username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Federica Garofalo

in archivio dal 26 lug 2011

20 aprile 1986, Salerno - Italia

mi descrivo così:
Sono una specializzanda in Archivistica con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie.
Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", di prossima pubblicazione.

08 ottobre 2013 alle ore 23:30

Il Bambino di pietra

Intro: Cosa ci fa un ubriaco in un cimitero?

Il racconto

In un cimitero c’è molta più gente di notte che di giorno.
Ma questo a Umberto chi glielo poteva dire? Le sue bottiglie di vodka? Forse, dato che lo avevano portato loro lì. Lui non sapeva neanche da quale cancello fosse entrato. O aveva scavalcato il muretto.
Era lì, punto e basta. Tanto valeva cercarsi un posto in cui aspettare la prossima maledetta mattina. Entrò nella prima cappella che gli capitò a tiro, ma ne fu cacciato a cazzotti e pedate. Era già occupata.
Cercò di spremersi almeno un sorso dall’ultima bottiglia. Neanche un goccio. La gettò con un rabbioso ruggito a terra spaccandola in mille pezzi. Subito un gruppetto di ragazzini si precipitò fuori da un’altra cappella correndo e squittendo come topi appena sentono miagolare. A Umberto scappò una risata: tonti, forse pensavano che fossero stati i fantasmi! Andò a vedere: chissà, forse nella fretta avevano lasciato qualcosa da bere, qualsiasi cosa gli facesse compagnia in quelle lunghe ore buie e fredde che gli sembravano già un’eternità. Dentro non trovò che una bottiglia di birra. Serviva solo a riempire la vescica, ma la prese senza pensarci, le si attaccò al collo come al seno di una mamma. Se solo fosse stata vodka o rhum! Ne avrebbe bevuto tanto da cadere in coma!
Ecco, già doveva andare a liberare la vescica da qualche parte. Puntò il primo albero che gli capitò a tiro.
Ma era talmente sbronzo che sbagliò la mira e finì per inzuppare un Gesù Bambino di pietra su una tomba a due passi da lui, una tomba coperta di pupazzi e macchinine; la foto era quella di un bambino di cinque o sei anni.
Se ne stette a guardare come un ebete l’orina densa e puzzolente che rigava il corpicino bianco.
E scoppiò in lacrime.
Qualcosa dentro gli aveva fatto crac. Aveva toccato il fondo. Più schifo di così non poteva fare.
Ma quella non era una fontana, con tanto di secchio? Senza star li a pensarci vi si precipitò, riempì il secchio fino a che l’acqua non strabordò da tutte le parti, riuscì bene o male a sollevarlo e a inondare il Bambino. E non avere neanche un po’ di sapone, per quella puzza! Preso da una specie di furia razziò tutte le tombe là vicino dei fiori più profumati che poté raccattare, staccò tutti i petali, ci strofinò il Bambino e lo risciacquò finché non s’inzuppò anche lui fin dentro le scarpe, si tolse la felpa e anche la maglietta per usarle come spugne, stropicciò il bambino palmo a palmo. Scusami, continuava a ripetere, qui è ancora sporco, qui puzza ancora ma non ti preoccupare ti farò tornare io fresco come una rosa. Ma quanto era bello, alla luce della luna non sembrava nemmeno di pietra. Un bel bimbo paffuto, di quelli da mangiarseli di baci. Se ne stava lì in piedi sulla tombicina con le braccia aperte che saltellava, faceva i capricci, voleva esser preso in braccio. Voleva lui, Umberto, l’ubriaco, il barbone, quello che più schifo di così non poteva fare.
Una bottiglia di chissà che cosa s’infranse contro il Bambino massacrandogli tutto il lavoro.
Umberto scattò su come un gatto cui hanno tirato la coda.
Erano in quattro o cinque, ragazzini, diciotto anni o giù di lì che sembravano cadaveri usciti dalle tombe per quanto erano pallidi, e pure con gli occhi cerchiati di matita nera; neanche a farlo apposta sulle magliette nere risaltavano teschi, scheletri, pugnali. Guardavano lui e il Bambino sogghignando sotto i baffi, maneggiavano qualcosa. Qualcuno tirò fuori di tasca l’accendino.
Un petardo!
No! Il Bambino era tutta la sua vita! Guai a chi glielo toccava!
Qualcuno aveva lasciato lì una vanga, lunga, bella pesante. Umberto la prese a due mani, si lanciò contro il manipolo sputando loro addosso il suo fiato puzzolente di alcool come un drago.
Bastò questo a far cadere loro di dosso la corazza da vampiri e di mano il petardo, se la diedero a gambe senza nemmeno provare ad affrontarlo.
- Andatevene a farvi benedire! - gridò scagliando con le parole anche la vanga.
Un brontolio che voleva essere una risata cominciò a gorgogliargli dai polmoni per trasformarsi in un ribollire impazzito, e non era l’effetto della sbornia, anzi. Crepava dal ridere al pensiero che forse a farsi benedire quei quattro teppisti ci sarebbero andati per davvero, se non altro per togliersi la sua puzza. 
E se ne andasse a farsi benedire pure la bottiglia di birra!
Stava sognando o il Bambino batteva le manine?
- Niente paura pischello. Ora c’è il vecchio Umberto che ti difende.

Commenti
  • Aurora Prestini fantastico, nel senso più profondo del termine, Federica non cessa mai di stupirci!

    13 ottobre 2013 alle ore 21:56


Accedi o registrati per lasciare un commento