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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 agosto 2012 alle ore 18:54
    Anime morte

    Come comincia: Il Nevskij Prospeckt, un fiume pedonale di una cittá russa, un fiume di anime morte e vive, disperate e non. Penso che ogni luogo possieda questa via, non solo S.Pietroburgo. Riflettevo questa mattina passeggiando su quest´ísola, senza strade, dove il pedone cammina su viottoli di sabbia o sull´immensitá della riva abbandonata dalla bassa marea. L´uomo si deve ritrovare, si deve esporre,deve giudicare e farsi giudicare per esistere. La miseria dello spirito cerca nell´incontro, un´assoluzione qualsiasi, fors´anche l´indifferenza che allevi quel senso di colpa, che deve pur esserci in alcuni. Mi camminava davanti, aveva forse la mia etá, capelli bianchi, alto, un andatura agile, maglietta, calzoni a mezza gamba, piedi scalzi. Al suo fianco, una bambina di 12, 13 anni, minuta di altezza, con un tanga scomparso tra le pieghe di due glutei neri come il carbone. Il reggiseno raccoglieva seni immaturi. Un volto di putto negro, tra bagliori di pupille e di lacca su riccioli crespi. Un sorriso affiorante, indeciso. Quella mano che scende dalla vita lentamente e si posa sui glutei in movimento. Li possiede entrambi. Lui avverte il mio sguardo. Per un attimo ci guardiamo da uomini. La mano si ritrae.

                       Morro de S.Paulo

  • Come comincia: Questa pagina vuota,questo foglio di carta ,bianco,nudo. Mi trovo qui a volerlo colmare,riempire,ricoprire di parole,renderlo nero,grassetto,senza quell’ossessione dell’horror vacui però;potrei parlare di tante cose. Potrei parlare un po’ di me,dei miei pensieri più profondi, potrei,vorrei,ei,ei. Sono sempre stato così,anche in questo istante,a scrivere ,scrivere ,scrivere “chissacheccosa“. Sempre il solito,dubbi,incertezze,potrei,vorrei. Ma stavolta voglio,posso. Potrei parlare di qualcosa a caso ,di New York ,delle meraviglie della natura,di Napoleone o Cristoforo Colombo,ma la mia testa già ha deciso di cosa parlare: ha scelto una cosa eterna ,insignificante,misera ,infinita;un sorriso. Un sorriso cos’è? Questo non so dirlo ancora, forse è il paradiso,è la porta verso l’Infinito? E’ una piccola cosa, così piccola da essere eterna. Il sorriso della persona che ami,quel sorriso che blocca la mente,interrompe il ciclo vitale del mondo,quel sorriso che non dimentichi mai. Quel sorriso sembra solito ,banale,innocuo ,ma dentro di te si scatena il tormento,un temporale. Fa rumore,in silenzio. Ecco di cosa voglio parlare: un sorriso . Voglio essere più preciso ,il sorriso di una donna. Perché forse è unico il sorriso di una donna,è l’immensità in trentadue denti,e due labbra. S’inarcano appena le labbra quando Lei ride;lì il Sole cesserebbe di splendere se lo vedesse, si spegnerebbe così, sarebbe la fine.

    Pace. Serenità. Niente . Tutto.

    Quando vidi un sorriso così,fu devastante ,distruttivo, mi mancavan le forze . Passai giorni a pensarlo ,senza agire. Ora ho solo quel sorriso,il suo,ed è tutto quel che ho.

    Facciamo qualche passo indietro però,

    Era l’ignaro ottobre quando la vidi per la prima volta. Non sorrideva,andava di fretta,ansiosa,correva ,di spalle. Non potevo afferrare il suo sorriso,se lo teneva stretto stretto,nascosto solo per sé. Camminava stranamente,non si voltava, non si fermava,“rotolava “un dito tra i suoi riccioli color rame,color autunno,come ottobre. Decisi che non volevo vivere più per grandi cose,ma avrei vissuto per quel ramato inaspettato. Non avrei chiesto molto a Babbo Natale,soltanto quei ricci. Non erano rossi ,né castani ,era una sfumatura speciale .

    Mi chiedevo perché l’arcobaleno non avesse il ramato ,adesso è qui accanto a me ,solo per me. Mi dispiace per l’arcobaleno.

    Cosa chiederò mai quest’anno per Natale? Non posso chieder nulla. Potrei chiedere il sorriso di mia madre, gli occhi della mia donna, l’abbraccio di mio padre,ma già c’è tutto questo. Quel riccio ramato sarà tutto mio quest’anno ,tutto da accarezzare,da odorare,tutto da amare. Il suo sorriso spero splenda almeno a Natale,l’ha tenuto nascosto troppo tempo ,ora posso toccarlo ,posso sentirlo.

    Concludo ora.

    Grazie Babbo Natale,l’anno scorso non ti ho potuto ringraziare,lo faccio ora che un altro Natale è ormai alle porte,coglievo l’occasione perché sai,i Maya,il 2012 ,non si sa mai.

    All I wanted fot Christmas,was you.

  • 29 agosto 2012 alle ore 23:23
    Quattro dita sotto l'orizzonte

    Come comincia:

  • 25 agosto 2012 alle ore 13:31
    Senza il tuo sorriso

    Come comincia: Dedicato a Floriana , la mia seconda mamma che se ne è andata..

    Il ricordo… per fortuna esiste il ricordo. E’ una pellicola registrata nella nostra mente che possiamo rivedere quando vogliamo , quando piu’ ne sentiamo il bisogno, basta pensare e il film parte ed inizia.. e poi finisce… e i film della vita hanno tutti lo stesso finale…
    Ma cio’ che e’ importante sono le scene di questo meraviglioso film e le persone che ne hanno fatto parte , persone che, in questo ricordo hanno avuto al centro un irripetibile esempio di bonta’ e amore per gli altri , alla quale la vita ha dato tanto , un marito, dei figli, dei nipoti e degli amici ,ma anche un nemico oscuro e maledetto che l’ha perseguitata ininterrottamente per troppi anni.
    Io non credo che abbia vinto , mamma Floriana l’ha combattuto ostinatamente trovando nutrimento nell’amore per Luciano e la sua famiglia e alla fine e’ lei che ha deciso che lui vincesse… Si, e’ cosi’, mamma Floriana era troppo forte e come una guerriera non ha permesso che nel suo castello dorato entrasse il male, lei ha protetto tutti da questo schifoso essere .
    Era sempre sorridente ma dentro urlava , combatteva il dolore, l’inquietudine e la paura di non farcela, quante volte avrebbe voluto mollare ! Ma non l’ha fatto..
    I ricordi… quanti ricordi … tutti colmi di amore e gioia insieme alla mia seconda mamma.
    Con lei ho respirato aria salubre, ha disegnato, nel mio allora piccolo cuore, baci e abbracci indelebili e sorrisi , sorrisi fatti di amore materno, di comprensione .. mi manca il tuo sorriso Floriana, mi manca da morire.
    Noi cuccioli ci sentivamo in una reggia nella nostra casetta in campagna, avevamo tutto cio’ che potevamo desiderare, alberi di ciliege, rovi di more, campi di grano, uno stagno affollato di ranocchi, ma soprattutto avevamo intorno a noi calore, considerazione e noi lo sentivamo.
    Erano anni che chiunque ci invidierebbe nel sentirne parlare, troppo belli, troppo perfetti.
    E poi… eccoci qui, un fiore di primavera che diventa una foglia d’autunno, un vento impetuoso l’ha staccata dal suo ramo e l’ha fatta volare per anni da un’ospedale ad un altro, da una preoccupazione ad un’altra, senza sosta , senza alcuna pieta’ !
    Le ha tolto tutto questo malvagio mostro, ma non la dignita’…
    Il finale doveva essere questo per te e tu l’hai sempre saputo ma nessuno ha mai pensato che un giorno tu lasciassi che lui vincesse.
    Io non voglio piu’ pensare a questi giorni come giorni di sola sofferenza, io devo pensare che tu adesso sei finalmente serena e che nessuno di noi in questi giorni sta soffrendo quanto quello che hai sofferto tu in questi ultimi anni.
    Devo essere felice che tu adesso hai finito di sentire dolore, sono certo che adesso la serenita’ sara’ la tua casa , noi siamo qui a piangerti perche’ tu hai lasciato tracce di amore e altruismo rare da trovare in questo mondo da schifo, io ti sento ancora anche se non ci sei piu’ .
    Senza te tutto e’ piu’ complicato, una spada ha perforato i nostri cuori e cosi’ deve essere, guai a dimenticarti, tu non ci hai lasciati.
    Senza il tuo sorriso il sole che sorge ha meno luce ma vedrai che io, che tutti noi, riusciremo a vincere la tua assenza sapendo che tu ci guardi e che ci guardi con quegli occhi pieni di vita che tu avevi e con quel sorriso che mi manchera’ per sempre.

    Con amore
    Stefano

  • 22 agosto 2012 alle ore 22:38
    Le elemosine emozionali non aiutano i disabili

    Come comincia: Il mio istintivo interesse per i problemi sociali, supportato da approfonditi studi della materia, mi ha portato a constatare che i disabili e, in genere, i diversi continuano a essere discriminati. Da sempre l'essere umano ha temuto non solo il diverso, ma più in generale ciò che non riesce a spiegarsi immediatamente. Anche se studiosi come Freud, Winnicott e tanti altri hanno tentato di illustrare le motivazioni psicologiche, sociologiche e evoluzionistiche di questo fenomeno negativo, il principale motivo di ogni forma di discriminazione resta sempre l'ignoranza.
    Conseguenza di questo atteggiamento è una almeno parziale emarginazione dei diversamente abili. Una loro completa integrazione è invece possibile. Come già accennato, l'emarginazione è una condizione che scaturisce dall'analfabetismo psico-sociale, pertanto attraverso un costante impegno da parte di tutti noi le cose possono sicuramente migliorare. Per il futuro sono piuttosto ottimista, perché lavorando nelle scuole e con la diversità posso appurare quotidianamente che i bambini non sono mai prevenuti di fronte a nessun tipo di disabilità: sono gli adulti che, attraverso il cattivo esempio dettato dal pregiudizio, li condizionano negativamente. La strada da percorrere è comunque ancora lunga e tortuosa, nonostante la tradizione cristiana del nostro Paese faccia pensare a un più radicato senso di solidarietà. Ma, a mio parere, tale contraddizione è spesso figlia della rigidità. Una condizione che si ritrova in tutte le religioni e quella cristiana, purtroppo, non fa eccezione.
    Aggiungo che, personalmente, non mi piace il concetto con cui la cristianità concepisce il disabile. Il diversamente abile non è un "poverino" che va aiutato in quanto sfortunato, ma è una persona come qualsiasi altra. Egli non cerca l'elemosina emozionale o l'accettazione da parte di una comunità in quanto persona disagiata, ma vuole essere considerato, amato e anche odiato, purché possa vivere la propria esistenza con la stessa dignità che si dovrebbe attribuire sempre a qualunque essere umano.
    E invece i tempi non sono ancora maturi. Paradossalmente, le cose andavano meglio in epoca preistorica. Studi recenti hanno dimostrato che tra gli uomini di Neanderthal, (parliamo di circa 100 mila anni fa e di una specie umana che non è la nostra) quanti avevano subito un'amputazione a causa di un incidente o per motivi di caccia continuavano a vivere, perché altre persone della comunità si occupavano di loro. Gli uomini primitivi, nel campo della diversità, hanno dunque mostrato una civiltà talvolta più evoluta della nostra, ma è giusto aggiungere che negli ultimi trent'anni le cose sono molto migliorate, e questo fa ben sperare per il prossimo futuro. Dove invece si è ancora lontani dall'equilibrio è nel riconoscere il diritto ad amare della persona con disabilità. Ma l'amore è un sentimento che nessuno può imbrigliare.
    Il fatto che spesso la società si contrapponga a questo diritto non significa che non si possa concretizzare. Certo spesso mancherà l'approvazione, ma il diritto di provare un sentimento e di essere ricambiati resta. Altra questione spinosa, complessa e talvolta controversa riguarda l‘emarginazione che coinvolge anche la famiglia del disabile. In generale, purtroppo, non posso esimermi dall'ammettere che spesso il nucleo familiare, a causa dell'enorme impiego di energie che un disabile richiede (e qui la gravità ha un ruolo importante) tende esso stesso a isolarsi. Inoltre ci sono anche casi in cui è più difficile metabolizzare una disabilità (specialmente se acquisita) per un familiare, che non per la persona che "incappa" in questa peculiare e svantaggiata condizione. Per alleviare il fardello di chi ha in casa una persona con disabilità bisognerebbe mettere il prossimo in condizione di dare il meglio, ma senza chiedergli l'impossibile. A tale proposito vorrei citare una massima di Antimo Pappadia, scrittore e saggista professionalmente impegnato nel sociale. Una frase che, naturalmente, (vale per tutte le categorie di abilità) bambini compresi: "Se mettiamo gli altri in condizioni di non esprimersi, questi saranno sempre ridimensionati, se invece diamo loro la possibilità di essere se stessi, lo saranno sempre e in ogni circostanza; mentre ancora se forniamo loro le condizioni congeniali affinché possano dare il meglio, allora ci sbalordiranno, perché supereranno se stessi".

  • 22 agosto 2012 alle ore 12:59
    Piumetta

    Come comincia: Se Piumetta quel giorno avesse adunato intorno a sè il coraggio perduto/ritrovato e narrato in mille storie d’amore e cento poemi oggi non saremmo qui a parlarne. Non avremmo a sorridere di certi buffi aneddoti ne a fermar con un singhiozzo lacrime che cercano acerbe una collocazione.
    Non staremmo qui a disquisir sui parenti. Ne a sparar giudizi dozzinali. Che poi finiam d’esser noi quelli che strisciano mentre gli diamo pure dei serpenti. Proprio tutti. Artigiani concubine e tenenti. Perché se Piumetta lo voleva davvero quel che voleva non ha fatto il muso duro e se l’è preso? Si chiesero i più quando a frittata fatta si passò dritti a vergar lutti su anonimi verbali tralasciando di tutta questa storia il senso esteso? Perché non ha fatto spalluccia alle malelingue ed è andata diritta per la sua strada con quello scemo? C’era davvero bisogno di un gesto così estremo?

    Ci rimasero spiazzati tutti. Quasi come quando la videro tirar su il bandone del suo frutta e verdura la prima volta. Proprio nel centro del paese. Che all’inizio e ancor più dopo quando la gente osservava passando quei cento chili di carne morbida con quelle labbra carnose cantare ben intonata le canzoni del suo gruppo preferito, si voltava a guardarla e i maschi a farci sopra pensieri poco altolocati che sapevan di peccati alla melassa. Nacque in quei giorni lì quel nomignolo che si sarebbe portata dietro sino agli annunci mortuari. Uno disse ridendo: “E’ così grassa ma si muove come una piuma”. E per tutti diventò Piumetta.
    Che a Piumetta piaceva il sesso più che mangiare ed era tutto dire. Le piacevano le parole un po’ sboccate e lavorarsi gli uomini e piegarli al suo volere con quelle labbra voluttuose ed esperte. Che poi a sindacar non si capiva mai bene, se lo faceva per buttarsi via o per godersela o per fare un carezza alle sue pene. Perché a Piumetta si poteva dar di tutto ma non della zoccola. Teorizzava l’ingegner Mantovani. Grande trombè de femme. Come lo definì in un francese azzardato il Tanzi che da quando votava commenda si era messo pure a parlar fino. Spiegando e un pò ammiccando all’auditorio di pensionati che quella lì: “C’ha la lallera in fibrillazione. Il segreto è tutto qua.” Ma lo diceva senza voler offendere o con un tono di volgarità. Che anche a lui la Piumetta attizzava. Ma da quando ci si era messo in mezzo il maresciallo la cosa era diventata pericolosa.
    Che poi a Piumetta, cosa strana, l’adoravano pure le mamme e le donne per non dire le nonne. Che conosceva delle fantastiche ricette di cui svelava i segreti senza gelosia e poi quelle battute svelte e sarcastiche sugli uomini mentre con qualche frutto o verdura in mano alludeva facendole ridere tutte di gusto. Che Piumetta c’aveva pure i prezzi buoni. E sapeva mestierante trasformar cassette piene di merce in lucidi dobloni. E così andava a finir che gli chiedevano pure i consigli. Come la moglie del Romeo. Piumetta scusa. Le chiese a negozio vuoto sottovoce e un po’ impacciata. Tu sei così brava con gli uomini che. Cioè. Vedi io e mio marito. Insomma. Non è che. Vabbè ho capito. Tagliò corto Piumetta. Non lo fate più. È così? Francesca arrossendo annuì. Senti un po’. Ma glieli fai i servizietti? le chiese ridendo obliqua. La Francy diventò come un pomodoro. Ma sei matta? Sobbalzò con un senso di colpa ereditato a catechismo. Ecco fatti un piacere. Inizia da lì. Vedrai che le cose cambieranno. Agli uomini piacciono le donne un po’ porcelle! Concluse allungandogli la borsa della spesa e strizzando l’occhio complice.
    Francesca uscì dal negozio ancora arrossita ed imbarazzata ma quella sera dopo la doccia si piazzò davanti allo specchio e selezionò delle cosette sexy. Ravanò tra i profumi mignon e seguì pure il suo consiglio. C’erano due figli in ballo e lei con tutta una vita selezionata per loro fin su al suo matrimonio. E si ricordò di essere -oltre che mamma casalinga e moglie- ancora una bella femmina. Fu un successone. Da quel giorno il Romeo smise di andar a cercar furtivo nei dopocena la Piumetta ben attrezzato e con la promessa di un week-end a Parigi insieme. Fu invece la Francesca che proprio da Parigi, dove un mese dopo con il marito andò a “far la seconda luna di miele”, che le spedì una cartolina con la Torre e su scritto un bel grazie dentro un cuore disegnato. Quando l’appuntò insieme alle altre fissando un pò imbarazzata l’icona di Padre Pio, della cui figura era grande sostenitrice, con il rametto d’ulivo immortalato proprio sopra la cassa le confessò candida: “C’hai ragione a guardarmi così. Ma quando quello mi metteva le mani addosso non capivo più nulla!”. Facendola franca anche con i santi.
    Poi ogni tanto a Piumetta la sera veniva il magone.
    Poi più spesso Piumetta la notte seduta sul letto che aspettava le ore.

    (Vorrei uscire stanotte/dimenticare il tuo nome)

    “Marescià. Dice sua moglie che si ricordasse il pane“. Riportò asettico l’appuntato Rocco al superiore seduto in quella scrivania anonima come le imprese che non c’erano da raccontare. Con la foto del presidente e un ritaglio di giornale ingiallito che incorniciava un vecchio e minuscolo successo a proposito di autoradio rubate nel bergamasco ancor lontano da esser padano. Roba di vent’anni fa e poi. Che da quando il maresciallo Raffaele Greco. In arte Don Raffaè. Si era infatuato della Piumetta non ci si parlava più. “Dì a mia moglie che si fottesse!” Urlò alzando gli occhi da una richiesta di passaporto aggiungendo un po’ imbarazzato quando l’appuntato si allontanava: “Stavo scherzando Rocco! Fatti lì fatti tuoi!”.
    Don Raffaè era un ex ‘uagliò venuto da Napoli. Per toglier subito di mezzo i dubbi e metterli al sicuro in banca. Cresciuto in uno di quei quartieri dov'è difficile farla franca. Con la panza da carboidrati a valanga ed un odore che sapeva di acido. Bruttoccio diciamolo. Fin quando con quello sguardo da impunito fissava i passanti come a voler intendere che infrazione avessero appena combinato. Stava sulle scatole un po’ a tutti. Affermavano sottovoce le comari nel negozio della Piumetta a gioco ultimato.
    Che poi tutto nacque quella volta che la Piumetta gli offrì un servizietto veloce nella jeep di pacca. Una fatica più perché la eccitava veder una divisa aperta ansimante che non dettava inquisizioni o timori o che altro. Che anche a lei Don Raffaè non piaceva per niente. Era sboccato e approfittava della sua posizione. Ed era pure brutto. Dai diciamocelo. Ed aveva stufato davvero tutti quando tiriterava che da giovane era stato uno di quelli che, citando Mario Merola, doveva scegliere se diventare camorrista o carabiniere. E andava a finir che se la menava  con questa storia, i più pensavano senza dirlo che di sicuro aveva sbagliato mestiere.
    Per lei fu una leggerezza ma lui invece la prese dura. Solo perchè per un attimo si sentì da mezz’uomo trasformato in un adone. Anche e soprattutto perché aveva travisato l’obbiettivo reale di quel gesto. Che sintetizzava sia l’arroganza sia quanto fosse farfallone.
    “Rocco prendi la jeep che andiamo in paese a controllare“. Ordinava all’appuntato che sapeva già che si sarebbero poi piazzati davanti al negozio della Piumetta per verificare il movimento.
    La sera a cena Rocco abbassando la televisione confessò le sue preoccupazioni alla moglie Carmela quando i figli era già a letto. “Carmè. U’ maresciallo sta uscendo pazzo“. Lasciando scivolare la conversazione verso faccende scomode.

    Quando entrò per la prima volta nel negozio della Piumetta a comprare agli e vino rosso a buon mercato Adrian, che giù al cantiere tutti lo canzonavano Mutu in onore al calciatore del quale non aveva di certo il profilo sorvolando sul conto corrente, se ne innamorò immediatamente. Non che pensasse al sesso tutt’altro. Forse e alla fine in quella donnona rassicurante vedeva più la mamma. Un senso di morbida protezione. Era un po’ grassotto e ben stempiato. Un romeno anonimo e spento e distante che prima o poi ti passa davanti agl’occhi. Non aveva una buona parlantina ed era pure timido. Il fatto poi che bevesse robusto invece di sciogliergli la lingua lo bloccava ancora di più. E finiva così sempre ubriaco a cercare tra i ricordi quei due o tre che sapevano un po’ di buono cullandosi su fotogrammi dai colori pallidi della famiglia e del suo piccolo paese al nord della Romania dal quale era scappato dopo un matrimonio finito male.
    La Piumetta provava una grande tenerezza per quel ragazzotto timido e impacciato che raramente alzava lo sguardo da terra. Sorridendo tra sé gli veniva istintiva di proteggerlo come un figlio. E gli piaceva trastullarsi due minuti con lui e infilargli a conto fatto qualche verdura extra nella sportina della spesa.
    Poi quel pomeriggio di vicino Natale entrando in bottega dopo aver scolato una bottiglia di rhum importante con gli amici Adrian le pronunciò due parole che cambiarono le bisettrici della sua vita. Due parole che avrebbero portato venti di incomprensioni e tempesta. Gli sussurrò due parole che nessuno le aveva mai dichiarato prima. Gli disse: “Sei bellissima“.
    Piumetta arrossì insieme a lui anche se non era sua abitudine e si sistemò la ciocca civetta dietro l’orecchio.
    Il maresciallo osservando tutto dalla penombra del parcheggiò sibilò ad un appuntato che non sapeva più dove guardare: “A chisti ‘i fotto“.
    E ce la mise tutta Don Raffaè. Iniziò nello sguinzagliare sua moglie in giro a parlar male della Piumetta che anche se tutti conoscevano la storia qualche vipera sua pari l’avrebbe sicuramente trovata. E donna Concetta, che aveva già inteso avvisaglie losche nell’aria da vecchia donna del sud dimessa con un’acidità indirizzata verso l’obbiettivo sbagliato, Quasi con un senso di inutile rivincita., Si dette ben daffare.
    Ed anche per Adrian le cose non si misero affatto bene. Anzi con lui fu tutto molto semplice. Una pendenza per uno scooter rubato anni prima nella periferia romana. Quella scazzottata con due albanesi che gli costò una denuncia per rissa e otto punti di sutura. Insomma. Uno con le sue piccole colpe che a guardar bene non si distinguevano molto dalle piccole colpe che ognuno di noi si porta dietro in una vita. Ma a differenza delle nostre. Lui le sue le pagò fino all’ultima stilla.
    Lo fermò persino una sera nei giardini pubblici umiliandolo davanti a tutti perquisendolo. Sibilando poi ai passanti intimoriti che quello è uno spacciatore ed è pericoloso. Anche se Adrian odiava la droga e i drogati. “E poi che minchia ci faceva tutte le sere nel negozio della Piumetta? Non è che?“. Spargendo il germe del dubbio dette il meglio di sé. Don Raffaè.

    Cambiò la vita di Piumetta e di Adrian ma cambiò anche quella del paese credetemi. Una coltre di stoltezza iniziò a coinvolgere invisibile ma decisa un po’ tutti. Si partì nei bar a straparlar gratis e male. Dalle briscole all’’asso di bastoni si passò dritti a far battutacce da stucchevoli cafoni. Intorno a quello schiocco confessionale le voci al curaro delle tossiche da tre funzioni al giorno rimbalzarono acide ed inquisitorie protette dalle antiche pietre della chiesa. Persino l’ingegnere affermava che si era passato il limite. Donna Concetta comiziava e dispensava oramai ad un plotone di casalinghe represse parole piene di disgusto moralista verso la Piumetta che almeno all’iniziò incassò quegli affondi come un pugile rintronato stretto alle corde. Fino al giorno in cui seppe che Adrian era stato arrestato. Giusto fino a lì.
    Don Raffaè l’aveva trovato ubriaco su una panchina e lo aveva portato dentro in manette quando si era permesso di apostrofarlo con un chiaro stronzo all’ennesima richiesta dei documenti.
    Ecco. Le cose iniziarono a precipitare proprio da quel preciso momento.
    Non perché il lavoro di due anni era andato a puttane in due settimane no.
    Non perché persone che fino al giorno prima la salutavano solari adesso la guardavano come la fonte di tutti i mali no. Con ogni probabilità si scollò inconsapevole dalla bieca realtà.
    Chissà se sentì improvvisa la pesantezza del vivere e ne ebbe timore.
    O forse guardando quei cento chili allo specchio vide per la prima volta quei cento chili che aveva sempre nascosto ai suoi occhi.
    Ci fa più sollievo pensare che percepì il suo gesto come un obolo supremo e necessario all’amore che non si può consumare.
    Non lo sappiamo che cazzo successe diciamocelo. Ma il giorno dopo Piumetta non aprì il negozio. E neanche il giorno dopo. E neanche quello dopo ancora. Quando la Francesca preoccupata andò con il Romeo a casa a cercarla e trovarono la porta aperta e le stanze vuote scattò l’allarme.
    Troppo tardi.

    La ritrovarono due fungaglioli  che salivano su per quell’anonima pinetina di un sabato mattina dal sole generoso.
    I referti dissero poi che era rimasta appesa a quell’inconsapevole ramo almeno un giorno.
    Appena la notizia travolse i pettegolezzi sul paese calò un silenzio pieno di vergogna e disagio. Tardivo ed inutile. L’ipocrisia del viver solo di facciata criticando la vita di chi invece ci prova davvero a vivere dietro quella patetica facciata aveva vinto ancora. Per l’ennesima volta.

    Quando il dottor Germi arrivò nella collinetta, Don Raffaè era piazzato impresario sulla cima ad osservare capo branco il via vai operativo. “Che è successo maresciallo?” Gli chiese tra barellieri e sbirri incuriositi e borghesi dalle curiosità incancreniti. “Che è successo dottò. Si è suicidata“. Borbottò lanciando un calcio ad un sasso che ostruiva il suo nobile passo. Poi su quella frazione di silenzio aggiunse sistemando la cinta in abbondanza sul pantalone d’ordinanza.: “Comunque. Quel che è stato è stato. Finiamola qua ‘sta sceneggiata“. E stringendogli il braccio e allontanandolo dalla folla di presenti sommò in un napoletano sprezzante ghiacciandolo: “E poi dottò. Pè mè ‘na femmena italiana che s’amazza pè nù romeno se l’è solo cercata“.

    (E crolla la fortezza/Del mio debole per te)

     

  • 22 agosto 2012 alle ore 12:53
    Danny Ocean

    Come comincia: Lo chiamavano tutti Danny Ocean perché le donne quando parlavano di lui lo sospiravan più bello del Clooney. Il fatto poi che giocasse e scommettesse praticamente su tutto gli incollò quel nome direttamente sul set di documenti. Lo chiamavano così gli amici del bar ed i nemici del poker. Tutti i parenti ed il nonno finanche il sindaco. L’appuntato mamma e papà. Persino lo psicologo e all’anagrafe lo chiamavano Danny.
    Solo la Mariella si ostinava con quel pomposo Giammarco che appena la sentivano scattavan tutti sugl’attenti. Anche se quello era il suo vero nome e lei la fidanzata sto(r)ica. Quindici anni a patire e piangere per questo fannullone bell’imbusto che di metter su famiglia non ne voleva proprio sapere. Che la Mariellina era una trentacinquenne da sposare altrochè. Brava disponibile e gentile sempre con tutti. Bella e con un fisico ben tenuto ad illudere la palestra mentre si sfogava di steep. Seria e tutte le domeniche alla funzione a impressionar del Vangelo.
    E poi il padre e la madre. Gente tanto per bene.
    Se le malelingue avevan da ridir qualcosa su di lui era solo sul fatto che era ricco di famiglia. Ma si trattava di piccole gelosie e niente di più. Anche se di questa fortuna non se n’era mai fatta una colpa intendiamoci. Come della vita non ne aveva mai fatto questioni di classe sociale o concetti filosofici e men che meno meritocratici. Che a lui del ceto e della politica fregava come una tris che va di fantini sleali buttati in contumacia dietro sbarre cassate. Ed il mondo lo divideva con semplicità in due categorie. I giocatori e tutti gli altri. Anche se sui giocatori aveva poi una serie infinita di profili e teorie che esponeva incessante. Ma riconosceva convinto che alzarsi tardi e giusto per lo spuntino delle15dici era un bel privilegio. Soprattutto se hai finito quella dannata Teresina alle sei del mattino a casa del Certini lasciando sul tavolo (verde) della cucina tre bei pezzi da cento mentre la moglie si alzava ad inveire contro tutti incazzata nera.
    Che al Danny se lo guardavi bene era bello per davvero. Alto sull’ottanta e pettorali da tre volte a settimana. Che anche se era diventato un vizioso del gioco di tener tonico l’aspetto non s’era mai dimenticato. Dentatura vip e i capelli scuri da copertina che andava ogni quindici giorni in città in quel famoso salone a farsi fare i ritocchini. Due pacchetti di Marlboro rosse Mercedes cabrio e via andare. La mascella da telenovellla ma senza tirarsela fino ad usar persino creme antirughe. Che a 40anni scalpitano. Ma questa non si doveva sapere in giro e quindi non ve l’ho detta. Mi raccomando.

    Sul Danny e la sua cricca giravano delle leggende da far impallidire il Batman.
    Come quella volta che partiron per Venezia perché aveva sognato chiaro il suo preferito Lucio Battisti che gli ordinava (Sì sì ordinava. Mi ha detto proprio così) di andar subito a puntar deciso tremila robusti euri sul ventidue al tavolo 4 del casinò su in laguna.
    Chiaramente la proposta passò all’unanimità in due minuti secchi perché con i sogni non ci si scherza mica. L’unico problema casomai era trovare una scusa per la moglie del Certini che passavano un momentaccio. I funerali credibili oramai se li eran giocati tutti e far morire la gente due volte pare brutto. Ed il Bianchetto si era stancato di dover passar sempre per quello che si sentiva male e lo dovevan portar d’urgenza che alla fine mi succede qualcosa sul serio diceva. Poi con la promessa che avrebbe viaggiato seduto davanti andata e ritorno cedette e si optò per una colica di reni che anche se gli veniva davvero di solito non son pericolose. Lo tranquillizzò il Danny. Ed i preparativi diventarono operativi.

    Tutti sanno che quella mattina quando si fermarono a fare il pieno nel distributore e a al bancomat del paese erano lui il Certini il Bianchetto e basta. Ma acquattato dietro c’era pure il mitico dott. Gattai. Anche se questa ce la teniamo per noi dato che la moglie è sempre stata convinta che fosse andato a Benevento per un simposio sulla prostata.
    Di quella serata lì esistono almeno quattro versioni di cui due poco attendibili. Di sicuro fu il Certini che nell’atto dell’entrata trionfale ricambiato come un modello e con i mocassini neri Paciotti che li aveva pagati una fortuna scivolò sui marmi crollando a terra indecoroso. E gìà da qui le versioni cambiano. Sì perché c’è chi sostiene che mentre cadeva si aggrappò stappandolo al tailleur di una signora austera lasciandola scandalizzata in biancheria ma rialzandosi tirò via due pezzi da 500ento e glieli mise tra le mani persuadendola con un bondiano e seducente mi scusi e se ne compri un altro cara.
    Ma questa era una mossa che non rientrava nel suo baget né nel suo stile e dunque non solo bollata come un’esagerazione emozional/narrativa. Ma con grande disappunto del Certini medesimo che la vedeva invece bene raccontata così. Tracimata senza appello tra le versioni poco attendibili.
    L’entrata del Danny invece ce l’hanno ancora tutti davanti agli occhi. Con le mani in tasca fasciato in quell’Armani fumo di Londra e la marlboro piegata tra le labbra che infilava un cinquanta nel taschino di un security chiedendo distante ed ispirato mi può indicare dov’è locato il tavolo numero 4? Che il Bianchetto sostiene che si precipitò addirittura il direttore ad accompagnarlo.
    Tutte e quattro le versioni concordano che si sedette alla desta del croupè sistemando giocoliere le fishes e le sigarette mentre ordinava un Lagavoline. Doppio. Fece poi passare un giro osservando competente gli altri giocatori ed al successivo fate il vostro gioco posò tre fishes sul nero ventidue. Quelle da mille euro cadauna per intenderci. In due versioni si sostiene che il croupiè prima di lanciare la pallina lo radiografò e stupì dell’indifferenza e della classe. Quando la sfera destina iniziò a girare il Certini e Bianchetto erano appoggiati ad una slot con visuale ottimale che il Certini. Anche se adesso non lo dice. Non ci credeva che.
    Il Danny era solo ed instillato perché al tavolo della roulette non voleva gente dietro mentre il Gattai senza perder d’occhio gli eventi si stava scaldando al Black Jack con poca fortuna. Ma il dott era un diesel. Lo dicevano tutti.
    Furono momenti interminabili che si stamparono nell’espressioni dei compari. Danny invece in quel momento era da un’altra parte. Con ogni probabilità nel nirvana dei giocatori a cerimoniar quei due secondi che per qualcuno voglion dire una vita. O forse catapultato in quel cono d’intensità che si sintetizzava tra semi numeri combinazioni e impossibili possibilità. Di sicuro però era lì quando la pallina si fermò incasellata nella ghiera della roulette. E vide ben bene dove si era fermata. Dove aveva deciso di dare una spallata alle norme e alle regole. Che sberleffo stava dispensando alla vita ordinaria ed ai suoi patetici numeri.
    Proprio sul ventidue. Proprio lì.
    108.000 euro si ritrovò appoggiati di fianco al balon svuotato e al mezzo pacchetto di Marlboro.
    Centoooottomila.
    Conosco gente per bene che c’ha impiegato due generazioni per metter su una cifra così.

    E secondo voi cosa fece a questo punto Danny? Tirò su il malloppo e se ne andò? Si mise a saltare dalla felicità? Fece stappare lo champagne migliore? Si mise a messaggiare la vincita a tutti?
    Niente di tutto questo. Lanciò una fishes nera al croupiè che annuì e con freddezza calcolata radunò gli amici che complimentavano mentre si viveva quel momento di trance che riassumeva il compendio del giocatore. Tirò via ottomila euro per le spese e smazzò in quattro parti la vincita pronunciando una di quelle frasi che ti fanno entrare direttamente nella leggenda senza neanche passar dal via.
    Prego ragazzi servitevi e divertitevi.
    E si divertirono eccome. Si sguinzagliarono per le sale del casinò a dispensare fishes sfidando con ardore la dea bendata che però quel giorno il suo obolo l’aveva pagato e quindi poi fu picche per tutti. Così al mattino non solo avevano perso tutto ma Danny e il Gattai ci misero sopra altri tremila. Quasi con soddisfazione verrebbe da dire. Senza contare poi i mille a testa che spesero nel selezionare dal catalogo de luxe dell’agenzia di modelle più cool della città le quattro ragazze che omaggiarono il loro riposo in laguna.
    Perché come sentenziò un Certini particolarmente ispirato lungo la strada del ritorno mentre il Gattai confidava un po’ arrossito le acrobazie della signorina avendo però da dir la sua sull’obolo.
    Quando si va in trasferta non ci si deve far mancar niente!

    Carlino! Racconta un po’ ai pivelli qua del video poker perché ti chiamano tutti Bianchetto! Al Certini piaceva sfottere quei cupi giocatori imbambolati da quelle macchinette che lui e pure il Danny disprezzavano. Per loro il gioco era movimento e fantasia. Una sfida alle regole e alla logica. Cervello ed imprevedibilità. Esperienza e un po’ di culo. E non capivano quei quattro bischeri che dilapidavano i salari a spingere bottoni lampeggianti.
    Non erano giocatori veri per loro.
    Lascia perdere che oramai la sanno tutti. Replicò il Bianchetto falso modesto.
    Ma se lui si crede di star lì a far la star infierendo su quei poveri spingibottoni per sviare gli indizi allora ve la racconto io.

    Tutto iniziò quando il Danny si mise a teorizzare un’uscita di classe al casinò di Montecarlo. Con un puntiglio di dettagli e cifre che impressionò tutti. Secondo i suoi calcoli per un week end senza rischiare figuracce tra tavoli verdi e vizietti vari ci volevano un 70mila a testa. Se poi si vinceva era un’altra storia. Per lui non c’erano problemi a rimediare il baget ed il Certini. Se riusciva a far passare sotto il naso della moglie quel monolocale che aveva appena ereditato dalla ricca zia fiorentina era coperto. Il problema rimaneva Carlino che era impiegato nell’azienda dello zio e c’aveva il salario che era quel che era e diversi debitucci in giro ma senza strafare. Un bell’ostacolo. Anche se aveva già deciso che se non ce la faceva una mano gliela avrebbe data lui. In trasferta senza il Carlino no davvero. Concluse in privato il Danny che. A modo suo. C’aveva un cuori grande così.
    Si scervellò il mitico Carlino in quei giorni. Dalla razionalità alla fantasia provò e riprovò ma non trovava la soluzione. Poi quando ricevette l’acconto che aveva chiesto allo zio che c’ho la macchina da riparare gli si accese la lampadina. In fondo cosa ci voleva pensò. Bastava con un po’ di bianchetto cancellare dall’assegno quella quasi offensiva cifra di 7cento euro e cambiarla con un bel 70mila. Che tra l’altro pensò convinto che per un uomo con uno scopo come il suo eran più che meritati.
    E lo fece. Spalmò il bianchetto e con la penna dello stesso colore scrisse la cifra e si presentò in banca tranquillo per riscuotere l’assegno. Il cassiere quando lesse l’importo alzò gli occhi e su un gioco di luce scoprì chiaramente la correzione chiamando immediatamente il direttore mentre il Carlino un po’ in fragrante protestava con un lei comunque me lo cambi. Poi casomai passa mio zio. Gli andò di lusso che un impiegato che lo conosceva lo chiamò e arrivò appena in tempo che il direttore stava già telefonando ai carabinieri. E tutta la faccenda fu archiviata con una pedata nel culo e un quanto sarai coglione eh?
    Che il Ghianda gli voleva bene a suo nipote. Anche se lui giocatore non lo era ma puttaniere sì.
    Per i night della zona ci aveva lasciato orgogliosamente due agriturismi e non so quanti ettari di castagno.
    Per la cronaca. Quella trasferta purtroppo rimase solo una chimera ma da quel giorno il Carlino cambiò pelle e nome e diventò per tutti Bianchetto.

    Giammarco scusami ma oggi dobbiamo parlare seriamente. Eccoci. Era passato un altro mese. Infatti il Danny aveva notato che da tempo la Mariella. Precisa come un ciclo mestruale. Gli attaccava il bottone che più odiava. Questa volta però aveva tirato fuori la salute del padre e quando iniziava da lì bisognava portar pazienza. Giammarco hai quarant’anni. Lo capisci? Non sei più un ragazzino. Quando comprenderai che la vita non è solo gioco e divertimento? Quando inizierai ad assumerti delle responsabilità?
    Piccola Mariella. Aveva ragione e in fondo la capiva se era delusa dal suo comportamento. Vedeva la vita come un gioco. Era proprio così. Era più forte di lui. Aveva preferito e deciso di usare la fortuna di esser ricco per divertirsi e godersela con gli amici. Era vero. A differenza di tanti ricchi di sua conoscenza che nell’arroganza e nella saccenza propiziavano l’agio sociale e sul peso del loro conto corrente la giustificazione per porcate di inutile ingordigia e guardando senza mai fissar codardi gli sguardi di nessuno.
    E a lui quel genere di gente lì stava proprio pesa.
    Perché ci son mille modi per esser ricchi ma solo uno per esser signori.
    Si ripeteva insospettabile e samurai quando li sentiva parlare sempre a voce troppo alta.
    Più di uno l’aveva persino criticato ad una noiosa cena dei Lions che suo padre pover’uomo ci teneva tanto per l’amicizia “con quel morto di fame” del Carlino. Pensa un po’ che classe e che finezza. Raccontò poi sprezzante ad un Certini che si aggiunse intonato al coro di infamie perché guai a toccargli il Bianchetto.
    Però sulla storia della responsabilità la Mariella si sbagliava dai. Concludeva tra sé. Andare a vedere il Gattai servito di mano con un tris di re gli era sembrata invece una bella responsabilità presa giusta tre ore prima. Anche se aveva capito da subito che bluffava. Ma non era questo il momento di dirle certe cose. Anzi. Le prese tra le mani quel dolce viso candido impreziosito da un trucco leggero e dopo un bel bacio le sussurrò. Amore hai ragione. Ma le cose stanno per cambiare te lo prometto. Intanto ho una sorpresa per te. Andiamo a fare un bel viaggio. Ti porto in America. La Mariella lo acquerellò di paesaggio con moglie sognante e si mise a piangere dolcemente petali di rose mentre sospirava un bel ti amo a colori.

    E che cavolo ci vai a fare in America? La porti a vedere l’orso Yoghi? Lo canzonavano al bar gli amici e le comparse che il Danny lo ammiravano come ad un divo. Girandosi con il prosecchino a mezz’asta fissò tutti con quell’occhiata canaglia che gl’intimi conoscevano bene e li stupì ancora una volta con un branco di bifolchi. Mai sentito parlare di Las Vegas?
    E fu proprio dopo una settimana passata ad aspettarlo tra i casinò di Las Vegas che la dolce Mariella dissanguò le ultime speranze di vedere il suo Giammarco cambiato e maritato e si immolò rassegnata definitivamente senza giocarsela. Guadagnando però del calendario una posizione di tutto rispetto con tanto di nominativo in rosso. A viver nell’ombra della leggenda del grande Danny Ocean.

  • 22 agosto 2012 alle ore 12:48
    Barman

    Come comincia: Gli aperitivisti dal gomito infiammato affermavano unisoni che il Marcellino era l’unico barman che sapeva miscelare un Negroni con i terzi esatti e dargli il tocco giusto d’angostura e star fino con l’arancia che lì sbagliavan sempre tutti. E poi era stato lui che aveva raccontato unico la storia di com’era nato. Che il mitico conte Negroni. Figura leggendaria in quel di Firenze di ritorno da un viaggio di piacere negli States. Iniziò ad ordinare il classico e già famoso Americano con la variante gin al posto del selz. Si tramanda che il barman del Giocosa -il Bar di Firenze- un giorno lo avvicinò rispettoso e gli domandò Dottore. Tutti mi stanno ordinando l’aperitivo come quello del Conte. Avrei pensato onorandola di chiamarlo con il suo nome. Se a lei non disturba chiaramente. Il Conte annuì impeccabilmente vestito e da quel giorno e via e via.
    Era pure eccelso nell’Americano stesso che teneva giusto un po’ più alto di Campari che tanto piaceva alle ragazze dal sorriso e la scollatura generosa e non faceva mai il furbo con il selz.
    Che certi bar senza lode te lo riempiono di soda e poco più e ti tiran via 5 euro. Se poi ordinavi un cocktail Martini extra dry andava di competenza e gesti giusti e minimali. Tre gocce di vermouth per insaporire il ghiaccio e via di strainer tutto con cura. Dodici cl di gin rigorosamente Tanquirai e chiamalo pure aperitivo pensava tra sé. Una botta di burbero distillato prima di andare a tavola non era esattamente la cosa più adatta. Che poi lo sa perché si chiama Martini? Domandava all’avvocato che il sabato passava per il rituale dell’aperitivo concedendosi una mezz’ora da (in)esperto di cocktail. Non c’entra niente la Martini azienda. Anche se hanno avuto un bel culo con questa storia. Si chiama così dal nome del barman che lo creò. Un messicano di nome Martinez. Infatti se vede la composizione è praticamente tutto gin ed i codici di miscelazione parlano di vermouth. Non Martini. Concludeva strizzando l’occhio e la scorza di limone per il tocco finale. Quante ne saprà il Marcellino eh! domandava l’avvocato celebrandolo in giro tra i presenti.
    Era proprio vero. Ci sapeva fare il nostro Marcellino. Non perché nel suo lavoro vedesse qualcosa di un po’ mistico e trascendentale che aveva notato esibito da certi colleghi di chiara fama durante gli stage della Bacardi no. E neanche perché la gente paga ed è giusto darglielo. Lui quando aveva le bottiglie in mano sapeva sempre “quando era il momento giusto”. Confidava ai pochi intimi tra bevute competenti senza mai tirarsela. Appena stringeva quei vetri tra le dita entrava come in sintonia con i loro contenuti. Le loro storie di distillo fermento e stagionatura.
    E ne diventava complice e messo.
    Perché il Marcellino se voleva adesso era a New York. Sosteneva qualcuno. Ma era nel bar di famiglia che era cresciuto e in qualche maniera si sentiva barman solo lì. Nella vecchia pedana che avevano calpestato il babbo e la mamma per anni. Aveva rifatto il trucco al bar con un gusto sobrio e quel crema mai stizzito da certi tocchi di pastello rosa che all’inizio sembrò così poi invece a star seduto scoprivi che rilassava. Rinnovò i tavoli di un faggio essenziale e misurato meritandosi una postazione american bar da far invidia ai migliori di Firenze. Le foto in macro seppia che celebravano uno dei mestieri più antichi del mondo con su ritagli di lavoro appese nelle prospettive giuste. Ma la Faemina da due gruppi che l’espresso suo era tra i migliori e la pedana giusto scartata e trattata rimasero al loro posto. Si devono riconoscere i segni del tempo e sapergli dare onore e riconoscenza. Si ricordava tra sé quando tirava giù qualche tot di grappa barricata e rivedeva suo padre che gli insegnava a fare i cappuccini e gira questa manopola qui che attiva il vapore e stai attento a farlo roteare bene. Che il latte non deve bollire ma mussare. Ricordatelo. La differenza è tutta lì.

    Il giovedì era chiusura per turno ed era il giorno che il Marcellino si toglieva la maschera lontano
    da tutti e si spostava in città per gli acquisti. Ad impreziosir la sua cambusa di etichette di vermouth Carpano e cognac Remy Martin e tequila Sauza Reposade. Per la quale aveva un debole che persino il suo fegato iniziava a detestare. Quattro set di scotch scelti a modo e due di barbon più classici. Che il Jack è sempre il Jack e si vende bene. Anche se lui lo trovava troppo ruvido e scomposto. E intimamente pensava che quel barbon lì più probabilmente doveva la sua fortuna a gente come Belushi e Keith Richard. E molta meno a cantinieri esperti enfatizzati dagli spot. A sostener degustazioni a largo raggio con venditori che nel Marcellino riconoscevano il cavallo di razza e che omaggiavano di costosi assaggi attenti alle sue considerazioni e critiche.
    A ricomporre le batterie di bicchieri. Dieci Old Fashioned e due da sei di Tumbler medi.
    Che i ragazzi al bar ne rompevano uno scatolone a settimana. Qualche accessorio per decorare e pagamenti lunghi e ben distesi. Che il Marcellino era cliente cinque stelle e andava accontentato. Poi relax su aperitivi spesi nei bar del Lungarno che visto seduto da lì ti illude immobile. Osservando come ipnotizzato la storia che trasuda discreta da Ponte Vecchio.
    Ad aspettar la bimba.

    Ciaooo amore mio! La voce stridula ed abbondante della Giulia lo riportò sulla terra mentre inseguiva flash back dell’infanzia sparati dalla memoria in ordine sparso con l’airone che svolazzando tra i tavoli seminava sguardi allo sbando. Azz com’è vestita.
    Realizzò ricomponendosi.
    Con quel tovagliolo ceruleo Prada che fasciava un culo biz class. La maglietta last minute dei D&G che esaltava un seno fiero ed eccessivo. Due grattacieli al posto dei tacchi su collant appariscenti e costosi. E poi il viso della Giulia. Occhi verdi di taglio orientale. Naso alla luna e due labbra così. Capelli neri lunghi adescati dal parrucchiere ogni giorno.
    Gli zigomi discretamente perfetti. Sembrava cesellata di bisturi. Sorrise tra sé.
    Poi con la Giulia a desinar nel ristorante rinomato di splendida veduta affacciato. Battute svelte e complicità. E portate e vino buono. E Marcello bevi troppo! E Giulia almeno tu! E allora garçon! una bottiglia di Solaia! Scialacquando un’ordinazione con battuta che lasciò uno sfregio nella sua carta di credito che si risarcì  tre mesi dopo e risate con la Giulia a dissacrar per un momento la vita ordinaria. Poi con la Giulia a perdersi in quel letto d’albergo di camera stretta. Pagando un extra in lenzuola di seta per muoversi in fretta. A cercar in quel corpo e nei suoi morbidi baci un oblio che lo portasse lontano dalla stupida facciata di quella stupida movida che è la vita. Con la sua voce che a volte cambiava ambigua e che lo scivolava in quella lussuria proibita che almeno per una notte anestetizzava le sue paure e le sue debol/incertezze. E con quell’occhiate che si perdevano in sguardi che lo sorpassavano arrivando a sfogliarne il segreto fondo. Dove solo lei sapeva approdare e far crollare le barricate fino a tradurre il suo vero mondo.
    Poi con la sigaretta tra le labbra e le carezze lente della Giulia a ritornare nella bieca sfera degli onnivori controvoglia. Con la Giulia che lo sfiorava al mattino quasi percependo il baratro dove stava camminando fin anche cadendo. Come/meglio di una donna. Perché sarà pure cara. Sarà pure eccessiva. Sarà pure matta. Pensava un po’ confuso ma rilassato lungo le curve del rientro in un carteggio di immagini che protocolla a se stesso le riverenze.
    Ma la Giulia rimaneva il più bel trans di Firenze.

    Ci sei andato? La voce della Debby lo distolse da quel macchiato che stava preparando un po’  distante. Marcello la guardò scocciato. Dove dovevo andare sorellina? Rispose deciso con un sorriso poco convinto e non condiviso. Lo sai bene dove dovevi andare. Aggiunse lei con far di mamma preoccupata. Senti un po’ sorellina. La devi smettere con questa storia. Guardami! Ti sembra che abbia dei problemi? Si. Ribatté d’impulso lei. Anche se per adesso riesci a mascherarli. Ma fino a quando Marcello. Fino a quando? Concluse girando i tacci ed andandosene strisciando via dal bar che li guardava un po’ imbarazzati. Con tre clienti confusi che sfogliavano inutili quotidiani di brioche impacciati e curiosi in mezzo a the liofilizzati.
    Marco glielo ripeteva all’infinito. Guarda che sei tu quella che ci rimette il fegato non lui. Ricordatelo. Che Marco gli voleva bene davvero alla Debby. Che a 23anni lavorava nel sociale con passione e competenza e delle tossicodipendenze ne aveva fatto intreccio di vita. Lascia perdere. È grande. Insisteva lui. Ma quale grande Marco. Ma lo vedi che recita un copione che non potrà durare ancora per molto. Non lo vedi? Singhiozzava stringendosi tra le sue braccia di muratore temprato.
    Lo vedeva eccome Marco quando passava dal bar. Di come scivolava in tutti quei gottini di tutto dispensando indisturbato battute efficaci e commenti calcistici competenti. Ma il Marcellino era quello lì. Lui per primo non ne vedeva un altro anche quando cercava di scrutare l’androne del suo anelito tormentato. Ma si sbagliava. Come tutti. A parte la Debby. Chiaramente.

    Quella notte Marcello si ritrovò prigioniero di un brutto sogno. Eran ragni marcantoni che lo inseguivano nel mezzo di una gigantesca tela che non trovava conclusioni. Con un contorno di visi e refrain di vite passate che parlavano barbaro e deserti e strane pedonali costellazioni. E lui legato ad una grande Croce a inseguire le sue lisergiche allucinazioni che fu un brutto sogno di orchi e fate sgualcite e nani brutti che giudicavano le sue azioni. Quando si svegliò completamente sudato con su un odore sgraziato pianse nel buio della stanza. Pianse sui resti della sua anima terremotata.
    Pianse come uno che aveva capito di essere arrivato all’ultima fermata.

    Stranì in quei giorni Marcello. Se ne accorsero i clienti tutti e se ne preoccupò la Debby. E quando arrivò il giovedì di chiusura partì per la city ma non si presentò a far le solite spese ne a deglutir le degustazioni ed anzi andò di caffè e cioccolata amara. Ed evitò di rispondere alle telefonate incalzanti della Giulia che lo inseguivano vos di sirena mascherate dietro rasoi affilati e  Chanelle n°5 comprato bello mio nella profumeria più cara.
    Camminò per un po’ lungo le strade piene di storia del centro scecherando quel biglietto tra le mani che sua sorella gli aveva allungato tempo prima. Cercando finto/distratto di sbagliare la strada/rima. Arrivato di fronte ad un antico portone consumato dal tempo esitò un attimo e poi suonando al pian terreno entrò guardingo ma a vederlo rilassato. Si ritrovò in una stanza eccessiva dove una decina di sedie messe in cerchio smorzavano lo spazio poco illuminato. Come a dar l’idea di un peccato che non avrà fine perché non è mai iniziato.
    Salutò tutte quelle persone che erano sedute. Alcune un po’ spente.
    Altre più avanti nel gioco che sembravan contente.
    E stupendosi ancor prima di sedersi chiese la parola e riconobbe quello che non aveva mai avuto il coraggio di confessare persino a se stesso.
    Avendo sempre reinserito sbadato quel problema tra gli ultimi della sua lunga lista.
    Disse mi chiamo Marcello. E sono un’alcolista.

  • 21 agosto 2012 alle ore 7:13
    Che ne sarà di noi?

    Come comincia: “ Mi ricordi papà, quando ogni mattina, lo vedevo attraversare Piazza degli Artisti con due valige, per traslocare i suoi libri, nella nuova abitazione; noi tutti si rideva, ben lontani da dargli una mano.” Avevo dimenticato questo quadro, che la voce di mia sorella, al telefono, ricrea. E dire che mi ritrovo a compiere, da qualche giorno, lo stesso rito, con la medesima sacralità, che lui dava al possesso dei libri. Già..ma che ne è stato della sua biblioteca? A ben pensare ho solo una sua Letteratura Italiana, rilegata in pelle, a lettere d’oro. Quale distratta vita ho mai condotto da non chiedermi, almeno una volta e solo ora, a tarda età: -“ I libri di papà, dove sono finiti?”-  Quale frettolosa pulizia, alla sua morte, l’ha scacciato di casa con tutti i suoi libri? Distratti dalle onde della vita, perdiamo i punti cardinali dell’esistere. Eccoli, ora, i miei libri, trasportati a mano, uno per uno, collocati al loro posto nella nuova biblioteca. A guardarli, in questa varietà di toni e di grandezze (non amo geometrie né tonalità di colori) fanno parte di una rappresentazione, la mia vita. Basterebbe soffermarsi sui titoli, le date, le sottolineature, le note, scritte a matite, per comprendere ciò che è stato, ciò che è avvenuto negli anni. Li ho portati qui, in questa nuova dimora, come a sembrare un tappeto su cui riposare; tappeto anziano, polveroso, macchiato dall’uso. Una quotidianità nel nuovo incerto mondo che mi attende e ancora non mi appartiene. Ora che vi guardo, miei cari libri, sento il vostro sguardo di cose che hanno anima. Ed è come se mi chiedeste:-“ Che ne sarà di noi ? ”-

  • 19 agosto 2012 alle ore 9:16
    Savina

    Come comincia:      Una mattina d’estate ligure, quando i raggi del sole possiedono vibrazioni musicali, tanto da accenderti note inusitate nell’animo. Il mare, un azzurro stanco e fermo, lo s’intravvedeva dalle sberciature delle creuse diroccate, oltre gli orti. Il basilico, raso a terra, inaspriva le narici. Passeri, a stormi, facevano retrocedere rari gabbiani, intraprendenti. Era l’anno del congedo dalla scuola. Un esaltarsi di mille desideri trattenuti, per anni, tra i libri. La voglia di essere uomini e non fanciulli. Nel buio di quel magazzino, noi a recuperare remi e scalmi per armare il nostro vascello, una lancia ligure, scolpita nel legno di faggio. Vedo i volti di voi compagni, solcati dai raggi che entrano dalla porta socchiusa. Sorrisi, risa, lazzi, volti a ignorare il tanfo di umido e marcio che regnava tra cumuli di oggetti lasciati lì, per disuso. Nel ricordo, i volti più vivi, più accesi da una luce, che li delimita con cura, sono quelli di due compagni, che la vita ha portato via da tempo. Tremenda e salutare inconsapevolezza del proprio destino. Il mio sguardo è fermo sulla lama di luce che penetra dalla porta. Hai il profilo di un cammeo, inciso, con arte, in una conchiglia di mare. Il rosso crespo dei tuoi capelli, annodati dietro la nuca, scende sulle spalle scoperte. La linearità del tuo corpo snello, veloce, accompagna la verticalità accesa dell’ombra, scura, della porta. Sorridi, trattenendo una timidezza che ti si confà. Una polvere di lentiggini s’intrattiene sul tuo volto. Da dove vieni?  Forse, docili desideri ti hanno creata dal mare.  Note bitonali di un antico dialetto ligure ti donano il suono. Nella vita, sappiamo scegliere, ma anche perdere.                    

  • Come comincia: Come è semplice, più di un sorso d'acqua fresca, cadere giù nei pensieri molli, come fossi inerme e senza idee.
    Scrivere di me è l'unica pillola, solo che per incostanza,  prendo quando capita, quando non posso farne a meno e così rischio di star bene solo a metà. Non ho voglia di congedi fruediani, non mi va una lettura scialbadi un passato che non voglio più scandagliare, rivivrei solo ricordi a colori effetto melange, e non si sopportano allungo in testa pezzi di vetro, o frammenti di alito trapassato, come alberi di arance e limoni pronti da mangiare ma impossibili da afferrare. E'così che mi fanno sentire i ricordi, e non ho fatto altro in questo tempo che ricordare, fino e solo ad addormentarmi.
    I versi di una poesia aiutano a non mostrare mai del tutto noi stessi, o a farlo con grazia,
    e quando la debolezza di alcune sofferenze si doma con la parola scritta,
    è come aver toccato la migliore seta senza poterla indossare. E' tutta un'illusione,
    una scavatrice che fa solo rumore ma non sa scavare,
    una farfalla che respira solo a mezz'aria sopra le cose, dietro le cose, volando tra cieli di carta
    e si accorge atterrando della smagliatura del tempo che non sa più ghermire, e che sta solo perdendo.
    Me lo ha scritto anche il mare che la vita è un'opportunità, accerchiandomi l'anima alla riva, ma io ho ubriacato di vino rosso la mia malinconia e adesso randagia mescolo l'assurdità di un momento scadente ad un pensiero affranto di vanagloria.

  • 18 agosto 2012 alle ore 15:30
    Storia di un funambolo stabile

    Come comincia: Precarietà, fragilità. E’ la vita stessa, incerta, instabile. Non vi è alcuna legge, non vi è alcuna logica. Noi crediamo di camminare su forti e consolidate strade asfaltate, e invece…mille crepe, fratture, placche litosferiche in movimento che aprono vortici, essi ci risucchiano in un nulla perpetuo; la strada sotto i nostri piedi, che pare a noi cosi ampia, forse non è altro che una sottile fune oscillante nell’infinito spazio dell’aria. E’ la vita di Salvo Stabile, ma è la tua vita, la mia, di tutti noi.
    Egli è un giovanotto disilluso,deluso. Ora Salvo è un “uomo senza inconscio”, ma un tempo non era così, un tempo sognava, desiderava, aspirava, viveva. La speranza, l’ottimismo sono svaniti ed egli riesce a guardare alla realtà soltanto con lo sguardo labile della nostalgia, con lo sguardo del viaggiatore prossimo al naufragio. Sognava con quella biro e un foglio di carta bianco, candido, puro eppure così irreale, illusorio. Quel foglio non gli avrebbe mai dato da vivere, ma scrivere lo rendeva libero; riempirlo, colmarlo di parole, di inchiostro, era come un rifugio, le dita s’appoggiavano a quella biro come fosse la tastiera di un pianoforte. Scrivere, una melodia.
    Aveva studiato, s’era dannato, ma in concreto era riuscito a scrivere qualche storiella qui e li, qualche esigua “cosuccia”. Quella biro non gli aveva concesso la vita tanto sognata, e neppure denaro per arrivare a domani. Un bel giorno la realtà gli sferrò un colpo troppo forte, una botta violenta che annullò in lui il sogno, la speranza, i desideri nascosti: la morte del padre.
    Quel giorno fu una svolta, terribile. Salvo aveva sentito il peso del vuoto, del nulla, dietro le mille “pseudo - certezze” che la vita ci offre. Davanti  all’apparente solidità del mondo, Salvo era ora solo, senza alcuna guida o supporto, non aveva didascalie o “istruzioni per l’uso della vita”, ma catapultato nel labirinto, in bilico tra vivere e guardarsi vivere. Quella biro la buttò via, lontano lontano; il foglio di carta ebbe simil sorte.
    Decise di voler conseguire una laurea in Lettere poiché, in cuor suo, aveva sempre quel desiderio, in un misero cassettuccio della sua testa ripose il sogno di diventare scrittore, era sublime alle sue orecchie questa parola, aveva un suono infinito. Tuttavia doveva pur sempre pagarsi gli studi e aiutare la madre; almeno doveva provarci, a vivere. Così tra un impiego e l’altro, tra perpetue vicissitudini, la zia decise di prenderlo con sé.  Nemesi era una donna saggia, aveva vissuto una vita intera nel suo amato circo. Lì, tra i suoi funamboli e giocolieri, era una sorta di dea, una dea della giustizia, ma una “giustizia compensatrice”, distribuiva  gioia al momento opportuno, era una via d’uscita, una possibilità per Salvo, di liberarsi dal suo torpore e dalla sua inerzia.
    Un destino,un futuro che per Salvo era tutt’altro che Stabile, e sempre meno lo sarebbe stato. S’immerse così nel mondo circense, in quei profumi e quegli odori che sembravano estraniarlo dal mondo reale. Non aveva una vita felice, non aveva una vita, forse. L’unica donna che aveva avuto con sé era sua madre, e ora la zia Nemesi ,al suo fianco per indicargli un giusto equilibrio. L’equilibrio. Parola ignota a Salvo, la parola più dolce del mondo ad udirla, l’equilibrio come scopo di vita, come senso della vita stessa, forse meta irraggiungibile. Salvo scelse un’umile compagna di vita, con lei era difficile mantenersi in equilibrio, ma forse più facile che farlo con l’esistenza stessa,precaria e priva di un senso definito. La fune era la sua scelta. La fune non era né una bellissima donna, né un “posto fisso” di lavoro, e non era quella laurea in lettere (mai conseguita), ma era tutto ciò di cui aveva bisogno. Per una volta era a suo agio, era se stesso, era Salvo. Paradossalmente, su quella fune cosi sottile, cosi sul punto di cedere, era in equilibrio, in armonia, più di quanto lo fosse mai stato nella vita, su metri e metri di mattonelle e strade asfaltate. La erra gli era sempre tremata sotto i piedi, come in un eterno terremoto, ma la fune no. Lei lo cullava, lo amava mentre deliziava la gente nei suoi spettacoli, con poche acrobazie e qualche sorriso. Talvolta cadeva, e si rialzava, cadeva, e si rialzava di nuovo. La fune l’aveva capito: era un amore, un amore precario. Come il resto, del resto. Era quello che un tempo era la biro, come il pianoforte per un pianista, la racchetta per un tennista, una semplice fune era la felicità dopo il dolore, era la fuga dal grigio quotidiano, era però un amore precario.

  • 18 agosto 2012 alle ore 12:26
    Tutto questo non è invenzione

    Come comincia: Stare con un narcisista patologico è come stare sulle montagne russe, però il biglietto lo paga il cervello.
    Fiumi di amorose formule magiche sfoggiate dopo pochi giorni, ripetute talmente tante volte da intontire, da portare, malauguratamente, a crederci.
    I narcisi di oggi sono piccoli cesari, con un'immagine di sé grandioso che però non permette loro di vedere di essere composti essenzialmente da mancanze.
    La loro più evidente caratteristica, a detta di molti psicologi e riconosciuta anche da molte vittime, è la totale mancanza di empatia.
    Dal momento in cui state con un narcisista, siete una sua appendice.
    Dimenticate i vostri impegni, i vostri amici, le vostre preferenze.
    Fate quello che vuole lui, anche se vi chiederà di raggiungerlo da un momento all'altro.
    Richieste mai chiare, codici da decifrare.
    Se li lasciate da parte, iniziano quelli che da bambini avremmo chiamato capricci, ma che adesso, a questa età, quando questi individui hanno un vocabolario molto più ampio, ora che sanno più o meno ragionare e fare strategie, si sono evoluti su una cattiva strada, e hanno preso il nome di Bastonate Emotive e vi lasceranno, a lungo andare, senza fiato.
    Loro sanno benissimo quello che fanno quando vi fanno del male, ma è anche vero, fidatevi, che pensano sia giusto.
    Punizioni. Le stesse che si danno ai cani per addestrarli a fare qualcosa.
    Giorni di silenzio totale che seguiranno attimi esaltanti, per i quali non vi sarà data alcuna spiegazione, spingendovi a mettere in dubbio tutte le vostre azioni.
    Le vostre.
    Perché sarà impossibile pensare che lui, la perfezione, quello che vi ama così tanto, possa fare qualcosa di sbagliato.
    Sarà incredibile la facilità con il quale vi reputerete sbagliate, orrende, insensibili spietate senz'anima.
    Vagonate di scuse per cose che non vi sembra di aver fatto ma che, se ci pensate bene, avete fatto eccome.
    In nome dell'amore, dell'infanzia terribile di cui lui vi ha raccontato e che la crocerossina che è in ognuna di noi si è messa in testa di curare.
    La situazione che state irrimediabilmente aggravando.
    Quello che accadrà, è che mentre voi sarete messe alla gogna per qualsiasi cosa, lui avrà mentito almeno la metà delle volte in cui avrà parlato, anche su cose banali.
    Se cercate un benedetto confronto diretto, sarà uno show senza precedenti, con un happy ending in cui voi siete delle visionarie.
    Un rapporto di soggezione, non di coppia. Dove ogni vitalità vi sarà succhiata via dal re, a fondo, fino a quando ne avrete qualcuna. Fino a quando servirete.
    Saprete cosa si prova ad essere una bambolina. Un gioco da veri maschi.

    Per quanto mi riguarda, prima di conoscere la patologia per puro caso, variavo da angoscia colpevole a felicità nel giro di un secondo.
    Poi è stato come essere svegliati non da un bacio, ma da una voce che diceva“mentre dormivi ti è stato fatto questo, questo e questo”. Ho provato a negare, per prendermi la colpa ancora una volta come mi aveva insegnato, ma ho sentito le macerie di un cervello distrutto da mani diverse dalle mie.
    Finché non si trova il coraggio di ripercorrere ogni cosa, di ridare un nome di chiamarla con il nome di Violenza Psicologica, non si comincerà il percorso di rinascita.
    I casi di donne distrutte sono molti di più di quelli che pensavo, e non sempre hanno il coraggio di confrontarsi.
    Sul forum http://narcisismo.forumup.it/ potrete trovare un valido aiuto, una spiegazione ad ogni vostra domanda.
    Mille mani tese di donne fortissime, rese splendenti da orrori simili.

    La cosa è sfiancante. ma lo è molto di più stare zitti.
    Testa Alta.

  • 15 agosto 2012 alle ore 9:28
    Diario di un bisognoso

    Come comincia: Ho bisogno di rivederti, ho bisogno delle tue mani, dei tuoi sguardi appassionati. Ho bisogno dele tue parole e dele tue rassicurazioni; ho bisogno del tuo amore e della tua pazienza, ho bisogno di te.

    Da " I cento raccnti mai pubblicati " a cura di Lucio Sgambati Bottazzi

  • 14 agosto 2012 alle ore 11:04
    Una famiglia solo per l'anagrafe

    Come comincia: Ringraziando prima Dio e poi le mie capacità mi sono "elevato" rispetto al resto della mia famiglia acquistando un ristorante  che ancora oggi gestisco assieme all'unico fratello che ha creduto nelle idee.Da quel momento la mia vita è diventata un inferno,tutti,dico tutti hanno cominciato a pretendere,anche se posso recitare solo il "mea culpa" perchè nella mia bontà volevo aiutare chi stava peggio di me.E invece il mio mettermi a disposizione per risolvere i problemi che si presentavano di volta in volta,ha finito per autorizzare il resto della famiglia a fregarmi,dimenticando tutto un passato fatto di elargizioni continue fino a rubarmi una proprietà che,per il bisogno manifestato da una mia sorella,,abbiamo pensato,io e mio fratello,di intestare,con la testimonianza di nostro padre,a Lei e al marito.E' finita che il caro paparino,che nel frattempo è volato all'inferno,ha negato tutto rimangiandosi tutte le promesse fatte e facendo la più grande vigliaccata che un padre possa fare:mettere i figli gli uni contro gli altri con la scusa che la mia "elevazione" era diventata tanto alta che giustificava il ladrocinio.Ma loro,davanti a Dio e agli uomini,sanno il furto che hanno fatto e sanno anche le maledizioni che,da allora,ogni giorno,gli mando.A voi,cognato e sorella,solo per l'anagrafe,vi chiedo:vi ricordate quante volte mi sono messo a diposizione?vi ricordate quanti soldi vi ho regalato fino a chiamarmi zio Tom?Non vi dico Queste cose per rifacciare,ma solo per farvi sapere che da allora sto tutti i giorni con un'ipotetico bicchiere di vino in mano per brindare con Dio e bere alla Sua salute per il benesse mentale e fisico che Lui mi ha dato.Allo stesso tempo aspetto con ansia tutte le più brutte vostre notizie che possano pervenirmi,per gioire di una giustizia fatta nel tempo.Io non ho niente da rimproverarmi e se c'è qualcuno che ha qualcosa da dire su me o sulla mia famiglia,lo faccia pure.Noi siamo puliti,mentre voi siete sporchi,sporchi dentro.Anzi siete tutti sporchi e se è vero come è vero che esiste una giustizia divina non dovete godere di niente in questa vita ne voi ne i vostri discendenti,questo è l'anatema che io vi lancio.Se avete qualcosa da dire o da farmi sapere,abbiate il coraggio di farlo,io vi aspetto e vi aspetterò fino all'ultimo dei miei giorni.Non meritate altro.Questo è quanto volevo farvi sapere ,per liberarmi di quello che ho dentro. 

  • 11 agosto 2012 alle ore 17:00
    Sono parole

    Come comincia: E' successo che un giorno mentre gioco col bottone della giacca, mi accorgo di non avere carta per i miei pensieri. Per me diviene quasi un peccato non "potermi annotare", con la paura di dimenticare la definizione al mio umore, l'unica maniera possibile per non sentire più quella voce perpetua. Quelle parole inespresse mi fanno diventare rosse le guance, parole che se non scritte, mi allontaneranno. Perchè tanto ormai lo so che le parole per me non sono parole e basta, non mi sono utili alla comunicazione, è come se non fossero mie, è come se loro possedessero la mente, le mani. Le mie parole del cuore nero che non ho, del vento d'oro che non ho, della luna che, come una parolaccia, uso per affascinare il mio linguaggio, un pò troppo spesso. Le vedo passare e andar via così velocemente in fretta, che non posso dire se si tratti di follia, genio o "pucundria". Ci sono giorni che mi sfinisco per non pensare, per la paura di vedermele arrivare, come se tutto il tempo già vissuto poi non avesse senso, perchè in quel battito, mi fanno essere una persona diversa.  Allora per distrarmi gratto lo sporco a fondo, olio di gomito e a imbuto scivolo nella caraffa col ghiaccio, mi sento così frenetica che non riesco ad attendere tutto il programma della lavatrice, e allora leggo dietro le etichette dei detersivi per capire come siamo diventati schiavi del prelavaggio, e mi viene voglia di fare il bucato a mano, faccio il bucato a mano, e sento imprecare il vicino che mi consiglia qualche centrifuga in più, e di andare a quel paese. Sapete, con questo caldo è complicato fare tante cose, fare, strafare, rifare, ma per me stare ferma è pericoloso. E' così che ho iniziato a scivere. Nel silenzio e per noia, per ammazzare il tempo, il problema e che poi c'ho preso un sacco di gusto, una specie di fobia, una sorta di piacere a cui non so negarmi. Credo di averle sposate per un certo tempo ste stramaledette parole, poi l'abbandono fu un mistero, e il dolore provato divenne una liberazione. Ogni tanto ho un reminiscenza, un vago ricordo, ma cerco conforto nella razionalità. Ho smesso di farmi usare o possedere da loro, ho iniziato io a prendere il controllo. Io la voce, io la penna, io, come il fuoco più colorato di uno  spettacolo notturno, il giocoliere col suo numero speciale, il mio occhio in bilico tra sogno e realtà. 

  • 10 agosto 2012 alle ore 7:08
    Gli aquiloni

    Come comincia: Ricordo quella cicatrice sulla tua fronte. Un verme pallido, che veniva giù, perpendicolare alla radice del naso, infrangendo le rughe orizzontali, vere onde, fatte dai tuoi pensieri, mi dicevi. Quando mi tenevi in braccio, padre, ne toccavo la dura consistenza. Mi piaceva quel racconto di te, bambino, che t’eri illuso di far alzare in volo un aquilone, nel corridoio di una vecchia e buia casa di via Assarotti. Ne avvertivo l’epos dell’avventura spietata dei bimbi. L’infrangersi della porta vetrata, nel tuo incauto tentativo. A te ho pensato, da grande, alla tua cicatrice sulla fronte, quando ho incontrato gli aquiloni. Nella mia adolescenza postbellica, a Genova, non ne avevo visti, neanche ai compagni ricchi di via Crocco. Solo da adulto, un autunno di Berlino, in un tramonto di fosche nubi, coriandoli colorati, altissimi, flottanti nel vento, anelavano di oltrepassare un muro invalicabile. Ero a est, una landa povera e spenta che guardava, con meraviglia, le luci sfolgoranti di un mondo libero, aldilà del filo spinato. Sulla deserta piazza Tienanmen, tra lo sguardo amimico delle guardie rosse, in una notte di pece, lanterne di favole antiche, portate da un vento di libertà, volavano alte, in un silenzio duro a sentirsi. Ai bordi delle favelas di Baìa, ragazzi nudi, dalle carni crostose, avevano piedi scalzi, tra lame di vetri di una discarica; davano strappi rabbiosi ad aquiloni ruggenti nel vento dell’oceano. Sento ancora le loro grida, nella lotta impari. Ne acquistai uno, da un cinese, anni fa, su di una spiaggia del nostro litorale. Andava montato e fatto volare. E’ rimasto nella vecchia casa, al trasloco. E’ mai consentito, a un vecchio della mia età, di far volare un aquilone, senza suscitar scalpore? Non credo.      

  • 09 agosto 2012 alle ore 16:21
    Il gatto, il cane e la volpe

    Come comincia: C’era una volta un gatto di nome Micio che ogni giorno, in estate, se ne stava sdraiato sotto l’ombra di un verde melograno, e, in inverno e se non pioveva, sotto l’ombra di un prosperoso e rigoglioso arancio. Micio si alzava da quel posto soltanto quando il padrone gli metteva il cibo nella sua ciotola. Mangiava, si leccava i baffi, si lavava con la sua lingua il pelo e poi ritornava sempre là, sotto l’albero a godersi la vita. Spesso i suoi padroni lo lasciavano senza assistenza per diversi giorni e Micio, terminato il cibo che gli avevano lasciato nella ciotola, da animale domestico si trasformava per la fame in animale selvatico andando a caccia di topi, di lucertole, di uccelli, soprattutto di merli che planavano sul verde prato alla ricerca di qualche briciola di pane o di qualche lombrico o di qualche altro verme. Dopo varie volte, ormai nel giardino non esistevano più né topi né lucertole né merli né vermi. Micio aveva sterminato ogni essere vivente alla sua portata. Per sfamarsi Micio, ora, era costretto a scavalcare la recinzione e andare a mangiare di nascosto nella scodella del cane del giardino accanto, dove trovava sempre del cibo appetitoso e non i soliti croccantini di casa sua. Fido si chiamava il cane che mal sopportava questo fatto per due motivi, primo, perché non voleva che nel suo piatto ci immergesse il muso un altro e, secondo, perché quello era il suo cibo senza il quale sarebbe rimasto giustamente affamato. Come si sa, tra cane e gatto non c’è mai stato buon sangue e, da che mondo e mondo, raramente si è visto un gatto fare amicizia con un cane e viceversa. Fido, poi, invidiava Micio anche per la vita che costui faceva, anche se lui conduceva una vita simile, una vita da cani per intenderci. Purtroppo, siamo portati sempre a vedere la gobba degli altri ma mai quella nostra perché questa sta sulla schiena la cui visione ci è ovviamente impedita. Fido, perciò, quando vedeva Micio in prossimità della recinzione che separava i due giardini, gli abbaiava all’improvviso e a squarciagola, e Micio per lo spavento fuggiva come una saetta. Fido aveva il pelo di un colore bizzarro, indefinito, sfuggente e per questo i suoi padroni dicevano che quel pelo aveva il colore di un cane che fugge. Ironia della sorte, quando Micio scappava da Fido il suo pelo, in quell’occasione, prendeva il colore del gatto che fugge. In tal caso sia Fido che Micio avevano rispettivamente il colore del cane che fugge e il colore del gatto che fugge.
    Quel cane brutto e cattivo era diventato un tormento per Micio che oltrepassando la siepe del confine era costretto a scappare arrampicandosi, aiutato dai suoi artigli retrattili, lungo il robusto e grosso tronco di una grande quercia secolare. Ciò per sua fortuna era impedito al cane che non aveva gli stessi artigli.
    - Se ti acchiappo, farai una brutta fine. Non devi venire mai più -, gridava Fido guardando Micio dal basso verso l’alto, ovviamente nella lingua dei cani che risultava incomprensibile al gatto che, invece, parlava la lingua dei gatti.
    E lassù Micio rimaneva appollaiato fino a quando Fido per la noia causata dalla lunga attesa desisteva e andava via a riposare nel suo giaciglio.
     Questa storia si presentava ogni volta che i padroni andavano via per molto tempo, e Micio era costretto dalla fame a rubare il cibo di Fido, e Fido era costretto ad inseguire, a ragione, Micio per non rimanere affamato. Diciamolo chiaramente però. A Micio piaceva il cibo di Fido perché era più appetitoso e ricco di sapori e il fatto che rimaneva senza cibo era una scusa per giustificare il suo tentativo di latrocinio.
     Le situazioni, tuttavia, non durano in eterno e dire che ciò avvenga per fortuna o per sfortuna è relativo. Un bel giorno i padroni di Fido, infatti, fecero abbattere la quercia su cui Micio si rifugiava, perché essendo maestosa sovrastava pericolosamente la casa. Inconsapevolmente, però, avevano creato un sicuro problema per Micio a cui veniva a mancare in tal modo un rifugio, diventato per così dire perfetto, perché era a due passi dalla cuccia di Fido. Senza la quercia ora gli sarebbe stato impossibile fuggire. Il percorso per ripararsi nel proprio giardino era lungo e sicuramente non ce l’avrebbe fatta. Fido l’avrebbe afferrato con le sue lunghe fauci e l’avrebbe sbranato.
    - Meglio morire di fame che sbranato da un cane oltretutto antipatico e cattivo -, pensava Micio.
    E allora che fare? Micio non trovava nessuna soluzione a questo problema. Aveva perso ogni speranza, povero gatto, ma come si sa la speranza è l’ultima a morire. Anche se sperare vuol dire sottrarre tempo alla vita. Un bel giorno, infatti, da quelle parti passò la volpe Genìa che fece subito amicizia con Micio perché era nemica acerrima di Fido o almeno questo riferì a Micio.
    - Piacere di conoscerti, mi chiamo Genìa -, disse la volpe a Micio.
    - Piacere! Sono lieto di conoscerti. Come mai da queste parti? - Chiese compiaciuto il gatto.
    - Ero di passaggio nel giardino accanto e un brutto cane, molto cattivo e anche antipatico, mi ha rincorso per sbranarmi. Per fortuna che sono più veloce e più agile. Con un salto ho riparato in questo giardino, dove per fortuna ci sei tu, caro amico -, descrisse minuziosamente Genìa, la quale non era stata sincera con Micio perché non aveva detto tutta la verità. In effetti, lei era andata apposta in quel giardino perché voleva rubare un pollo dal pollaio per soddisfare il proprio appetito. Ovviamente Fido era un ottimo custode e svolgeva bene il suo lavoro altrimenti che ci stava a fare? In  caso contrario, i padroni gli avrebbero detto: - Fido, mangi pane a tradimento. Se continui così ti portiamo in un canile!
    - Fido anche a me sta antipatico. Mi abbaia sempre e mi rincorre tutte le volte che metto una zampa nel suo giardino per mangiare qualcosa dalla sua scodella quando ho fame. Dapprima, presso la sua cuccia, c’era una quercia su cui potevo rifugiarmi, ma adesso l’hanno tagliata. E questo per me è diventato un problema serio -, confidò Micio alla volpe.
    Analizzando il problema sollevato da Micio, Genìa pensò che, mandando Micio nel giardino accanto per distrarre Fido, si poteva accaparrare di qualche tenero pollo per sfamarsi.
    Escogitò, allora, una mossa strategica.
    Procurò a Micio una bella maschera di cagna di razza bastarda e gliela fece infilare.
    - Con questa maschera sembri una vera cagna, molto bella e fascinosa, che farà impazzire tutti i cani che ti vedranno. Se la indossi puoi tranquillamente andare nel giardino di Fido che al massimo potrà gongolare per farti la corte –, disse Genìa a Micio adulandolo.
    - Genìa, sei sicura che Fido non mi farà niente? Sei sicura che non si accorgerà che indosso una maschera? – Chiese preoccupato Micio.
    - Non lo noterà neppure, sii sicura che ti corteggerà perché assomigli ad una vera cagna! Se non ci credi guardati allo specchio -, confermò ipocritamente Genìa.
    - In tal caso non potrò andare lo stesso a mangiare -, affermò Micio.
    - Potrai fare tutto ciò che vuoi. Credimi! Importante che ti mostri tranquilla. Vai dunque -, precisò l’abile Genìa.
    Micio, fidandosi ciecamente di Genìa e spinto dalla fame, attraversò con un salto il recinto e mentre si recava lentamente e in silenzio strisciando sul tappeto erboso verso la scodella del cane, gli si presentò Fido che in un primo momento incominciò a scodinzolare per la gioia di vedere dopo molto tempo una bellissima cagna. Non si limitò a guardarla solo in viso ma, osservandole  attentamente anche il pelo del corpo, si accorse che quello non poteva essere il pelo di una cagna. Assomigliava al pelo di un gatto, piuttosto. Non poteva però dire che era il pelo di Micio in quanto l’aveva visto sempre fuggire. Un atroce dubbio lo avvinse. Insospettito, allora, Fido disse alla falsa cagna: - Che bella cagna che sei. Fammi sentire la tua voce che sarà bella altrettanto. Abbaia dunque.
    Micio incominciò a tremare e maledisse il momento in cui aveva incontrato la volpe. La sua mamma l’aveva avvertito, quando ancora era piccolo, di non fidarsi mai delle volpi. Sono furbe ed egoiste e ti mettono nei guai quando meno te l’aspetti. Lui, invece, c’era cascato come quando cade un fico secco dall’albero. Come si sa, gli avvertimenti dei genitori non vengono mai ascoltati e ottemperati dai figli.  Micio non aveva la forza di parlare né tanto meno quella di miagolare. Aveva solo la voglia istintiva di scappare. Ma non poteva farlo. Se l’avesse fatto sarebbe caduto tra le fauci di Fido. Allora era meglio tentare? Povero Micio, in quel momento per la fifa sicuramente gli venne lo stimolo di fare la pipì o quello dell’atto grande, ma non poteva chiedere di appartarsi, ovviamente.
    Fido, ringhiando malamente e allargando le zampe anteriori, irritato e infastidito gridò: – Bella cagna, fammi sentire se la tua voce è bella come il tuo viso.
    Micio, allora, costretto dagli eventi ci provò e la sua bocca invece di dire “bauuuuu” esclamò “mauuuuu”.
    Un attimo dopo il corpo esanime di Micio era tra le fauci di Fido e nessuno, in seguito, potette dire di aver visto un gatto che aveva il colore del pelo di un gatto che fugge.
    Genìa, nel frattempo, scappava incolume e soddisfatta, tenendo anch’essa tra sue fauci il corpo privo di vita di un tenero pollastro.

  • 09 agosto 2012 alle ore 10:38
    I borghesi del 2000

    Come comincia: Per definizione un salto nel buio è appunto un salto senza la ben nota rete circense di protezione, è qualcosa che non porta con sé né garanzie né certezze. E nel momento in cui il motore di codesto salto è una spinta morale, etica o comunque proveniente direttamente dal proprio cuore poco conta la riuscita o il fallimento dello stesso in quanto la purezza della spinta garantisce la salvezza del soggetto. Ad oggi va molto di moda il cosiddetto “salto nel buio col trucco” ossia con rete di protezione, invisibile ai più e purtroppo anche a questi stessi intrepidi azzardatori dell’ignoto. Voler approdare verso lidi della mente e del corpo ma con delle garanzie e certezze: i confini, un territorio circoscritto, essere sempre tra “amici”. Bene questi signori sono i borghesi del 2000. Gente brava per amor del cielo, brave persone come spesso si dice e si sente dire e come del resto effettivamente sono. Come quando si va a quelle serate, feste, sagre di campagna politicizzate in cui trovi la bandiera della Palestina o la bancarella di Emergency, il messaggio è: “non ti preoccupare, questa sera puoi stare tranquillo fratello sei tra noi, la pensiamo tutti ugualmente, non devi temere idee fuori dal comune o personaggi fastidiosi, goditi il tuo sabato sera e se ogni tanto hai dei sussulti interni butta l’occhio in giro e la bandiera della Palestina dovrebbe farti riaddormentare. Nessuno ti racconterà che 2+2=5. Nessuno oserà dar fuoco alle tue tanto amate certezze!” (poi che la bandiera della Palestina sia confusa con quella delle isole Samoa è un particolare del tutto irrilevante). Il salto nel buio con rete di protezione è il movimento del 2000, oramai che da questa parte di mondo tutti possiamo godere delle minime garanzie di cibo, letto, lavoro, cesso privato in camera, ci si può permettere di buttare l’occhio più in la ma mai al di la della siepe e sempre col paracadute attaccato. Fondamentalmente gente che ha studiato, intellettuali; persone inquadrate (forzate?) in un contesto socio-culturale del buono, del bello e del bravo che hanno voglia di tentare, di dimostrare; ma lo stesso tessuto socio culturale, la famiglia e il senso d’individuazione in qualcosa, tengono loro stretto un guinzaglio oppiaceo più o meno lungo. Queste persone hanno un enorme bisogno di certezze, di risposte ma soprattutto di confini e garanzie di appartenenza a questo tessuto. Poi esiste il peggiore dei borghesi del 2000, quello in cui sono riassunte tutte le qualità: salto con paracadute, giudicatore e ipocrita. Questa nuova specie va dal fratello negro (non è un errore di battitura è proprio scritto negro) o indiano, e lo giudica inferiore perché magari mangia con le mani o caga per strada. Giudica e si sente superiore e magari salvatore. Il suo motto è veni vidi vinci! Non ha alcuna spinta interna, le sue motivazioni non nascono dal cuore, non ha idee proprie se non un senso di appartenenza a una cultura, la sua, a una famiglia, la sua, a un gruppo di amici, il suo, eppur professa in giro fratellanza e sostegno. Giudica continuamente e tutto quello che non è tra i suoi confini è merda, in realtà è solo estrema paura dell’incognito e di quanto ciò possa intaccare le piccole e limitate idee della sua comunità. Se annusa pericolo per le sue verità potrebbe esser disposto a vender la madre o tradire l’amico del suo stesso gruppo additandolo con frasi del tipo: “sei tu che hai smesso di pensarla come noi!”. Cambierà marciapiede pur di non affrontare il nemico - l’opposto - e non è chiaro se per pusillanimità o ignoranza. Dunque se ne deduce che il borghese del 2000, che fondamentalmente non uccide non stupra ne ruba le caramelle ai bimbi di strada, appartiene a una scuola religioso-filosofica con dei confini ben chiari, stessi confini che garantiscon lui sonni tranquilli e la certezza che il sole risorgerà puntualmente. I valori che professa sono confusi perché non ha alcuna presa di posizione personale se non appartenenza a un gruppo. Non esistono idee migliori delle altre, più all’avanguardia o più forti, più sane o più pure; esistono solo prese di posizioni, serie oneste coraggiose. Come si fa a capire? Ascoltando il proprio cuore, solo da quello provengono situazioni pure e dolci di Amore comune. Fallimento o riuscita dell’impresa è a quel punto un affare del tutto secondario. Il resto è assurdità.
    Un grande disse: si ripaga male un maestro se si rimane sempre scolari…

  • 08 agosto 2012 alle ore 19:38
    Di rosso e di giallo in acqua trasparente

    Come comincia: Irlanda e scogliere a picco, immagino che un mare grintoso denso di salsedine fino ad impregnare l’aria possa rendere l’idea di come un cuore selvaggio decolli al solo pensiero della danza.
    Di rosso e di giallo sono le vesti, di acqua e di cielo lo sfondo e l’espressione di una strega colorata che espande il suo essere e il mondo di un potere benefico e altruistico. La musica, anzi le note scritte di nero veleggiano in una melodia turbinante che dona movimenti sinuosi a corpi sudati, la liberazione dei sensi che sottoforma di gesti antichi e tribali ritorna. Lo spirito si appropria di ciò che gli spetta, arti e tronco al suo servizio per la libera espressione di se. Non è una magia, è una religione e mentre penso a te non ho ancora finito. Sono in Africa, fletto le gambe più in basso, sempre più in basso, bruciano e ora ho il ventre forte, le braccia tese, ogni muscolo parla dell’anima, ogni sorriso apre il viso. Se i miei capelli si sollevano con il vento e viaggiano urlando  è solo l’inizio. “The village” è il suo nome, questa congrega di rosso e di giallo, questa euforia, questo discorso privo di parole che come uno slogan reclama il suo esserci, sono qui anch’io.
    Ne faccio parte e mi piace, manchi solo tu. Ho il potere di slegare le anime dalle loro manette e  dono gioia, guarisco. Dio è noi, noi siamo Dio perciò deve essere così.
    Se lo spirito è vivace, unico nella sua diversità in ogni essere umano ti amerò per sempre.
    Deciderò se è giusto o sbagliato o forse mai lo farò perché non mi importa, so che un corpo è sano se lo spirito lo vivifica fino all’ultimo centimetro di pelle, ed è proprio di questo che ti voglio parlare. Di Pelle di Luna.
    Era lei che aveva vinto la lotteria e si era comprata un’auto rossa con la quale sfrecciare attraverso le montagne in cerca del puma. Puma non era un animale ma un uomo.
    Il Puma era stato soprannominato così perché rispondeva a monosillabi bassi e con un leggero graffiante ringhio alle domande di chicchessia. Viveva solitario in una baita di legno che si era costruito e adorava starsene seduto sul gradino davanti alla porta ad attendere l’alba. Non che di notte dormisse, come i felini che si rispettino era la caccia il suo scopo principale notturno.
    Comunque, Pelle di Luna aveva comprato il biglietto della lotteria e il giornale lo stesso giorno, il biglietto era finito in fondo alla borsa e il quotidiano davanti ai suoi occhiali. Aveva letto di Puma proprio lì e nella sua espressione persa nel grigio della nebbia di novembre, uno spiraglio di luce aveva disegnato un sorriso sul suo volto. Perciò l’estrazione che avvenne per l’esattezza la vigilia di Natale fu per lei una gioia sconfinata che nulla riuscì a quietare. Acquistò immediatamente l’auto e si mise sulla strada alla ricerca di Puma, ignorando richiami, reclami, dettami, legami.
    Valicò ogni valle e si spinse a gran velocità sulle impervie curve frettolosa di giungere alla meta, lui non sapeva del suo arrivo chissà come avrebbe reagito.
    Puma che stava sistemando le sue prede con grande fierezza si complimentò con se stesso per il gran numero di esse e intuì che si trattava di un presagio.
    Era un uomo terribilmente spirituale dal fisico massiccio ed elevato. Un amore.
    Con un certo nervosismo avvertiva nell’aria quel sentore profumato, quel suono indefinito di foglie e fiori, quello senso di novità, verità, animosità. Nella foresta non trovò il benché minimo conforto, la sua solitudine gli piombò addosso come il più grave dei crolli pietrosi, lo sconquassò tutto, senti cedere se stesso in una bolgia squamosa e soffocante.
    Si gettò a terra, affranto, in un miscuglio di mani che afferrano il petto e un dolore paralizzante.
    Era lei, Pelle di Luna che già era diventata un’attesa ancor prima di manifestarsi. Mancavano pochi chilometri ormai, aveva superato ogni automobilista un po’ lento, sfidato divieti, confini, permessi.
    Si infilò una mano tra i capelli e sospirò tra una marcia e l’altra. Aveva chiuso con i pantaloni, d’ora in poi solo gonne svolazzanti, acerbe e gialle. Pomodori, limoni e bicchieri d’acqua fresca. In un infinito mondo trasparente di luccichii e diamanti vide la baita e mollò l’auto nel primo spiazzo disponibile. Lì tutto era disponibile. Gli alberi, i prati, le farfalle gialle screziate di nero e bianco, i leprotti che jump and jump fra i cespugli palpitanti sorpresi dall’affanno.
    Lei che lanciò le zeppe su un ramo e corse, si, non con l’auto ma con le gambe, i piedi, le braccia, i capelli all’indietro, la maglietta blu appiccicata alla schiena per il sudore e i denti stretti. Lui che improvvisamente si vide nello specchio, bello per la prima volta e non  come se l’immagine di rimando risultasse demoniaca. Sollevò il colletto della camicia e si apprestò ad uscire. Divino segno della provvidenza, il sole sembrò farsi più vicino, gli angeli varcarono questo mondo e posero se stessi, gentili e premurosi  in un andirivieni felice e celestiale. Non ci fu bisogno di nulla: si videro da lontano e seppero.
    Si strinsero l’uno all’altra come se si conoscessero da sempre appoggiando i profili, naso a naso, bocca a bocca, fronte a fronte. Si mossero impercettibilmente scivolando l’una sull’altro, bisognosi  di avvertire le rispettive essenze, miracolosamente soli. Giovinezza, salute, armonia, l’arte dell’istinto. Rimasero avvinghiati sazi e addormentati tra fiori bianchi e piccole api invaghite di nettare, un dipinto su una parete che fa sognare. Poi lei disegnò per lui e scrisse la loro storia mentre lui le medicò le ferite e la nutrì di pace, amore, bellezza. La posizione geografica di questo luogo non so quale sia, non è l’Irlanda ma nemmeno l’Africa, non è qui ne lì. Non è ne magia ne religione, è ancora altro, come il cosmo, i numeri, una cosa che fa parte di un’altra e un’altra ancora, una linea retta che non incontra mai un’altra linea retta, perché l’universo è questo, sorprendente, rivoluzionario, pazzesco. E se io sono te e tu sei me non possiamo evitare di danzare.

  • 07 agosto 2012 alle ore 18:49
    Paolino e suo padre

    Come comincia: Il padre:  Paolino, sei gay?
    Paolino:  Naa, perché, papà?
    Il padre:  Niente di più, solo curiosità!
    Paolino:  Il mio lui lo è però!
    Il padre:  Cosaaaaa!?
    Paolino:  Nulla contro eh!?
    Il padre:  Maledetta curiosità!!!

  • 06 agosto 2012 alle ore 20:08
    Vacanze al mare

    Come comincia: Vacanze al mare

    Eriberto Pototschnigh aveva ereditato dal nonno di origine slovena  l’impronunciabile cognome tanto che la gente, dopo un primo tentativo inequivocabilmente fallito, preferiva rivolgerglisi con il più accessibile nome.
    Era un tipo che amava scendere al mare di mezza mattina. Raggiungeva l’ombrellone che gli era stato assegnato, a testa bassa, con i giornali sottobraccio e uno dei suoi libri di poderosa qualità.
    Se era costretto buttava là un saluto al bagnino e tirava dritto. Mai una volta che si fermasse a parlare del più o del meno, ma non dava l’idea di essere un individuo altezzoso. Più che altro sembrava poco disposto a perdere tempo in ciance di scarso valore.
    Viaggiava verso la sessantina, quanto poco o tanto ci mancasse non saprei dirvi. Di una certa altezza, uomo di indubbia ma non sfregiante stazza, capelli bruni, due folte basette bianche. La chioma, con qualche spruzzata di grigio, approdava alle spalle per recuperare in lunghezza quel che in fronte l’incombente calvizie aveva iniziato a portarsi via.
    Un paio di occhiali Ray-Ban Aviator, marchio storico ma inequivocabilmente datato,  completavano l’effigie usuale.
    Si spogliava di maglietta e pantaloncini e li appendeva alle bacchette dell’ombrellone. Si sedeva sul bordo del lettino guardandosi intorno: una lunga occhiata al mare, ai suoi colori, alle sue movenze, al suo effluvio.
    Le sue mani subito si rivolgevano alla borsa da cui estraeva gli occhiali per la lettura, il pacchetto dei sigari e l’accendino. Si metteva in bocca un toscano, se lo accendeva esalando intorno a sé una nuvola di fumo non sempre apprezzata. A quell’ora, però, le sdraio della prima fila erano ancora spopolate. Lo so poiché mi è capitato di occupare anch’io le sdraio della prima fila, proprio accanto a lui. Una persona gentilissima, buongiorno e buonasera  non me li negava. Ma da un cortese buongiorno, ripetuto enne volte, non si sedimenta una conoscenza.
    A volte, preferiva la poltroncina alla sdraio più comoda per svolgere parte delle sue attività  che il periodo di vacanza dal lavoro non aveva saputo o voluto o potuto interrompere.
    Lo vedevo arrivare fino all’ingresso dei bagni in bicicletta, da solo. Oppure con un somigliante giovinetto sui dieci anni. Non l’ho mai visto in coppia con una donna, escluso quella volta in cui era accompagnato da una donna in età avanzata, probabilmente la madre.
    L’assenza femminile può essere spiegata in molti modi e potrei provare ad enumerarne le ipotetiche possibilità. Ma forse è meglio che lo faccia ognuno da sé, forse non è nemmeno essenziale.
    La vita delle persone ha spesso ritmi non simultanei e quindi perché pensare sempre alle cose peggiori.
    Mi sono trovato a riflettere sul lavoro che Eriberto poteva svolgere. Dall’uso non infrequente del cellulare e dalla presenza di documenti e tabulati nelle sue mani a cui dedicava un tempo cospicuo delle  giornate di mare ho immaginato che non poteva che essere un lavoro di concetto come si usava dire una volta, in un ruolo direttivo o manageriale.
    Anche i libri che leggeva erano enigmatici, perfino quando si esprimevano nel linguaggio di genere come le storie di avventura, i libri storici, le spy story o i noir. Ho buttato un occhio sul librone che stava leggendo: Iain Pears: La quarta verità, Tea 2010. Un libro di oltre 600 pagine, il cui ambientamento storico è quello dell'Inghilterra all'indomani della restaurazione della monarchia Stuart, nel 1664, curata nel dettaglio e valida non solo come sfondo, ma ne è parte integrante.
    Oxford, un luogo e un periodo di grandi fermenti politici, scientifici e religiosi. Un docente del New College viene trovato morto in circostanze misteriose. Una ragazza accusata dell'assassinio e condannata all'impiccagione. Quattro testimoni raccontano la loro "verità": un cattolico veneziano, Marco da Cola; uno studente in medicina, Jack Prestscott; un insegnante, matematico e teologo, John Wallis; uno studioso dell'antichità, Anthony Wood. Ma uno soltanto di loro dice tutta la verità.
    Ho letto differenti giudizi: sarà stata una lettura davvero avvincente?
    Con la tecnica regolarità di chi è avvezzo a contingentare le proprie attività secondo orari prestabiliti e programmati in anticipo, si immergeva in un lungo bagno al mattino dirigendosi al largo con uniformi bracciate. Il pomeriggio invece lo dedicava al figlio, sia nel nuoto che nei giochi di spiaggia come il ping-pong con un volano al posto dell’ordinaria pallina.
    A un certo punto mi sono accorto che i suoi sguardi si facevano prolungati e non erano rivolti al mare. Bensì a una donna, dislocata a qualche metro di distanza e pure lei nella prima fila, di fronte alla cui silhouette non si restava indifferenti. Da quel momento, la sua attenzione veniva rapita dall’entrata in scena di questa donna i cui tempi di spiaggia gli erano assai simili così come il periodo di vacanza: tarda mattina, tardo pomeriggio, l’intero mese. Una donna sola con due figli: un tredicenne già grandicello, moro e attraente come la madre e un altro di un paio di annetti a cui erano  indirizzati gli obblighi prioritari.
    L’immagine era di donna non comune, capelli lunghi, increspati e corvini, che lei si annodava al centro della testa con l’aiuto di un ferma-capelli di colore arancione a forma di fiore. Occhi scuri perennemente occultati da un paio di occhialoni di tartaruga, un viso affascinante, un corpo che, nonostante la recente seconda gravidanza, conservava una grazia che lei sapeva rivestire con costumi appropriati e di gusto. Gli occhi diritti sempre davanti a sé. Un portamento impeccabile, una perfetta abbronzatura.
    Aveva sempre dei copricostume leggeri, vaporosi e colorati ma mai vistosi, che indossava lasciando scoperto a turno uno degli omeri. Perfino le lievi imperfezioni  si trasformavano in giovamenti ulteriori, in arricchita  charme:  un neo fra naso e bocca, un nasino convesso alla Debra Winger, i lombi un po’, ma solo un po’, opulenti.
    L’ho visto, da quel momento in poi, anticipare l’arrivo in spiaggia non dovesse mai perdersi l’entrata in scena della splendida femmina a cui io pure non disdegnavo di rivolgere una sbirciata. 
    Mi accorgevo che le occhiate di Eriberto verso la bella signora erano ormai ininterrotte e gli era gravoso non renderle ancora più evidenti. Provava a ritornare con il pensiero, con gli occhi, con l’attenzione ai propri doveri in arretrato ma lo sguardo dai fogli dove si era abbassato tornava ad alzarsi e a girarsi nella di lei direzione.
    L’ho visto prendersi la testa fra le mani e rimanere lì, finalmente distolto, a pensarci sopra. Mi sono detto che non poteva essere solo quel carisma muliebre ad attrarlo. Doveva esserci qualcosa di più. Probabilmente gli ricordava qualcuno e mi sono quasi convinto che l’attrazione doveva scaturire forse da una somiglianza, da un preciso ricordo, da una fotografia scattata tanti anni prima: la foto di una donna del sud,  mediterranea, spagnoleggiante, quasi tzigana che sorrideva con sguardo intrigante verso la macchina fotografica.
    Non ho colto mai un tentativo di approccio, una qualche forma di avance. Nemmeno un ammicco di cortese saluto. Eppure, era palese il cambio di umore di Eriberto: come se da un passato lontano tornassero a rivivere ombre e luci, gioie e sofferenze di una grande passione degna del vigore della gioventù. Era sorpreso e infastidito, compiaciuto e incupito.
    Ora tornava ad accendersi per qualcuno, forse per nulla, in una stagione dell’esistenza in cui di solito ci si distanziava dalla furia dei sentimenti squassanti, dagli slanci tutto cuore poco cervello portatori sì di felicità al settimo cielo ma anche di sofferenze inaudite. Ora si accingeva a mettersi sulla graticola a fuoco lento per i giorni residui di villeggiatura.
    Tuttavia, l’ultimo giorno del mese ho visto il Signor Eriberto Pototschnigh avvicinarsi a quella donna, tenderle con garbo la mano, e proferire le seguenti parole: «Devo ringraziarla, gentilissima signora, lei non sa quanto la sua presenza mi sia stata di grande compagnia. I miei ossequi».
    Un lieve inchino del capo e già si era voltato per dirigersi a rapidi passi verso l’uscita. Lei non ebbe il tempo di replicare: rimase sbalordita, a bocca socchiusa, muta e assorta. Dopodiché abbassò gli occhi e tornò senza letizia ai propri legami.

  • 04 agosto 2012 alle ore 8:27
    L'albero antropofago

    Come comincia: La Toyota ha dei sussulti che non riesco a prevedere. Mi allaccio le cinture. Fuori la foresta equatoriale si bagna di pioggia calda,fumosa. Il tergicristallo ha un rumore metallico. Le spazzole di gomma, dure di sole, lasciano solchi sul vetro. Il sentiero ha tracce di ruote fangose. Viaggiamo tra due muraglie dai verdi cupi. Mi mancano i nomi di questa flora non abituale. Le mie narici avvertono odori nuovi, incerti da definire. Gran parte delle nostre piante esotiche ornamentali , qua, parassitano gli alberi. Le scorgo, esuberanti, negli incavi dei rami. Tralci di orchidee scendono, a tratti, da tronchi spugnosi d’umidità. Amid, il mio autista e guida, mastica rumorosamente qualcosa . –“ Ho portato l’onorevole Fini e sua moglie, una settimana fa”- Alle mie ovvie domande, curiose, risponde laconicamente, da professionista. –“ Lui ha taciuto per tutto il tragitto, sembrava assorto. La moglie era attenta e interessata. Faceva molte domande. “ - La vettura ora scende la collina. Avverto il suo slittare nel fango. Ha cessato di piovere. Raggi improvvisi cadono dall’alto, tra i rami, e accendono di colori le gocce ancora sospese nell’aria. Viaggiamo fasciati da un arcobaleno. Amid ferma l’auto e mi fa scendere. Mi sorprende il silenzio che ci circonda. Le mie nozioni sul Borneo risalgono ai magici clamori delle foreste di Salgari. –“ Vi stupite del silenzio? Il vostro inquinamento è giunto anche qui…eccone i risultati!”- Taccio, colpevole. Il mio sguardo è catturato da un albero, immenso come una cattedrale. Amid mi fa segno di avvicinarmi e di guardare attentamente la corteccia . –“Vede queste toppe nella corteccia? Fanno parte di un rito animistico di questa popolazione. Gli aborti e i nati morti vengono inclusi in nicchie scavate nello spessore della corteccia, che, col tempo,pensa a cicatrizzare, inglobando il corpicino. “- Provo uno strano sgomento nell’osservare, in questo immenso tronco, un’infinità di porticine, alcune fresche, altre completamente riassorbite dalla corteccia. Quest’ albero antropofago, cosparso di cicatrici,mi incute un riverente timore. Mi sfugge un gemito:-“ Perché, Amid?”- -“A primavera, quest’ albero è tutto un fiore. Le madri vengono a cogliere la vita dei loro figli non nati. “-
    Da un ricordo

  • 03 agosto 2012 alle ore 17:34
    La Beata Veronica da Binasco e Sant'Agostino

    Come comincia: Riflessioni di ritorno a Binasco dopo un viaggio nel Nord Africa sulle orme di S.Agostino
    (Veronica e Agostino)
    Mario Capodicasa curatore di una edizione delle Confessioni  così ci presenta nella prefazione  la figura di Agostino “ La sua grandezza, come teologo, filosofo, mistico, scrittore, psicologo, è data dalla sintesi armoniosa e splendente delle sue doti,.... se rifletti bene e lo segui nelle sue speculazioni e nella sua dialettica ravvisi Aristotele, Atanasio; se ti invade il fiume della sua eloquenza ravvisi Cicerone, Crisostomo; se ti commuove la genuina parola del cuore che è sempre alta poesia ravvisi Pindaro, Virgilio; se riesci a penetrare nel suo cuore lo vedrai simile a  quello di Paolo, generoso come quello di Pietro”.
    Veronica da Binasco, al contrario, una delle tante figlie spirituali del Santo di Tagaste è una povera ed ignorante contadina: quali dunque i punti di contatto, quale il possibile raffronto tra questi due Santi tanto dissimili per origine, cultura e periodi storici?
     Il cammino di fede parte per entrambi da Milano: la Milano romana di Ambrogio per il primo, la Milano ducale di Lodovico il Moro per la seconda; protagonista di spicco Agostino, difensore della fede cristiana a Cartagine, la nuova Roma, missionaria nella Roma dei Papi Veronica; singolare poi il fatto che la Diocesi di Pavia ne conservi le venerate spoglie sottoposte entrambe a varie vicissitudini e peregrinazioni: da Ippona in Sardegna nel Logoduro e da qui  in S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia quelle di S. Agostino e, a pochi chilometri, nella Parrocchiale di Binasco quelle della Beata Veronica dopo la traslazione dal Convento agostiniano di Santa Marta in Milano.
    Generato a nuova vita e abbandonate le giovanili dissolutezze, dopo l’incontro in Milano con Ambrogio ed aver ricevuto  il battesimo, Agostino il novello presbitero e poi vescovo di Ippona, ritornato in patria, all’epoca del  nascente culto cristiano, organizza nel 411 d.C. il primo  dei concilii di Cartagine. Oggi, nell’odierna Tunisia, uno dei luoghi che lo videro indiscusso protagonista, le Terme di Gargilius, sono ridotte a  pochi ruderi e si nota solo qualche sbrecciata colonna a rompere l’ondeggiare di selve di gialli ranuncoli e di solitari papaveri di color scarlatto. Così doveva essere questo  luogo, lontano e a lei sconosciuto, secoli dopo anche ai tempi di Giovannina ma non dissimile, quale immagine, dall’odorante e fiorita campagna di Cicognola dove la fanciulla rendeva con il suo lavoro mena faticosa la vita dei genitori ed attendeva nel silenzio di realizzare il suo sogno: una chiamata misteriosa farsi monaca!
    Così nell’immaginario della mente ora, chiudendo gli occhi, confondendo i luoghi, il passato con il presente e il presente con il passato, e come se vedessimo Agostino passar lieve su quel campo e prendere per mano Nina. Per lei ignorante ma dalla fede genuina accanto alle parole di Cristo “ Ti benedico o Padre Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” non valevano forse per lei, ferma nella fede cattolica, le parole di Agostino per il  manicheo Fausto ? : “ E’ vero che, benché ignorante, poteva benissimo possedere la verità in materia religiosa, …………….”
     Monito anche per noi portati a giudicare il prossimo ed a valutarne i comportamenti in termini di fede e religiosità.
    Se poi, non volessimo cedere all’immaginazione e riaprendo gli occhi cancellassimo questa intima visione, dalla cronaca e  dalla storia sappiamo per certo che da Milano, come già  detto,  punto di partenza della conversione di Agostino, Nina si avvia alla vita religiosa e spirituale, iniziando proprio da un  Convento agostiniano, quello di S. Marta la sua missione di conversa questuante e poi di missionaria per le vie di Milano, Como, Roma.  Nella provincia romana del Nord Africa,allora il colto e dotto Vescovo Agostino, formatosi nelle scuole di retorica di Cartagine e di Roma, riduceva al silenzio e disputava con successo  grazie anche alla  sua arte oratoria ( Aurelius Augustinus poi Doctor Gratiae)  le tesi ed argomentazioni di manichei,  donatisti ed altri scismatici oppositori della fede cattolica, così  Veronica nel nome di Cristo e della verità  parlerà ai ricchi ed ai potenti del suo tempo  siano essi i Duchi di Milano, Lodovico il Moro e Beatrice d’Este  nonché  lo stesso Vicario del suo amato Cristo: Papa Borgia,  richiamando ora in Milano a più onesti comportamenti  la poco morigerata corte ducale  e poi a Roma sede dei Papi, lei, l’analfabeta contadina di Cicognola, con umili e tremanti parole, ma per Divina Provvidenza toccanti e persuasive, indicherà la strada della conversione al poco raccomandabile in termini di virtù e costumi Papa Borgia-Alessandro VI.
     Artefici entrambi della luccicante e sempre rinnovata, da nuovi mattoni e nuovi castoni, casa del Padre, cercheremmo invano di differenziare il loro contributo a questa edificazione: tra gli operai e gli artefici del Regno di Dio non esiste distinzione tra orafi e badilanti!
    Allora in Africa,  il demonio sotto le sembianze di scellerati e debosciati giovani  cartaginesi induceva il giovane Agostino ai piaceri della carne nei lupanari della città e lo conduceva alle frivolezze dei giardini delle Terme di Antonino, ora, sconvolto dalla angelica purezza di Veronica,  il diavolo le si presenta, nel buio di una piccola cella, nel suo più reale e bestiale aspetto e ne lacera, ne percuote, ne trafigge le povere e misere carni.
    Nonostante queste diaboliche torture e tentazioni,  sia per Agostino che per Veronica le porte degli inferi non hanno prevalso; nel sorgere a vita nuova del primo scorgi il segno della misericordia divina nei confronti del singolo peccatore,  nella sofferenza corporale di Veronica, intimamente connessa con il sacrificio della Croce, vi trovi il tributo individuale alla redenzione e alla remissione dei peccati dell’umanità. Quando pecchi e ti smarrisci Agostino ti dice che puoi risorgere, Veronica ti aiuta a risorgere!
     

  • 02 agosto 2012 alle ore 21:11
    Eroe, Ti Canto Cadendo

    Come comincia: Conoscevo un supereroe, una volta. Lo conoscevo bene, forse fin troppo e come tutti i supereroi, a volte c'è bisogno di una loro drastica scomparsa per essere giudicati poi tali.
    Conoscevo un supereroe una volta, non lo sembrava e pareva solo una persona dalla grande pazienza terrena e dal grande spirito di ostinazione contro le cose brutte e del tenero amore umano caldo e gentile.
    Sembrava tutto che un eroe. Ma poi, quando viene a mancare, ecco lì la leggenda dell'eroe nascere da una perdita.
    Ho cercato di assomigliare a quel supereroe, ma forse non lo sarò mai.
    Volevo esser per te la forza quando prima ancora di desiderarlo ero già sconfitta da me stessa. Ti prenderei le mani e le bacerei con le mie lacrime se potessi, ho fallito dove tu eri riuscita e chissà se un giorno riuscirò ad essere come te.
    Ma, benchè i rammarichi, credo possa essere contenta di essere me a differenza del giudizio del mondo.. piccola come una bambina ma in grado di poter sperare ancora in una grandezza quanto la tua.
    Eroe al quale ambisco, hai dato il mantello alla persona meno opportuna, credo. 
    Forse le tue gesta spettano a qualcun'altro che non sia io."