username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Poesie di Francesco Paolo Gambino

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Francesco Paolo Gambino

  • 28 ottobre 2011 alle ore 22:51
    Bubi

          Macchia che si scioglie
    all'incedere della bufera
    adesso, mi ci sento io.
     
       Sconfitta da un'ingombrante
    presenza che mai cesserà,
    a me rimane il dietro le quinte,
    un ruolo profondo che nessuno
    vedrà.

     
       L'Attore non si accorge di me,
        le comparse ochettano tanto
        forte da coprirmi la voce.
       Non importa.
     
         Scrivo e consegno
         parti di me alle ali
         verdi di una farfalla, Speranza,

    cosicché nel suo incedere
    leggero, possa far tuoi anche
    i lati più imprescrutabili
    della mia anima,

       e custodirne il volo imperfetto,
    ma unico e prezioso, per la
    storia che racchiude in sé.

  • 28 ottobre 2011 alle ore 21:19
    Ad filiam

    Ti voglio spettinata, con flemma
    d'argento a suggellare le
    tue parole.

    In equilibrio dovrai stare,
    ma senza libri sopra il capo,
    la tua destrezza verrà fuori
     
    come spire d'incenso a 
    infondere archi di leggiadria.
    Leggi il corpo delle cose,

    non volare senza prima 
    infarcirti i capelli
    di qualche tinta bizzarra.

    Parlami dell'amore come
    ne parlerebbe una discola,
    vai a letto quando hai sonno,

    sorvegliami perché i miei
    incubi al risveglio non possano
    ferirmi.

    E cerca di farmi arrabbiare
    più che possibile,
    altrimenti la mia bocca
    si abituerà a cercarti

    anche quando non mi sarai
    di aiuto.

  • 26 ottobre 2011 alle ore 16:21
    Strane lune

    Strane lune
    etichette sbarazzine,
    invidia di poeti ruvidi,
    di amanti condannati.

    Torce che si aprono
    come ventagli d'oriente,
    rime che ritornano
    a setacciare il fiato.

    Biondi sprazzi
    di una lunga gestazione,
    e che ferite per le anime
    rigate da assenze.

    Sbocceranno nei mesi
    cupi, testimoni della
    solita omissione
    di coraggio e di premure.

  • 19 maggio 2008
    Muoviti e sazia l'attesa

    S’arrampicano le vili comparse nel fuggi-fuggi generale,
    da quando il trovatello è cresciuto,
    sanno di un uomo che ha fame leonina,
    che ha imparato a setacciare gli acquitrini più melmosi
    Stai certo che una morsa non li placherà
    poiché gli verranno addosso
    maledicendo ogni attimo, inasprendo
    di concubini retaggi i loro sensi del dovere

     

    Il cuore è l’albero che più di tutti consola,
    benché dai suoi rami penzolino i più
    fitti egoismi

     

    Oltre le insipienti mura e le stoffe ragguardevoli, il sole  ricama le stesse stagioni di pianti e sorrisi

     

    Ma un solo tulipano nero fiorisce
    all’estrema roccia d’ogni fortificazione,
    e i suoi petali se non assaggeranno il tuo bagliore,
    allora dimoreranno come ferite
    sull’anima che andrà scarnificandosi

     

    Tienilo a mente, che vivere non è mai stata una scienza per edotti, né un aneddoto per annoiate signorie, ma è da sempre una cascata di pagine bianche, un’anfora colma d’irrequietezze

  • 24 gennaio 2008
    Pace

    Non c’è più pace tra questi rilievi di
    ombre e nevrasteniche figure.
    Nemmeno più l’aurora
    ha il sapore di una dolce marea.

     

    Sbattere contro altere sponde
    crucciandosi per edemi mai leniti,
    come un condannato morire
    nella gracilità del non-essere.

     

    La pace sarà annessa
    alla poesia di nuvole non sorte,
    o all’estuoso mareggiare
    di onde inarrivabili.

  • 22 gennaio 2008
    Rimessa

    Tutto qui ritorna.
    Con le solite laconiche manovre.

    Per giorni.
    E dietro e avanti.
    Per settimane e mesi.
    E avanti e dietro.
    Ritorna tutto qui.

    L’ultimo pullman Libero Viaggiare,
    risale ora l’unico greppo d’ingresso.
    Domani alla stessa ora con gli altri
    deve marciare.
    Forse che una vettura può scoprire d’un tratto
    di potersene andare?
    Avere qualcosa da dire
    invece che lo stesso ordine patire?

    Cade un altro copertone smontato.
    Un uomo nebuloso spinge le gambe
    al cancello.
    Lo fa da trent’anni.