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Autore

Francesco Paolo Gambino

in archivio dal 22 gen 2008

27 agosto 1983, Palermo

20 ottobre 2012 alle ore 20:34

Dove va a finire il vento

Il racconto

Gli studi della Zugna-Lo Russo rimasero chiusi per quarantottore.
Motivazione futile dicevano alcuni, assolutamente legittima per altri.
Angelo De Ceglie, il loro più promettente scrittore, era scomparso nel nulla.
Dileguato in qualche regione del Portogallo, viaggio per ritrovare l'ispirazione,
quel non so che d'illimitato.
“Richiamate l'albergo, Baro o Bairro Alto..”
“Abbiamo gia chiamato, ci hanno detto non l'hanno visto”
“Te se propri un pirla!! Fatti dire a che ora ha lasciato la camera..:!!”
“Si-si sarà fatto...”

  Ventesima sigaretta per Giovanni Zugna.
  Appostato come una civetta sul davanzale del balcone, non fa che  intimare
  ordini a destra e a manca.
  “Dì all'Eugenio di farmi pulire la macchina...già che sei ricordargli le Muratti...”
Impensierita più che mai la moglie, Augusta, di solito così solerte con gli amici del
marito.
  “Non sei in pensiero per Angelo, dì?”
  “Certo che lo sono, ma non tengo sempre un musun de cera..beviamo un fernet, va”
Il telefono squillò più e più volte, ma nessuno dei coniugi aveva lì per lì il coraggio di
rispondere.
“E se fosse tua madre? No-no rispondi te...”
“Bel marito che ho...Pronto!! Chi parla??!!..”
  Angelica fu invasa da un groppo in gola; qualcuno dall'altro capo del filo stava
lanciando un SOS, con voce sottilissima e agonizzante.
“Beh? Alura, parla!!”
La moglie, sfiancata in viso, cadde a terra preda di uno svenimento.
Giovanni Zugna non riuscì a sentire il boato che di li a poco avrebbe squassato Praça
Algarve.

 
  Angelo si era portato con sé i tredici volumi di Asimov, più una manciata di saggi
  firmati da Ajtmatov.
C'erano tante cose che aveva lasciato nella sua abitazione milanese;
  la foto del padre, la cartolina da Bangkok con i saluti di Ugo Pagliai, la stampa
  del primo raduno degli Scapigliati.
  Ma non aveva di certo rinunciato al suo portapillole d'oro, alla camicia rosella
  di Ascanio Marchesi, né all'ibrido profumo alla nocepesca, l'ultimo regalo “intimo” di Luciano.  Eh si, il Lucianìn.
Chissà se ha completato il corso per stilista, gli mancava solo un anno; forse a quest'ora è già un pezzo più o meno grosso degli ateliers newyorkesi....

Sveglia, sveglia che si scende.
L'aereo è atterrato in orario, sette in punto, precisione più svizzera che portoghese.
  All'aeroporto di Faro lo assale un cruento profumo di tabacco; Angelo soffriva terribilmente di asma e di nausea da fumo.
Prenotazione in albergo a tre stelle; un decotto alla menta, -era solito farne gran uso- e una dormita di mezz'ora, per ricaricare le pile e far svenire la tensione.
Tensione per poi cosa...ah si, certo, il romanzo.
Era stato chiaro l'editore Zugna, quel lunedì di fine maggio;
“Tocca fare qualcosa di grosso adesso, te la senti?”
Fin lì Angelo aveva scritto soltanto racconti; piacevoli e anche apprezzati dai circuiti culturali di allora.
Forse, proprio per questo, lo scrittore De Ceglie doveva cominciare ad osare.
A far valere la propria scrittura, con qualcosa di finalmente congruo alle aspettative
createsi attorno.
SAFAT;  il titolo lo aveva già partorito, l'asse della storia filava anche bene, con quel complesso giro di identità scambiatesi dai personaggi, lungo un misterioso e lamentoso
cosmo parallelo.
Ma c'era una voce al capitolo 7, la voce di Martim, che Angelo non aveva ancora curato.

Il movimento anarchico della Fazenda Unida, aveva uno e un solo scopo; il terrore.
Scatenarlo non era neanche difficile, il duro era poi darsi continuamente alla fuga.
A ogni membro veniva affibbiato un nomignolo che inevitabilmente finiva per distinguerlo; Alvaro era soprannominato “O Fungo”, per la sua andatura quantomeno selvatica.  Gabriel, era più conosciuto come “O Melro” per come riusciva a imitare
il suono del merlo. La ragazza, Jacinta, era  “A Dançarina”, perché era brava a saltare
i cordoni di guardia della polizia.
Poi c'era il leader, se vogliamo definirlo cosi.
Martim Juan do Casada, trentottenne di un sobborgo di Évora, detto “O Cientista”, “lo scienziato” per le sue continue e miraboliche pulsioni  dinamitarde.

“E' pronta, valla a portare a Jacinta, sbrigati”.
Aveva fabbricato un congegno a tempo che sarebbe dovuto esplodere in Praça Algarve
alle diciotto in punto.
Ora di maggior affluenza turistica, e non solo.
L'ora in cui di solito passa il sindaco della regione con consorte, avvolta da una costosissima mantella di cervo.
Si erano mossi tutti per tempo, a bordo di anonimi scooter.
L'ultimo della fila, O Cientista, sarebbe andato molto più lento degli altri.
Aveva lo scopo di fare il palo ai tre che si sarebbero diligentemente mossi fino alla gelateria Do Prado, e lì la bomba- accuratamente rinchiusa in una scatola per torte- si sarebbe confusa tra crostate e dolciumi vari.

“E' una bomba!! …...devo subito sentire qualcuno...”
Angelo non stava più nella pelle.
Al quarto giorno di permanenza aveva finalmente dato voce a quell'unico personaggio che troppo lo aveva fatto tribolare.
E così il suo romanzo stava realmente conoscendo una seconda rampa di lancio.
Sceso frettolosamente dal Bairro Alto, De Ceglie si diresse verso la prima cabina telefonica, muovendo freneticamente il gettone da 2 centavos.

“Fate in fretta, sono alla cabina del telefono”, aveva detto Martim ai suoi compari, accendendosi in tutta calma  un sigaro Landul.
Angelo era arrivato per primo,  stava già digitando il prefisso per l'Italia, per mettersi in contatto col suo editore e dargli la piacevole notizia che tutto filava liscio.
“Eeei, esci da qui per favore”.
Angelo non aveva prestato attenzione alle parole de O Cientista, che quindi mutò la richiesta in un atto di violenza.
“”Ehhh, ma cosa faa..u.. uuuuhhhhff uuhhff, la prego non mi fumi in faccia...””
Angelo aveva ancora la cornetta in mano, quando improvvisamente gli fu impossibile tenere il fiato per il tanto fumo addensato.
“...marito che ho.. Pronto!! Chi parla??!!..”
Riuscì soltanto a gemere, la nausea e il giramento di testa si erano impossessati di lui.
Non c'era niente da fare, Martim lo scagliò brutalmente sull'asfalto, serrandosi poi dentro la cabina.
Trenta secondi dopo l'esplosione.
L'intensa nube tossica che si era sparsa lo aveva inghiottito senza appello.
Ciao Angelo.

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