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Autore

Francesco Paolo Gambino

in archivio dal 22 gen 2008

27 agosto 1983, Palermo

03 febbraio 2012 alle ore 12:00

L'ansia dei rovi

Il racconto

Le piantagioni di erica l’avevano da sempre esterrefatta.
Non tanto perché lineari, quanto per la loro imprescindibile fierezza.
L’orto era stato rimescolato da poco, per volere dei fascisti pure l’erba doveva
dotarsi di un finto contegno.
Ma le eriche avevano detto no.
Sarebbero state sradicate, un giorno, quando anche Italia avrebbe dovuto posare
le cicche incaute delle sue sigarette.

Alle porte di Barberino sfilarono quel giorno le nuove squadriglie.
Dirimpetto al municipio venne issata la bandiera del Partito Nazionale, coi fregi
dell’anomala libertà.
L’aquila premeva come un tuono sulle teste rasate che acquisivano i voti.
Anche Italia, addossata al lampione a circolo, si sentiva essere meno, meno
di tanta folla che entusiasta bramava il nuovo corso, meno del colonnello Fanio
fatto fuori dalle milizie perché aveva detto, “no, io fiorentini non ne ammazzo”.
Fumò un’altra sigaretta, Italia; poi, pallidamente, si diresse con un nodo in gola verso
casa.

Check era saltato fuori dalle macerie di un fontanino, poco distante dalle abitazioni
miliziane.
Aveva percorso a valle una ventina di chilometri, zampettando amaramente per via
di una brutta ferita.
L'incidenza della strada sterrata lo faceva oltremodo soffrire.
Italia avvertì quei passi mogi e il guaire ansimante.
Si voltò, danzando quasi sul cornicione, e poi produsse un strano verso, come a dire
  “ehi tu, aspettami che scendo.”

  Italia si stava prendendo cura di lui, le giornate passavano radiose e con molto più
  senso; non c'era mattina in cui la ciotola di Check non fosse carica di sorprese.
  Prima delle rondelle all'uva passa, acqua fresca di fonte, poi eleganti
  fichi d'india sminuzzati.
  La sera Check si distendeva lungo sulle gambe della padrona, che non percepiva
più neanche gli spari della piazzetta; parevano fuochi d'artificio, quelle grosse
luci che scuotevano le valli.
Italia beveva del Chianti d'altura, e bisbigliava all'orecchio del cane, una semplice
richiesta; “tu non mi abbandonerai mai, vero?”

  Lucio, detto “Il vicario” era a capo di uno dei primissimi nuclei partigiani.
  Si era stretto al braccio  il simbolo di un tamburo.
  Lui e gli altri “volontari” avevano già occupato le prime, segrete posizioni in viale
  del Lago.
  <<Cosa vi hanno detto quelli di Scandicci?>>, domandò Italia una sera di caffè 
freddi e prugne acidule.
<<Che è ancora troppo presto...un mese ancora o due>> ribatté Lucio avanzando
lentamente sulla branda.
  <<E quello chi è?>> chiese “l'armatore di Fucecchio”.
<<E' il nuovo guardiano e custode, Check>> fece Italia solleticandone il pelo fulvo,
<<non preoccupatevi, lui dorme con me.>>

Avrebbero percorso Corso Bolognese in perfetta sincronia.
La prima Galetti fu quella d'Italia, che arrivò in fondo al vicolo “dei nasturzi”.
Ci viveva lui, un vecchio caricaturista del primo conflitto mondiale.
Si faceva chiamare Ambrogio H., collaborava ancora con una parte della stampa
eversiva, perlopiù distribuiva ritagli ironici al Papiro di Certaldo.
I tre, affiancate le biciclette al muretto in pietrame, bussarono sei volte come da
segnale; alla finestrella si affacciò il volto caduco di Ambrogio, che fece
segno con l'indice di avvicinarsi, cautamente, alla porta inclinata.

    I FASCISTI SI DIMENTICANO DI VOI, SONO SELVAGGI CHE VI
PUGNALERANNO ALLE SPALLE.

IL POPOLO DEVE DIRE NO; NO A CHI VUOL FARSI PADRONE DELLA
PATRIA, NO ALLE CAMICIE NERE, AL COPRIFUOCO DEI CITTADINI.

BARBERINO DEVE DARE L'ESEMPIO; AFFOSSATE LE BANDIERE ,
COMBATTETE I DISTINTIVI CHE VI DICONO COSA FARE.
PRONTI A RIPRENDERVI LE VOSTRE LIBERTA?

I volantini ponevano in calce il marchio ML; Movimento Libero.
Le squadriglie fasciste cominciarono di lì a poco una tragica caccia all'uomo, non
furono risparmiati nemmeno i vicoli più poveri, le scarpate della valle d'Elsa furono
letteralmente invase.
<<Check, bello, vieni qui dai la zampa...>>
Italia aveva deciso di nascondere Lucio nel sottile ripostiglio, almeno fin quando
  le ronde si fossero fatte meno intense.
<<Ehi, Check..porta queste a “Zio”, ok?>>
Uno scatolino con le solite cinque sigarette del tramonto, momento in cui le milizie
  passano per via del Lago.
  <<Signora, siamo noi, ci apra>>.
  Solita constatazione iniziale, “le cose vanno bene per tutti, eh...queste piante via
  chi vi credete...”.
  Check arrivò di corsa da Italia, come sempre a quell'ora.
  La donna si era accorta, tanto tardi, della fascia col tamburo che Check aveva
  morso per chissà quale ragione.

 

<<Lo so che mi vuoi bene...lo so>>, aveva ripetuto Italia, vedendo come gli occhi
di Check si fossero rapidamente inumiditi.
  <<Non vuole mai essere preso per i denti...avrei dovuto dirtelo...>>
Un soldato aveva tolto la sicura al fucile, e sparato due colpi furenti alla nuca
del “vicario”.
Italia era sempre lì, reggeva la sigaretta di tante altre sere, e badava a cercare
l'erica più lunga, per torcerla e strapparla via.
<<Tieni..>>, disse poi a Check che scodinzolava lì vicino, <<non farla mai seccare, 
nascondila in un terreno migliore.>>
Arrivarono tre colpi che spezzarono l'aria.
Italia atterrò docile sopra la conca di pietre e fango.

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