username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 08 gen 2008

Simone Veltroni

19 febbraio 1962, Firenze - Italia

elementi per pagina
  • 07 gennaio 2012 alle ore 14:20
    La resa

    Devo persistere nell'amarti?
    Il tentativo d'estirpare questa zizzania
    dal mio cuore
    continua nell'arrecare fallimenti
    il vuoto del tempo mai colma i ricordi
    afflitto e furbescamente felice di questo
    ascolto il cielo
    attendendo una voce
    che mi dia il permesso
    a perseverare
    ma la ragione è schiacciante
    non si può
    e mi ritrovo, ogni volta, solo e nudo
    in un deserto che conosco
    e di cui ho l'angoscia
    le rughe dei miei genitori sul mio volto
    i dolori nella mia schiena
    l'amore nel cuore abbandonato
    urlare non serve
    il silenzio è rimbombante
    non c'è via
    non cè scampo
    addio mondo
    io ci ho provato

     
  • 03 maggio 2011 alle ore 7:33
    Oriola

    Quando d‘ali il prillo
    la notte prelude
    ed affiorano sul tuo scusso viso,
    pallido e assente
    gli scuri nei
    a puntare, fra lo zigomo e la gota,
    l’antica beltà che ti sostiene,
    pesante invade
    i sensi miei
    la certezza dei tuoi piani,
    in essi sempre muoio.
    Eppur sò
    che appartieni a un tempo
    di lecita carnalità,
    dov’io soltanto,
    impalpabile spettatore,
    dell’ara di bacco, sono,
    clandestino abitatore.
    E dunque, sola
    mi rincuora
    la dolcissima natura
    che la tralice d’angolo
    del tuo sguardo forma,
    intantochè,
    imprudente frugo,
    le scure zone dei tuoi occhi,
    il cui fondo, invano, seguo.
    Allor disserro le mascelle e,
    fatuo, germoglia
    sul cipiglio un riso
    che d’incalzo sprona
    l’animo mio,
    alla mercè d’un ultima vita,
    alla fantasia delle tue gambe,
    che se, con anche un sol dito tocco,
    mi sorridono.

     
  • 03 maggio 2011 alle ore 7:32
    Via da me

    Cosa vuoi ancor da me
    che gli occhi ho perso
    nel vederti a un altro
    Che mi han legato mani e piedi
    per le funeste seti
    Cosa cerchi più da me
    che neppure il tempo
    Sa ormai di me
    Vuoi forse rosicchiar viva quel che della mia slavata carne
    ancor rimane appesa alle maladorne osse?
    Non è lì che abita il mio seviziato amor
    Famelica persecutrice
    lascia il mio spettro meditar
    di darsi morte
    Che della vita che fu
    Prigioniero
    non riesce ancor
    a liberar
    Di te malato
    Il mio pensiero

     
  • 03 maggio 2011 alle ore 7:31
    Adamo

    Un quatto suono nell'ombre spande caldo il sole,
    Tra le foglie spicchia il barbaglio di un pomo scarlatto,
    Superba si torce del serpe la coda fra l'erbe,
    Librato sull'aree pacate il moscondoro,
    Mentr'io immobile osservo il cielo terso lieve spirare
    e lo sfumare del tempo fra le nuvole rare,
    Mi scorgo a pensare,
    sgrovigliato sul campo,
    all'eterna Natura e il suo mutare,
    Quand'ecco lontano,
    mi sento chiamare...

     
  • 03 maggio 2011 alle ore 7:31
    E se...

    E se morte
    il sol moto indugiasse,
    E di fissità edotta
    per eterno presente
    la coscienza obbligasse,
    Se tal condizion
    impedisse financo 'l volgersi del tempo
    E i pensier della mente,
    l’animo interdetto,
    fermi in tutto
    e in niuna direzion tesi,
    Che mai ci resterebbe di far?

     
  • 03 maggio 2011 alle ore 7:29
    E Vorrei...

    ... e vorrei baciarti
    lì dove mi aspetti,
    muovendosi a tempo,
    all'appuntamento
    tenendoci per mano...

    Poi, giunti a riva,
    la mano sulla nuca,
    la tua mano, sulla mia nuca.

    Allora sento
    tutto il peso della notte
    sulle spalle
    che si contraggono verso
    un sol punto,
    sempre più preciso
    nella nostra mente
    dove l'aroma liberi
    di mielato mosto
    assieme al tuo fiato,
    di disperazioni odorante,
    ch'esali fino a me,
    piegato nel tuo piacere,
    che anche stavolta
    travalica
    la conoscenza del tuo sapere.

    Il mio sudore odora d'orgoglio,
    il tuo sorriso sa di speranza,
    ma,
    io e te,
    siamo attori,
    e ci rivestiamo,
    dei panni smessi sol per l'occasione.

     
  • 26 ottobre 2010
    A Masha, versione arcaica

    Le membra pregi di miselle vesti,
    con maglia rada t'aduni l'osse
    che raggelar ti senti nella catorba notte.
    Eppur calano,
    nel rimenar le vite andate
    o di futur fidarne,
    a cercar fomenta in te.
    Con lampe insonni puntano l'omeri sporti,
    ch'altera porgi a l'uiolar,
    vengon'essi ad ossecrar
    come a un carneo corporale
    il tuo sommo figurare.
    Ma dell'animo gettato sull'ombaco catrame
    nessun può fiatare nè stimar conviene,
    Sol tu,
    che dall'alti tacchi il volo spiccar vorresti
    e l'amati sogni mai realizzar vedesti,
    confessar lamento sai al cuor stremire.
    Ma sei bella,
    ti vai consolar dicendo senza fine
    Quando la Luna muore
    e fidi riveder.

     
  • 26 ottobre 2010
    Povera Mente

    Pallida esistenza
    Rovinosa mente che salta nel vuoto
    Richiudi la mia vita in ventre sano
    Instupidita
    Inerme e callosa mente
    Dormi in consolazione del mio cuor dolente

     
  • 29 febbraio 2008
    Poeti

    E' inutil che gridiate
    o voi poeti
    che nessun v'ascolta
    Soli nei caffè
    gli aneliti affogate
    Le dispute
    fra voi
    non han più eco
    D'esister pensate
    ma v'han serrato
    in chiusi loculi
    A meditar la miseria
    fintantoché
    non v'arrendiate
    all'ipocrisia
    o non v'addormentiate
    alla vita
    nella morte
    della Poesia

     
  • 27 febbraio 2008
    Come la morte

    La violazione cruenta t'ha soggiogato
    Il peso sulle reni impresso il marchio dell'infamia
    Pretendesti l'immunità nell'età imprudente vagando per la resola oscura affianco di un'orgia d'animali insani di lussuria deliranti
    Fra loro il più crudele concupì il possesso della sensualità incelabile nell'ingenua tua figura
    Opponesti un rassegnato resistore che la minaccia di morte era nella sua ruvida stretta nelle sue spietate percosse
    Stillarono sangue gli occhi vitrei in una fissità siderale insieme alle stelle così lontane e la purpurea luna
    L'anima franò nella nuda terra sepolse la sua luce
    I sentimenti nascosero i loro petali in fondo alla gola strozzata
    I sensi seccarono la fresca rugiada sui pori offesi
    Quando il lurido maiale egli stesso sfinito dal suo vomitato letame sbavò il suo ultimo marciume sulla tua candida pelle di pesca odorosa
    rifiorì timido il respiro
    l'ultimo artiglio della belva
    si confisse ancora nella tenera carne
    Avrebbe quel ricettacolo di tutti i putridumi
    ripreso volentieri la tortura maledetta ed efferata
    avrebbe la sua mefistofelica smania continuato potendo per sempre nell'ignobile follia
    Ma l'uomo per sua fortuna non è immortale e la libertà per chi resta in vita possibile
    Mentre il redo ansimava reduce dal delitto commesso ricomponesti lo smembrato essere e sui tuoi passi ritornasti che albeggiava incontro a me che non ero stato lì e non mi do pace nel vederti sfigurata
    Il tuo indicibile dolore sollevare vorrei al cielo
    La colpa della mia stupida assenza pesa come un'universo su di una capocchia di spillo che è la mia coscienza

     
  • 22 febbraio 2008
    Non versuta

    Non versuta mente m'aiutò
    quel dì che,
    senz'opera alcuna,
    il tuo genio avvinsi
    ed incauto accolsi
    i prodi plausi salottieri
    ch'agile menavi,
    fra i denti la lingua
    triviale,
    ad alta voce
    sulle genti d'idoli mai paghe
    che infin di vanità,
    la mente mia,
    s'affogò,
    ad ingrossar le file
    degl'esecrati smargiassi
    ch'allignano sul vento del proprio nome.
    Non versuta mente
    allorché ben credei
    dei tuoi lustri fidar
    che d'effimera trama
    eran avvolti.
    Mai avrei dovuto capitolar
    al lussurioso appello
    del bel corpo conservato
    che per me solo promettevi
    finché il patto
    avessi onorato.
    Mai, ma l'ho fatto e ancor pago
    il mio misfatto.

     
  • 22 febbraio 2008
    Anelito di quiete

    Velette di nebbia com'anime in viaggio fluiscono spedite torno torno al picco, concretando l'arie
    fra gli alberi scuri di pioggia.
    A cercar quiete dalle fonde se ne vanno mentr' io, infimo, scruto invidiando.

     
  • 22 febbraio 2008
    Lontano

    Fresco e tagliente
    il fragante odor
    dei travagliati culmi,
    di lontano l'eco di voci
    e schiocchi di risa bambine,
    da là i suon festosi si levano
    e via rapidi s'inoltrano,
    laggiù... nella notte,
    rasenti i rami,
    lambir le foglie già crespe
    e librar fra le tremule luci
    appese ai magri fili,
    varcare in fuga il breve ponte
    e oltre... ancor oltre le cime boscose,
    le valli aperte
    sinchè l'dubbio m'arrende,
    ma non dispero un dì,
    la ritornanza mia scordar.

     
  • 08 gennaio 2008
    Lina

    Il pianto sferro
    all'immenso dolore
    che il pensier cagiona
    se improvviso invade
    il tuo bel viso la memoria
    a pugnalar violento il petto,
    e sgorga forte,
    in salati fiotti
    e scuote le membra
    e brucia il cuor
    che a lungo stento ritrovar riposo.
    Allor m'avvio all'arida zana
    dove secco e sodo è il terreno fenduto
    e mai nessuno appare che
    nulla attrae di simil luogo,
    avverso e remoto,
    le grintose genti,
    e sol'io la polvere impronto
    di friabili orme.
    Qui vengo a trovar sanità
    dai grevi pensieri
    e le ferite curar
    giù lento calando
    per la buia cuna di siepi e spine protetta,
    dove sempre rampolla novella speranza
    a inondar su
    la secolare zolla.

     
  • 08 gennaio 2008
    Viera

    T'essiccasti al sole nel deserto,
    s'abbattereno su te le dieci piaghe,
    una ad una ma
    non guastarono la perfezione umana dei tuoi occhi,
    non insozzarono la bellezza
    ch'or non più sui fianchi e le gambe scorreva,
    né s'adagiava sul materno seno
    ma s'emanava com'aura
    forse dalle nari del naso
    dall'impeccabile taglio
    o dai sani denti il lucor
    l'imprimeva,
    forse,
    ma certo dagl'occhi insuperati
    la promessa eterna
    di serenità
    e godimento infinito,
    chiara, s'effondeva.
    Rimasi incollato al fico spezzato che furon le tue labbra
    e l'intento neglessi di stornare te
    dall'impietoso veleno bramato
    com'io nella notte,
    fra parcheggi, questure ed ospedali
    il tuo miele agognavo.
    Chi non conobbe di te
    il paradiso dei tuoi occhi
    e l'inferno della tua vita
    penserà ch'io m'infatuai
    ma son aldisopra d'ogni sospetto
    che non m'innamorai giammai di te.
    Nei tuoi occhi riposavo
    nella tua vita mi dannavo
    in pianto, disperata
    abbracciata a me
    ti ritrovavo,
    e come niente può
    imporsi al veleno
    nulla sopraffare sulle preghiere d'angelo
    che stretta ed odorosa
    recitavi al mio orecchio attento
    che mai aveva udito tal grazia
    e così t'amai,
    un sol giorno, come le rose.
    Ma ora cosa fai lì ferma, supina,
    chiusi gli occhi,
    le mani giunte sul ventre sfinito,
    sol il tuo profumo riempie
    quest'angusta stanzetta,
    dove son gli amici, i clienti, gl'infami spacciatori?
    La natura tutto ti aveva donato
    tutto hai ceduto ad un granello di bianco sterco.
    Sol'io son qui che piango e nessuno vede,
    nemmeno tu.

     
  • 08 gennaio 2008
    L'urlo

    Occhi chiari
    Della mia presenza
    guatano il passo
    che lento scivola
    al suo canto,

    refola i di lei capelli
    e tra le vesti insinua,
    a me i sensi, lo Zefiro.

    Concedo al biancor della pelle
    che odora di miele,
    alle tumide labbra di melograno
    il vizzo segreto,
    al vuoto corpo l'abbraccio.

    Dal chè all'universo congiunto
    sazio l'anima ritrassi,
    ansante sospeso confuso
    fra nebbie dipinte
    Del verme,
    l'ineffabile urlo
    eguaglio.

    Inghiotte la notte
    nel fondaco viale
    dei lustrini il riflesso.