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Autore

Roberto Estavio

in archivio dal 02 ago 2007

28 novembre 1963, Chieri (TO)

mi descrivo così:
Determinato, fedele, curioso e imprevedibile.

11 dicembre 2007

Nina

Intro: Un'amicizia nata grazie ad un gelato. Due donne, tante cose in comune, ma il tempo è tiranno. Un racconto malinconico e anche nostalgico che scalda il cuore e ci ricorda che anche dalle piccole cose può nascere del meraviglioso.

Il racconto

Mi sembra ieri quando ci siamo incontrati in Prato della Valle. Eravamo in bicicletta in una domenica qualunque di una giornata qualunque di fine agosto.
Io me ne venivo a far un giro e tu invece godevi di una breve pausa di lavoro.
Avevo accostato il velocipede vicino ad una colonna per mangiarmi un gelato e in quel mentre ci incontrammo.
Mi trovavo davanti a te. La coda era esigua ma davanti a noi c’era un bambino che faceva i capricci e non si decideva a scegliere i gusti per il gelato.
Sbuffavo.
Fu in quel momento che sentii una voce femminile forte sorridere.
«C’è chi di tempo ne ha troppo e chi come noi se lo ritaglia con il contagocce».
Mi voltai e sorrise compiacente.
Avevi colto nel segno ed eri riuscita a stabilire un legame da subito.
«Dai, fatti avanti che adesso ti puoi prendere il gelato».
E così ci mangiammo il gelato. Una pallina, pochi centesimi, ma tanta soddisfazione. A casa mia circolavano pochi soldi ma le regalai il gelato. Il sole ci accompagnava in un piacevole pomeriggio; ci spostammo in centro e dopo aver attraversato il ponticello e sfiorato una statua in marmo che sembrava scrutarci benevola, allungammo il passo per giungere infine in una panchina di gelido marmo.
Il dialogo prese il sopravvento. Mi raccontasti che lavoravi come donna di servizio presso una famiglia altolocata che viveva vicino alla chiesa dei cappuccini, dove c’era quel frate piccolo e umile che confessava molto bene.
I genitori ti erano venuti a mancare in un’età molto precoce e tuo fratello ti aveva allevato e mantenuto sino all’età di sedici anni. Tu già scalpitavi e avevi cominciato a lavorare in un bar e poi presso dei siori.
Familiarizzammo anche perché io ero appena tornata dalla Puglia dove mi ero recata in villeggiatura con una contessa.
La signora viveva a Camposampiero, io stiravo a casa sua e sovente d’estate l’accompagnavo in villeggiatura. L’aiutavo anche, in compenso godevo di qualche giorno libero e mi rilassavo.
Il mare era la sua meta preferita e al mare andavo per prendere il sole e godere dell’aria salubre.
Già allora soffrivo di cervicale ed il medico condotto mi aveva consigliato di recarmi al mare e fare le sabbiature. Purtroppo non potevo e allora ne approfittavo quando lavoravo dalla contessa.
Univo l’utile al dilettevole.
Ci salutammo e la invitai a casa mia a bere del clinton e mangiare qualche fetta di soppressa. I miei lavoravano i campi, avevano diverse vigne e allevavano almeno un paio di maiali per mangiarseli.
La invitai nella cascina dei miei, una casa dalla struttura colonica, immersa nel verde e in una zona della provincia molto umida.
Mi raggiunse una domenica di primo pomeriggio con una bici molto bella che era di suo fratello.
Eri estroversa, esuberante.
Mangiò molto e avidamente. Le presentai mio padre, allora era un cinquantenne determinato che aveva appena comprato altri due campi.
Infine prima di congedarci la invitai al mare per la domenica successiva.
Un sole settembrino energico e malizioso ci lasciava sognare.
Partimmo con una corriera sgangherata, fu un’autentica fuga poiché la vendemmia non era ancora terminata. La corriera soffriva pure lei l’ultimo caldo. Ci sedemmo in fondo per poter chiacchierare liberamente e così arrivammo al mare.
Era una splendida giornata, ci spingemmo sino al bagnasciuga lasciandoci accarezzare dal vento soffice e leggero della mattina.
Mentre i nostri piedi si bagnavano mi raccontavi i tuoi sogni.
Pensavi di sposarti con un artigiano del legno che fabbricava dei bellissimi mobili e invece ti capitò un vedovo cinquantenne che morì dopo cinque anni; dicevi che la fortuna ti avrebbe baciato con almeno un paio di figli e invece eri sterile, pensavi di girare il mondo una volta
ricca e invece vivesti confinata sino a ottantasei anni nella piccola casetta che ti aveva lasciato in usufrutto il vedovo.
Ti hanno dato l’estremo saluto in un pomeriggio caldo e afoso. Mi dicevano che il prete ti ha rivolto l’arrivederci.
Io non me la sono sentita di venire, solo ieri ho raggiunto il cimitero e ti ho salutata con un’accorata preghiera.
Il tempo corre anche per me, a presto, arrivederci Nina, figlia di questo nostro mondo che come dice De André in una sua canzone, vivesti in direzione ostinata e contraria.

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