo zucchero - questo gli altri lo ritennero un dettaglio oltrepassabile e si rilevò invece fondamentale; gli altri avevano bevuto la granita di colpo e ne avevano ricevuto solo i difetti di quella bevanda,io invece girai con la cannuccia così che lo zucchero cominciò a salire,un  sorso alla volta e quella limonata sembrava essere il filtro dell’eterna giovinezza, il succo era dolce e dissetante e il ghiaccio un volta scioltosi aumentò il volume della bevanda… e così quella amica mia,che tutti dicono cattiva o addirittura maligna, che dicono incapace di sentimenti, perché si fermano all’apparenza, e infatti lo affermano solo persone ancora più vuote di quanto pensino sia vuota lei, e io che la conosco bene, io  che ho scavato con la cannuccia fino a trovare la dolcezza dello zucchero, posso affermare che è una delle  migliori persone che conosco…
    E gli altri continuino a bere Coca-Cola o altre cose piene di bollicine che gonfiano la pancia e basta, e a pensare male di lei, mentre io scavando a fondo ho trovato un sapore alle cose e a lei, e sia la bevanda che la sua presenza sono motivo di piacere…

  • 21 luglio 2007
    Caldo

    Come comincia: Ho caldo. Il ventilatore è rotto.
    Dove sei, Pinguino De Longhi....
    Ho finito il Nestea e fa caldo. Non ho il sole, non ho il mare e non ho quella che, a causa di un'insolazione, me la dia.
    Ho solo molto caldo.
    Caldo.
    Concentrati, giovino. Hai ancora tutta la vita davanti. Ma fa caldo, rispondi dentro di te.
    Caldo. Molto caldo.
    La temperatura sale... Capperìn, fa proprio caldo, no?
    No... No... già... ora capisco

    Siete al Polo Nord. Brutti bastardi.
    Dicevano in Tv.
    Guardo la D'Eusanio... E per il caldo mi sembra quasi gnocca.
    Il fotoromanzo di Costantino.
    Caldo.
    Stai delirando, giovino mio...
    E il vento fugge tra le mie calde chiappe....
    E sudo.

     

  • 16 luglio 2007
    La rosa e le spine

    Come comincia: A partire dal 1772 il Beneamato, che aveva più di sessant’anni ed era per l’epoca un signore davvero anziano, abbandonò i pranzi in pubblico, relegandoli a rare cerimonie ufficiali,  e si ritirò in pace nei suoi “piccoli appartamenti” al Petit Trianon, in mezzo al verde con l’entrata principale sul giardino, costruito dall’architetto Gabriel per la precedente favorita, la marchesa di Pompadour. Ora, lontano da occhi indiscreti, da una servitù troppo numerosa e  pettegola, dalle fatiche mattutine e serali del “lever” e del “coucher”, il re si apprestava, in questa dimora perfettamente regale ma raccolta, a trascorrere l’autunno della vita sotto le carezze di Madame du Barry, la quale lo venerava come un santo protettore. Luigi XV aveva nel suo studio il primo secretaire a cilindro mai realizzato, iniziatore di una moda e di uno stile nel suo nome, ma accadeva sempre più raramente che ricevesse i ministri e firmasse missive  e documenti e quando avveniva non ci metteva granché impegno.

     

    Ritta di fronte a lui, accanto al camino in marmo violaceo, ben assortita tra mobili e suppellettili rococò, quel giorno madame du Barry lo apostrofò amabilmente:

    - Le pratiche per il mio divorzio a che punto sono cheri?
    - Non c’è da preoccuparsi se ritardano un po’… farò il possibile per il matrimonio che io desidero quanto voi… - rispose guardandola rapito, con occhio che faceva pensare a una demenza appena accennata tra le pieghe di un sorriso sempre più esangue.

    Madame du Barry gli andò vicino, si inginocchiò, posò il capo sulle sue gambe baciando quel ginocchio ossuto: “Tra poco sarò regina di Francia”, pensò sentendo che a Luigi doveva tutto, più che alla stessa madre. Il quel momento il suo potere era infatti all’apice e sul viso dei sudditi leggeva lo stupore e la paura di trovarsi all’improvviso di fronte a una sovrana. A riprova, il padiglione che il Beneamato, dopo averle regalato il castello di Louvaciennes, stava allestendo per lei era di un lusso impensabile e mai eguagliato dalle altre favorite. In quel momento la cagnetta di madame, una graziosa blenheim spaniel bianca e bionda, venne ad accucciarsi accanto.

    - Dorina… - la du Barry la sollevò – vieni da maman su…

    Le accarezzò la punta umida del naso controllando che il collare d’oro tempestato di pietre preziose, dono del re Gustavo di Svezia, fosse sempre al posto suo.

    - Il mio boudoir è magnifico… - disse la giovane – è quasi ultimato sapete? C’è una tappezzeria bianca, tutta di broccato… dovete venire a vederla.
    - Lo farò… - rispose il sovrano che in realtà preferiva la vita sedentaria e gli bastava l’estasi dell’amante di fronte ai regali.
    - Quando il padiglione sarà finito daremo una festa, voglio che tutti ammirino quello che voi avete fatto… sarà grandiosa e  degna del re Sole!
    - Lo ritenete proprio necessario?
    - Certo, perché no?
    - Non sarebbe meglio aspettare il vostro divorzio?
    - Cosa c’entrano le due cose?
    - Pensavo…
    - Vi prego Maestà, permettetemi di dare una festa e poi… poi ci ritireremo nel nostro matissimo Lucien… - con tale vezzeggiativo lei definiva la residenza principesca di Louvaciennes.
    - Non me la sento di spostarmi da Versailles…
    - Vi prego Maestà… - insisté dolcemente - diamo una festa grandiosa e fuggiamo a Lucien…
    - Lucien Lucien… - il vecchio re le fece una carezza con un sorriso così stanco da sembrare ebete.
    ***

    Accanto alla finestra che illuminava le pagine e lasciava entrare la primavera nel candido e sontuoso boudoir della du Barry, quel pomeriggio una lettrice recitava alla contessa la “Relazione della festa di Versailles del 18 luglio 1668” scritta da André Felibien, accademico del re Sole.

    - … sulla scena del teatro – interpretava con enfasi – fu allestito un magnifico spuntino, con arance del Portogallo e ogni sorta di frutti sistemati a piramide e pressati all’interno di trentasei cesti, che furono serviti a tutta la corte… Nel frattempo, il signor Launay, intendente dei Minuti Piaceri e degli Affari della Camera, distribuiva a tutti dei libretti stampa che descrivevano il soggetto della commedia e del balletto…

    Madame du Barry alzandosi di scatto e schioccando le dita la interruppe:

    – Voglio qualcosa di più, voglio centinaia di ballerini, di cantanti, i trucchi migliori dei teatri di Parigi! L’inaugurazione del mio padiglione dev’essere qualcosa di memorabile… - col pensiero al divorzio aggiunse piano - di più adatto a una regina di Francia…

    Solo quando il gran cerimoniere le illustrò lo spettacolo finale, dove troneggiava una sorta di enorme uovo pasquale che si schiudeva lasciando fuoriuscire un cupido munito di arco e frecce, si calmò e si ritenne soddisfatta. La festa rappresentava la consacrazione di ciò per cui aveva lottato, significava per lei il trionfo della sensualità, della bellezza, del piacere, delle qualità individuali sul lignaggio e dell’amore sul potere: l’apice del suo riscatto sociale. Al ricevimento erano attesi gli esponenti più eminenti della corte e con essi anche le dame che solo fino a qualche mese prima la denigravano. Madame du Barry seguì i preparativi da vicino, volle che le riferissero su tutto, nell’attesa, come aspettasse l’ incoronazione, le parve che i giorni fossero lentissimi.

    Ma la vita ha i suoi cicli e i fasti effimeri non resistono a lungo: in quel mese di marzo del 1772, quando tutto fu pronto, all’ora fissata, malgrado il cielo limpido, l’aria non fredda e la giornata senza imprevisti, delle centinaia e centinaia di invitati ce ne erano solo una trentina tra i più intimi e meno importanti. “Che stranezza!” penso la du Barry, aggirandosi nervosamente per le splendide sale appena inaugurate, dando  ordine comunque ai musicisti di iniziare nella speranza che movimento e allegria facessero da richiamo per i ritardatari, ma non fu così. Ora vedendo che anche Luigi XV non compariva cominciò ad allarmarsi. Chiamò le dame fidate, i dignitari favorevoli alla sua ascesa. Nessuno. Decise di mandare al sovrano un messaggio per  riferirgli quanto stava accadendo ma  un’idea la bloccò:  e se fosse stato il segnale di una caduta non considerata? Un complotto contro di lei? E di colpo, cosa  mai presa in considerazione,  l’idea che il re, suo unico scudo, fosse mortale come ogni uomo, gelò le sue vene.

    ***

    La festa non riuscita recava la premonizione che Jeanne Beςu, in arte contessa du Barry, passata dalle braccia di un seducente “maquereau” a quelle del re, con l’avanzare della vecchiaia e della malattia di Luigi XV  avrebbe perso i  sostenitori: il suo smacco fu presto sulla bocca di tutti e influì sugli equilibri politici. Percorsi dal vento del “si salvi chi può” i cortigiani, come i moderni parlamentari, cambiarono bandiera indirizzandosi al più forte: in quel momento i giovani delfini. Si rafforzarono così le loro fazioni e  Maria Antonietta, che aveva dovuto umiliarsi a superare antipatie personali, non poté che rallegrarsene. “La du Barry è agli sgoccioli!” pensò. Costatando per di più come il conte di Provenza, malgrado le ripetute vanterie sessuali, non avesse messo al mondo eredi,  cominciò a prendere la sua condizione di illibata con più fatalismo e a sperare in segreto che anche il matrimonio dell’ultimogenito, il bel conte di Artois, si rivelasse sterile.
    Il grasso e spocchioso Luigi Stanislao Saverio conte di Provenza, trascorreva molto tempo con il fratello e la moglie, spesso giocando a carte con Maria Antonietta. Un pomeriggio, durante una partita a “piquet”  se ne uscì trionfante:

    - Sapete cosa scrivono i libellisti della du Barry?
    - Cosa? – chiese ansiosa la delfina.
    - Parlano dei suoi più grandi piaceri…
    - Quali?
    - Il non far proprio niente o l’essere impegnata a imbellettarsi!

    Scoppiarono in una risata divertita.

    - L’avete letto sulla Gazzetta? – domandò Maria Antonietta
    - Ma no… si dice in giro…
    - Il re che ne pensa ?
    - Il re – sbuffò il conte di Provenza – ormai non c’è più col cervello…
    - Già… proprio negli appartamenti che ha donato alla du Barry è stata sbandierata una lettera del principe Rohan al duca d’Aiguillon, nella quale si parlava malissimo di mia madre e della spartizione della Polonia!
    - Comunque il divorzio non le è stato concesso – s’intromise il futuro Luigi XVI che fino a quel momento aveva seguito in disparte la conversazione.
    - Per fortuna… - sospirò Maria Antonietta senza staccare gli occhi dalle mani del cognato, come colta da un pensiero -  vedo che  non avete più segni sulle dita… state guarendo?
    -  Sto bene… - si ritrasse imbarazzato Luigi Stanislao, che in realtà da mesi soffriva di sfoghi misteriosi sulla pelle e “umori al sangue”.
    -  Fate vedere…

    Prese tra le sue quelle tozze falangi, contenta di saperlo impotente e  malato, finse grande tenerezza e gliele accarezzò.

    - Siete in ottima forma! Vostra moglie ne godrà… - fece civettuola.

    Il conte di Provenza diventò di brace. Luigi Augusto sentendosi escluso da quelle confidenze complici, sempre più geloso e irritato verso colui che non perdeva occasione di rimarcare la sua mancata virilità, colpì il fratello sulla spalla con il frustino.
    - Ahia! - esclamò Provenza ma, accorgendosi di aver fatto una buona mossa, raccolse le carte rivolto alla cognata - Sto vincendo,  graziosissima madame…

    Di nuovo un colpetto sull’ omero.

    - Che vi prende? – sbottò Provenza fissando adirato il delfino.
    - Smettetela… - si intromise Maria Antonietta.
    - State irritando vostra moglie – si accodò l’altro.

    Improvvisa una terza frustata. A questo punto Luigi Stanislao si avventò sul maggiore: entrambi ruzzolarono avvinghiati sul pavimento mentre la delfina gridava. Provenza sferrò un pugno micidiale: il futuro re si toccò il naso accorgendosi che sanguinava e inferocito glielo restituì.

    -  Basta! Basta! - frapponendosi tra i litiganti con il frustino in mano, Maria Antonietta lo torse e lo spezzò. Si fermarono  - Vergognatevi! - prima di andarsene strillò al marito - Con voi i conti li faremo dopo!

    ***

    Alla morte del duca di La Vauguyon, Luigi Augusto si era preso la libertà di far installare nei suoi appartamenti una vasca da bagno: il suo tutore, così come l’aveva messo in guardia dall’abbandonarsi al sesso gli aveva istillato la paura e la vergogna della propria nudità e detestava l’igiene, anche la più elementare. Se La Vauguyon fosse stato vivo Luigi non avrebbe indugiato, come in quel momento, nella grande tinozza foderata d’argento piena di acqua calda, schiumosa di sapone di Marsiglia e di Savona, non avrebbe chiuso gli occhi con il capo sul bordo, rilassato, col camicione incollato alla pelle. Faceva il bagno solo prima di coricarsi con Maria Antonietta: il suo corpo bianco, con le natiche pesanti e il ventre sporgente, non gli piaceva, si sentiva brutto e profumandosi trovava sicurezza. Quella notte la Delfina sarebbe venuta in camera sua: incombenza angosciante  perché la corte, ormai da quasi tre anni, era in trepidazione per un erede. Quando ai medici aveva detto che i tentativi di “consumare il matrimonio” fallivano a causa di sensazioni dolorose al pene, la diagnosi fu “fimosi” e gli si prospettò la circoncisione. Rabbrividì pensando ai decessi per interventi non riusciti, al dolore fisico di un taglio nella carne viva. Provò rifiuto della moglie ed evitò di incontrarla. Quel giorno però aveva deciso di convocarla nel suo letto perché c’erano novità importanti. Dopo aver preso la limatura di ferro, prescritta dal medico per diventare focoso, dopo quel bagno piacevole come liquido amniotico, Luigi Augusto sprofondato tra cuscini, avrebbe dormito volentieri ma si rizzò a sedere all’apparire della consorte.

    - Buonasera madame…

    Allontanata la cameriera, lei salì sull’alto talamo e si distese accanto al marito. Rimasero alla luce fioca di una candela galleggiante sull’acqua di un recipiente chiamato “mortaio” per la forma.

    - Spegniamo? - chiese la giovinetta
    - Sì.

    La delfina si alzò, soffiò sulla fiamma, tornò a letto. Erano stati giorni faticosi tra lei, il delfino e Provenza, al quale il primo aveva anche rotto un vaso di porcellana.

    - Farete pace con vostro fratello?
    - Non perde occasione di ferirmi.
    - Migliorerete la situazione con la frusta?
    - Ce l’avete ancora con me?

    La Delfina non rispose: era solo un modo di predisporsi a una conversazione più importante, che temeva. Ultimamente avrebbe fatto a meno di dormire con Luigi: così stanca, umiliata dal suo rifiuto, timorosa del futuro e nello stesso tempo terrorizzata dall’idea che lui subisse un’operazione. Sapeva che il marito, proprio quella mattina,  era stato visitato da Lassonne , il suo primo medico, il quale doveva confermare o smentire i dettami del collega La Martinière, che riguardo all’intervento si era già dichiarato assolutamente contrario.

    - Allora? Cosa ha detto Lassonne? - chiese Maria Antonietta in un soffio
    - Non c’è bisogno di operazione, non c’è ostacolo fisico al mio problema.
    - Davvero?
    - Davvero.
    Si abbracciarono: che sollievo! Se lo avessero obbligato a un intervento, la ferita psichica sarebbe stata  più grave di quella fisica: tutti e due si erano ricordati di Borgogna, il delfino morto in seguito ad infezione dopo un taglio chirurgico. Rimasero in silenzio, l’uno nelle braccia dell’altro: desideravano solo riposare ora e scivolarono senza accorgersene nel sonno.

    ***

    L’abate di Vermond fu raccomandato a Maria Teresa e inviato in Austria quale istitutore di Maria Antonietta attraverso il ministro degli esteri decaduto Choiseaul. Divenuto suo precettore, Vermond aveva seguito la delfina alla corte di Luigi XV dove continuava a non occuparsi della sua istruzione perché il suo massimo interesse, che a Vienna era la  partecipazione serale alle riunioni della famiglia reale, gli sottraeva tutte le energie anche in Francia. Figlio del chirurgo di un villaggio, fratello di un ostetrico, si era fatto valere trattando tutti come pari e spesso e volentieri adottando il metodo, incivile ma apprezzato, di relegarli a inferiori. Pian piano era divenuto confidente e consigliere della futura regina e aveva stretto con il conte Mercy, ambasciatore degli Asburgo a Versailles, un’alleanza nota e temuta. In biblioteca, dove si erano trovati quel pomeriggio, il brutto abate Vermond e l’elegante Mercy-Argenteau parlavano della loro protetta. Il profilo del religioso risaltava sgradevolmente contro luce mentre accanto alla finestra diceva a Mercy:

    - L’imperatrice Maria Teresa mi ha chiesto di farle avere tutti i mesi una lista di quello che la figlia legge… ma lei non ama applicarsi,  vale poco che la si sproni…
    -  Sapeste quante volte le ha raccomandato di non montare a cavallo e lei continua a farlo…

    La luce pomeridiana calava e i fregi dorati sulle pareti bianche, i libri allineati dietro le vetrine, i lampadari come colliers, dissolvevano.

    - Sua maestà - spiegò Mercy  prendendosi il mento tra le mani – teme che la figlia cavalcando  possa compromettere una gravidanza.
    -  Eventualità che vedo lontana…
    -  Purtroppo - annuì l’ambasciatore
    - Eppure lei sta cercando di avvicinarsi al marito - si scaldò il prelato - pensate che si applica al suo libro preferito “Storia d’Inghilterra” di Hume…

    - Mah… - Mercy-Argenteau si fece silenzioso. Florimond Claude conte di Mercy d’Argenteau, dopo aver provato la dolce vita di Torino, San Pietroburgo e Varsavia, aveva scelto Parigi come città ideale. Scapolo impenitente, disdegnava gli sforzi delle suore per combinargli un matrimonio consacrato perché amava la cantante lirica Rosalie Levasseur: alla vista melodiosa del suo seno andava in estasi e si chiedeva come potesse quel tonto di Luigi non cogliere il bocciolo avuto in sorte.  Era preoccupato: adorava il lusso e non voleva rinunciarvi solo per colpa di un delfino che non metteva incinta la moglie!

    Si volse verso l’abate sospirando:

    - Maria Antonietta è così graziosa… non capisco come non colga questo fiore…
    -  So che Luigi si sforza, soprattutto da quando non teme di essere operato… - Vermond alzò gli occhi al cielo - preghiamo perché colga la rosa anche se per il momento non ci sono che spine…

    La sera avvolgeva il castello che si svegliava con il canto del gallo e si ritirava con la luce. Le candele venivano accese in continuazione solo negli appartamenti reali e il buio incuteva paura.
    - Meglio tornare nelle nostre stanze… - disse Mercy Argenteau. Prese l’abate sottobraccio e si incamminarono conversando mentre a Versailles un altro giorno finiva.

  • 16 luglio 2007
    Io sono la Vita

    Come comincia:

    Ti chiesi acqua e mi offristi veleno;

    Ti chiesi luce e mi offristi buio;

    Ti chiesi canto e mi offristi silenzio;

    Ti chiesi amore e mi offristi odio;

    Ti chiesi per ricevere e tu mi negasti amore, e tutto questo me lo chiami Vita?

    Vita nel tuo sentiero verso la luce, un calvario che porta croce, nel mio chiedere il tuo diniego, e nel mio dare accecato dal dolore, mano arida di chi da senza credere. Meriti tutto questo, tu che niente dai.

    Uomo la Vita è maestra di Vita, la tua ragione ti insegni il distinguo delle cose.

    Tu chiedesti acqua e la vita ti diede veleno, ma tu sapevi davvero cosa fosse l’acqua, prima d’aver saggiato veleno?
    Tu hai chiesto acqua, in virtù di una sete che non era la tua prima sete, ma la superficiale esigenza di un vivere materiale, la sete che divora l’uomo ha sede altrove.

    Tu chiedesti luce e la vita ti diede buio, ma tu sapevi davvero cosa fosse la luce, prima d’aver vissuto il buio?
    Tu hai chiesto luce, in virtù del buio che il tuo occhio umano scorgeva, ma la luce di cui avevi bisogno non doveva illuminare le stanze del vivere, ma il tetro teatro della tua anima.

    Tu chiedesti canto e la vita ti offrì il suo silenzio, ma tu avresti riconosciuto il canto se non reso dotto dalla lezione del silenzio?
    Tu hai chiesto canto, ma il silenzio colto dal tuo orecchio era menzogna, nella tua anima il canto d’amore che tutto sana, non ha mai smesso di intonare canzone.

    Tu chiedesti amore e la vita ti offri odio, ma quanto d’amore avresti saputo parlare, prima di conoscere l’odio?
    Tu hai chiesto amore, in virtù della sola visione umana del tuo vivere, ma l’amore che invero cercavi era l’abbraccio totale del tuo vivere visibile ed invisibile.

    Uomo a te che hai bevuto fiele, che hai respirato il buio intenso della notte, che hai sofferto del più grande silenzio, e che fosti trafitto mille volte dall’odio, il vivere ha offerto la più grande delle occasioni, quello che tu hai inteso come punizione divina era invece la divina promessa al cuore di ogni uomo.

    Voi vedrete la vostra luce, percorrete il sentiero del vivere e attraverso le sue irte vie giungerete a me, io sono la vita.

  • 12 luglio 2007
    L'uragano dell'amore

    Come comincia: Il nostro desiderio di fare di due creature una sola, di evadere dalla nostra prigione, di fuggire noi stessi come in sogno, di bere la vita a cento gradi di fermentazione, di essere rapiti a noi stessi.
    Il solo sbaglio che potremmo commettere sarebbe d'aver disimparato a fare chi sa quali meraviglie dividendo l'uragano dell'amore in potenti ruscelli che scorrono sempre freschi rigogliosi e decisi senza mai perdere certezza del loro essere e forza come i nostri vent’anni d’amore che ha col tempo trasformato i fiordi d’acqua in uno splendido e copioso bacino colmo d’amore che aspetta le nostre mani per aprire la diga serrata dal tempo, dalla lontananza, dall’imposta separazione e dall’ostentazione del non voler ammettere che tra il nostro ultimo bacio di allora e il primo di oggi è passato solo un attimo.

     


    Giusto il tempo di sussurrarci a fior di labbra… TI AMO

  • 12 luglio 2007
    Appunti di viaggio

    Come comincia: Lasciando Bologna, sul treno, mi son seduto al contrario del senso di marcia; non per scelta ma per necessità; avevo di fianco un cinese, di fronte una giovane signora probabilmente sudamericana e tutti gli altri posti erano occupati da slavi col vestito della domenica, che per loro sono magliette e camicie il più variopinte possibile, e pochi, veramente pochi italiani, tra i quali l’immancabile vecchietta altera e un po’ rompiscatole; è sempre così su quel treno; sempre così, almeno sino a Piacenza; è il treno del mare per le genti di quella parte della padana e, finché dura la bella stagione, non resta altro che attendere che si svuoti un poco.
    Seduto al contrario, però, non mi era ancora successo di trovarmici.
    Là in cima, San Luca che si allontanava da me; per la prima volta ho veramente assaporato la sensazione quasi fisica di “andar via”.
    È bastato quel piccolo cambio di prospettiva, l’essere con lo sguardo rivolto al punto di partenza ed è stata piena la certezza del “lasciare”.
    Lasciare un posto, una persona, un tempo passato lì.
    Dopo, girato nel verso giusto, mi son goduto un tramonto meraviglioso; rosso sulle sagome dei monti là in fondo alla piana, che mi veniva incontro, veloce, come quel treno; quasi una rincorsa, vana, a non far finire questo giorno; correre a ovest, rincorrere il sole; ma inesorabile il treno piegava a sud verso il mare; il mio mare, nero, come la notte che stava arrivando, come solo il mare sa esser nero e blu cupo di notte, nelle notti con poca luna come questa.
    Che grande cosa il treno, che gioia viaggiare.
    Non c’è dolore nel distacco, sicuro come sono che un altro treno mi riporterà nello stesso posto da cui son partito; non c’è tristezza nell’allontanarmi, perché so di aver lasciato un pezzetto di me lì sotto San Luca, un mio odore, un mio sorriso; quasi un chiodino colorato di quelli che si mettono sulle cartine geografiche, per non perdere la strada, per ricordare un percorso.
    Ogni mio viaggio è comunque, e anche, un ritorno.
    E il viaggio è tutto mio, solitario, pensieroso, allegro; quasi come se “andare”, di per sé, mi rendesse pienamente padrone di me stesso, libero di offrire un sorriso ad ogni arrivo; perché alla fine del viaggio, comunque, c’è sempre qualcuno che mi attende, che aspetta proprio me, che aspetta questo uomo o questo padre.
    Ora, solo ora, scrivendo queste righe, capisco questo pezzo di me.
    Bologna - Genova, agosto 2006.

  • 11 luglio 2007
    L'uomo pensieroso

    Come comincia: Tornando verso casa, per le solite strade, l’uomo pensieroso si ritrovò al semaforo; fermo lì, cominciò a domandarsi come mai non ricordava il percorso; la curva là in fondo al rettilineo del lungomare, quella un po’ pericolosa, da prender scalando di marcia o quella traversa dalla quale spunta sempre qualche auto che non rispetta lo stop o, ancora, il semaforo vicino alla Fiera, quello che se arrivi che è rosso ti tocca star fermo un’eternità; non ricordava nulla, neanche un particolare.
    Si domandò, allora, cosa stesse pensando di così profondo, durante tutto il percorso, che lo potesse distrarre dalla guida; in pochi attimi fece una revisione completa dell’intera giornata di lavoro; anche così, però, non trovò la benché minima giustificazione a quel suo vuoto nella memorizzazione.
    Eppure, lui, era attento nella guida, conosceva ogni trucco; ogni angolo di strada era come segnato con pallini rossi di pericolo e verdi di sicurezza; sapeva dove eran le scuole, per stare attento più ai genitori che posteggiavano in terza fila che ai bimbi che ne uscivano; conosceva i giorni di mercato di quasi tutte le piazze della città, per riuscire a scansare quelle zone e non ritrovarsi imbottigliato tra attraversamenti pedonali zeppi di vecchiette e giovani donne con la Smart anch’essa posteggiata in terza; sapeva tutto quel che c’era da sapere, eppure quella sera aveva dimenticato.
    Gli sembrò quasi di patire fisicamente quando lo assalì il dubbio di esser passato col rosso, là dalla Fiera e continuava a ripetersi che non era possibile, che figurarsi se lui avrebbe mai potuto; ma, il dubbio, velenoso dubbio, gli si installò in mente come un virus nel suo quasi amato computer.
    Quell’insicurezza, quel non sapere con certezza di aver rispettato una regola, lo faceva patire come quella volta che, da bambino, lo acciuffarono a “rubare” un grappolo d’uva moscatella, là, al paese dove si andava a passar l’estate, in Piemonte; una vergogna che ora lo riassaliva; e non aveva neanche quel buono e dolce grappolo a consolarlo e gli odori non erano certo quelli della campagna; sentì, persino, per un attimo tornagli in mente quel sapore, lo sentì nitido a riempirgli la bocca e fu costretto a deglutire; la dolcezza di questa parte dei suoi ricordi un poco lo risollevò e quasi sorrise di tutta questa marea di pensieri, dentro al casco integrale che indossava, seduto sulla sua bella motocicletta.
    Ma implacabile come il vento di tramontana, la legge del traffico cittadino lo riportò alla realtà: il suono simultaneo di tre clacson aggiunto agli improperi poco gentili di qualche automobilista lo ridestò; alzò un braccio, come a far sapere a tutti quelli che gli stavano dietro che si era accorto del semaforo scattato sul verde; mise la marcia, rilasciò piano la frizione e, come si fosse a passeggio, si avviò lento verso casa.
    Erano passati solo quarantacinque secondi ma, all’uomo pensieroso, erano bastati per decidere che non si sarebbe mai più perso un’alba o un tramonto, che si sarebbe fermato, con la sua bella motocicletta, ad ammirare i colori e cercare gli odori tutte le volte che avrebbe potuto.

  • 10 luglio 2007
    Invaders

    Come comincia: “Cosa c’entra ‘sto calendario?”
    Con la velocità di un fulmine, e con lo stesso effetto stordente del tuono, la sua mente rievocò le parole pronunciate quasi quarant’anni prima da don Mario, il caro vecchio prete che per lui era stato quasi un padre, quando stupito e scioccato lo fissò, sommerso dalla vergogna, sprofondato in un buco tenebroso, mentre sfogliava quello da sempre definito ‘oggetto del peccato’.

     

    “Buttatelo via. Mettete questo. Caro artigiano, cosa c’entra in tutto questo contesto?”

    Le parole erano le stesse, cambiava solo l’immagine e la situazione: al posto delle gambe della Edvige Fennech, si trovava la dettagliata foto di un pulcino che si strusciava con un coniglietto. Solo un pervertito avrebbe potuto reputare ‘oggetto del peccato’ una simile immagine.  Fatto sta che il calendario fu buttato nel cestino: un’altra sua cosa gli veniva strappata e buttata via per lasciare spazio ad altre, più vistose e degne di nota. Era da due giorni che il suo laboratorio veniva messo a ferro e fuoco dagli invasori, molesti emissari di un fato cattivo e contrario.

    “Metti questo, dà l’idea dell’antico.” Un’orrenda pergamena gialla fu messa sul muro. Qualche giorno prima quel muro era illuminato da un’unica fonte di luce costituita dalla porta a forma di P ribaltata (‘segno dell’influenza veneziana sul luogo, come aveva cercato di spiegare invano agli invasori per destare in loro interesse e pietà per il suo sacro laboratorio) e dal calore emanato dalla fornace; un chiarore calmo si stendeva sugli attrezzi antichi, sull’incudine ormai bicentenaria e sui suoi cari e amati martelli, dono di famiglia, tramandato amorevolmente di padre in figlio per secoli e secoli.

    “Cioè,  mi fate sostituire il mio calendario con uno dei primi del ‘900 mentre prima avete messo al posto dei miei vecchi martelli, 'sti attrezzi tanto moderni quanto inutili?Non sono neanche di ferro… è plastica”

    “Ci sponsorizza Ikea… mi dispiace, ma dobbiamo farlo. Quindi tienili sempre ben in vista.”

    A partire dallo svedese profumo nuovo di zecca che proveniva dai suoi arnesi, tutta la stanza era ricoperta di fili su fili, telecamere dappertutto, lampadine su lampadari. Il limite massimo consentito dalla sua calma ascetica stava raggiungendo l’ultima portata permessa, quando lo obbligarono a indossare gli occhialetti da lavoro: parevano mascherine da piscina con influenze gotiche - contemporanee, un vero e proprio risultato dell’ingegneria moderna, alquanto penoso.

    “Ora serve la tuta da lavoro.” La scelta peggiore che aveva fatto in trent'anni di carriera era stata quella di firmare il contratto con ARTIGIANO TV: 500€ per documentare la sua giornata lavorativa di ogni giorno, nel modo più realistico possibile. Peccato che fosse stato lui a essere sotto i loro ordini e non il contrario. L’unica clausola scritta a caratteri millimetrici e messa al contrario sul contratto era quella di permettere alla redazione di fare tutto quello avrebbero voluto fare con la stanza, con gli attrezzi e con lui stesso. La tuta da lavoro sembrava una normale tuta da lavoro blu da operaio della fiat anni '50 o da idraulico, normale, senza eccessivi difetti. La poteva indossare senza troppi problemi.

    “Tieni bene in vista quella targhetta. E’ di Roberto Cavalli, un nostro sponsor. E ogni tanto fai riferimento all’ippica… un po’ di pubblicità subliminale non guasta mai…”

    Ora aveva voglia di darsi fuoco. Un bonaccione come lui, abituato da sempre ad una vita del genere, sarebbe impazzito in mezzo a quell’accozzaglia di gente che rappresentava le peggiori nefandezze del popolo italiano: superiorità e altezzosità da milanese, simpatia ipocrita toscana, disponibilità genovese, dolcezza nei modi di fare da napoletano e alla fine… dialetto romano… e quel piccolo coso, che gli gironzolava intorno fin da quando erano arrivati, una piccola tappa, una cosa dai capelli sciolti sulle spalle e sguardo da tipetta ‘brava e furbetta’, raccoglieva in sé tutte le qualità sopracitate. Si chiamava Rita, da come aveva intuito prima, e aveva iniziato ad urlare con una vocina squillante e pesante allo stesso modo. “Iniziamo subito”.

    Dopo venti minuti di discussioni su luci, audio, qualità video e appartenenza delle birre dimenticate sul tavolo, le riprese iniziarono.

    “Allora” falso sorriso della presentatrice, una focosa e attraente bionda dalla voce squillante che prima aveva tentato di evitarlo a più riprese “buon giorno signor…”

    “Michele d’Ascenzo.”

    “Mio dio” risposero tutti all’unisono.

    Tutte le targhette che riportassero scritte il ridicolo nome-tabù, furono eliminate e sostituite con la scritta ‘Censino’. Un soprannome sempre a portata di mano, dettato dai rigidi canoni di Artigianato Tv, contestato dallo stesso Michele: il suo vero soprannome era Bomba. Ciò fece impallidire tutti.

    “Lascia stare… ora torniamo a noi. Appena finisco, tu dici ‘molto bene, grazie a tutti è per me un grande piacere essere intervistato da una giornalista del tuo calibro in una tv come Artigianato Tv, la mia preferita ormai da quasi sempre.’ Dai, torniamo con le riprese.” Silenzio… “Allora signor Censino…”lo si notava dall’espressione che non gli piacesse molto come stava recitando, ma non per questo interruppe la registrazione. “Come si sente adesso?”

    “Molto bene, grazie a tutti, è per me un grande piacere essere intervistato da una giornalista del tuo calibro in una tv come Artigianato Tv, la mia preferita ormai da quasi sempre.” Nonostante sembrasse una recita scolastica, tutta la compagnia applaudì svogliatamente. Lo notò, ma continuò con il discorso che gli era stato preparato fin dall’inizio. Dopo una buona mezz’oretta il supplizio ebbe fine.

    Per fare delle veloci riprese del locale, gli fu intimato di rimanere fermo e non muoversi da dove si trovava per qualche minuto: dopo due ore i muscoli si erano atrofizzati e la fronte, imperlata di sudore, era scivolosa tanto quanto una tavola da surf. Il caldo che proveniva dalla fornace accesa, a pochi passi da lui, era insopportabile. Dopo un’altra mezz’ora di riprese, gli fu concesso di raccontare la breve, ma ‘appassionante e sconvolgente’ (così fu presentata dalla tappa con l’aria da dura), storia del laboratorio.

    “Il laboratorio ha una storia molto lunga…” Il cameraman si passò il dito attorno alla gola fissandolo agguerrito “… ma interessante… e veloce… all’inizio questo era un laboratorio fondato da artigiani veneziani lavoratori dell’oro, venuti qui nel ‘400, che portarono nella nostra zona l’arte della lavorazione dell’oro e del ferro… lo si nota dalle porte a forma di "P" all’incontrario e dalle… ” tutta la compagnia Tv mostrava le sciabole e gli spadoni che lui aveva perso e che non ritrovava da tempi immemori, come ultimo segno di avvertimento. “Fatto sta che nel 1857, il mio bisnonno riuscì a prendere possesso del locale e a farne un laboratorio di lavorazione del ferro, per elementi decorativi per le case, soprattutto.”

    “Aspetta un attimo? 1857? Così vicino a noi?” Al primo cenno di assenso, scoppiarono i mormorii di protesta, sedati non appena tutti gli 8 vennero trasformati in 6, i 5 in 3 e i 7 in 1. 1631 era una data migliore, più antica, più folkloristica, più tipica del 1857, secondo la presentatrice. Inoltre, alla storia venne aggiunta la leggenda del corsaro spagnolo che, arrivato in zona, fece amicizia con il fabbro, sostenendo che egli aveva la faccia da Censo… da allora ogni fabbro in zona è chiamato Censino… La storia faceva letteralmente ribrezzo, ma dovette raccontarla interessato, dall’inizio alla fine.

    Il momento, forse, più importante era arrivato: la lavorazione vera e propria… poco prima aveva disposto un pezzo di ferro affusolato dentro il forno, per riscaldarlo e poterlo lavorare…

    “Inizia il cosiddetto processo di forgiatura” disse in modo abbastanza sommario la presentatrice, distogliendo annoiata lo sguardo dall’artigiano: lui, al contrario, si divertiva, mentre prendeva con le pinze il pezzo rovente di ferro, mentre lo poggiava sull’incudine e iniziava a prendere gli altri arnesi.

    Ora aveva iniziato a battere il ferro divertito, come aveva sempre fatto con passione e con gusto, con la stessa voglia di un chitarrista che si destreggia con la propria Fender e con la stessa forza di un macellaio che squarta il vitellino appena arrivato docile tra le sue braccia, senza importarsi di nulla, senza alzare lo sguardo attento dai ferri del mestiere. Quando si fermò,notò che tutti se ne erano andati già da un pezzo: lo avevano lasciato solo, in pace, nella più profonda calma, con un solo segnale d’avvertimento minaccioso, un pugnale buttato a terra: a domani per la seconda parte della trasmissione. Rabbrividì al solo pensiero di altri momenti da passare in compagnia di quegli invasori che gli avevano distrutto la gioia di un’altra giornata da solo al lavoro. A questi soli pensieri la cena pareva aspra, l’acqua insipida, quella tv che lo aveva assillato per tutto il tempo troppo frastornante e impertinente, i figli e la moglie seduti a tavola con lui tanto fastidiosi quanto inutili, tutto guastato dal gusto amaro e insensato che aveva provato fin da quando erano arrivati gli invasori.

    Dopo venti minuti giaceva inquieto nel letto, con il volto confuso verso il soffitto sbiancato, senza essere né in vena di coccole né di effusioni, con l’unica voglia di urlare sottovoce la sua rabbia a sua moglie pur di sfogarsi.

    “Alla fine doveva essere qualcosa di bello, perché vero, utile, reale. La trasmissione lo sta trasformando in una farsa, fatta solo per allietare il sonno di qualche pensionato senza nulla da fare o recuperare un po’ di audience mostrando solo cazzate.”
    Lei si girò: ma non aveva il solito viso, non troppo attraente ma pur sempre familiare e rassicurante della moglie. Era l’altra. La tappa con l’espressione da dura. Lei che lo aveva tormentato tutta la giornata. “Hai firmato il contratto, non ricordi?”

    Il sorriso le si aprì mostrando i denti smaglianti ma pur sempre aggressivi e inquieti, il dito indicò l’armadio dal quale uscirono i cameraman, i vari capo redazione, i camionisti, i telecronisti e tante altre persone che erano state a fare le riprese, armate tutte di mazze da baseball.

    Loro lo accerchiarono, lui iniziò a sudare, voleva gridare ma non ci riusciva, voleva scappare ma era inchiodato nel letto.

    Le ultime parole che sentì.

    “Ma lo dobbiamo firmare il contratto?”

    “Ma lo dobbiamo firmare il contratto?”

    Le stesse parole sentite, però dette da sua moglie. Si stropicciò gli occhi, guardandola confuso.

    “Allora che facciamo, amò?”

    Solo un incubo.  “Lo so io. Cosa fare!” Sapeva di non dover permettere la realizzazione di un incubo che non avrebbe dovuto avere seguito nella realtà.

    La mattina dopo, al risveglio, tutta la famigliola trovò il proprio padre rannicchiato sul tappeto: un martello Ikea a terra, la Tv ridotta a un mucchio informe di frantumi, fili e pezzi di vetro, mentre un ammasso di cenere ricopriva il luogo dove prima si trovava un foglio su cui era scritto ‘contratto’.

    Giustizia era fatta.

  • 10 luglio 2007
    Una vita alla deriva

    Come comincia: Da dove iniziare? Dal principio sarebbe troppo doloroso.

     

    Può capitare, in una dolce e calda sera d’estate, di trovarsi sereno di fronte alla propria casa, sdraiato sull’amaca, dopo una cena preparata in giardino e gustata con calma. Di sentire le forze tornare grazie al riposo, di godersi senza tempo una notte stellata.

    Accadde un anno fa.
    Mi dondolavo con un bastone di ferro puntato nel terreno, una piccola brezza faceva ondeggiare i fili d’erba sotto di me. La luce esterna dava un leggero chiarore alla casa. La vedevo grande, immensa di fronte a me, per un attimo mi dissi quanto fosse strano che due sole persone vivessero in una casa tanto grande, mi domandavo se fosse poi giusto che un individuo di ottanta chili possedesse tonnellate di cemento, legno, mattoni. Questo pensiero si insinuò nei miei occhi, li iniettò di domande che venivano dal nulla. Lo sapevo, sapevo che erano aiutate dal paesaggio metafisico nel quale ero assorto in quel momento. Ma ciò non era abbastanza. Si faceva strada in me un’idea che credevo del tutto estranea, ma che in realtà sapevo appartenermi da sempre.
    Che ci facevo, lì?
    Di chi era quella grossa casa bianca, chi l’aveva costruita, chi l’aveva abitata? Quante risate di bambini avevano ascoltato quei muri, e quanti pianti di stanchezza? E quanta gente era venuta a trovare i vecchi padroni, e che cosa pensavano di quella casa? Chi l’aveva costruita, chi l’aveva progettata, e qualcuno si ricordava ancora di quel panino e quella birra gustate sotto il sole estivo, mentre le file di mattoni salivano?
    Chi aveva scritto col gesso bianco sui muri del magazzino? Perché tutte queste domande, chi le voleva?

    Rimirai ancora la casa. Sembrava guardarmi, dall’alto, senza chinare il capo, come fa un gigante austero e altezzoso. Intorno non c’era niente, eravamo solo io e lei. Gli animali erano scomparsi, Patrizia era scomparsa, il mondo intorno anche. Era una cosa tra noi.
    Sembrava avere pena di me, sembrava chiedersi come mai mi fossi nascosto da lei, in un posto così lontano da tutto e tutti. O forse ero io che avevo pena di me stesso, che mi chiedevo le cose che credevo si stesse chiedendo lei.
    Arrivai anni prima in un giorno di febbraio, nella nebbia. Mi fermai di fronte a lei, allora disabitata. Scesi dall’auto e con il registratore immortalai il silenzio nel quale si trovava assorta. Incisi sul nastro magnetico: “I suoni della mia casa”.
    Che farò, quando un giorno riascolterò quel nastro? Sarà questo l’unico rimpianto della mia vita? È un rischio al quale non posso sottrarmi, la verità mi trova ovunque, non posso fingere di essere una persona normale. Non ha senso e lo so.
    Il mio desiderio era costruire un nido nel quale nascondermi dal mondo, nel quale stemperare le tristezze del mio passato. Un luogo senza tempo, dove poter affidare all’oblio il computo dei miei giorni. Poter trovare un po’ di pace, smettere di ardere.
    Ma la realtà è sempre meglio di qualunque finzione. L’ho detto io, non può non valere anche per me.
    Sarà l’amore che cerco? O forse una nuova vita?
    Io conosco la risposta. Ciò che cerco non esiste più, devo trovare un altro motivo per tornare sereno. Ma che fatica, essere sempre in lotta col mondo. Io non avrei mai voluto lottare, vorrei solo la pace dentro. Invece la vita mi ha assalito, ha atteso invano che crollassi per rendermi un uomo normale. Ma io non crollo mai, sono invincibile, e più battaglie vinco più ne ho da affrontare. E vincerò anche quelle. Ma perché, per chi? È poi così importante essere d’acciaio, essere abbastanza forti da trovare rimedio a tutto? Riuscire a stravolgere l’essenza delle cose a proprio piacimento per restare in vita? Essere inattaccabili, volgere ogni cosa a proprio favore.
    Certe volte vorrei tornare indietro, avere una famiglia, una casa dove nascere e crescere e morire. Dei fratelli coi quali litigare e poi far pace, avere una nonna da cui andare a cena la domenica. Poi penso al peggio, che tutto ciò non è mai esistito. Come si può sentire la mancanza di qualcosa che non s’è mai posseduto?
    Non ho mai voluto una famiglia, non la vorrò mai. Io forse non so cosa significhi averne una, sono rimasto solo prima ancora di imparare a scrivere il mio nome, in me ci sono solo io. Il fatto di non avere alcun tipo di legame non sempre è positivo.
    Sono come una barca alla deriva: dovunque mi porti il mare, trovo il modo di restare a galla. Ma resto sempre in alto mare, senza vedere mai la riva. E non appena le onde mi scagliano su di un’isola deserta, subito la risacca mi porta via.
    Ero arrivato qui dal nulla, e nel nulla torno. Ho vissuto quasi cinque anni in un posto senza voler conoscere nessuno, faccio lo straniero di professione da sempre. Nessuno sa niente di me, ed ogni volta che rinasco, il mio passato scompare dietro i miei occhi. Lo celo senza difficoltà, muoio e poi rinasco ogni volta. Possibile che non mi manchi per niente incontrare dei vecchi amici mentre passeggio, la domenica mattina? Oppure andare a fare la spesa e sapere il nome della cassiera? Un legame, un legame qualsiasi, qualcosa che ti distolga dal voler passare tutte le domeniche da solo, a riposare, a preparare la battaglia per il giorno dopo.
    Una vita normale.

    Un posto dove poter tornare. Molto frequentemente sorrido di me, quando penso che, con un po’ di approssimazione, se dovessi scomparire improvvisamente, senza lasciare traccia, quasi nessuno verrebbe a cercarmi. E quei pochi che lo farebbero si stancherebbero presto, conoscendo il mio modo di vivere forse non si preoccuperebbero.
    Un giorno una cara amica mi disse: “Sei come una cometa. Passi per un attimo, ti fai trovare e sentire per qualche tempo. Ma poi scompari da tutti, diventi un miraggio. E l’unica cosa che possiamo fare noi, è aspettare che la cometa passi ancora.”
    Allora, io e lei ridemmo di questa immagine. Poi, quando partii, lei non venne a cercarmi, e nemmeno io andai a salutarla. Ci siamo voluti bene profondamente, con un rispetto di fondo che ci ha impedito di complicare le situazioni. Eppure lei non venne a cercarmi. È stato questo il suo saluto: aspettare che la cometa passi ancora. Io l’ho capito subito, e ancora sorrido, pensando a lei. So che finalmente i miei amici si sono sposati, ed hanno anche due bambini. Sono otto anni che non ci vediamo. Un giorno tornerò a trovarli.
    Ma sarà soltanto un altro passaggio della cometa…

    Questa è la verità, non appartengo a niente e nessuno, non ho un posto dove tornare, non ho passato. Il mio passato è morto mentre viveva, ogni giorno la vita riparte da zero.
    Guardare indietro, e non trovare un attimo nel quale ti sei sentito riscaldato, protetto. Sempre solo, sempre solo.
    Sempre unico artefice della mia vita, sempre manipolatore del mondo. Una forza innaturale, una diversità incelabile, una dimensione esterna al mondo.
    Eppure, com’è bello il tramonto, alla sera.
    E la… fortuna… di essere ancora qui, ancora padrone del mondo. Ancora intatto, pronto per accogliere la fortuna. Che arriverà.

    Ora è arrivata lei. Lei che non parla, che non esprime i suoi sentimenti, ma che mi accarezza e mi bacia. Che mi guarda con occhi così penetranti da farmi distogliere lo sguardo, prima che possa vedermi dentro. Lei che conserva in uno scrigno rosa tutto ciò che le scrivo, e che mi svela ogni giorno un pezzo del suo cuore. Lei che mi mostra quei fogli con innocenza, come se fosse una cosa normale, ed io quasi mi imbarazzo, vorrei potermi commuovere, sento il desiderio di portarla via dal mondo e nascondermi con lei per una vita.
    Che sarà con lei? E quanto durerà?

    Chi può saperlo, chi vuole saperlo? Quello che so mi basta: lei mi rende sereno, mi fa guardare il cielo e vedere l’azzurro ed il bianco delle nuvole di un azzurro ed un bianco più intensi. Mi lascio guidare dal desiderio di vederla ancora, di baciarla ancora, di fare ancora l’amore con lei. Di tenerle la mano, di scoprirla giorno per giorno. Non c’è tensione, non ci aggrediamo a vicenda. Ci stiamo vicini, ci osserviamo, e potremmo farlo per ore.
    Lei mi fa apprezzare tutto ciò che vedo. Filtra il mondo e me lo serve come un gioco del quale scoprire i segreti divertendomi. Lei mi dà la forza di continuare il gioco.
    Resta con me, cara lei. Finché lo vorrai.

    Una vita alla deriva… Fosse sempre così, sarei felice lo stesso.

    Domani la mia personale guerra col mondo ricomincerà. Io mi sveglierò senza aver dormito e sarò pronto a vincere ancora. Avrò il sorriso e la potenza di chi sa di aver già vinto, di chi sa di essere il proprio unico avversario.
    Spero che un giorno questa guerra possa finire, definitivamente. E spero, spero… che la pace mi trovi ancora vivo.

    Una vita alla deriva… ma ora sorrido.

     

     

    steelman, 23 maggio 2004.

  • 10 luglio 2007
    Non avere paura!

    Come comincia: C’era una volta una penna che stava da sola in una cartoleria per anni. Nessuno voleva comprare una penna di vecchio stile, una penna stilografica.
    Dopo un bel po’ di anni venne venduta a una ragazzina che doveva iniziare le superiori. Il professore di arte aveva chiesto un penna stilografica di vecchio stile proprio come quella.
    Appena messa nella propria scatolina e poi infilata in una busta uscì dalla cartoleria, felice come non mai pensava a cosa le aspettava.
    Pensava ai suoi nuovi compagni ai nuovi amici a tutto ciò che non aveva mai visto prima.
    Arrivata nella casa della proprietaria venne infilata dentro un astuccio, nell’astuccio c’erano diversi oggetti ma quello che la colpì di più fu una matita “Pickwick” per lei bellissima.
    La penna se ne innamorò subito, pensava che cosa poteva fare per essere notata, allora iniziò a far vedere la sua bellissima marca… bellissima tanto tempo fa perchè ormai in quel periodo era sconosciuta!
    Un giorno si stappò e iniziò a spruzzare inchiostro da tutte le parti, sporcando la matita “Pick”, il suo innamorato. La penna, imbarazzata più che mai, non sapeva come scusarsi e provò  a dargli una ripulita ma lui... niente, disse solo: “Grazie ma avrei fatto anche da solo”.
    Sono passati tre anni e tuttora la matita non si è ancora accorta di lei, e lei è innamorata più che mai. Lui non sa cosa lei prova, crede che sia solo una piccola penna che cerca di mettersi in mostra. Allora un giorno la penna decide di farglielo capire scrivendo “Pickwick ti amo” su tutte le pareti dell’astuccio, ma lui niente, non si accorge di nulla.
    La penna, ormai addolorata, non sa più cosa fare per farsi notare, allora un giorno decide di mandargli una lettera, una lettera bellissima. Rileggendola era convinta che una volta consegnata, lui si sarebbe affezionato a lei, le aveva scritto i veri sentimenti che provava, i più profondi, aveva scritto tutto ciò che lui non sapeva… passò la notte pensando se stesse per fare la cosa giusta, se magari dopo avergliela data sarebbe cambiato qualcosa.
    La mattina dopo era nervosa ma decise di portargli la benedetta lettera. Si diresse verso di lui, lo toccò, e lui mentre parlava con i suoi amici si girò di scatto. Si guardarono negli occhi e lui le chiese: “Mi devi dire qualcosa?”. Lei in quel momento non ebbe parole, non riuscì a far uscire niente da quella sua piccola boccuccia e allora gli diede la lettera e senza dire niente scappò.
    Lui lesse solo la scritta in superficie “darei la mia vita per sentirmi dire che mi ami…”, poi, appena rimasto da solo, decise di aprirla e man mano che leggeva si guardava attorno per vedere se ci fosse qualcuno che lo stesse spiando, qualche amico che lo osservasse per poi prenderlo in giro.
    Finito  di leggere la lettera cercò la penna spaventato per la fine.
    Guardò l’ora e si erano gia fatte le 12.35. Si diresse verso l’altra parte dell’astuccio e una volta arrivato, la penna non c’era. Allora iniziò a preoccuparsi, andò in tutte le zone dell’astuccio anche quelle più nascoste ma lei era scomparsa, non c’era più.. non era da nessuna parte.
    Allora si mise in un angolo e iniziò a piangere, pensava a quell’ultima frase della lettera: “Se tu provi qualcosa per me dimmelo prima delle 12.30 perché fino a quell’ora ti aspetterò… se non verrai io sparirò per sempre, non mi farò più vedere perché vorrò dimenticarti. Ciao mio sogno impossibile”.
    La matita, disperata, pensò che aveva buttato via tre anni per aver paura di fare la prima mossa!

     

    Non permettere che la paura di perdere ti impedisca di partecipare.

  • 10 luglio 2007
    L' appuntamento

    Come comincia: Trascorreva le ore davanti al PC, scrivendo poesie e inviandole ai vari siti che ne consentivano la pubblicazione… Aveva anche fatto stampare un libricino a sue spese, tanto per avere qualcosa di concreto da mostrare, a sua moglie, ai figli, agli amici.

     


    Soprattutto a sua moglie, che, conoscendolo bene, sapeva di non potersi fidare ciecamente della sua fedeltà. D’ altra parte già in passato aveva corso qualche rischio di essere scoperto… perché le donne gli piacevano, tanto, tutte… era il femminino che amava in loro, quelle qualità quasi divine di intuito, quella loro capacità di sublimare la passione, perfino quella travolgente e un po’ eccessiva della sua stessa pulsione carnale.


    Aveva imparato a giocare con loro, a concedere spazi in cui potessero esporre qualche lembo della loro psiche, ma sempre in agguato alla ricerca di una possibile, agognata,  denudazione concreta.


    Pensava di esorcizzare la vecchiaia nell’unico modo che lo faceva ancora sentire  valido, cercando e soddisfacendo il desiderio sessuale.


    Bazzicava anche siti porno, sempre con la massima attenzione a non lasciarne traccia nella memoria del PC che, suo malgrado, talvolta se ne infettava e ne riversava qualcosa  attraverso le mail da lui inviate.


    Talvolta doveva interrompere un intervento in chat, oppure rinunciare a rispondere ad una mail, se la moglie o i figli si avvicinavano troppo alla scrivania.


    Ma il fascino che esercitavano su di lui le menti femminili argute, colte, poetiche, seppure  ne stuzzicassero le innegabili doti d’intelletto,  immancabilmente lo rimandavano, poi, ad un impulso più robusto, che un po’ dannunzianamente in poesia, in maniera più diretta per posta, si faceva presente per esigere un riscontro.


    Eppure alcune sue poesie erano rivelatrici di un fermento, di una malinconia latente, di una struggente rassegnazione alla vita e di una disperata negazione della morte.


    Poi nella sua vita apparve una creatura diafana, senza spessore né luogo che non fosse quello schermo luminoso in cui le sue parole prendevano vita e le davano realtà…


    Le aveva attribuito la bellezza lunare dei ritratti di Watteau, l’intelligenza di una Simone de Beauvoir, le conoscenza scientifiche di una Margherita Hack…ma anche la possanza misteriosa di un felino.


    Sognava di lei, spesso i suoi scritti avevano dei riferimenti che solo lei poteva interpretare. Si stava innamorando di una immagine e, nello stesso tempo, desiderava intensamente che prendesse corpo.


    Era diventata irrinunciabile, una sorta di gioco a nascondino, la caccia a quell’entità fatta di pixel la cui amabilità era stemperata spesso da una sottile ironia.


    Doveva conoscerla, assolutamente, avesse dovuto attraversare l’oceano, recarsi al polo nord, sulla luna…


    Ormai incaponito in questa brama, mise in atto tutte le sue armi di seduzione, le fece ogni sorta di promessa, ne infranse ogni possibile dubbio… Infine riuscì a farsi dare le notizie più precise, riguardo alla sua vita, alla sua quotidianità, al suo luogo di residenza.


    La città era lontana, avrebbe dovuto viaggiare quasi un’intera giornata per raggiungerla… Riuscì ad inventare la scusa più credibile di tutta la sua vita e a farla digerire alla famiglia, Ora aveva due giorni per conoscere, finalmente, quella donna affascinante che lo aveva ammaliato dallo schermo.


    Il treno giunse in orario, non ebbe alcuna difficoltà a trovare un taxi, l’autista si mostrò cortese alle sue spiegazioni,  indirizzo, indicazioni, tutto scorreva liscio.


    La strada era in salita, il numero civico che gli era stato indicato doveva trovarsi quasi sulla sommità della via, l’ appuntamento era proprio davanti alla casa, una villetta stile anni ’70, così gli era stato spiegato.


    Fremeva, già le sue mani sentivano al tatto quella pelle che aveva tante volte immaginato, serica, morbida, e le labbra che avrebbe di lì a poco potuto sfiorare… baciare…


    - Ecco , ci siamo.  -


    La voce del tassista lo riscosse dalle sue elucubrazioni, prese il portafoglio  per pagare e intanto diede una sbirciata alla casa.


    La luce del tardo pomeriggio tagliava già molte ombre sulla facciata, il cancello era semiaperto e lui si incamminò su un vialetto di ghiaia frammista a ciuffi d’erba che conduceva  fino ad un portoncino scuro,  vi spiccava  una piccola targa metallica con il cognome, di lato  un pulsante su cui premette il dito, per un secondo… il battente si aprì e lui restò perplesso sulla soglia.

    - Permesso? - chiese,  restando ad aspettare… e non ricevendo risposta, avanzò di qualche passo.


    Si trovava in una sala piuttosto ampia, nella semioscurità intravide un ‘immensa scrivania su cui campeggiava lo schermo di un computer acceso, alla cui luce potè scorgere anche varie scaffalature alle pareti, zeppe di oggetti metallici che non aveva mai visto prima.


    La porta intanto si era chiusa silenziosamente alle sue spalle e lui, con un certo imbarazzo, pronunciò ad alta voce quel nome che per così lungo tempo aveva solo pensato… un movimento impercettibile, da un tendaggio sul fondo, catturò la sua attenzione, si immobilizzò… mentre una donna bellissima avanzava verso di lui… Si fermò quasi al centro della stanza.  Ne potè distinguere i capelli ramati che in morbide ciocche le incorniciavano il viso ricadendo sulle spalle, il seno che prorompeva sodo e bianco dalla scollatura abbondante di un splendido vestito dai toni azzurri, quasi fluorescenti… il viso era di una bellezza botticelliana, e pure nella scarsa luce i suoi occhi avevano uno sguardo dolce e conturbante nello stesso tempo… le sue braccia bianche e tornite si protesero, invitanti…


    Stupefatto, eccitato, con la passione che gli montava dentro, le andò incontro, aprì le braccia per stringerla a sé… e le sue mani attraversarono i colori di una figura impalpabile, un insieme di puntini luminosi che formavano lo splendido ologramma…


    Si ritrasse intimorito, sorpreso, deluso… in un contrasto di emozioni che non riusciva a razionalizzare…


    Un suono proveniva ora dalla semioscurità del tendaggio, come di pianto sommesso, un singhiozzare soffocato… quasi automaticamente attraversò la stanza e scostò la pesante stoffa scura… dietro, in piedi, le braccia lungo i fianchi in  posa sconsolata, un uomo dal viso rigato di lacrime lo guardava con aria implorante…


    Aveva dei tratti marcati, l’attaccatura dei capelli bruni bassa sulla fronte e le sopracciglia quasi unite,  di corporatura tarchiata, poco più basso di lui,  poteva avere una quarantina d’anni. L’uomo, con la voce arrochita dal pianto farfugliò qualcosa… Lui sentì chiare solo alcune parole: "… Non avevo altro modo… farmi amare … le mail… volevo dire… ma non… coraggio…".


    Lui ricordò qualcuna delle espressioni che più l’avevano colpito, riandò con la mente alle sensazioni provate nell’ attesa di ricevere posta, e poi nel leggerla e rileggerla… la grazia e l’intelligenza che lo avevano così appassionatamente incantato, e allora… lo strinse a sé in un abbraccio.

  • 09 luglio 2007
    Ombre della notte

    Come comincia: Sono solo ombre della notte quelle che si affollano nella mia testa...
    Veloci, prepotenti, pesanti. Riempiono il mio cervello, lo tartassano, minano la fiducia che ho in me stesso e negli altri. Sono mesi ormai che penso e ripenso alla mia vita. A quello che sarà, al futuro. Agli amici, agli amori, al lavoro. Ho tremila pensieri che si susseguono senza sosta e non mi lasciano tregua. Tremila idee, tremila modi diversi di vedere le cose. Sono confuso totalmente e a volte mi sento solo vittima degli eventi e non partecipe. Mi sento come in un film nel quale faccio solo da spettatore: per quanto possa arrabbiarmi per le scene brutte, non posso fare altro che continuare a guardare senza poter cambiare nulla. Che strano senso di impotenza. Non riesco a capire da cosa sia dato... Dopo tutto non mi è "permesso" capire o interpretare... Dopo tutto sono solo ombre...

  • 05 luglio 2007
    Il dolce volto del nemico

    Come comincia: Li aspettavamo a Villa Adela un giorno o l’altro. Ci eravamo rifugiati sulle colline di Serravalle Scrivia. Una villa padronale affittata da mio nonno nella fuga dai bombardamenti di Genova.
    Avevo cinque anni. Li temevamo. Ascoltavo i discorsi dei grandi nel buio della cucina, quando dopo cena, per l’oscuramento imposto, ci si radunava attorno alla stufa e si attendeva il segnale dei tamburi di radio Londra al riflesso della brace. Si parlava di loro con circospezione, abbassando la voce.
    Veniva a trovarci la Nuccia con il suo setter da una casa vicina, oltre il vallone e ci portava le ultime notizie sulla guerra.
    Una sera arrivarono due ragazzi vestiti da montanari, con cappelli tirati giù sul viso. Infilati alla cintola i manici di legno delle granate;  restarono ad ascoltare le notizie della radio, in silenzio;  solo qualche ammiccamento tra loro, un bicchiere di vino e fuggirono via nella notte.
    “Sono partigiani”- sembrava rassicurarmi mamma. Ma aleggiava un’ aria di preoccupazione, sia per loro che per noi. Sino a quel momento dopo la fuga da Genova, avevamo ritrovato la calma di un vero rifugio. A volte preceduto da un rombo assordante si oscurava il cielo.
    “Vieni a vedere le “fortezze volanti” “! - Mi diceva mamma, mentre il cielo era un disegno di infinite croci nere, altissime che volavano in direzione del porto di Genova.
    Scendeva una pioggia di coriandoli luminosi: erano strisce di stagnola per ingannare i radar. Me ne riempivo le tasche. Scomparsi gli aerei all’orizzonte, tornava il silenzio della campagna. Stentavo a credere che quegli uccelli neri fossero i liberatori. Perché mai dovevano distruggere la mia città?
    "Il nemico" lo avevo intravisto dal finestrino del treno: un cannone enorme dalla canna lunghissima posto su carrelli ferroviari. Faceva parte di un convoglio militare: "La Berta"- gridava emozionata nonna Olga che credeva di riconoscere il cannone che tuonava sulle alture di Monte Moro a Genova a difesa del porto. Ricordo soldati a cavallo del fusto. Avevano capelli biondi e ridevano.
    Quelli i nemici? Il naso incollato al finestrino, il tempo dello scorrere veloce di un attimo. Il nemico perché? - mi chiedevo con la logica del bambino - se fuggivamo dalle bombe dei "liberatori". Che strano modo di liberarci, poi avevano questi. U
    scendo dal rifugio, a Genova, il palazzo affianco al nostro, era una buca. Nel fango si aggiravano ombre alla ricerca di qualcosa. I nemici li aspettavamo a Villa Adela e un giorno arrivarono.
    Caro Franz, ricordo quel giorno. In fondo al viale, c’è nell’aria la luce della primavera, un frastuono di motori e di carri cingolati. Il cancello della villa che cade a terra. La colonna sale verso l’aia ghiaiosa della villa. Io non ho mai compreso dove fossero i miei. Non li sento vicino a me nel ricordo o forse l’importanza del momento li escluse dalla realtà. Sento di guardare con intensità ciò che sta avvenendo. Per un bambino di cinque anni è senz’altro un’emozione fuori del comune. Un’auto precede carri cingolati su cui sono seduti ai bordi, soldati con elmetto e fucile. Sopraggiungono sul piazzale antistante a villa Adela e si dispongono a cerchio. Dall’auto scende un superiore che comincia ad urlare ordini in una lingua metallica, roboante. I soldati scendono dai carri, hanno con loro uno zaino, oltre al fucile. Ora sorridono, parlano tra di loro, si scoprono il capo. Il superiore continua a dare ordini. Una bottiglia di vino viene fatta girare. L’atmosfera perde di drammaticità. Qualcuno mi scorge e viene verso di me.
    Sei tu Franz, ricordo il tuo volto di ragazzo vicino alla mia fanciullezza; mi sorridi e mi sollevi in aria. Pronunci parole che non capisco. Mi colpisce la tua croce nera ornata d’argento sul colletto della divisa, contrasta con l’oro dei tuoi capelli. Poi i ricordi si perdono in inquadrature di un film. Mi chiami: - Luccio - insistendo sulla consonante. A sera il tuo bussare alla porta e ritrovarti con noi come in famiglia. Nonno Angelo mette per te sul grammofono “Lily Marlen”. E una marcia di guerra; i tuoi occhi non mi vedono mentre io gioco con la tua catena d’argento al collo. La voce della cantante è rauca, calda. Pensi ad altro... la tua famiglia... i giorni di guerra che ti attendono.
    Ricordo una frase di papà: - "Poveri ragazzi, sono reclute di marina inviate quassù, lontano dal mare, chissà mai perché?"
    Una mattina vengo alla tua tenda: corpi nudi alla cintola che si lavano in una tinozza. Un teschio è l’emblema impresso sul panno scuro della tenda. Lo stesso teschio lo ritrovo su insegne di legno dove è tracciato con pittura nera “achtung minen”. Tu mi confesserai che è falso, in quanto di mine non ne avete più.
    "E’ arrivato il tuo amico fedele" –qualcuno già trova da ridire sul nostro legame insolito. Un giorno di vento mi ospiti nella trincea dove avete posto il cannone antiaereo. Mi fai sedere sul seggiolino che è simile a quello del trattore. Mi dai un colpo e giro, giro... che strana giostra quella.
    Ma un mattino: "Sono fuggiti" - qualcuno urla e ti perdo per sempre.
    Mamma scolla nell’acqua la pasta cotta che avete lasciato nella frettolosa partenza vicino al camino. Si pregusta un pranzo inatteso. Ti ricordo ancora Franz dopo una vita trascorsa. Nessuno mi ha mai convinto che tu fossi veramente il nemico.

  • 05 luglio 2007
    Fiore di luna

    Come comincia: Carla si stava preparando. Era l’ora di andare incontro a Barbara, sua figlia, che usciva dal dopo scuola. In quel periodo invernale, le giornate abbrunivano presto e lei non se la sentiva di lasciarla sola. In fondo aveva solo 14 anni. Un’età balorda, dove non si è ancora né carne, né pesce. Per non urtare il suo amor proprio e non intaccarne l’autostima,  aveva addotto la scusa che il rientro a casa sarebbe stato occasione per fare un po’ di spesa.
    Carla era un’abitudinaria: il solito percorso ed i soliti negozi. Si sentiva più tranquilla se poteva agire e muoversi in un’area famigliare.

     

    - Barbara, che ne dici se stasera cucinassi delle braciole ai ferri con contorno di patatine fritte?
    - Oh mamma, direi che sarebbe proprio una buona idea. Con questo frizzantino!
    -  Allora andiamo da Gino.

    Le due donne si incamminarono sorridenti per i consueti vicoli, parlando del più e del meno. Entrambe di bell’aspetto e longilinee, ad un’occhiata affrettata potevano essere scambiate per sorelle. Barbara, vestita con pantaloni a vita bassa cadenti e con un giubbino scuro di pelle imbottita, aveva i capelli piuttosto corti, di un castano chiaro striato di colpi di luce ed un volto delicato, su cui spiccavano due bellissimi occhi verdi. Sua madre ne era molto orgogliosa, assomigliava tutta al padre.
    Carla sapeva di essere stata attraente, ma ora pensava che quell’attributo non la riguardasse più, o meglio che questo riguardasse solo sua figlia. Era piuttosto curata, ma tendeva a coprire le sue forme usando abiti  di foggia eccessivamente sobria. Eppure era ancora giovane,  con i suoi quasi 40 anni, il volto poco segnato e dai lineamenti sottili, gli occhi nocciola e  i bellissimi capelli di un castano dorato che teneva spesso raccolti.
    Quando si trovarono davanti all’insegna del loro negozio di fiducia e lo videro chiuso per inventario, rimasero deluse, ma Barbara prontamente propose:

    - Mamma, che ne diresti di dare un un’occhiata più avanti, da quello nuovo. Mi pare si chiami “Torrini shopping”. Anche lì ci deve essere un po’ di tutto, compreso il banco carni. Passando altre volte ho notato che ha molta scelta.
    Carla la guardò ed annuì.

    Il negozio presentava un reparto con svariati prodotti  da supermercato e un altro  con due enormi banchi destinati  alla salumeria e alle carni. Come da Gino. Solo con spazi  più ampi, strutturati con una concezione più moderna ed un po’ meno affollati.  Al banco carni stava un signore di mezza età con dei buffi baffetti e l’espressione bonaria.

    - In che posso servirvi? - disse guardando alternativamente le due donne.
    - Vorremmo  delle braciole di maiale, - rispose Carla mentre Barbara si guardava insistentemente intorno.
    - Bene , gliele vado a prendere. Se ha un attimo di pazienza, le faccio preparare perché sono da tagliare. - E si diresse nel retrobottega.

    Carla osservò Barbara che continuava a guardarsi intorno.
    - Ma che hai? Se ti interessa qualcosa, dimmelo che la compriamo.
    - No, no.
    Un’altra signora si avvicinò al banco. Ancora un attimo d’attesa e il negoziante si ripresentò, seguito da un tizio che reggeva un vassoio con una risma di braciole da tagliare.

    - Signora, la servirà Mirko, - disse l’uomo dai baffetti,  facendo cenno al nuovo venuto, mentre lui andò ad occuparsi dell’altra cliente.

    Mirko le guardò stiracchiando un sorriso. Era un giovanotto alto ed atletico, che doveva avere poco più di trent’anni. In pieno inverno indossava un maglietta attillata a maniche corte, che ne evidenziava la muscolatura.
    Aveva i capelli chiari, molto curati e di una giusta lunghezza, con un ciuffo che gli faceva capolino sulla fronte e che lui ogni tanto per vezzo,  si tirava indietro con il dorso della mano.

    - Quante glie ne servono? - domandò rivolgendosi a Carla e piantandole addosso due intensi occhi grigi. La donna fu colta da un breve e inconsueto imbarazzo.
    - Me ne dia tre. Va bene? - aggiunse poi rivolgendosi alla figlia, che non l’accusò, intenta com’era ad osservare il giovane.

    Lui incominciò a posizionare la carne e a tagliarla lentamente con una ritualità che calamitava l’attenzione di madre e figlia.
    Le sue mani erano grandi e forti. Dalle braccia nude  si intravedevano le vene pulsanti scolpite sui muscoli marmorei. 
    Prese le bistecche e le pesò.

    - Desidera altro? - domandò sempre rivolto a Carla, con un’intonazione che la infastidì.
    - No, grazie.

    Le due donne si diressero alla cassa e attesero il loro turno. Barbara  non faceva che girarsi verso il banco carni.

    - Ma che hai da voltarti continuamente? - le domandò sua madre.
    - Hai visto che bel ragazzo?
    - Chi? -  le rispose stupidamente con falsa indifferenza,
    - Ma Mirko, no?
    - Sssss! - le sibilò Carla vergognandosi. Temeva che il tono un po’ più forte della figlia avesse attirato l’attenzione generale.
    - Mamma, sei proprio preistorica. Ti imbarazzi ancora per nulla. Che male c’è se dico che uno è bello.
    - C’è che è sconveniente in certe occasioni e specialmente per una ragazzina della tua età.

    In quel momento in lontananza riapparve la figura del ragazzo. Stava sistemando alcuni prodotti nelle scaffalature e ogni tanto guardava dalla loro parte.
    Istintivamente, Carla si voltò indietro.  Forse … c’era qualcun altro che aveva destato il suo interesse… Ma loro, erano le ultime della fila.  Guardò sua figlia. – Sta a vedere che vuol fare il galletto con lei…- pensò.  Barbara, però, la precedette lasciandola attonita con una domanda:

    - Mamma, hai visto come ti fissa Mirko? 
    - Che stupidate stai dicendo. Caso mai guarderà te, o a caso, tanto per fare. Piuttosto, tu non me la conti giusta signorina.
    - Che vuoi dire? -  chiese Barbara con un sorrisino, tenendo gli occhi bassi.
    - Se ti conosco bene come credo… Ho l’impressione che non sia la prima volta che tu vedi quel giovane. Voglio dire che tu sapevi benissimo che lavorava qui  e mi hai convinta a venirci a comprare.
    - Non ti posso nascondere nulla, mamma. L’altra volta sono passata di qua con alcune compagne e l’abbiamo visto entrare in negozio. Poi ancora altre volte e da informazioni si è saputo che ci lavorava. Non potevamo evitare di accorgerci di quanto fosse  “bono”… Lui deve averlo capito e ci ha fatto dei complimenti. .
    - Barbara! Ti prego, evitami questi discorsi.
    - Ma che male c’è?
    - Ho detto basta.
    - Non trovi che assomiglia un po’ a Bon Jovi?
    - E chi è?
    - Ma come, non ti ricordi quella canzone… “it’s my life”, che ti piaceva tanto?
    - Ah, già.

    La donna si ricordò. Così fissò il ragazzo d’istinto.
    Anche in quel momento Mirko  la guardava, quasi intuisse di cosa stessero parlando,.

    - Ma come si permette, chi si crede di essere, - pensò Carla, diventando paonazza per l’irritazione che quello sfacciato le procurava.
    Come stabilito, quella sera a casa si cucinarono le braciole, per giunta molto tenere e gustose. Dopodiché Carla rassettò la cucina e lavò i piatti. Sua figlia si isolò ad ascoltare musica e suo marito s’infilò le pantofole piazzandosi davanti al televisore, sintonizzato su uno di quei programmi dibattito dove tutti urlano dicendo le stesse cose.
    Terminate le faccende domestiche lei lo raggiungeva. Ma quella sera non ne ebbe voglia. Si sentiva particolarmente stanca e desiderava solo andarsene a letto. Prima si assicurò che Barbara avesse fatto altrettanto…

    La strada era tortuosa , illuminata dalla luna piena. Ai lati del percorso c’erano dei buchi scuri. Erano grotte. Carla si sentiva addosso una strana frenesia. Il cuore le batteva forte ed il respiro a mano a mano che procedeva nel cammino aumentava di intensità. Era diretta verso una meta. Ma quale? Lo sapeva ma non lo ricordava. D’improvviso si trovò Mirko di fronte che le sorrideva  facendole cenno di avvicinarsi. Lei lo assecondò ed insieme si diressero verso una di quelle grotte. Lui la piazzò vicino al muro e le si avvicinò di più. Il riverbero dei raggi lunari li raggiungeva per quel tanto che bastava.
    Le prese entrambe le mani e gliele strinse portandola con le braccia in alto, appoggiate alla parete dell’antro. Quindi iniziò  a baciarle il collo lentamente, alitandole sopra intensi brividi di desiderio. Tanti piccoli baci ancora, in un percorso diretto alle sue labbra. Dolci e teneri,  delicati come una farfalla su di un fiore, per esplodere poi in un godurioso furore non appena le loro bocche eccitate si appiccicarono l’una all’altra, trasmettendosi reciprocamente un vortice di sensazioni che annullavano d’intorno l’esistenza di ogni altra cosa.
    Mirko le sbottonò la camicetta e accarezzò i seni indugiando sui turgidi capezzoli… Lei cominciò a svenire… per risvegliarsi ancora nel pieno dell’eccitazione, sola nella sua camera da letto, con il cuore che le batteva forte e l’eco del televisore acceso. Si alzò  piano perché nessuno accusasse la sua presenza. Timorosa e vergognosa di un sogno di cui non aveva colpa.
    Da quel momento qualcosa in lei cambiò. Inutilmente cercava di dimenticare le sensazioni di quell’incredibile notte. L’immagine di Mirko le visitava la mente suo malgrado.
    L’irritazione iniziale provata nei suoi confronti si tramutò  in qualcosa di più forte ed inspiegabile, che non poteva accettare, cominciando a dubitare della sua stessa ragione. Non era possibile che un sogno le avesse scombinato così i sensi. Era sesso. Nulla di più. Un forte, incontenibile desiderio  sessuale, che l’aveva colta e le proiettava le visceri verso un unico oggetto di desiderio: Mirko.
    Incominciò così a ricordarsi della sua femminilità, a guardarsi allo specchio come ormai non faceva più da anni e a comprarsi qualche capo più moderno ed attillato.
    Suo marito continuò a vedersi i soliti programmi e non se ne accorse. Sua figlia, invece, le fece i complimenti.

    - Come sei bella, mamma! Sembri più giovane, hai le stelle negli occhi.
    Era trascorsa una settimana da quando con sua figlia aveva incontrato per la prima volta Mirko e lo stesso tempo da quel sogno.
    Nei giorni che seguirono passò diverse volte davanti al “Torrini shopping” senza trovare il coraggio di entrare, resistendo alle insistenze della figlia e a quelle dei suoi istinti. Quando si convinse che non lo avrebbe rivisto più,  si accorse che lui la spiava da dietro le vetrate del negozio e ciò le procurò un brivido di piacere, che non fu sufficiente però a farle cambiare idea.
    Solo rifacendo lo stesso sogno e riprovando le medesime emozioni, comprese che non doveva comportarsi come una collegiale di altri tempi e che al di là di tutto, doveva mettersi alla prova affrontando da persona consapevole e matura la realtà.

    Ritornò con Barbara da  Torrini. Faticava a trattenere l’agitazione.
    Si sentiva tra due fuochi. Provava un senso di colpa nei confronti della figlia, poiché attratta dallo stesso soggetto, e si vergognava con Mirko,  vivendo quei sogni  come una realtà.
    Andarono al banco per acquistare del prosciutto, e vi si attardarono, C’era parecchia gente. Prestavano servizio diversi dipendenti. Ma di Mirko nemmeno l’ombra. Stavano per andarsene, quando lo videro spuntare insieme a tutta la sua sensualità. Carla sperava che la visione reale la lasciasse indifferente, o che almeno la deludesse. Niente di tutto questo. Il tuffo al cuore, l’intensità della sua emozione, erano simili a quelle provate in sogno.
    Lui le si avvicinò e la guardò penetrandola con i suoi incredibili occhi grigi. Solo un cenno col capo, senza dire nulla. Ma era come se le avesse letto l’anima.  La figlia che assistette alla scena, guardò sua madre con un muto rimprovero. Nessuna delle due la commentò in seguito. Barbara, però, non volle più entrare in quel negozio.
    Passarono un paio di settimane. Carla stava andando incontro alla figlia che usciva da scuola. Lo stesso percorso. La stessa ora. Gli stessi negozi che le sfilavano a fianco.

    Il ricordo di quella “insolita esperienza” stava sfumando e tutto cominciava a riprendere il consueto tran tran.
    Carla ne era sollevata. Meglio la noia e l’abitudine, piuttosto che un’esistenza fatta di  pene d’amore. Troppa ansia, troppa intensità di sentimenti per il suo spirito ormai assestato.
    Quella sera, la luna era alta in cielo. Il suo occhio giallo sembrava vigilare su ogni luogo. Doveva sentirsi tranquilla, ma una strana inquietitudine la perquisiva. Si voltò. Aveva la sensazione di essere seguita.  Non vedendo nessuno si tranquillizzò.
    Fu un attimo. Repentinamente qualcuno le piombò da dietro la schiena. Si sentì avvinghiare alla vita e sollevare da terra mentre una mano le tappava la bocca.
    Si ritrovò insieme a quel qualcuno nell’antro di un vicolo abbandonato.
    Il suo terrore durò poco. Due occhi grigi bramati e conosciuti la stavano fissando. Si trattava di Mirko.

    - Zitta. Stai zitta, - Le sibilò tra i denti. - Ora ti tolgo la mano dalla bocca, ma attenta a non urlare.

    Lei annuì con le ciglia e lui mantenne la promessa. Le mani dell’uomo, però, le trattenevano le braccia  per impedirle di fuggire.
    Un attimo di silenzio, e poi lui continuò sussurrandole con voce calda:

    - Ti voglio, devi essere mia almeno per una volta.

    Improvvisamente, le infilò una mano tra le gambe. In fondo, arrivando a toccarla nella sua parte più intima per  accarezzarla delicatamente. La tolse. Se la portò vicino alla  bocca e inspirando profondamente la leccò, guardando la donna intensamente.

    A quel gesto, il primitivo senso di paura di Carla si trasformò in una sensazione di folle piacere e  incominciò a fremere di godimento. Mirko, non attese oltre ed incominciò a baciarla convulsamente: sul collo, sul volto e sulla bocca dove i due bevvero più volte da entrambi, assetati di piacere.
    Le sbottonò la camicetta accarezzandole e  baciandole i seni.  Poi i suoi baci si diressero altrove,  nella parte più segreta di una donna.
    Nell’antro di quel vicolo oscuro e dimenticato i due consumarono un amplesso di folle desiderio e lei dopo tanto tempo si sentì nuovamente bella e desiderabile.
    Profumata di desiderio, profumata come un fiore appena sbocciato sotto l’ovattato riverbero lunare.
    In quei momenti Carla si era scrollata di dosso ogni orpello, ogni problema, ogni dovere. Il mondo non aveva avuto più confini , se non quello dei loro corpi.
    Quando finirono e si ricomposero, lui le accarezzò il volto.

    - Ti ho desiderato troppo, per non prenderti. Eri un ossessione, nei miei pensieri, nei miei sogni. Dovevo farlo, a qualunque costo. So che per noi non ci sarà futuro, ma ciò che è stato lo serberò qui dentro, – le disse toccandosi il petto. - Ricorderò ogni parte di te in segreto.
    Gli occhi della donna si inumidirono:

    - Anche a me è successa la stessa inspiegabile cosa. Addio.

    Solo quando si trovò sulla strada di casa, Carla si ricordò di aver mancato all’appuntamento con sua figlia. Ormai era tardi. Barbara doveva essere rientrata. Che scusa poteva inventarle?

    - Mamma, ma dove diavolo sei stata? Ero in pensiero.
    - Scusa, ma ho …avuto un contrattempo.
    - Che ti è successo? - le domandò la ragazza osservandola meglio. Hai un aspetto strano, disordinato.
    - Sono scivolata, - rispose di getto Carla.
    - Mio Dio!
    - Non ti preoccupare, sono passata dalla farmacia. Ma è stato solo uno spavento. Nulla di male. Ora vado a preparare la cena.

    Barbara andò a piazzarsi davanti al televisore e iniziò a fare zapping col telecomando. D’un tratto chiamò:

    - Mamma, mamma! Vieni a vedere.

    La donna mollò tutto. Si precipitò da sua figlia domandandole concitata:

    - Che c’è, che succede?

    La trovò sorridente e rilassata.

    - Guarda, quello è Bon Jovi. Quel cantante che ti dicevo. Senti. Sta cantando la tua canzone preferita. E le alzò il volume.
    Carla guardò ed ascoltò credendo per un attimo di morire.
    - Non dici niente?
    - Non ho nulla da dire.
    - Non assomiglia a Mirko?
    - No. Mirko è unico, - pensò. - Ora lasciami andare a preparare.
    Mentre ritornava in cucina , si fece forza e ricacciò indietro il magone che le stava salendo in gola.
    Passarono dei giorni, durante i quali Carla decise che forse non era il caso di andare incontro a sua figlia. Era in grado di cavarsela benissimo da sola. Comunque, meglio di lei.
    Una sera rincasando,  Barbara ancora prima di posare lo zaino la investì con un fiume di parole:

    - La sai la novità?
    - Quale?
    - Mirko.
    - Mirko cosa?
    - E’ partito. Non lavora più lì.

    Carla a quel punto non poté più contenersi.

    - Partito? Perché ? Per dove?

    Sua figlia la guardò con un sorriso malizioso.

    - Calma, calma. Come mai tutto questo interesse? Comunque sarò buona. Si dice che negli ultimi tempi soffrisse delle pene d’amore. Avvinto da un legame impossibile, senza speranza …ha deciso di accettare un’alettante proposta di lavoro in un'altra città. Quale sia questa città, però non so.

    - Sono contenta per lui -  fu il commento secco della donna. - Ora vai a rimettere a posto la tua roba. Ti chiamerò appena  è  pronto.

    Quando ritornò in cucina Carla sentì il bisogno impellente di respirare aria fresca. Aprì la finestra e si affacciò. Dalla sua postazione, collocata in alto, poteva vedere in lontananza le luci del porto. Era tardi, ma meno buio del solito, perché su tutto c’era l’occhio vigile e pieno della luna, che lanciava i suoi bagliori ovattati ovunque. Proprio come quella fatidica sera che l’aveva vista rifiorire dopo tanti anni. Ma era tardi e faceva freddo. Doveva rientrare.

  • 05 luglio 2007
    Sogno

    Come comincia: Ero pensieroso, distrattamente seduto nel vagone vuoto della metro come tante altre volte era successo in  passato; ma stavolta qualcosa di diverso sembrava voler interrompere la routine quotidiana!
    Normalmente una fermata segue l’altra ogni tre o quattro minuti, ora come se il tempo avesse rallentato la sua eterna corsa verso il futuro, quei minuti sembravano non voler trascorrere;
    Mi ritrovai così sospeso in una sorta di limbo, le lancette del mio orologio si fermarono completamente, mentre la metro pareva voler continuare indifferente a macinare lo spazio che mi separava dall’arrivo.
    Come prigioniero di un mondo di cui non riconosce le leggi, il corpo si irrigidisce, mentre il cuore rallentava il ritmo incurante della mia necessità di ossigeno;
    "Pensi di essere libero?"
    Di fronte al mio sguardo ormai incredulo, sedeva qualcuno che fino a quel momento giuro di non aver visto;
    Dall’aspetto traspariva miseramente, il suo presente, vestiti luridi, volto emaciato, una lunga barba ricopriva le guance, ma la luce degli occhi ormai infossati rivelava un passato felice a dispetto della sua condizione.
    "Pensi di essere libero?"
    Mi sorprese la fatica che affrontai nell’accennare un semplice "Sì!" a quella domanda apparentemente insensata;
    Mi sentivo in soggezione, quel barbone incuteva un rispetto particolare, la sua voce diffondeva un grande senso di sicurezza e nei suoi gesti traspariva una serenità che io non avrei conosciuto per parecchi anni.
    "Caro mio, quella di essere liberi è un a scelta difficile che comporta grandi sacrifici;
    La verità è che nessuno di noi si è mai messo in discussione sulla libertà dei propri pensieri, per paura forse di scoprirsi invece, schiavi delle proprie idee, o meglio delle idee che il modo di pensare comune ci ha imposto e che noi abbiamo accolto per timore di essere diversi.
    La libertà non si acquista, solo l’esperienza può insegnartelo, e purtroppo capirai che nessuno può essere interamente libero, ma dovrai lottare per guadagnarti quel poco che gli altri vogliono toglierti.
    Sono schiavo del mio passato, di un figlio che non ho mai avuto, di un bacio che non ho mai dato, di un amore che non ho mai vissuto, di un padre a cui non ho mai detto – ti voglio bene! -, del ricordo di un bel giorno d’estate, di un campanile che suonava a festa quando ero bambino, delle passeggiate insieme ad  amici ormai dimenticati, del profumo della terra bagnata da un breve temporale estivo.
    Sono schiavo del mio presente, di una barba troppo lunga, di vestiti troppo larghi, di un marciapiede troppo duro, di uno sguardo schifato, di un sorriso negato, di un corpo ormai stanco, di un bicchiere di plastica così pesante nella sua leggerezza!
    Sono schiavo del futuro, di un cambiamento che non verrà, di un cammino ancora troppo lungo da percorrere, di un freddo troppo freddo da sopportare, di una speranza ormai troppo debole da alimentare, schiavo delle paura di dimenticare il volto di mia madre."
    Io lo guardavo senza dire una parola, ascoltavo con stupore la sua voce che ora tremante aveva però mantenuto una forza e una passione in cui c’era davvero poco di umano.
    "Non lasciarti condizionare, rifletti e guardati dentro, solo così potrai trovare la risposta alle tue domande."
    In quel momento, la metro iniziò a rallentare, il tempo riprese la sua inesorabile corsa, il mio corpo si sciolse spossato da una fatica che in realtà non avevo vissuto; alla fermata salirono molte persone che distolsero per un attimo la mia attenzione…
    Davanti a me non c’era più nessuno.
    Al suo posto trovai soltanto un biglietto:

    "Nessuno può impedirci di essere liberi, solo noi stessi!"

    Girando il biglietto trovai una foto;
    i volti dei miei genitori abbracciati si  stagliavano in primo piano, illuminati da una luce soffusa; non avevo mai visto quell’immagine.
    Da un angolo emergeva sottile una scritta:

    "Non dimenticare mai i loro volti!"

    In  quel momento la mia bocca si spalancò nel sorriso che prima avevo negato perché schiavo del pregiudizio.
    Avevo conquistato un pizzico di libertà.

  • 05 luglio 2007
    Un uomo felice

    Come comincia: C'è un uomo di fronte dove lavoro io che tutti i giorni alle 5 del pomeriggio ha finito la sua giornata di lavoro.
    Va a lavarsi fischiettando al rubinetto di un terrazzo poco lontano: forse fa il muratore, non so, lo vedo solo in canottiera.
    Fischietta; a volte lo sento cantare, canta sempre che è morta la mamma, tarin tarà, che è morta la zia, tarin tarà, che è morta la moglie, tarin tarà.
    Sono tutte donne, quelle che muoiono.
    Deve essere un uomo felice e soddisfatto.
    Alle ore 5 e 1 minuto del pomeriggio lo sento arrivare. Smetto qualunque occupazione e mi metto alla finestra a guardare.
    Si insapona religiosamente le braccia, frega sotto le ascelle, sul collo, nelle orecchie e finisce laboriosamente sulla faccia.
    E poi si tuffa cantando sotto il rubinetto, sollevando prima un braccio, poi l'altro.
    Intanto, è già morta la cognata, tarin tarà.
    Alle 5 e 10 ha finito di lavarsi e tutto gocciolante va in cerca di un asciugamano: di solito, usa la sua camicia.
    C'è un sole gagliardo che gli batte sui muscoli e lo fa scaldare in corpo.
    Alza la testa e si mette a fischiettare.
    E' decisamente un uomo felice: ha finito il suo lavoro, adesso se ne andrà a casa, per via forse si fermerà a bere un bicchiere con gli amici e litigherà ferocemente per una squadra di calcio.
    Arriverà a casa ancora allegro, e sarà già morta la gatta, tarin tarà.
    A casa ci sarà la moglie, un po' grassa un po' vecchia, un po' mamma e un po' megera. Sarà facile strillare un poco per un buco nelle calze, che se vai avanti così, tutti in calze ce li spendiamo quei quattro soldi che porti a casa, e per mangiare, che ci mangiamo, i buchi nelle tue calze?
    Ma poi si toglierà i pantaloni, fa così caldo, si metterà i calzoncini e manderà uno dei suoi figli che giocano sotto casa a comprargli un giornale.
    Sistemato sul terrazzino, al fresco, inforcherà gli occhiali per mettersi in politica: i ragazzini sotto casa fanno la guerra, la moglie fa la minestra e i vicini di casa fanno la solita discussione sullo stipendio, che siamo al 10 del mese e non me l'hanno ancora dato, ma io, cosa credi, io glielo dico, non sono mica fesso, io!!
    Si fa sera.
    E' estate e si sta bene, siamo ancora giovani, si può sperare. Soldi, cominciano ad essercene da parte, i ragazzini si fanno grandi, si può cominciare a pensare al mutuo per una casa di proprietà, si avvicina il momento del benessere.
    Se tiene 'sto porco euro e 'sto governo del cavolo....
    Ci penseremo.
    Ed è già ora di mettersi a tavola. Dopo si guarderà la tivù, e tutti zitti che canta Albano che io proprio me lo sento un fratello.
    A letto i ragazzini e a letto pure lui, il mio amico, con la moglie grassa al fianco.
    Ripenserà un attimo alle pagine delle riviste esposte dal giornalaio ed alle splendide vallettine e veline e prezzemoline della tivu, ma solo un poco, tanto per compensazione.
    E poi si accontenterà e farà finta di niente, che quello che conta è tante altre cose, e poi con 'sta vecchia qua ormai, ne abbiamo viste di cose insieme.
    Un uomo felice, ti ho detto: che domani alle 5 del pomeriggio sarà ancora al suo posto, tarin tarà

     

  • 05 luglio 2007
    Clessidra

    Come comincia: Con le maniche perfettamente tese che parevano inamidate.
    La signora Franca, su al quarto piano, aveva questa strana abitudine di stendere gli indumenti con un maniacale rigore geometrico. I fazzoletti e le tovaglie a quadri sul lato sinistro del balcone schierati in un’imponente esercito di quadrati perfetti; le mutande, che invece erano triangoli equilateri, stavano in mezzo tra le tovaglie e le magliette del signor Giuseppe. E così, sembrava di assistere a un gigantesco Tetris, quando una folata di vento, più forte del previsto, tirava giù un calzino che perpendicolarmente e con una geometria pressoché perfetta, planava verso il cortile, andandosi a incagliare nelle biciclette abbandonate a terra dai bambini del palazzo di fronte.

     


    Subito dal quarto piano si allargava un lamento disperato fatto di “oh Mimì…” seguito a ruota da uno sghignazzo beffardo del marito che dal profondo della sua poltrona, girava una pagina della settimana enigmistica ruotando la testa verso la porta a vetri del balcone. Lì Franca, con le mani nei capelli a guardare il calzino che va giù e una lisca di pinze sulla tasca del grembiule.


    Franca era l’amore suo. Dopo 45 anni di matrimonio, anche se non glie l’aveva mai detto, la sera, poco dopo essersi coricati, lui la osservava addormentarsi attraverso la fioca luce del lampione che filtrava dalla tapparella.


    Il suo profumo era sempre lo stesso. Lo stesso di quel giorno, di tanti anni prima, quando si erano ritrovati per caso schiacciati uno contro l’altro, in un tram sovraffollato di Torino. Fuori la pioggia veniva come Dio la mandava e le folate di vento tormentavano anche gli intrepidi passeggiatori sotto i portici.


    Lui tornava a casa dal servizio militare, e lei era in città per comperare un vestito a sua sorella.


    Perso in una nuvola di ricci castani, lui si era piegato un po’ in avanti per cogliere meglio quella fragranza; e lei come se l’era presa! Aveva tirato fuori un’agenda dalla borsa e glie l’aveva spiattellata dritto sulla testa.


    Non amava essere osservata, ma quello strano ragazzo in divisa, mentre si massaggiava la testa con una smorfia, le fece un sorriso come nessuno glie ne aveva mai fatto.


    Giuseppe arrivava dai monti.


    Un giorno aveva imbracciato per la prima volta il fucile e gli avevano insegnato a sparare a un bersaglio rosso in fondo al bosco.


    Cento chilometri più in là Franca stava piangendo perché il moroso l’aveva lasciata sola andandosene via con un’altra. La festa del paese e cento volti che sorridevano, in mezzo lei e le sue lacrime; sulle mani il colore sbavato delle guance, messo con tanta cura prima di uscire, solo per lui, solo per piacere a lui.


    Un vestitino blu con tanti fiorellini bianchi e i capelli sciolti che cascavano dolcemente sulle spalle. Mentre si ripeteva che tutto quel dolore, mai e poi mai! Non se ne sarebbe mai andato…


    Giuseppe aveva passato tutta l’infanzia in una cascina, col papà, la mamma, il fratello più grande e due cavalli.


    In autunno raccoglieva le mele con le gambine di bambino penzolanti dall’albero. Il sole filtrava tra le foglie e lui ridendo come un matto si appendeva a testa in giù fra le urla della madre. La quale gli assicurava che presto, così, si sarebbe rotto il collo.


    Cento cascine più in là, “Fra” tornava dalla sua prima comunione. Un vestitino bianco e i sandaletti ai piedi.


    Cento cascine più in là era nato Giuseppe, il 21 marzo. Strillava forte e la mamma lo strinse a sé, mentre fuori una formichina si incaricava del peso incredibile di una mollicca di pane.


    Cento cascine più in là cominciava a vedersi un pancione.


    Centouno cascine più in là c’era una anziana signora, piegata un po’ in avanti sul balcone di casa, intenta a stendere una tovaglia nella maniera il più possibile geometrica…