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Autore

Federica Garofalo

in archivio dal 26 lug 2011

20 aprile 1986, Salerno - Italia

mi descrivo così:
Sono una specializzanda in Archivistica con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie.
Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", di prossima pubblicazione.

26 luglio 2011 alle ore 22:56

Il fiore di seta

Intro: Napoli, 1663: la Venere Dormiente di Luca Giordano, uno dei giganti della pittura italiana del Seicento, visto con gli occhi della modella, la moglie del pittore. E per lei è molto di più di un quadro..

Il racconto

C’era. Era arrivato.
Questa fu la certezza che Margherita trovò ancor prima di aprire gli occhi, ancora prima di accorgersi delle braccia di Luca che l’avvolgevano.
Esisteva. Era vivo.
La stanza era avviluppata dal buio, appena appena interrotto dal riflesso dello specchio. Il ticchettio della pendola si percepiva fin dallo studio, tanto era il silenzio. Che ore dovevano essere? Le due, forse. Le tre di mattina. Sulla pelle nuda, ancora ubriaca, il contatto delle lenzuola di lino, il respiro caldo di suo marito, la sua persona serrata a lei, la carezza della barba.
Si liberò con cautela dall’abbraccio, facendo attenzione a non svegliarlo. Nel farlo si sentì un po’ in colpa. Gli baciò dolcemente le labbra. Amore mio, torno subito, pensò.
Nello scendere dal letto per cercare la camicia da notte, il suo piede incontrò qualcosa, un piccolo punto soffice. Si chinò a raccoglierlo, con sognante meraviglia. Era il fiore, il fiore di seta.
Doveva esser caduto la sera prima.
Prese il candelabro di peltro dal cassettone, andò verso il braciere.  Il fuoco era già diventato brace, ma sotto la cenere un po’ ce n’era ancora, abbastanza per accendere le tre candele. In punta di piedi uscì dalla stanza, verso lo studio: aveva la necessità assoluta di stare un momento da sola, sola con quella certezza. Ma soprattutto di vedere il quadro, la “Venere Dormiente”, ciò che aveva scatenato tutto.
E pensare che si era messa a ridere una settimana prima, quando Luca le aveva chiesto, con la solita delicatezza, quasi per paura di offenderla, il favore di posare per quel dipinto; e non gliel’aveva mai chiesto prima. L’idea l’aveva divertita molto: posare nuda, come una delle modelle di strada di cui sentiva sempre parlare, che vendevano i loro corpi e i loro volti perché gli artisti ne tirassero fuori la bellezza. Sapeva di essere bella, ma glielo aveva chiesto lo stesso: perché proprio io? La risposta era stata così bella nella sua ovvietà che Luca gliel’aveva dovuta dire in Napoletano: “Pe’ mme ‘a femmena cchiù bbella sì tu”.
“Femmena”. A Firenze avrebbero detto “donna”, ma ora sapeva che era quella la parola più adatta per ciò che Luca aveva voluto dirle; anche in quel momento aveva capito che c’era qualcosa di nuovo. Dai suoi occhi. Non ricordava l’avesse mai guardata così da quando erano sposati. Non era nemmeno lo sguardo che l’aveva affascinata il giorno in cui lo aveva incontrato per la prima volta a quel ballo a Firenze, lei fanciulla di dodici anni appena uscita dal convento, lui don Luca Giordano, il pittore napoletano che aveva esattamente il doppio della sua età, alto, affusolato, delicato, la barbetta alla spagnola, e quel viso da bel tenebroso i cui occhi castani le facevano immaginare chissà quali segreti. Eppure tutti quei castelli in aria si erano sciolti come neve al sole non appena aveva visto oltre la facciata malinconica e inquietante; anzi, era stato lui il primo a romperla quando, durante una quadriglia, contro tutte le regole del galateo, le aveva sussurrato all’orecchio con aria da istrione il suo soprannome, “Luca-fa’-ampresso”. Era scoppiata in una risata irrefrenabile, tanto che sua madre aveva dovuto portarla via prima di un’inevitabile figuraccia.
Chissà cosa avrebbe detto sua madre se avesse saputo della sua certezza. Probabilmente le avrebbe detto: figlia mia non mettere il carro davanti ai buoi, aspetta di esserne sicura prima di dirglielo, tu non sei un medico. Ma, medico o non medico, ella lo sentiva, non capiva nemmeno lei perché, ma sapeva che era vero: aspettava un bimbo. Un bimbo suo e di Luca. Il loro primo figlio.
Entrò nello studio, accese l’altro candelabro sul mobile. La domestica non aveva mosso ancora niente: sul pavimento ancora la coppa rovesciata apposta, la macchia rossa di vino, i drappi di seta e i cuscini su cui aveva posato. L’aria era ancora impregnata del calore del camino che Luca aveva fatto accendere fin dal pomeriggio perché lei non sentisse freddo, languido calore più adatto a un’alcova che allo studio di un artista, e che l’aveva riempita di trepidazione perfino più della prima notte di nozze, nel momento in cui era entrata con indosso solo la vestaglia di pelliccia e l’aveva visto già seduto al cavalletto con le maniche della camicia rimboccate. E ora quel cavalletto era lì, davanti a lei, il quadro praticamente finito. Egli le aveva detto che Venere se l’era riservata per ultima: tutto il resto l’aveva già dipinto prima. E infatti sparsi sul tavolino c’erano ancora i fogli di carta con i disegni a carboncino, il satiro che si affacciava, Cupido bendato pronto a scoccare la freccia, il paesaggio di sfondo con il Sileno ebbro. Dovette serrare le labbra quasi per impedire al cuore di uscirle fuori dalla bocca nel momento in cui si avvicinò per vedere
il dipinto.
Ed eccola, lei, Angela Margherita Dardi Giordano, nuda, mollemente adagiata su drappi e cuscini nell’abbacinante bianchezza delle carni morbide, il volto languidamente assopito che affiorava dal nodo sciolto dei riccioli biondi, in tutta la prorompente bellezza dei suoi sedici anni.
Margherita si sfilò di nuovo la camicia da notte, la lasciò cadere a terra, rimase lì, immobile, nuda davanti al quadro come ad uno specchio. No, quello era più di uno specchio; quella tela erano gli
occhi di Luca, il suo cuore, tutto lui stesso. A lei era concesso qualcosa di unico: vedere i propri lineamenti direttamente nell’anima del suo sposo, trasfigurati da una tela e da un po’ di colore, vedere con gli occhi del corpo quanto lui l’amasse.
Portò il fiore di seta al centro del ventre, mentre sentiva tornare il languore che l’aveva presa quando si era tolta la vestaglia e Luca l’aveva fatta adagiare sui cuscini, venendo a sistemarle i drappi con le sue mani, e il bianco fiore proprio lì, con una carezza che l’aveva stordita. “Ho chiuso la porta dello studio a chiave e ho tirato le tende, nessuno ti vedrà”, l’aveva tranquillizzata con il solito tatto, con quel sorriso che le aveva sempre dato sicurezza.
Solo che lei in quel momento si era accorta di non volere più quel tatto.
Egli l’aveva sempre trattata con rispetto, in ogni cosa: certo, quando si erano sposati lei era ancora una bambina, lui già uomo fatto, pittore per di più, abituato ad avere a che fare con donne di tutti i tipi e che sapeva come trattarle. Glielo avevano detto in tante: beata voi che avete un marito così! E lei stava bene con Luca, così buono, tenero, artista dalla sensibilità finissima, che non perdeva occasione per farla ridere e che sapeva capirla come nessun altro; lui, che l’aveva persino incoraggiata quando aveva voluto studiare musica e che quando si era ammalata aveva
vegliato accanto a lei giorno e notte; lui, che in quattro anni di matrimonio non si era mai approfittato di lei, che non le aveva mai imposto di togliersi la camicia da notte né se l’era mai tolta lui per non turbarla, che, unico in tutta la famiglia, non aveva mai parlato di figli, anzi, l’aveva sentito perfino litigare di brutto con don Antonio suo padre perché voleva attendere il momento in cui lei fosse stata pronta.
Ma quella sera tutto questo non le era bastato più, aveva sentito per Luca qualcosa di totalmente sconosciuto fino allora: la passione, allo stato puro, viva e bruciante come le colate di metallo fuso. Tutto il suo corpo era ribollito mentre gli occhi di lui l’avevano scrutata palmo a palmo per controllare l’effetto, mentre le sue mani le avevano aggiustato la posa, i capelli, le avevano avvolto il braccio nel velluto e drappeggiato il velo tra le gambe. Già allora avrebbe voluto avvinghiarglisi al collo e stringerlo forte, saziarsi e farsi divorare dai suoi baci; l’aveva trattenuta solo il pensiero che ora doveva aiutarlo, Luca doveva finire quel quadro destinato a un signorone di Napoli. La sola idea le fece girare la testa: tutti i pezzi grossi del Viceregno l’avrebbero visto e lo avrebbero invidiato, tutti gli avrebbero detto, beato voi che avete una moglie così bella! E che non ha occhi che per voi, aggiunse Margherita. Sì, quel corpo che gli altri avrebbero potuto solo guardare apparteneva a Luca, non solo la forma ma tutto intero, cuore e anima fin in ogni singolo pensiero, ogni singolo ricordo, ogni singola preghiera.
E mai come quella sera aveva sentito di appartenergli interamente.
Ora lo sapeva, quello sconquasso che le si era scatenato dentro non era stato solo passione: era stato qualcosa di più profondo, dove la sensualità più rovente si era unita alla tenera devozione che per lui aveva sempre avuto, divenendo amore totale, e l’aveva saldata a lui più strettamente della catena con cui il sacerdote aveva unito le loro mani il giorno del matrimonio. Avergli dato la sua nudità da dipingere era stato il dono di sé più sublime che avrebbe potuto immaginare, il dono supremo; ora sentiva di non poter essere più nulla senza di lui.
Ma Luca lo sapeva! Questo pensiero acquistava sempre più forza man mano che Margherita si riempiva gli occhi del quadro. Egli aveva conosciuto tutto, fin dall’inizio! Come avrebbe potuto altrimenti usare un tocco di pennello così lieve, tanto che quella tela sembrava coperta non di colore ma di fiato? Ed ella quel fiato se l’era sentito tutto addosso, per tutto il tempo in cui aveva
posato, insieme con lo sguardo del suo sposo; sguardo d’artista e di uomo insieme, cui non era bastato il suo nudo corpo per una Venere, ma che le aveva spogliato l’anima fino all’ultimo velo e aveva portato alla luce un’altra Margherita. Non una fanciulla che dormiva ma una donna che si offriva. Luca aveva penetrato fino in fondo l’ansia nascosta dietro il languore, nella testa riversa all’indietro come avesse voluto porgere il collo alla sua bocca, nel ventre contratto a protendere il seno florido, palpitante verso di lui, nelle labbra socchiuse ch’ella aveva sentito di momento in momento farsi più calde, gonfie, implorare di essere baciate.
E quel Cupido bendato in alto, poi, la cui freccia doveva ancora essere puntata.
Solo lei avrebbe potuto capire perché.
Tutti avrebbero creduto che ad esser colpito dal dardo fosse il satiro fulminato dalla bellezza della dea; no, era lei, Margherita, la destinataria della freccia d’amore. Non per lo sconosciuto seminascosto dietro una tenda, ma per Luca, che non si vedeva, eppure la tela era piena della sua presenza, si respirava nelle nuvole vaporose, nella luce intensa; forse era l’ombra del tendaggio di velluto, l’ombra che le copriva il volto e le carezzava il seno.
Tutto per quella frase. Allora Luca sapeva già che l’avrebbe detta!
Le aveva permesso fin dall’inizio di tenere gli occhi anche socchiusi, non per forza chiusi. In realtà, e Margherita non lo aveva capito subito, Luca aveva voluto che lo guardasse, che vedesse come la stava facendo sbocciare, come la stava trasformando in donna. Di tanto in tanto, Margherita aveva dovuto chiuderli, sfinita dalla sete di lui; e alla fine gliel’aveva dovuto dire, quando non ce l’aveva fatta proprio più.
Solo due parole: ti amo.
E suo marito aveva risposto, cantando a mezza voce una di quelle villanelle alla napoletana che le piacevano tanto, quella che diceva “Non m‘importa d’essere nato ‘mmiezzo a nu bosco o aggrazziato, aimmé, ch’io moro mirando a te,” facendole sentire ogni parola come in tutto e per tutto rivolta a lei. Del suo amore era sempre stata sicura e ora lo era ancora di più, non era per questo che aveva voluto sentirselo dire; aveva voluto solo sentirsi carezzare almeno dalla sua voce, aspettando il momento in cui, più tardi, le sue carezze le avrebbe sentite per davvero.
Ormai era inevitabile, lo sapeva anche lui, e sapeva anche che sarebbe stata lei stavolta a prendere in mano tutto. A partire dalla dolcezza stillante di desiderio con cui lo aveva strappato al suo pennello al minimo segno di cedimento, incalzata non solo dalla preoccupazione, pur sincera, per i suoi occhi stanchi. Non aveva lasciato a Luca che il tempo di ripulirsi le mani dal colore e lo aveva attirato subito in camera senza nemmeno rimettersi la vestaglia, con il rischio che la domestica la vedesse in quello stato; e gli aveva fatto scontare quella tortura fino in fondo.
Luca non aveva aspettato altro. Le si era riversato nella pelle come un fiume in piena. Le aveva detto tutto, tutto, con tutta la sua straziante dolcezza di artista. Le aveva gridato quanto fosse bella,
in ogni parte che lei offriva avidamente alle sue labbra. Le aveva aperto tutto il suo cuore, le aveva detto tutto il suo strazio a rimanere al cavalletto, a mostrarsi calmo perché la rosa si aprisse, il sudore e il sangue con cui l’aveva dipinta sulla tela e con cui aveva aspettato che fosse lei a cercare il suo abbraccio, da donna fatta. L’aveva implorata di permettergli di svuotarsi anche della vita che gli era rimasta, le apparteneva già; le aveva ripetuto fino a perdere la voce quanto l’amasse, più di quanto lei potesse immaginare. Le si era dato come mai prima, quasi non avesse voluto esister più se non in lei, come avesse voluto trasfondere in lei finanche lo spirito dopo avervi già trasfuso tutta la sua arte.
Egli però non aveva perduto la sua delicatezza, quando, stringendola ancora tra le braccia, dopo un ultimo bacio, le aveva chiesto se stesse bene, se non fosse stato troppo violento, se per lei
fosse stato bello. Margherita aveva esitato a lungo prima di rispondere: quella era stata la sua prima notte di passione vera, ed era stato come morire, morire di lui. Alla fine gli aveva detto la verità: ora che gli aveva dato tutto lo amava più di qualunque cosa, ora, se l’avesse chiesto, gli avrebbe dato anche la vita.
Ma quel fiore di seta bianca continuava a interrogarla. Nel quadro non c’era; eppure aveva ancora vivo sulla pelle il gesto quasi magico con cui suo marito gliel’aveva posto al centro del ventre, proprio lì dove ora sentiva quella nuova vita crescere un po’ di più ad ogni istante.
Come avesse saputo che sarebbe arrivato.
Sì, non poteva non saperlo! Era stato lui a guidarla, fin da quando l’aveva conosciuto, attendendo sempre ch’ella fosse pronta prima di iniziare un altro passo. E la “Venere Dormiente” era stato l’ultimo passo, quello che aveva reso completo il loro amore. Luca l’aveva detto: solo l’amore, e l’amore completo, può dare la vita.
Ricordava ancora quel giorno, quando era entrata nello studio mentre suo marito lavorava ad un’Immacolata per una chiesa di Napoli; era rimasta persa per qualche istante davanti alla bellezza della Vergine uscita dalle mani di lui; le mani lievemente poggiate sul ventre, e soprattutto gli occhi, levati in alto eppure non bianchi come quelle delle sante in estasi, ma pieni di uno sguardo così umano, così carnale che si sarebbe potuto quasi toccare. Egli se n’era accorto, e le aveva svelato il segreto. “Ecco, questo è il momento in cui Dio comincia ad esistere come uomo, e come tutti gli uomini è concepito dall’amore. Maria ha amato l’amore, tanto da riuscire a strapparlo al Cielo e a farlo diventare carne e ossa. Perché credi che tante donne nobili si sposino bambine e non abbiano figli? Perché vivono con i loro mariti come con degli estranei. Un figlio è sempre amore incarnato, e non può esistere se non dall’amore pieno, perfetto.”
Aveva avuto ragione, come sempre, pensò Margherita, grata, carezzando piano il bimbo nel ventre. Era quella la vera opera d’arte che Luca aveva voluto creare per lei; l’aveva amata tanto da
rubare a Dio una scintilla di vita per dipingerla dentro di lei.
L’aveva detto con un fiore di seta; anche per questo lo amava ancora di più.
Nel suo cuore tornò a crescere il desiderio di lui, un desiderio diverso. Svegliarlo, stringerglisi al petto, cercare la protezione delle sue braccia ora che si sentiva così fragile, piccola di fronte al
mistero della vita che nasce.
Tant’era assorta che non sentì i passi di Luca dietro di lei; quando le sue labbra le toccarono la spalla frenò a stento un grido.
“La prossima volta ti dipingerò di schiena,” le mormorò all’orecchio con aria complice mentre avvolgeva anche lei nella vestaglia di cui era rivestito. “Che ne pensi?”
Margherita si voltò a guardarlo, suo marito, l’artista che l’aveva mutata in donna, il padre del suo bambino, e nessuno le parve più bello di lui nella sua limpida fragilità. Gli circondò il collo con le
braccia.
“Potresti anche cambiare soggetto. Lucrezia, magari.”
Le dita di lui le carezzarono il volto. “Perché Lucrezia?”
“Devono sapere tutti che se vorranno avermi dovranno solo prendermi con la forza,” ella disse, e gli si rannicchiò contro il petto ancora caldo. “E non avrei bisogno nemmeno di uccidermi, morirei all’istante”.
Luca rise, indulgente, affondando il volto nei riccioli biondi. “È la tua giovinezza che ti fa parlare così, vita mia. Alla tua età mi veniva da dipingere alla maniera di Caravaggio, o luce o buio. Ma sta’ attenta: la vita non è sempre così chiara. E Tarquinio non ha sempre il volto del lupo. Anzi, quello che vuole non è quasi mai fare violenza: è ingannare, mostrarsi come un amico per poi rivelare il suo vero volto solo quando è troppo tardi.”
“Per me può anche somigliare all’angelo custode!” proruppe lei piantandogli in volto uno sguardo che era l’audacia stessa. “Io amo solo te, e amerò solo te per tutta la vita! Non mi credi?”
“Sì, ti credo,” egli rispose, il suo occhio d’artista subitaneamente rapito dall’espressione di lei. “Sì, ti dipingerò come Lucrezia, con lo stesso sguardo che hai ora. Tu incarni la bellezza sempre, di fronte e di spalle, nell’amore e nella rabbia. E voglio che la tua bellezza rimanga fin quando il mondo esisterà; voglio che chi ti guarderà nelle mie tele tra cento o duecent’anni la veda splendere viva, come in questo momento, e veda il mio amore ad essa incatenato. Vedrà che sulla terra non esistono solo i matrimoni combinati e le vite passate nell’infelicità, ma è esistito anche un uomo che ha amato sua moglie con tutto se stesso, che ha amato il suo corpo di dea e la sua anima di santa. Tanto da strapparli con le sue mani al tempo e alla morte,” s’interruppe per un momento. La baciò. “Anche se continuerò ad amarti anche allora, anche in Paradiso, quando in terra le nostre membra non saranno che una polvere sola.”
Tant’era l’abbandono di quell’istante che Margherita credette di morire. Gli premette la guancia contro il cuore, che sentiva battere forte almeno quanto il suo, sotto la bianca pelle delicata che si
andava rapidamente raffreddando.
“Su, torniamo a letto,” gli mormorò, premurosa, ben conoscendo la propensione di suo marito a prender raffreddori. “Non ti fa bene restare al freddo.”
“Ancora un momento, anima mia, ti prego,” egli rispose scoprendole il candore della nuca, sfiorandola lievemente con le labbra. Ella gli si strinse indosso ancor più, gli restituì il calore che
l’abbraccio di lui le infondeva nel sangue.
All’improvviso glielo chiese: “Perché non hai dipinto anche il fiore?”
Luca sorrise, un sorriso mai visto prima. Prese il fiore di seta dalla mano di Margherita, s’inginocchiò, le baciò il ventre. Bacio di amante e di padre. Lì pose di nuovo il fiore.
“Perché è un segreto tra me e te. E lui.”

Commenti
  • Aurora Prestini Incredibile la mentalità di Napoli nel XVII! Federica la rende attuale e teneramente erotica!

    16 settembre 2011 alle ore 15:15


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