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in archivio dal 19 feb 2019

Francesco Nicola Fabbricatore

15 agosto 1972, Vibo Valentia - Italia
Mi descrivo così: Ironico per necessità, sarcastico per difesa, fesso per scelta di vita.

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  • 02 marzo alle ore 21:07
    Il passo.

    Cerca il passo anche se non lo trovi, impiega del tempo, lavoraci.
    il ritmo, il soffio, il respiro affanoso.
    Cerca il passo sbrigati, perchè non c'è poi così tanto tempo.
    Cerca il passo dove l'avevi lasciato l'ultima volta; così senza accorgertene.
    Cerca il passo tra pozzanghere d'acqua appena caduta da nembi malefici.
    Cerca il passo per dare ritmo ai giorni che ti restano, che siano tanti o pochi non importa.
     Cercalo nella corsa scomposta di un bambino che vuole solo giocare.
    Cerca il passo nel vento che scivola sul crinale di una montagna aspra e nervosa.
    Cerca il passo nella corsa di un treno senza destinazione, nella espressione stupita di chi ha vinto la vita, quando pensava di perderla.
    cercalo nei residui di calore di un anziano che non vuole morire.
    Cercalo nella nebbia e nel sole, nella galaverna che brucia teneri fiorellini, nella brezza che ristora corpi stanchi da feroci orgasmi di vita vissuta.
    Cercalo non smettere di farlo, perchè poi alla fine, quando dovrai pensare a ciò che di buono hai fatto potrai dire; io non sono stato fermo. 

     
  • 02 marzo alle ore 20:48
    Questione di luce.

    È sempre una questione di luce,
    non quella del sole o dei riflessi argentei del mare,
    non quella di un cielo seduto sulle acque,
    nemmeno quella dei tuoi grandi e magnetici occhi neri.
    È luce di essenza profonda, dei tuoi gesti così poco meccanici,
    delle parole scoperte un attimo prima di averle pronunciate,
    delle tue corse senza meta fino a perdere il fiato,
    dei tuoi baci da bambino e delle tue manine sulle mie guance ispide,
    del nostro continuo giocare e dei primi rimproveri che sistematicamente falliscono.
    Ti amo!

     
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  • 01 aprile alle ore 23:34
    L'ufficio postale.

    Come comincia: Una gelida giornata di un inverno appena iniziato, arrivo a casa e subito si prospetta una fila interminabile alle poste: la missione è pagare il tanto vituperato canone rai.
    Fuori la gelida galaverna ha preso il sopravvento sulle piante stanche e fiaccate da una stagione autunnale strana, che alternava giornate finto estive a umidità e pioggie monsoniche mai viste nel catino padano.
    Decido , forse in maniera affrettata che non è il caso di rimettersi in macchina , dopo la strada provinciale affollata; da post giornata di lavoro.
    Coraggiosamente e incoscientemente, a piedi con con passo sicuro da militare in pensione, mi avvio verso l'ufficio postale.
    Dopo un centinaio di metri, percorsi con sicurezza e cercando di non pensare all'ennesimo fatto scolastico che ha visto protagonisti quelle " simpatiche belve " dei miei alunni, le mie difese immunitarie incominciano pericolosamente e inesorabilmente a cedere il passo a starnuti sempre più frequenti e ad un mal di ossa, che in maniera subdola mi dice che forse era meglio coprirsi e ascoltare i consigli di mia moglie; che con la sua solita grazia mi ricorda che non ho più vent'anni.
    L'ufficio postale intanto si materializza all'orizzonte, io ed il mio bravo bollettino postale, targato Agenzia delle Entrate di Torino, ci infiliamo con passo sicuro in questo edificio risorgimentale ed austero, nella speranza di trovare conforto dopo la passeggiata " salutare " nella gelida nebbia padana.
    Da dietro la porta guardo speranzoso all'interno dell'ufficio, per capire se lo stesso, anche durante le ore che precedono la sera, fosse affollato da vecchietti/e speranzose  di incontrare qualcuno/a con cui intavolare un discorso sui destini del mondo, su quanto la gioventù odierna fosse maleducata, volgare e inconsistente; mentre ai tempi loro...
    Stranamente l'ufficio è semivuoto, due avvocati reazionari, animano l'atmosfera, stizziti dal fatto che le loro raccomandate non partono immediatamente ma la mattina successiva: -dipendenti pubblici del cazzo , seduti tutta la giornata a non far niente, l'Italia non può funzionare con questi lavativi- fanno finta di non sapere che il lavativo seduto su quella sedia è da una giornata che combatte, per la " congrua "  cifra di mille e duecento euro al mensili, con persone che vogliono cambiare le loro cinquanta euro a monetine da dieci centesimi, con altre che confondono mittente con destinatario nella compilazione di un modulo, con anziani arrabbiati che dopo minuti e minuti di spiegazione capiscono che la pensione sociale la si prende una volta al mese e non una a settimana- i comunisti, i sindacati, gli extracomunitari è notorio hanno rovinato l'Italia- il tempo scorre, guardo distratto queste scene, metafora di un paese sempre uguale a se stesso; intanto i sintomi influenzali da quarantenne finto giovane mi ricordano che forse è meglio sbrigarsi e tornare a casa .
    Si materializza a pochi metri il dipendente tardo hippie, che con un sorriso sincero mi comunica a suo modo che la meta è vicina, a questo punto dietro di me una vecchietta con occhi verde smeraldo e capigliatura ancora fluente, nascosta sotto un elegante cappellino sollecita la mia attenzione con un buffetto sulla schiena - mi scusi signore - ed io - mi dica - con quel briciolo di gentilezza rimasta- non mi dica che quello che ha in mano è il versamento per il canone della televisione - gli astanti esplodono in una grossa e grassa risata; la mia stanchezza si trasforma in uno sguardo ebete, in silenzio faccio il mio dovere, esco dall'ufficio postale, pensando che stasera qualcuno usufruirà di un film datato e scadente o di un documentario targato Istituto Luce, pagato dal sottoscritto.
    P. S. " La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile".
    Corrado Alvaro.    

     
  • 19 febbraio alle ore 11:50
    Diaspora, melanconia e speranza.

    Come comincia: Lo confesso io amo la mia terra, un amore quasi tragico e struggente, che solo i figli della diaspora possono provare.
    Sono andato via relativamente tardi, avevo da poco compiuto i trent'anni, con nel cuore la speranza di tornare e nel cervello la certezza che quel pensiero era sbagliato.
    Ho imparato con il tempo che il posto che ho scelto per costruire qualcosa di solido e duraturo ha sicuramente i suoi concreti meriti.
    Ho convissuto con quella malinconia che in alcuni momenti ti assorbe l'anima, nel ricordo di un'adolescenza e di una giovinezza vissuta a pieno, nonostante le molteplici manchevolezze di un territorio che passa in un breve lasso di tempo dall'essere padre a padre - padrone.
    Non ho mai odiato queste contrade , ma molte volte mi hanno fatto arrabbiare fino al punto di...
    E' per questo che registro con molta felicità timidi segni di miglioramento.
    Girando, oltre al mare stupendo di questi giorni, ho sentito  accendersi la fiamma mai sopita dell'orgoglio.
    L' orgoglio di chi ti propone il servizio della sua nuova attività, di chi pensa che un lido meglio attrezzato, un piccolo esercizio commerciale dove ti propongono detersivi alla spina, un ristorantino dai prezzi modici che propone la tradizione , un' associazione culturale che organizza serate di poesia, possano essere scintilla di rinascita e di una ritrovata comunità di intenti, che faccia uscire definitivamente questa cittadina da una devastante malattia nichilista che porta all'auto implosione.
    Che il mare cristallino di questi giorni,  divenga simbolo di una battaglia vinta da persone di buona volontà e sia bandiera di una cittadina che non merita gli stupri ripetuti di questi lunghi anni bui.
    Non sempre nella notte tutte le vacche sono nere.