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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 15 dicembre 2008
    Tu animale

    Come comincia: Sei stato un caro amico, un compagno, un fratello, testimoniando ogni giorno il tuo saper vivere insieme per aiutarci a vivere meglio come esseri viventi di solo passaggio;
    tu animale dai modi gentili e premurosi senza mai vederti fare uno sbaglio, un solo errore al di fuori del tuo istinto infallibile, quanto sopraffino e naturale;
    tu animale dall’andamento fiero e leale, assolutamente degno di appartenere alla famiglia che hai dovuto abbandonare;
    tu animale e presenza innocente di cui come fare a non innamorarsi per sempre e a cui affezionarsi come a noi stessi;
    tu animale senza parola ma dai mille significati latenti;
    tu fortunatamente animale e non umano, almeno tu;
    tu animale di compagnia per poter vivere un’amicizia speciale;
    tu animale sempre pronto a farci sentire un po’ migliori, un po’ meglio;
    tu animale dal cuore caldo e da una determinazione da cui si può solamente imparare;
    tu animale che non ci sei più a scaldare la nostra momentanea presenza, ora privata di un amico, di un compagno, di un fratello;
    tu animale a quattro zampe che corre nei boschi e sul prato a prendere e portarci un po’ di serenità con tutto il suo innocente entusiasmo;
    tu animale dal muso bello e buffo che mi piaceva così tanto, che mi piaceva così tanto accarezzare e stropicciare dalla gioia;
    tu animale vissuto degnamente e che ora ci manchi più di ogni altra cosa; tu animale che non ci sei stranamente più oggi, eppure pareva oramai di dover finire insieme le nostre vite legate;
    tu animale per altri, ma non certo per noi; tu animale non ti scorderemo mai;
    tu animale dallo sguardo spontaneo come se la stessa natura a cui apparteniamo ci volesse unire per regalarci ad entrambi giorni migliori;
    tu animale a cui abbiamo tenuto tanto come tu fossi speciale, e lo sei stato; tu semplicemente e solamente animale perché le cose più vere sono e saranno sempre le più semplici, e tu lo sei stato;
    tu animale che hai chiesto poco in fin dei conti per il molto che ci hai dato;
    tu animale tra uomini bestia che sei stato capace di essere fedele alla tua animalesca esistenza finita nei ricordi di persone che non ti dimenticheranno mai;
    tu animale che ci hai donato la tua bestialità di cui noi ne abbiamo usufruito volentieri a facoltà;
    tu animale fiero di esserlo fino in fondo; tu animale caro a tutti quanti noi con le tue abitudini che ora ci mancano di già;
    tu animale dalla leccata soave e leggera come se tu volessi ogni volta toccarci il cuore; tu animale e noi uomini, eppure….;
    tu animale preso quel giorno per sbaglio e un po’ per caso e un po’ per strana fortuna, mentre ora mi manchi già troppo;
    tu animale, e io ora piango perché non ci sei più;
    tu animale ti sei portato via con te la tenerezza che ci piaceva sentire in tua presenza;
    tu animale dalla corsa e dai movimenti che sprizzavano gioia e gratitudine incondizionata;
    tu animale, e noi più soli che mai;
    tu animale, e quanto sei stato felice di esserlo;
    tu animale piccolo grande animale;
    tu animale fra tanti esseri viventi tutti quanti un po’ speciali;
    tu animale che hai dato tanto per quel poco che hai vissuto;
    tu animale a quattro zampe e dai mille sentimenti che ci hai regalato;
    tu animale e nient’altro, perciò unico ed inimitabile;
    tu animale e noi vicini a te per provare ad esserne degni;
    tu animale dall’innato desiderio di volerci stare accanto;
    tu animale, eppure che premurosità avevi nei nostri confronti, incredibile; tu animale che sei stato trattato bene, ma come si potrebbe fare diversamente, quale bestia potrebbe farvi del male a voi animali;
    tu animale che non ci sei più, che ci hai abbandonato, che ci hai lasciato, che ci hai privato del sogno, ora di poter condividere i propri giorni con un animale speciale come lo sei stato tu per noi;
    tu animale e fedele fino alla morte;
    tu animale e noi sempre gli stessi;
    tu animale come grande essere vivente a cui mi inchino e mi prostro davanti al suo istinto infallibile e fiero;
    tu animale mi hai insegnato ad essere un uomo migliore, o per lo meno ha non essere peggio di quanto sono già;
    tu animale pronto a dare la tua vita per noi, mentre noi altri solamente pronti al limite a dare un pezzo di pane;
    tu animale, li pronto tra l’indifferenza generale;
    tu animale gradito e osservato con gioia e sollievo da uomini sempre di fretta, sospesi nell’abisso, ma lieti e grati della tua presenza;
    tu animale fantastico, e noi uomini per il nostro massimo al limite per bene;
    tu animale dipendente per far piacere a tuoi padroni, ma dai geni e dall’istinto selvaggio;
    tu animale, e noi solo uomini;
    tu animale deciso a tutto pur di esserlo;
    tu animale nei ricordi ora di uomini più soli e stanchi;
    tu animale e di tutti gli animali che fanno di questo pianeta un mondo meraviglioso;
    tu animale non ti sei reso conto forse di quanto ti abbiamo voluto bene;
    tu animale quante emozioni, quanta serenità, quante risate, quanto tempo vissuto insieme a te;
    tu animale presenza inconsueta, perciò interessante e per niente banale;
    tu animale saprai tu ciò che hai vissuto; tu animale dammi la zampa, dammi il cinque fratello;
    tu animale contento e scodinzolante di stare con noi e noi con te;
    tu animale preso dalla morte dopo aver riempito di vita il nostro tempo il quale se ne è andato via con te;
    tu animale ci hai fatto comprendere che c’è altro al mondo;
    tu animale per quanto ci hai dato e per quanto non siamo riusciti a capire in più sulla tua natura, tu semplicemente e solamente animale;
    tu animale di qualsiasi specie e di qualsiasi razza;
    tu animale di razza tra chissà quanti uomini bastardi;
    tu animale indifeso quanto dal valore inestimabile;
    tu animale solitario e schivo pronto ad attaccare il tuo simile per difenderci e noi altrettanto;
    tu animale non ci sei più e con te la tua immancabile presenza;
    tu animale, ma quanto sei stato vicino a noi, forse sorprendentemente fin troppo;
    tu animale dal pelo arruffato e ricciolo che mi piaceva così tanto accarezzare per sentire qualcosa di diverso che non fosse la solita inquietudine;
    tu animale, che vederti mangiare in un sol boccone un pezzo di pizza avanzato o leccare con gusto il cono gelato come gl’umani ci facevi ridere per due giorni di fila;
    tu animale dall’esistere ancora indefinito per noi uomini ignoranti;
    tu animale prezioso quanto ignorato;
    tu animale dove il tuo abbaiare, il tuo farsi sentire, il tuo permetterci a noi altri di poterti accudire come un compagno, un amico, un fratello che rimarrà per sempre fra di noi;
    tu animale dal colore nero e dall’aspetto sinistro, ma per chi ti ha conosciuto sei stato come un angelo caduto dal cielo.

  • Come comincia: Basta è ora di smetterla, non voglio più che mio padre parta per non tornare più. E poi per cosa? Per la gloria di avere un corpo metallico?
    Non voglio e oggi non me la sento di aprirmi, di svegliarmi alla comparsa del sole e di rimanere in attesa per tutto il giorno, ma non piove più in questo paese?
    Intanto tutti si preparano per un altro risveglio, uno sbadiglio veloce e subito pronti a lavorare, ti giri di qua e poi di là, una vita snervante senza sbocchi; solo per ambire ad un robusto corpo metallico. Io non ci riesco a non pensarci, sono giorni che spero in un temporale, in un’eclisse di sole magari, o solo la scomparsa del sole, già, sarebbe meglio, dormirei per tutta la mia vita.
    E poi quel frastuono, macchinari che impestano l’ambiente circostante, rumore. Voglio andarmene da qui e rifarmi una nuova vita, più tranquilla e senza pretese; io voglio essere libero e non comandato ogni giorno come un pecorone come fanno gli altri… se solo potessi volare, staccarmi in volo e magari continuare a lasciarmi trasportare dalla corrente dei venti!
    E poi planare in un torrente, fresco e limpido.
    Oppure volare in alto per planare su di un prato verde.
    O di volare sul tetto di una casa e riposare sulle tegole in attesa di un altro soffio di vento.
    Ma mio padre non tornerà più, mia madre è morta qualche giorno fa e lui vuole raggiungerla, essergli accanto nel suo corpo metallico, assieme ai suoi fratelli, genitori e parenti che sono stati strappati da questa misera vita.
    E gli altri rimangono in attesa, fremono per farsi belli e lavorano per farsi notare, una farsa dello spettacolo, senza spettatori, una continua ricerca della perfezione, e si crogiolano al sole, senza pensieri, senza speranze, ma con solo quel misero sogno di essere immersi nel loro corpo metallico.
    Chissà cosa si prova ad essere schiacciati, ad essere privati del proprio corpo, a morire goccia a goccia, per diventare oggetti liquidi nel metallo.
    Vorrei avere certezze e non sogni, vorrei potermi aprire e seguire il sole senza la paura di essere tritato, e vorrei avere la forza di strapparmi le radici per liberarmi in volo, eppure non mi muovo.
    La terra è stretta alle caviglie e il sole chiama, i petali si cristallizzano e rimangono rigidi dinanzi a lui, in adorazione, in perfetta armonia per una lenta agonia di un giovane girasole.
    “Cara sei qui?”
    “Ciao tesoro sono al piano di sotto sulla mensola con degli amici, tutti mischiati in maniera promiscua, ma non preoccuparti, ti amo!”
    “Anch’io amore, sono felice di averti trovata, sono milioni i posti dove potevano spedirci ma siamo vicini nel nostro corpo metallico.”
    “Già, vorrei abbracciarti come una volta sul campo…”
    “Anch’io, spero solo che ci acquistino insieme così potremo fare un’ultima nuotata insieme.”
    “Lo spero anch’io.”
    I genitori del piccolo girasole nella confezione di olio, il loro corpo metallico, stretti e vicini in un piccolo supermarket. A volte l’amore non ha mai fine.

  • Come comincia:

    ... ovvero malinconico monologo di rivalsa
    di Davide Imbrogno e Dario Greco

     

    Una camera d´albergo, lussuosa ma fredda. Odore di tristezza. Odore di andato, perso. Angoscia. Voler non dire nulla. Non ascoltare scale metriche. Gli editori, la pubblicazione. Una libertà contaminata, immune, di un suicida vivente. Di un tentato suicidio. Invidiosi, sconfortati, perplessi, malvagi. Lei, il suo odore. La sua gamba rotta, devastata. La mia promessa. I suoi occhi. Le sue labbra su di me. Il mio orgasmo. La sua finzione. La sua divina finzione. Nel nulla. Nel vuoto. Sentirsi nulla. Fumo di una sigaretta. La tv proietta immagine di un comico, ma l´ora è tarda. E poi immagini di una devastazione. Soldati persi in una tempesta di ghiaccio. E la nostra insensibilità brinda. I nostri cani nelle cucce. Noi nelle nostre cucce di conforto, malinconia.
    Al Festival delle Nazioni ha esordito il documentario del cineasta asiatico… (Eh chi se ne frega!)
    Noi illusionisti pornoromantici di questo malessere. Battone di noi stessi. E questo malessere. Questi scarafaggi. Eterno divenire: nulla! Questo timore. Affondando come capitani coraggiosi, su navi di plexiglas. Tonnellate di moralità. Lacrime sudice su di me. In quest’istante, in questa ricerca di qualcuno, qualcosa. In questa nube di santi e puttane. Angeli e agnelli. Misericordia. Ed io come un verso apostolico. Giuda e il suo peccato. Giuda di me stesso. Posacenere colmo. Immondizia da riciclare. Divinità da esprimere. L´urlo del domani. Dell’oggi. Del tempo andato. Del tempo restato, nel silenzio oscuro. Pronunciato. C´è bisogno di uno specchio. C´è bisogno di un cesso. Per sopravvivere bisogna essere prestigiatori, maghi, illusionisti. Proiettare sul muro di fronte a noi ogni nostra illusione, proiettare tutto ciò che vorremo vedere. Altrimenti resteremmo con un muro davanti, privo d´identità, di senso. La credenza è il vero pane quotidiano.
    Siamo convinti di vivere per cercare risposte? Siamo certi di voler trovare verità? Non credo! Ecco credo! Si crede per vivere, per vivere si crede, fin quando il credo diviene essenza… Sono le mezze misure a dare giusta risposta. Se prendiamo il bene estremo, e prendiamo il male estremo, notiamo che tutto è un cerchio, di punti estremi che si ricongiungono. Girate il vostro braccio destro finché potete, e poi girate quello sinistro, portandoli entrambi dietro la vostra schiena. Noterete, tranne se soffrite di artrosi, che le due mani, destra e sinistra si congiungono. Bene e Male. Un punto di unione, ci sarà? Oppure il bene e il male sono due rette parallele, che prolungandosi all´infinito non si uniscono mai! Il mai, l´impossibile, il nulla. Il sempre, il tutto, il possibile. L´essere qualcosa. La volontà di essere qualcosa, qualcuno. Nessuno, Ulisse disse di chiamarsi Nessuno! Quel Nessuno l´aiutò a sopravvivere e a fuggire. L´essere niente premia. Se oggi si è qualcosa, di diverso dall’essere uno Zombie, divieni un rifiuto da eliminare. Allora il mio è un invito al Niente. Un invito ad essere nulla. Dolce invito al niente. Sarà il nulla a premiare.
    Spettri in una notte di rivalsa
    Ci sono state persone, cari amici, genti diverse, individui, esseri magnifici: animati dal fuoco sacro dell’ardore d’ancestrale virtù. Sapienti alfieri, capo popolo, dotti e scriteriati Maestri. Ci sono state persone, fratelli cari, genti uguali, che sapevano riconoscere la mia verità; questo senso della scena… E ne ho incontrati molti, pronti ad elargire consigli utili, con grande sincerità e trasporto, volevano vincolarmi al silenzio, a rientrare nelle fila, perché nessuno, dicevano, mi aveva eletto a Tribuno Veemente, non c’era nessun rischio per il pluralismo e l’Idea si ergeva salda, anche senza di me. Tutto ciò che andava fatto o detto, esplorato e scoperto, non necessitava del mio discernimento. Giusto! Ci sono state persone, a me molto, troppo vicine, che non si sono mai sforzate di capire, ascoltare: ma io sono questo, sapete…
    Poeta di vacuità, bardo d’inconsistenza. Uno spettro rabbioso e un cane malato. Ogni cane ha il suo Momento. Non ho lottato, perduto né versato miele, per poi dover discutere se era giusto dire. Rivendico il diritto di esprimere, manifestare il dissenso, contro quest’epoca, oscuro medioevo cibernetico. Cantando canzoni scritte da altri. Su questo tavolo, io, pensiero libero, spettro in una notte di rivalsa, dichiaro che non permetterò a Nessuno di dirmi cosa fare, né dove sarà la chiave del mio mondo… Dall’alto del nulla, ma al pari di tutto, sostengo un pensiero di natura contemplativa, fra alberi e strada, nella mia terra, in questa notte di San Lorenzo, salirò sul podio a celebrare la gioventù, la voglia di vivere, necessità di sviscerare e stringere alleanze.
    Non è mai stato mio dovere rifare il mondo da capo né è mia intenzione suonare una carica di guerra. In questo momento d’oscurità, tenebra e desiderio, bisogno di speme. Bardo di vacuità, cane rabbioso o insetto notturno, rivendico dignità; qua non c’è nulla da difendere tranne il mio cuore, la mia necessità di offrire lacrime zuccherate & gocce d’idrogeno a scaldare su questo fornello, del tempo e del fiume. Di misantropia, dolore, stupore e altre aggrovigliate incertezze: viene a me adesso, Mia Signora, e donami pace!

  • 15 dicembre 2008
    Risoluzione / Preludio

    Come comincia: Solo quando il tonfo delle lacrime, cadute sui dorsi delle mani poggiate sul tavolo, arrivarono alle mie orecchie, mi resi conto.
    Come piombo fuso, caduto in una piccola bacinella di acqua ghiacciata, le ferite profonde, cicatrizzandosi formavano nuovi dolori e la memoria sanguinava facendo fluire getti di pensieri che non avevo più come cose mie, ma per questo ancora più lancinanti.
    Stavo abbandonando il luogo della fumosa infanzia e quello della sofferta adolescenza; non avrei permesso agli anni a venire di confrontarsi con cose e situazioni per me ora così lontane.
    Non era stata la decisione istintiva a farmi ragionare, ma un piccolo castello di nebbie, formatosi negli anni di pura apatia e rabbiosa solitudine, una struttura che dopo avermi accolto ignaro mi obbligava ad un lungo esilio, il più lungo possibile.
    Davanti agli occhi si stendeva fragile la pianura, soffocata dalle piccole gocce di brina che come una volta mi permettevano solo una vista parziale. Così attesi, e così iniziai il primo cammino, prima che tutto sparisse.
    Nondimeno i miei pensieri erano nebbiosi. Come avrei iniziato la ricerca, da dove sarei partito…sì, soprattutto come avrei fatto a trovare ciò che mi era più caro.
    La ricerca spasmodica della verità, questo avevo appreso in tutti quegli anni? Era forse vero che anch’io, illuminato novizio mi ero fatto travolgere dall’aridità di vane illusioni?
    Il ritorno alla mia vecchia dimora non aveva sicuramente facilitato il compito.
    Tutto era già di per sé grottesco, perché allora mi ero spinto fino alla terra che forse odiavo più dei miei stessi nemici.
    Un luogo che mi aveva privato di ogni umore, di ogni forza e che mi aveva tolto la mia unica fonte di luce.
    Possa allora il tempo guarire dalle richieste malate che gli avevo fatto.
    Questo era finalmente chiaro, le uniche risposte potevano sgorgare dall’infinito ruscello di sapere che il Signore del Tempo conosceva.
    L’insieme di pietre, che robuste si alternavano sotto i miei piedi, mi comunicavano incertezza.
    Alcune avevano la forma di continenti, altre di pezzi di pane, ormai secco, senza vita.
    Non c’era nessuna speranza che diventassi così fermo, inamovibile. Tutto quello che posso dire, è che cercavo di andare in una direzione, senza percorrerne una.
    Iniziai a concentrare il pensiero su ciò che avevo intorno, trattenni il respiro per il massimo che mi era concesso, forse sarebbe servito…
    Un’ esistenza mi sfiorò, e solo in quel momento mi accorsi che le cose erano diventate chiare, manifeste.
    Di fronte a me, a diverse ore di cammino si poteva distinguere una costruzione di robusta fattura e di forma quadrata o così era l’impressione immediata che avevo avuto. Un cubo di colore ocra.
    Ricorda che ogni cosa che si mostrerà ai tuoi occhi è soltanto quello che la volontà vorrà.
    Intorno a me solo delle distese di roccia o sabbia, era come camminare sopra la schiena di un enorme mostro. Distinguevo i muscoli di quel terreno, le sue giunture e ogni suo nervo, ma tutto sapeva di morto, di qualcosa che una volta aveva avuto un gran vigore ma che forse ora, si stava riposando da tempi ancora più lunghi di ZOC.
    Mi soffermai per raccogliere un qualcosa che si era scontrato con la mia caviglia.
    Era un foglio di stoffa molto fine, come quelli usati per scrivere anni fa o forse così mi ricordavo.
    Mentre lo raccolsi, il vento che lo aveva fatto arrivare ai miei piedi si placò di colpo.
    Gettai il mio sguardo verso la costruzione. Era scomparsa. Mi girai su me stesso, forse non era la giusta direzione, ma ora che il vento era cessato e la sabbia si era posata, non avrei avuto problemi a ritrovarlo.
    Da ogni parte il cielo aveva assunto una tiepida tonalità di grigio, ma del cubo nessuna traccia. Dissolto.
    Osservai con attenzione quella stoffa. Niente.
    Il vento improvvisamente riprese a soffiare e i detriti del terreno si alzarono in cielo come sciami d’insetti, in formazione di mulinelli.
    Ora potevo leggere alcune cose sulla stoffa: la direzione è quella del pensiero
    Una volta è sempre la prima
    Due frasi che non mi erano sconosciute ma che apparivano lontane, ormai dimenticate.
    Il colore del cielo era di nuovo cambiato. Rosso sangue. Pensai di essere dentro un’enorme arteria, qualcosa di familiare.
    Mi girai di scatto come impaurito. Quello che vidi aumentò i miei timori.
    A pochi centimetri da me il cubo, non più ocra, ma rosa e bianco.
    Forse quella era la dimora del signore del tempo.
    Dimenticandomi di me stesso…
    Camici bianchi
    Un bambino che gioca con le costruzioni.
    Ecco cosa vidi entrando.

  • 15 dicembre 2008
    Lettera a mio figlio

    Come comincia: Figlio mio,
    ti scrivo questa lettera prima che tu venga alla luce. Può sembrarti ridicolo, ma ho sognato che somigli a tuo padre, occhi verdi e capelli neri neri.
    Voglio che un giorno tu prenda tra le mani queste semplici righe, sapendo che ti abbiamo sempre amato.
    Ti parlo da madre premurosa, ma anche da buona amica.
    Non avere mai paura di confidarmi le tue angosce, grandi o piccole che siano, in qualche modo ti aiuterò ad affrontare i problemi.
    Non dimenticare che sei il frutto di un amore forte, nato quasi per incanto, difeso e protetto con coraggio.
    Sappi che la vita che ti aspetta non è facile, il mondo cercherà di illuderti molto spesso, ingannandoti. Vedrai terre meravigliose, cieli dai colori più strani, conoscerai schiere di uomini, scoprirai l'amicizia e l'amore, sorriderai e piangerai del bene e del male.
    A volte dovrai rialzarti nel dolore, camminando con le tue sole forze, allora cercherai l' aiuto di un'entità suprema, imparerai a pregarla e la invocherai nella sofferenza più estrema.
    Avrai un Dio che ti ascolta, che ti guarda, che ti parla ogni volta che ne sentirai il bisogno.
    Nessuno saprà mai meglio di Lui chi sei e come sei. Fidati e non temere se sbagli, verrai perdonato se ammetterai le tue colpe.
    Qualcuno potrà offenderti per quella fede che porti nel cuore, fino ad umiliarti, ma non cadere nella rete della vergogna, difendi la tua innocenza e rispetta coloro che si burlano di te.
    Cerca di tendere comunque una mano a chi non sa vedere oltre se stesso, proteggi le persone che ti hanno aiutato a crescere.
    Ti ricordo che sei una creatura speciale e che la tua unicità è un dono del Signore.
    La tua famiglia ti lascerà piena libertà, dovrai decidere le strade che percorrerai con tutto il buon senso che possiedi.
    Rifletti sempre prima di fare una scelta e non lasciare che predomini l'istinto.
    Non so se bastano questi piccoli aneddoti per fare di te un uomo, una madre vuole sempre il meglio per i suoi figli.
    Quando nascerai ti racconterò le storie che ho vissuto, l'infanzia, la giovinezza, la maturità, sono sicura che mi ascolterai fissandomi attento con i tuoi occhioni grandi.
    Tuo padre ti stringerà tra le sue braccia dolcemente e sentirai il calore del suo corpo, simile al tuo.
    Anche lui ha molte cose da dirti, forse più di me.
    E'cresciuto quasi da solo, senza padre, ha lottato ogni giorno per proteggere sua madre ed i suoi fratelli. Non sai quante volte mi ha confidato il bisogno di una carezza, di un abbraccio, da bambino. Sempre che lo sia stato, perché è diventato grande in fretta, senza nemmeno volerlo.
    Non ho idea di cosa voglia dire essere orfani di padre, io ho avuto la fortuna di avere entrambi i genitori e non è poco.
    Purtroppo mi è mancata la salute per molto tempo, sono nata con delle complicazioni polmonari, che mi hanno portata ad un passo dalla morte.
    Ho passato gran parte dell'infanzia in ospedale, ho dei vaghi ricordi di quei momenti, forse perché il tempo mi ha fatto in parte dimenticare.
    Mia madre e mio padre sono stati forti e non si sono rassegnati a perdermi, hanno fatto l'impossibile perché io crescessi bene.
    Quanti sacrifici, piccolo mio!
    E'stato importante anche l'aiuto dei nonni, che nonostante la distanza, hanno sempre sostenuto la mia famiglia.
    Ero molto legata a loro, gran parte delle estati le ho passate in montagna, nella loro casa.
    Quante volte ho corso nei prati appena falciati e per le strade polverose del bosco!
    Un giorno sarai tu a camminare in quei luoghi, vedrai la vecchia stalla ed il fienile, il pozzo dell'acqua, il sentiero dove pascolavano le mucche.
    Spero che conserverai questa lettera con cura e che porterai le mie parole sempre con te.

     

     


    Con affetto, tua madre.

  • Come comincia:

    Un antenna con la spina staccata, era alla vita ingrata, del mondo nulla poteva vedere e per questo si mise a tacere. Ma un giorno sereno e giocondo qualcuno attaccò quella spina al mondo, e l’antenna che prima era infelice, della vita divenne prima attrice. E dall’alto del suo tetto al mondo gridò questo detto: Quando la vita coce tu abbracciane la croce, non tutti i mali vengono per nuocere.

    Un sassolino fu raccolto dalla mano di un bambino, e lanciato in un lago vicino. Quel sassolino che nel prato non era ascoltato, nel lago gettato ebbe invece fiato. L’impatto creò uno strano fatto, e da quel tuffetto nacque più di un cerchietto. E da quel giorno il sassetto fece proprio il seguente detto: Quando la vita coce tu abbracciane la croce, non tutti i mali vengono per nuocere.

    Un ochetta chiacchierina che dell’ocaio era la più piccina, e le oche non eran poi tanto poche, poiché assai inquieta fu presto chiusa in una stanzetta segreta. Il suo ocheggiare prese ovunque ad eccheggiare, da muro a muro e poi da mare a mare e nessuno la seppe più fermare. E fu quello il giorno in cui l’ochetta che dell’ocaio era la piccoletta, venne liberata dalla buia stanzetta. E nell’uscir senza fretta disse: Quando la vita coce tu abbracciane la croce, non tutti i mali vengono per nuocere.

    Ci sono degli eventi che appaion tormenti, ma nel cor accendon fermenti, l’ antenna ammalata fu infine alla vita grata quando la spina le venne attaccata, il sasso piccino che del prato era l’ultimo arrivato, nel lago invece venne ascoltato, ed infine l’ochetta che nell’ocaio era la più piccoletta dalla sua buia stanzetta riuscì dal mondo a ricever la stretta.

    Quando la vita coce tu abbracciane la croce,
    non tutti i mali vengono per nuocere.

  • 15 dicembre 2008
    Due Occhi

    Come comincia:

    Due Occhi impauriti si schiusero al buio, dicendo:
    Dove sono?
    Sei nata!
    Rispose una voce da una croce.
    Che brutto posto, è l’inferno?
    Non è l’inferno.
    Ma e tutto buio, non vedo niente, posso tornare da dove provengo?
    E tu ricordi da dove provieni, e se fosse un posto ancora più brutto?
    Più brutto del buio? Non credo esista!
    Invece ti sbagli esiste qualcosa di più brutto del buio, il non esistere. Vedi il buio di certo potrà farti paura ma lo spavento è la prova tangibile che tu sia viva.
    Non esistere? Esistere…ma io non ricordo d’aver chiesto di esistere!
    Sei figlia della vita, mica l’albero chiede il permesso alle foglie prima di generarle?
    Vero, mica l’albero chiede il permesso alle foglie?
    Ripeté Due Occhi quasi in stato di trans, e poi aggiunse:
    L’albero non chiede, però dovrebbe, sarebbe giusto chiedere alle foglie: Scusa tu vuoi esistere? Cosicché loro possano poi scegliere se venire o meno alla vita. Mi sembra proprio il minimo. Mi spiego meglio e ti faccio un esempio se a me avessero chiesto: Scusa tu due occhi vuoi esistere?
    Io avrei detto no, tenetemi fuori da questa cosa, grazie.
    Due Occhi ma il chiedere presuppone che tu esista, ma se non esisti come te lo si fa a chiedere.
    Scusa voce sulla croce ora mi stai confondendo la mente. Comunque avrei detto non me lo fate questo regalo.
    La voce prese a ridere, due occhi era proprio una simpaticona.
    Comunque visto che ora sono qui, chiedimelo e facciamola finita!
    Due occhi non posso essere io a farti questa domanda, puoi e devi portela da sola, “Vuoi esistere?”.
    Ok me la sono fatta? Ho anche risposto. NOOOOOOOOOOOOOO ora cosa faccio.
    Semplice resta lì ferma e aspetta che venga il tuo momento.
    Che momento? Il momento di non esistere. Ma non posso assicurarti che giunga rapidamente, potresti aspettare anni e anni, ma scusa nel frattempo perché non usi questo tempo per fare qualcosa, tipo avanzare nel buio, è importante per chi verrà dopo di te.
    Davvero? Questa è un’altra novità, e perché sarebbe importante?
    Perché le nuove esistenze inizieranno il cammino da dove tu sarai giunta. Esempio se ti fermi lì, chi verrà dopo di te inizierà proprio da quel preciso punto.
    Ma questo posto è bruttissimo!!! Non è giusto sii benevolo quelli che verranno dopo di me falli nascere qualche passo più avanti.
    Se potessi Due Occhi, farei molto di più!!!
    Disse la voce tristemente.
    Ma io non posso mentre tu invece puoi? Su provaci tanto pure devi aspettare che venga il non esistere, tanto vale che occupi bene il tuo tempo.
    Ma voce e se poi sbaglio? Qui non si vede niente potrei fare dei passi falsi.
    Ma i passi falsi fanno parte del cammino, è normale quando non si vede dove andare, non ti preoccupare avanza.
    Voce ma io ho paura? Ho paura di sbagliare.
    Due Occhi ascoltami, hai paura a mangiare una mela?
    No, non ho paura di mangiare una mela!
    E perché non hai paura?
    Perché l’ho già saggiata!
    E allora perché non saggi la vita, prima di cedere alla paura?
    Ma è diverso voce, la mela è appetitosa, succosa, saporita, la vita è amara.
    Tu dici? Posso offrirti una mela?
    Disse la voce.
    Certo sono ghiotta.
    Dinnanzi a Due Occhi apparvero due mele, la prima marcia, quasi decomposta, la seconda piccolissima ed immatura.
    Due Occhi che fai ti ho offerto due mele, ma tu non ti sei servita, perché?
    Voce ma te piace scherzare non vedi che sono immangiabili, la prima è marcia, la seconda è acerba, si vede che ti mancano gli occhi per vedere, mentre io sono tutta occhi.
    Ed era appunto quello che volevo dimostrarti con questo piccolissimo tranello, non è la vita ad essere amara, sono le scelte sbagliate che la rendono tale, voi nel nascere non aprite solo gli occhi materiali, ma aprite anche quelli del cuore, la vita è un frutto dolcissimo e succoso solo se la sapremo vivere attraverso lo sguardo del cuore.
    Voce ma è come per le mele? I frutti più dolci sono sempre in cima all’albero?
    Si è la stessa identica cosa, che fai ora provi ad avanzare di qualche passo?
    Sono indecisa!
    Aspetta c’è una persona che ti vuole dire un cosa.
    Ed una vocina piccolissima, proveniente da molto lontano disse:
    Mamma… arrivo!
    Due Occhi prese a piangere commossa e poi disse alla voce:
    Certo che i trucchetti li conosci tutti, sei proprio furbo!
    Questa non è furbizia ti ho solo fatto conoscere l’erede del tuo cammino. Allora cosa hai deciso di fare?
    La voce non udì riposta Due occhi era già lontana e correva come una gazzella.

  • Come comincia: Lasciata la strada vecchia per la nuova ricordo di non aver pagato il casellante. Assurdo, io che dimentico una cosa simile?! Cinque chilometri di retro in autostrada sulla corsia di emergenza per saldare il debito. L’omino è stato cordiale, ha chiamato anche la polizia perché pensava che io fuggissi senza pagare. Ma tutto bene quel che finisce bene. Prendo la strada sterrata tra un sasso e l’altro mi capita di bucare. Mi rilassa il fatto di avere con me durante i lunghi viaggi un ago e del pluriball da far scoppiettare.


    Inserisco una vecchia cassetta di Frank Sinatra ed attiro a bordo strada delle nutrie canterine. Mi fermo, facciamo un assolo di My way insieme, ed dopo aver insistito per un bis, riprendo la mia corsa. Non che avessi fretta, ma chi va piano va sano e va lontano, io dovevo arrivare al paese vicino e non mi andava di finire chissà dove.

    Dopo aver trascorso tre ore e ventisette minuti di viaggio mi accorgo di aver lasciato a casa la macchina fotografica. Devo tornare indietro ma come faccio a piedi a ritornare poi qui per l’ora prestabilita con l’albergo? Me la faccio spedire dal vicino tramite un telegramma, dovrebbe arrivare in giornata.

    Ho una gran voglia di fare un bagno al mare, è da due anni che non lo vedo, ora dopo l’operazione alla vista me lo posso gustare in tutta la sua maestosità.

    L’albergo è carino, posto su diversi piani. Al primo ho il letto, al secondo un lavabo e al terzo un cesso. Se volevo la chiave per la doccia al quarto piano, bastava pagare 10 euro in più, ma chissenefrega, tanto c’è il mare, mi lavo lì. Svuoto la valigia e mi accorgo di non avere un armadio.

    Infuriato scendo dal proprietario e gli espongo il problema. Sul volantino effettivamente non c’era scritto nulla a riguardo, ma l’idea di condividere un armadio al pianterreno con gli altri 40 clienti non mi andava.

    Lascio tutto nella valigia e mi metto il costume.

    La sabbia è calda e fine. Mi avvicino sempre più ma del mare nessuna traccia. Il bagnino stupito si avvicinò a me e mi disse: “quest’anno c’è ne poco di mare, se va al largo trova qualcosa, ma non è detto, è stata una stagione con poca acqua.”

    Mi avvio per quel deserto, quando all’orizzonte arriva il mare, una pozza simile ad un laghetto e poche flebili onde, ma ormai è notte e sono stanco. Torno in albergo.

    Fortunatamente ho portato con me del taleggio e dei wurstel da mangiare per tutto il mese di permanenza. Il problema è che i topi attirati dal profumo del formaggio si diedero appuntamento nella mia stanza e sgranocchiando pane e taleggio con me, abbiamo passato tutta la notte a parlare di statistica e marketing aziendale. Non ho dormito per nulla.

    Alle 8 e un minuto suona una sirena antincendio. Mi precipito fuori dalla stanza e mi accorgo che è solo la chiamata per la colazione. Tutti riuniti in garage per la colazione, stile mensa aziendale. Uno schifo. Eppure l’albergo aveva quattro stelle.

    Mi infilo il costume e mi dirigo in spiaggia. Guardando bene la targhetta con il nome dell’albergo mi accorgo che non erano stelle ma quattro scarafaggi ancora vivi attaccati con il bostick sulla plastica. Rientro e infuriato pretendo delle spiegazioni.

    Alla fine me ne andai al secondo giorno, mi feci restituire i soldi del periodo prestabilito, e mi portai via con me i sei topolini che ormai erano miei grandi amici. Mi rilassai continuando la mia vacanza con loro per tutto il mese nell’autogrill tra Genova e Savona. Ogni tanto mi trovo ancora con quei piccoli topini a parlare fino a notte tarda di psicologia e filosofia.

  • 15 dicembre 2008
    Arlecchino

    Come comincia: Era quasi buio, quando sulla piccola bara bianca , venne gettata la prima manciata di terra. don Ignazio con il breviario stretto al petto diede l'ultimo saluto al piccolo Leonida, mentre il papà e la mamma dell’ innocente figliolo, si stringevano in un penoso abbraccio, con lo sguardo perso di chi ha terminato l'ultima stilla di pianto. Il becchino Giannello Torriani, curvo sulla pala, malediceva il suo lavoro, che mai come quel giorno aveva maledetto, per la seconda volta, in tre mesi si apprestava a seppellire un bambino di fronte ai medesimi genitori. Ancora loro! Quel padre che teneva dentro tutto il suo dolore, e quella madre che urlava tutta la sua rabbia. Erano ancora vive nella testa del disperato becchino, le urla d'imprecazione della madre, una in particolare, di formidabile  tormento" Povero Orazio, povero figlio mio, nemmeno uno spettacolo di marionette hai visto, nemmeno uno, neppure una marionetta". Ed ecco la madre fissare il prete e lanciarsi con un tono di pesante rimprovero " Tu, tu che dici essere servo del Signore, tu che ti vesti di nero, ma non conosci il lutto? Cosa ne sai, Tu? Dici che i miei figlioli sono volati in cielo e che ora giocano con gli angeli, come fai a dirlo? Li hai visti? I miei figli sono sotto terra con i vermi, ecco dove sono, poveri figlioli miei nemmeno una marionetta avete visto, nemmeno una". Il becchino allora gettò via la vanga e mise mano alla tasca interna del consumato giaccone facendo comparire una marionetta  alta poco più di una mano, vestita con triangolini di stoffa colorata, cuciti dall'alto verso il basso, una mascherina nera copriva per intero il volto, eccetto che per due piccolissimi fori all'altezza degli occhi. La donna alla vista del piccolo Arlecchino, ricacciò la rabbia, e cambiò tono di voce "Oh piccolo Arlecchino, che bel vestitino! Ah! se i miei figlioli potessero vederti, di certo il mio cuore sanguinerebbe meno, piccolo Arlecchino che bello se potessero vederti!". Il marito profondamente commosso, non poté che prendere atto di ciò che era appena successo. E cosa era successo?  Una semplice marionetta, incerta nelle fatture era riuscita dove prediche condite d'incenso avevano miseramente fallito. Una marionetta con quattro viti, aveva placato le ire furibonde di una madre votata all'odio. Una marionetta, solo con il suo apparire aveva ridato speranza, a chi quella speranza l'aveva sepolta, assieme ai figli. Un cuore frantumato dalla sofferenza si era ricomposto di fronte a dei triangolini di stoffa colorata. Un animo che affrontava con disprezzo i servi del Signore si era inchinato al cospetto di un fantoccio. Un cuore chiuso, sordo al conforto era stato raggiunto da una provvidenziale freccia di sollievo, quale formidabile arciere aveva scagliato il miracoloso dardo? Un Arlecchino. Una madre senza più fede, distrutta e disperata, tornava a credere alla vita, chi aveva compiuto tale prodigio? Una marionetta. Il marito strinse la moglie a se dicendo" Moglie mia, da oggi, ogni bambino avrà la sua marionetta, ma molto prima che finisca sottoterra" Ed è così che il cittadino Andrea divenne il marionettista più talentuoso della regia città di Vicenza.

  • 15 dicembre 2008
    Topsy Turvy

    Come comincia: Si guarda allo specchio. Mi guardo allo specchio. Si lava il viso. Mi lavo il viso. Si accende la sigaretta. Mi accendo la sigaretta. Va in camera. Vado in camera. Si strofina gli occhi. Mi strofino gli occhi. Si guarda la pancia. Mi guardo la pancia. Sputa per terra. Sputo per terra. Ora ricorda.
    Ora ricordo.
    La mia festa, i miei diciotto anni, li ho festeggiati una sera, con gli amici più stretti e con persone che non ho mai più rivisto.
    In quei giorni ero pervaso dalla lussuria ingorda del protagonismo. Vagavo tra supermercati facendo incetta di carichi pesanti targati alcol, in trepidazione e in attesa di godere della mia gloria. Nella mia testa tutto era già molto chiaro: sarei stato sommerso da regali, auguri invidiosi, occhiate libidinose da parte di tutte le puledre in calore. Nel delirio della fantasia vanitosa della mia mente, il vortice degli invitati gridava a gran voce: “Gloria a te grande Luca”.
    Avevo programmato tutto: cosa indossare, cosa bere, come ubriacarmi, quando vomitare e perfino la ragazza che mi sarei portato a letto.
    Naturalmente, come tutti i programmi che si rispettano, qualcosa andò storto e la mattina del mio “giorno” feci una scoperta terribile. Perso nei meandri del mio ego, non mi accorsi che la maglia, la mia fantastica maglia, la maglia che avrei dovuto indossare durante la serata, era irrimediabilmente macchiata ad una manica.
    Macchia d’olio, era la diagnosi. La ricordo ancora, in tutta la sua forma.
    Ero perduto, ma non c’era tempo da perdere.
    Allarme rosso.
    La cattiveria assopita in me si svegliò e cominciò a sogghignare, come una suocera che assiste alla separazione del figlio, con la nuora tanto odiata.
    Godevo.
    Povera macchia d’olio, aveva le ore contate.
    Lavanderia!
    La lavanderia si trovava lungo una via trafficata, dove uomini d’ufficio e gente di ogni tipo affollavano bar e ristoranti.
    Ore 15,30. Chiusa. Aspettai l’apertura.
    La proprietaria arrivò dopo qualche minuto.
    Lei aprì e io entrai.
    L’odore forte delle misture utilizzate per resuscitare i vestiti, mi travolse. Per un attimo la testa girò, ma solo per un attimo, poi mi guardai intorno.
    Pareti azzurrine evocavano la sensazione del pulito. Il bancone occupava tre quarti della stanza. Il quarto rimanente, alla sinistra della porta d’entrata, faceva spazio alla “macchinarulloappendiabiti”, mentre una tendina di stoffa copriva il retro.
    Chiesi subito se era possibile, entro qualche ora, lavare la mia importantissima maglia e con un viso da ebete, mi rivolsi alla donna.
    “Festeggio i miei 18 anni e vorrei indossarla.”
    La donna scrutò la macchia e disse:
    “Non è possibile.”
    “Cosa?” Risposi con voce quasi disperata, senza nascondere una sfumatura di rabbia.
    La donna accennò un sorriso, abbassò lo sguardo e allungò le mani verso il bancone, avvicinandole al registratore di cassa che si trovava alla sua sinistra. Sembrava che cercasse qualcosa poi sussurrò tra sé e sé: “Trovate!”.
    Da una piccola scatola rossa, tirò fuori un pacchetto di sigarette. 
    In modo frettoloso e nervoso ne avvicinò una alla bocca. Seguì la ricerca di un accendino e dopo averlo trovato, accese la sigaretta.
    Mi fissò e con un sorriso canzonatorio disse:
    “Mi dispiace mio piccolo Lord, ma non posso, ho troppo lavoro per oggi, la prossima settimana.”
    Tentai di convincerla ma la donna restò ferma sulla sua decisione.
    Non potevo crederci. Io il grande Luca, atteso e conteso, il desiderato, il quasi maggiorenne, il ragazzo che non deve chiedere mai, se non ai genitori la paga settimanale, si trovava alle ore 15.45 di un venerdì pomeriggio dentro una lavanderia, sconvolto e attanagliato dal dubbio logorante: “E adesso…cosa indosserò?”
    Mentre una grossa fetta del mio cervello brontolava per la risposta della donna, regalandole aggettivi terribili, sentii un impulso sconosciuto invadere i miei nervi.
    Cominciai a sentirmi nauseato.
    Le gambe tremavano e uno strano calore partiva dal centro dello stomaco. Il respiro diventò faticoso.
    I miei occhi, come guidati da uno spirito maledetto, furono costretti a fissare la donna.
    La analizzai.
    Non era più una ragazzina: 40 anni circa.
    Una vecchia, pensai.
    Il viso era segnato, rughe intorno agli occhi, intorno alla bocca, sul collo.
    Era alta, con qualche chilo di troppo. Il seno era prorompente e dai pantaloni larghi, non certo femminili, si intravedevano le cosce ben tornite.
    I capelli corti, tinti di rosso, contrastavano con la sua carnagione olivastra e gli occhi neri e profondi, completavano una figura umana non certo entusiasmante.
    Una visione scadente dell’essere donna.
    Mi sentivo angosciato dalla presenza di lei.
    Volevo lasciare quel posto.
    Ripresi la maglia, e senza salutare mi diressi verso un’altra oasi del pulito.
    Girai l’angolo, ma all’improvviso cominciai a sentirmi debole.
    Mi accasciai e il mio stomaco tremò.
    E vomitai, vomitai, vomitai.
    Disorientato dall’inaspettato malore mi rialzai, mi feci forza e andai a casa di Mario, il mio migliore amico.
    Gli chiesi una maglia in prestito.
    Una volta a casa preparai a fatica tutto per i festeggiamenti.
    Ogni cosa andò secondo i miei piani.
    La domenica successiva, il vero giorno del mio compleanno, mi svegliai molto tardi, sudato ed eccitato.
    Passai la giornata a gozzovigliare, subendo le coccole sfrenate di tutta la mia famiglia.
    La sera, distrutto e annoiato, andai a dormire molto presto.
    E quella notte il cugino malefico dei sogni rigurgitò su di me.
    Quella notte feci un incubo.
    Mi trovavo in una stanza illuminata da un filo di luce. Ero davanti ad uno specchio. Nudo. Non avvertivo né freddo e né caldo. L’ immagine riflessa esaltava la mia carnagione scura. I miei occhi verdi splendevano di una strana luce. I capelli non erano del mio colore castano scuro, ma biondi. Incominciai a vestirmi. Dapprima una camicia bianca con bottoni dorati e a seguire una giacca rossa a doppio petto, un pantalone dello stesso colore e un cappello a cilindro. Infine delle lunghe scarpe bianche che superavano di molto la misura del mio piede.
    Da lontano strani rumori. All’improvviso mi ritrovai in un grande spazio aperto, circondato dal deserto.
    Ero sopra ad un palco.
    Afa.
    Dietro di me un sipario chiuso. Meccanicamente mi voltai verso una folla smisurata e cominciai a gridare come solo sa fare il più grande banditore di tutti i tempi.
    “Venite, venite signori e signore, questo è il giorno più fortunato della vostra vita. State per assistere ad un vero fenomeno della natura, qualcosa che la vostra memoria non può ricordare di aver visto perché non l’avrebbe mai più dimenticato. I più impressionabili si allontanino, non potranno reggere alla vista di tale mostruosità. Alcuni di voi sverranno, mentre altri scapperanno, chiedendosi come la natura possa creare specie di questo genere sulla terra. Altri ancora non riusciranno a chiedere aiuto, perché rimarranno impietriti e senza parole. Allora signori e gentili signore siete pronti?”
    Un boato fragoroso si levò e tutti risposero: “Sì!”
    La mia voce si gonfiò e come inebriato urlai a squarcia gola:“Ecco esaudito il vostro desiderio. Raccomando a tutti di non intenerirsi, un essere così non può avere un cuore e neanche sentimenti.”
    Mi avvicinai al sipario con passo solenne. Mi sentivo un nobile all’incontro con un reale. Afferrai la corda che avrebbe aperto il sipario e la strinsi forte. Sudavo, il mio corpo si faceva sempre più caldo. Avevo paura e ritardavo l’apertura.
    Ma la folla impaziente gridava.
    Voci assordanti ordinavano di dare inizio allo spettacolo.
    E io aprii e vidi la cosa.
    Rimasi immobile, sorpreso, interdetto, confuso.
    Davanti a me c’era il fenomeno, l’orrore, il fallimento della natura, lo sbaglio degli sbagli.
    Strizzai gli occhi, li sfregai e vidi la donna della lavanderia!
    A stento si spostò nel mezzo del palco.
    Mi guardava.
    Il suo corpo deformato dal tempo disgustava e allo stesso tempo nutriva la vista avida del pubblico, che esplose in risa impietose.
    Lei si girò verso di me.
    I suoi occhi neri erano sbarrati, si leggeva il terrore dentro.
    Sembrava chiedermi: “Ora cosa mi accadrà? Non ho fatto nulla, perché ridono di me? Perché tu lasci che accada tutto questo? Aiutami, ti prego.”
    Dentro di me si scatenò una tempesta di emozioni, una battaglia di nervi contro nervi che trovò sfogo in un’unica, sottile e salata lacrima bianca.
    Un uomo gridò senza pietà: “Sei un mostro!”
    Poi tirò una buccia di banana e tutti seguirono il suo gesto, lanciando ogni sorta di oggetto.
    E io corsi.
    Corsi verso la donna.
    Corsi senza pensare, per diventare il suo scudo.
    Ma sobbalzai all’urlo di terrore di lei.
    Un uomo aveva un coltello in mano ed era pronto a scagliarlo.
    Gridai.
    Vomitai.
    Svenni.
    Poi mi svegliai.
    Ero salvo.
    Stanco, anzi distrutto, tenni gli occhi aperti per qualche minuto e mi riaddormentai.
    Speravo di tornare nel mio incubo, l’idea di lasciarla sola mi tormentava.
    Ma il mio desiderio non si avverò.
    La mattina dopo mi preparai istintivamente, per andare a scuola.
    Durante il tragitto pensai molto all’ultima notte.
    I dubbi mi attanagliavano e mi rendevano molto nervoso. “Cosa mi succede? Perché ho sognato quella donna?” pensai.
    Dovevo capire.
    Cambiai strada e mi diressi verso la lavanderia.
    Ore 8.30. Aspettai l’apertura, lei arrivò.
    Aveva il viso molto stanco, non doveva aver passato un bel fine settimana.
    Mi sedetti all’interno del bar, dall’altra parte della strada, e la osservai.
    Rimasi lì per tutta la mattina.
    Feci lo stesso la mattina dopo.
    Il mercoledì fui persino in anticipo.
    Così per tutta la settimana.
    Qualche giorno più tardi cominciai a spiarla di pomeriggio, per non creare sospetti a scuola.
    Per un mese, ogni giorno, andavo in quella via lunga e trafficata per spiare una donna.
    Non conoscevo il nome, non sapevo nulla di lei.
    Avevo solo bisogno di vederla.
    Un giorno non andai, mi ammalai.
    Quel giorno mi mancò.
    La sigaretta si è spenta.
    Non vuole più ricordare. Non voglio più ricordare.
    Elsa, Elsa.
    Mesi dopo mi trovavo dentro il solito bar.
    Qualche ora prima avevo comprato due pacchetti di sigarette.
    Li posizionai sul tavolo del bar.
    L’avevo osservata.
    Fumava molto.
    Avevo letto in qualche libro che le donne sono sensibili ai regali.
    “Lei fuma e io le regalo le sigarette” avevo pensato.
    E aspettai il momento giusto per donargliele.
    Ma il momento giusto sembrava non arrivare mai.
    Ero consapevole, come poteva esserlo un ragazzo di 18 anni, che mi ero innamorato di una donna più vecchia di me.
    Avevo scoperto che Elsa, così si chiamava, ne aveva 38.
    Elsa era brutta. Eppure ogni notte, prima di addormentarmi, il mio ultimo pensiero era per lei.
    Per una donna brutta e più vecchia di me.
    Per una donna bella e matura.
    Gli appostamenti seguirono giorno dopo giorno.
    Intanto conservavo le sigarette in casa.
    Ma un pomeriggio decisi e come un soldato mi preparai al grande evento. Era tempo di venire allo scoperto, di regalare la mia esistenza ad Elsa.
    Mi lavai, mi feci la barba, mi vestii.
    Presi lo zaino e vi buttai dentro i due pacchetti di sigarette.
    Cercavo di immaginare il viso di lei quando, con quel regalo, le avrei dichiarato tutto il mio sentimento.
    Avrebbe pianto, poi mi avrebbe abbracciato, ne ero sicuro.
    Scesi da casa e con passo deciso andai verso il motorino per percorrere di gran fretta, la solita via lunga e trafficata.
    Arrivai.
    Parcheggiai e una volta sceso, presi le sigarette dallo zaino.
    Un respiro profondo,un passo incerto, un altro respiro.
    Pronti, puntare, fuoco!
    Corsi, corsi e poi corsi ancora.
    La porta principale della lavanderia si faceva vicina, sempre di più, vicinissima.
    Ma.
    Un grido stridulo: “Fermatiiii!”
    Un gatto sbuca fuori con un grande salto dalla porta principale della lavanderia.
    Uno scatto, pochi secondi, la strada.
    Una macchina arriva veloce.
    Il gatto guarda la macchina.
    La macchina guarda il gatto.
    Boom!
    Il gatto muore.
    La mia lei esce dalla porta del retro, va verso il felino, si inginocchia, si dispera, piange.
    Io sono fermo, impietrito, con due pacchetti di sigarette in mano.
    Le sigarette scivolano dalle mie mani, lei continua a piangere, un pianto inconsolabile.
    Il mio cuore.
    La mia mente.
    Buio.
    Cinque ore più tardi l’Italia avrebbe vinto i mondiali di Spagna, sei più tardi un anziano signore, non ben identificato, si sarebbe avvicinato ad una battigia di una spiaggia sconosciuta e avrebbe accompagnato con il suo violino l’umore del mare.
    Sette dopo, mentre Elsa piangeva nel letto, perché rimasta sola senza il suo gatto, io avrei restituito, dopo mesi, la maglia a Mario.
    Accende un’altra sigaretta. Accendo un’altra sigaretta.
    Il tempo passa e un altro gatto è morto.

  • 09 dicembre 2008
    In viaggio con Francesco

    Come comincia: – Oh… ma che fate voi qui con questo tempo?… venite dentro non rimanete davanti alla porta, prego accomodatevi… venite, venite di là che c’è il fuoco acceso e potrete riscaldarvi un po’… stavo giusto preparando una bella zuppa di fagioli.… ah! Non c’è niente di meglio di una buona zuppa di fagioli per riscaldarsi un po’ e ringraziando il Cielo, sempre sia lodato, oggi non ci manca nulla in convento… oh beh… a dire la verità oggi sono solo qui, gli altri frati si sono recati giù in paese e non torneranno per questa sera, e neanche per la prossima, sono fuori per la questua, così io sono qui solo… e la zuppa basta per me solo,… oh… ma che dico… adesso siamo in due… siamo io e voi… ma certo… che stupido… oh… ma io sono ben contento di dividerla con voi, sapete?… è triste mangiare soli… il Buon Padre ci ha resi animali sociali perché possiamo sempre condividere quello che abbiamo con i nostri fratelli, e per noi è una gioia poterlo fare… non credete?… ecco perché mangiare da solo ci rattrista, mentre la buona compagnia ci rallegra… non credete pure voi?… e il Cielo vi ha portati qui per questo… o no?… oh che sciocco… io parlo troppo ecco tutto… beh in realtà sono i vostri piedi che vi hanno portato qui… ed è vostra la volontà per cui avete intrapreso questo viaggio… dunque dite… come mai siete giunto fin qui con questo tempo che a dire la verità è molto strano e che indubbiamente induceva più a rimanere chiusi in casa?
    – … Francesco… capisco… ma voi allora dovete venire da lontano… dato che non sapete che Francesco non è più qui… nei paesi qui attorno lo sanno tutti… la novella si è sparsa presto… è sulle bocche di tutti… è da diversi mesi ormai!
    – No scusate… non mi sono spiegato… intendevo dire che non è più tra noi… tra noi tutti intendo… cioè… il Buon Padre l’ha voluto accanto a sé… nella sua Gloria… oh ma non dovete rattristarvi… no no… per niente!… lui sorrideva quando si è addormentato… io lo ricordo bene quando è successo… era felice di congiungersi con Sora Morte… E io… sì… è vero io ho pianto… avevo perso un fratello… e ho pianto come un bambino… ma avevo torto… lui è qui ancora con noi… lo sentiamo tutti… è come se potessimo sentire il suo profumo di viole nell’aria…
    – Ma ora sedetevi… non avete fatto questo viaggio invano credetemi… potrete pregare nella sua celletta se credete… chiunque entri lì ne esce cambiato… sì… è così… abbiate fede.
    – Ma per adesso sedetevi qui e godete di questo fuoco… il fratello buono che ci riscalda… eh già… non è tempo questo di andare in giro… eppure è strano… non c’è mai stato così freddo in un giorno di primavera, quantunque sia appena entrata… –
    Una raffica di vento soffiò vigorosa sopra il tetto dell’eremo emettendo un forte ululato nel filtrare fra le fessure delle finestre e delle porte tanto da far zittire il buon frate dalla parlantina decisamente sciolta. Al calare d’intensità, si udirono chiaramente le fronde dei faggi e delle betulle stormire sui pendii del monte Subasio che declinavano decisi dall’eremo fino alle porte di Assisi.
    Sarebbe dovuta essere una calma e serena sera di primavera, ma il tempo non sembrava essere d’accordo ed un freddo pungente riportava ai ricordi dello scorso autunno: si sarebbe detto essere il periodo perfetto per i lupi solitari dei boschi umbri. E mentre il silenzio tornava su quel paesaggio e nella cucina dell’eremo, si poteva persino udire in lontananza, mescolandosi con l’atmosfera tersa e limpida, il ci-ci-ciak delle coturnici che si cercavano saltellando sulle pietre del pendio, mentre il chiù dell’assiolo ad intervalli regolari segnava come un orologio che era passata l’ora del tramonto.
    – Oh… ma che stupido sono… dopo tanto parlare mi sono ricordato solo ora di non essermi presentato… oh… non dovete scambiarmi per una persona poco educata per carità… no no… non è nel mio stile credetemi. Frate Leone, ecco, questo è il mio nome… o per lo meno tutti mi chiamano così… per servirla, mio simpatico amico!… –
    E il vento ululò nuovamente.
    – No… decisamente non è il momento migliore per mettersi in marcia… eh… lo so bene io che di strada ne ho fatta tanta con Fratello Francesco… e lui sì che era un buon camminatore… e Dio solo sa dove trovava la forza…
    – Ricordo come se fosse ieri quella volta che… io ero qui a preparare la zuppa di fagioli… sì, come oggi… e fuori nevicava… era inverno ricordo e non solo nevicava… c’era la bufera ricordo… e nessuno di buon senno avrebbe mai pensato di lasciare il calduccio del focolare ed uscire di qui per andare fuori ed intraprendere un viaggio per chissà quale strano motivo… no… nessuno sano di mente…
    – Ed ecco che spunta lui tutto trafelato e con il sorriso in bocca… come un bambino a cui avevano regalato una mela candita… riuscite ad immaginare?… era pieno di euforia, si sarebbe detto che fosse uscito di senno… e difatti non si smentì… prese a dire:
    "Andiamo Frate Leone, che aspettate? Ora mi è tutto più chiaro, presto! Dobbiamo andare, dovete venire con me!"
    "Andare dove Francesco?… con questo tempo?… non possiamo uscire!… c’è la bufera fuori… oh ma voi volete andare a pregare qui fuori nella vostra grotta?… c’è troppo freddo per farlo, credetemi, sarebbe una pazzia!"
    "No, Frate Leone!… non alla grotta… ma a Santa Maria degli Angeli andremo… prendete con voi un bastone e copritevi bene, c’è molto freddo fuori sapete?… e nevica!"
    "Cosa?… lo vedo da me che nevica! E ve lo ripeto: nevica!… ma che vi prende? Perché tanta euforia?… dove avete lasciato il senno fratello?"
    – Ma egli era già uscito e da fuori mi chiamava e mi esortava a seguirlo… era una pazzia mi ripetevo… ma il buon Frate Leone cos’è se non un umile servitore del più grande Frate Francesco… se egli comanda Fra’ Leone ubbidisce… anche se non sa i motivi… perché è stupido e non capisce… Fra’ Leone ubbidisce sempre… perché ha fiducia nel suo più caro fratello… e non lo lascerebbe mai solo nelle sue follie, mai!
    – Lui correva avanti, ed io sempre indietro… lui correva ed io arrancavo… io brontolavo e lui sorrideva… io rallentavo spinto dal vento contrario e lui mi esortava… poi si fermò, aspettò che lo raggiungessi e con un sorriso largo largo mi disse:
    "Frate Leone, ascoltate quello che ho da dirvi, e ricordate… prendete nota se potete: se anche un giorno accadesse che i frati Minori in ogni terra diano grande esempio di santità e di bontà estrema, se accadrà un giorno nientedimeno, scrivi e annota diligentemente che non è questa la perfetta letizia"
    – E andando più oltre, mi lasciò inebetito e senza parole come di ghiaccio sulla neve… io non mi mossi cercando di scorgere del senno in quelle parole… non ve ne erano… e rimasi fermo!
    – Ma Francesco, mi chiamò la seconda volta:
    "Oh frate Leone, che fate ancora lì?… presto dobbiamo andare!… Non capite? Benché il frate Minore possa un giorno, con il volere di Dio Padre Onnipotente, illuminare i ciechi, distendere gli arti agli storpi, scacciare i demoni, rendere l’udito ai sordi e l’andare agli zoppi, il parlare ai muti e… ch’è cosa assai più grande… risuscitare i morti di quattro girni… scrivi, fratello mio, che non è in ciò perfetta letizia"
    – Ma Fra’ Leone non capiva… non poteva capire la sua saggezza… e rimane fermo… triste per l’udire quelle parole che sembravano non avere alcun senso… Credetemi: non sapevo se piangere perché assistevo alla perdita del senno da parte del mio più caro fratello… o piuttosto perché mi si palesava d’un tratto la mia stupidità…
    – Ma lui, che è grande e saggio, vedendomi triste mi si avvicina e mi sussurra:
    "O Frate Leone, pecorella del Signore, ascoltatemi bene e prendete nota: se il frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, così che possa un giorno profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma anche e soprattutto i segreti delle coscienze umane… ecco Fra’ Leone, scrivi: non è in ciò che consiste la perfetta letizia"
    – Allora non mi trattenni più oltre: piansi come un bambino indispettito.
    "Oh, no… Fra’ Leone, non piangete, ma ora ascoltate quanto ho da dirvi, annotatelo anche se non capite subito… capirete quando sarete pronto.
    "Quando noi saremo giunti a Santa Maria degli Angeli, così bagnati per la neve e agghiacciati per il freddo, così infangati e afflitti di fame, e picchieremo alla porta della chiesa, e il portinaio verrà adirato e dirà: “Chi siete voi?” e noi diremo: “Noi siamo due dei vostri frati” e lui dirà: “Voi non dite il vero, anzi siete due ribaldi che andate ingannando il mondo e rubando le elemosine dei poveri! Andate via!” e non ci aprirà, e ci farà stare fuori alla neve e al freddo e con la fame tutta la notte… allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà sosterremo pazientemente senza turbarcene e senza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quel portinaio che non ci ha riconosciuti in realtà altro non fa che il suo giusto lavoro da buon portinaio… ecco Frate Leone, scrivi! perché e qui che sta la perfetta letizia.
    "E se anzi perseverassimo bussando, ed egli uscisse fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con bastonate e vergate dicendo: “Andate via di qui, ladri meschini! Andate che qui non mangerete voi, né albergherete!” gettandoci a terra sul fango e sulla neve e coprendoci di sputi ed insulti… se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buon amore pensando a quanto di più cruento e vile ha dovuto soffrire nostro Signore per mano nostra e per nostro amore… o Frate Leone, non pensate anche voi che sia questa la perfetta letizia che per anni ho cercato disperatamente nel silenzio di questi boschi?
    "O agnello di Dio, pensa alle pene di Cristo benedetto… lui le ha patite per noi… e se noi fossimo in grado di sostenerle per Lui… per amor Suo… con gioia e non con tristezza… oh Frate Leone, non trovate anche voi che è qui e in questo la perfetta letizia?
    "Ricordi? Erano queste le parole dell’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non della croce del nostro Signore Gesù Cristo”."
    – Ma Frate Leone non era pronto… sapevo che lui aveva ragione e parlava con senno… ora mi era chiaro… avevo fede in lui… ma non capivo ancora… e continuavo a piangere… Ma lui mi sorrise amorevolmente, come solo lui sa fare, e mi svelò:
    "Oh… Frate Leone, che il Signore ti benedica e ti custodisca… sorridete perché un giorno, questo posso dirlo con certezza… un giorno Egli mostrerà a te il Suo volto misericordioso… Rivolgerà il suo volto verso di te e ti darà la pace che tu oggi cerchi".
    Ed oggi non piango più!