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in archivio dal 01 mag 2018

Francesco Tenucci

27 luglio 1969, Siena - Italia
Segni particolari: Nato a Siena, ove mi son laureato in Scienze Politiche, vivo nella salveggia Maremma, terra di misteri e di leggende a non finire. Amo viaggiare sia per il mondo che nell'animo dei simili e, sopra tutto, nel mio. Dalla fusione di simili impressioni scaturisce il vissuto e da esso ogni mio scritto.
Mi descrivo così: Romanzi editi: “Il Paese delle Nuvole” (Lucio Pugliese Editore).
"Tutti mi dicon Maremma" (Leucotea Edizioni).
"Anselmo dei Boschi" Pilgrimi Edizioni ed ora in uscita con Lettere Animate.
"I Tre Regni" GDS Edizioni.
 
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  • 01 maggio alle ore 10:13
    L'Alba in Mare

    Al bruzzolo Nello uscì a pesca con Cesare.
    Una bassa, spessa fumea aleggiava sui colli, come trasognata, e la spera non dava che scarse notizie di sé, annunciandosi appena con un vago, latente biancore. Lo stesso mare aveva perso il suo colore, divenuto pallido e smorto nel riflettere quella parvenza di luce.
    Senza parlare, seguendo un suggerimento non dato, Cesare liberò il gozzo dagli ormeggi e si apprestarono a dirigere verso il mare aperto per recuperare il pescato. L’aria fresca risultava bagnata e l’intero Creato appariva immerso in un surreale dormiveglia.
    Se, nel silenzio assoluto, un abissale mostro marino fosse emerso e si fosse affacciato dal frangiflutti, nessuno se ne sarebbe stupito poi molto, così come se un uccello dei primordi avesse spiccato il volo da un’ancestrale anfratto per carpire l’enorme preda.
    La Terra sembrava nascere allora.
    Seguendo la costa e dissolvendosi, man mano, le impronte dell’umana civiltà, l’impressione spettacolare ingigantiva, ed il promontorio della cala detta dei Sassi Ombrosi figurava come un immenso dolce conico, la cui base appariva sbocconcellata da un gigantesco roditore anfibio.
    Finalmente, allorché uno sbuffo più leggero si disfece, apparve la fugace visione d’un perfetto cerchio incandescente, presto subissata da un ombroso banco, lento ed impenetrabile, raffigurante un grosso cetaceo.
    Ora il mare appariva statico, una sconfinata tela di raso di velluto, lievemente damascata a disegnare sulla chiglia della barca la trama di una rete dalle maglie larghissime, tessuta, forse, per ammaliare le belle sirene in quell’atmosfera di nemesi in cui la terra pareva essersi protesa sulle acque, riplasmandole a propria immagine.
    In cielo nessun gabbiano, alcun movimento lungo la riva. Nemmeno i pesci parevano esistere più. Cosa ne era stato del Tempo? Esisteva solo lo spazio e pareva infinito, incolmabile, inarrestabile: sembrava avesse carpito la potestà al fratello Tempo, spodestandolo.
    Poi… una bolla in superficie, un’altra ancora, e basta.
    Di nuovo il nulla, la vita inanimata: cosa accadeva?
    I colori si erano fusi tratteggiando un’orrida sfumatura: l’opaco.
    Improvvisamente la tensione crebbe. La lotta, priva di contendenti apparenti, divenne spasmodica e lo sforzo di ribellione parossistico; quindi…, ancora una bolla, seguita da una seconda e poi da altre, molte altre. I pesci sbollavano: la vita animale stava avendo la meglio sulla vegetale, l’equilibrio stava per rimpossessarsi del suo regno. Il tessuto delicato, ma indifferente delle acque, si contorse e si butterò. Cosa poteva aver contagiato e sfigurato quell’antico specchio?
    D’un tratto, quei solchi, quei buchi ciechi mostrarono il loro reale scopo: erano alvei, castoni, ed in ognuno il sole vittorioso depose una una gemma sfavillante. Adesso che l’aggrondata caligine era stata sconfitta e squarciata, tutto il mare sfolgorava di meraviglia. Il grido di vittoria d’un gabbiano, che si librava su una brezza maestralina, rassicurò e convinse i due uomini d’essere desti.
    Ma allora avevano sognato? Altrimenti, cos’era accaduto? Si guardarono stupiti e dubbiosi, e alfine Nello disse: “Meglio così! A me, senti, non m’andava mica di tramutarmi in un’alga!”.
     
     

     
  • 01 maggio alle ore 10:11
    La Chiesa e il Vetusto Poggio

    “Perché, o gabbiani, posate sulla mia groppa?”, domandò la chiesa ai suoi aerei ospiti, ed aggiunse: “Ammirate il bel tramonto?”.
    “Sì, siamo rientrati prima, questo imbrunire, e scrutiamo l’orizzonte, poiché non ci fidiamo delle intenzioni del vento ed aspettiamo di vedere come si comporterà il mare”, risposero assorti.
    “Già. E’ tutto il giorno, infatti, che odo il vostro lamentoso richiamo ed anche gli uomini lo sentono, così che, alzando lo sguardo per cogliervi, capita talora che lo posino anche su di me. Se si preoccupassero delle procelle che li agitano come di quelle che li bagnano, anche voi, uccelli miei, piangereste di meno”, considerò il sacro tempio.
    “Chissà, chissà”, si lamentarono i pennuti. Poi, a uno di loro venne da chiedere: “Ma dimmi, tu che sei santo luogo, come puoi avere una groppa al pari dei resistenti buoi o dei narvali incrostati?”.
    “Perché anch’io trascino un grande peso: il peso del mondo, navigando e conducendolo pel vasto mare del Tempo sotto un cielo tempestoso, ma trapunto della speranza.”
    Tacque la chiesa, tacquero i gabbiani.
    Intanto, una barchetta andava a traina pel golfo, ignara di siffatti accenti.
    “Uhm!”, ringhiò il grande poggio a forma di cinghiale che immergeva il grugno porcino nelle acque dall’altra parte della baia.
    “Cos’hai tu da mugugnare, vecchio sasso?”, lo redarguì il mare.
    “E sei proprio tu a chiedermelo? Tu che da secoli mi rodi le zanne e m’inaridisci le setole?”.
    “Se la salsedine, ch’è il mio equoreo respiro, non ti garba, dovevi sorgere tra le tue sorelle colline. Io mi stendevo qui prima ancora che tu fossi selce”, lo ammonì il mare, mollandogli al contempo un cavallone sul muso.
    “Non ce l’ho con te Acqua!”, s’affrettò a rabbonirlo il poggio che ben ne conosceva la furia devastatrice, e seguitò: “Ce l’ho con Lei! Lei che si lamenta di spostare non so quale mai pondo, mentre è cava come una nave incagliata, e s’ange di navigare pe’ i mari quando non la lambiscono neanche i tuoi spruzzi!”.
    “Eppure, io non mi lamento affatto, vetusto masso, anzi, è con gioia che sostengo il mio carico, poiché mi rincuora la visione del Porto che m’attende. Mi pare, invece, che sia tu a lagnarti, ma di cosa mai, poi? Tu che sei stato nomato dagli uomini “Bengodi”, ch’è apostrofo di letizia; tu che ti fregi d’un antico, strenuo torrione, che celi gli ascosi resti dei templi remoti da te diletti prima che all’Umanità venisse rivelato il Credo ch’io custodisco; tu che tra le ricciute chiome verdeggianti osservi il fluire della bellezza che ne è una derivazione e che si rinnova ed arricchisce col germinare delle epoche. Che hai tu da crucciarti?”, l’interpellò pazientemente il santuario.
    “Il nome non me lo sono scelto da me, ché altro e di diverso tenore mi fu assegnato agli albori! E quelle rocce squadrate a difesa mi pesano e mi schiacciano, mentre tra le accoglienti tenebre s’aggirano a disturbare il mio riposo i gemebondi fantasmi dei trucidati, imprigionati nelle rovine occultate e mucide. Quanto ai miei ricci, mi scalzano le ossa e mi scombussolano le giunture! Che ho da lagnarmi? Cos’ ho da rallegrarmi, vorrai dire!”, rombò il poggio.
    “Eh, beh”, sospirò il campanile, “ora capisco perché gli uomini cacciano i cinghiali”, e scampanò per la Messa della sera.
    “Ma che strani venti soffiano stasera!”, non poté far a meno di notare colui che si dedicava alla pesca sul suo legno: “Sarà meglio rientrare, dico io”, e fu così che risparmiò la vita ad una bella occhiata, con viscerale disappunto del Poggio, ma con la benedizione della chiesa.
    E dei gabbiani.

     
  • 01 maggio alle ore 10:10
    Vento d'Aiace

    Vento d’Aiace che mi riporti quest’Estate?
    Ti porto il respiro del pino piegato ed il canto della prodiga cicala,
    lo schiocco del cinghiale signore del regno animale
    e il sospiro del cacciatore che l’attende per lunghe ore.
    Accolgo il salto dell’alice disperata, braccata dalla spigola spietata,
    ti reco l’aroma del mirto e del biancospino
    del monastero aulente e antico vicino.
    Là dove il rivo scorre sonoro
    ho rubato la spuma per fartene dono,
    perché tu sei amante fidato
    né in vita mi sei mai mancato
    tornando fedele col grano dorato
    per aprirmi il cuor che ogn’or m’ha amato.
    Tu sei il figlio del bosco e del mare
    il cui pianto non puoi più obliare
    e d’Aiace la Rocca possente hai eletto
    quale scrigno d’un cuore fidente.
    Un altro, un dì, m’amò parimente.
    Maestro d’ascia, conoscitor dei venti,
    il nome suo antico ed or obliato
    è impresso nella volta del cielo stellato.
    In terra spregiato qual cencio lordato
    resta tra l’onda inciso e rammentato
    ché a lungo l’impresse con onesta lenza
    in perenne tenzone per la sopravvivenza.
    Cesare caro, dileggiato Mondolo,
    con te, Nello, appartiene al perduto mondo,
    che il vento dell’Averno rinnova nel ricordo
    finché rimanga chi n’oda l’accento nel precordo.

     
  • 01 maggio alle ore 10:09
    Tramonto infocato

    Il sole pareva aver appiccato il fuoco al cielo e questo incendio divampava per ogni dove, colmando delle sue vampe ogni celeste riparo, sì che l’etra tutta abbagliava come fosse pieno giorno, e là, dove ne sobbolliva il principio, i bianchi cirri arroventati cedevano disciogliendosi per lasciar intravedere un’orrida bocca deforme, un pozzo infernale di calore ardente, ed essi stessi, macchiato il loro candido nitore, apparivano ora cuprei ora fucsia, quali veleggianti vivissime braci.
    L’orizzonte non esisteva più, alzandosi dalla terra al cielo un’unica inseparabile striscia purpurea e luminescente, come se tutto il mondo stesse ardendo senza più scampo. Il sole continuava a trafiggere le nubi raggiando i suoi dardi infocati.
    Su un poggio si stagliavano solitari e lugubri dei neri girasoli secchi, riarsi come stoppie, indifesi e impotenti.
    Macabri e tristi facevano risaltare, al confronto, l’esercito di nuvole: battaglioni su battaglioni, una flotta innumere che copriva la volta da Est ad Ovest, portando ognuna, nel suo nucleo, un tizzone ardente. Ondate inarrestabili avevano colmato ogni visuale, disposte, appariva, in una serrata manovra attuata per compiere una missione mortale.
    Cosa sarebbe stato degli uomini se quel fuoco fosse disceso dall’alto? Pareva segnata la fine, mentre nessun volatile canterino, nemmeno il più piccolo dei coraggiosi passeri soliti a ricamare il tramonto di rincuoranti trilli, osava sfidare col canto o col volo quella superna ira.
    Tutto sembrava giunto al termine, ma possibile che la morte, tanto terribile, fosse pur così maestosa e bella?
    “Eh, no!”, rispose per tutti la prima stella della sera che con un impercettibile ma pungente baluginio era riuscita ad aprirsi un minuscolo varco di tra la rubizza schiera.
    “Magari lo fosse”, seguitò. “Questa è solo la grandezza della Natura, dispiegata per riportare gli immemori alle loro giuste dimensioni. Stavolta seguirà la notte placida, ma domani…. Nemmeno io so se ci sarà, il domani.”

     
  • 01 maggio alle ore 10:08
    Tempo non più tempo

    Quella sera l’aria era umida, ed un caliginoso velo perlaceo s’era sollevato dalle acque illanguidendo il mondo.
    I grilli grillavano debolmente, come se la serena avesse inceppato le loro ali, quando, d’improvviso, rivolgendosi al mastio della Fortezza, la Luna Piena principiò: “Ma ti ricordi di quante volte io, con la mia luce, ti ho salvato dall’inatteso assalto dei pirati, facendo brillare di lungi le loro armi e biancheggiare le vele delle fuste, sì che i tuoi custodi potessero guarnirti approntandoti per la difesa?”.
    “E come potrei scordare gli anni della mia giovinezza, in cui gli uomini ancora mi abitavano e tenevano a me?”, scricchiolarono le vecchie mura smerlate, sospirando: “Ma, oramai…”.
    “Ormai i corsari ci assalgono di giorno”, prese a dire la Torre Campanaria, “e solo la mia luce, la Luce della Fede, può portare ancora la salvezza. Non la tua algida, o Luna, né quella appannata della tua pristina gloria, o Forte”.
    “E quale mai salvezza porti, o ricetto di corvi, se io non soffio per diffondere il suono delle tue campane?”, lo rimbeccò il tracotante Scirocco di vagliatura, e seguitò: “Io, io solo posso propagare il tuo richiamo, o soffocarlo a mio piacere!”.
    “Ma cosa vuoi soffocare tu?”, lo ripresero le più alte foglie delle puntute palme. “Cosa pretendi di diffondere o rintuzzare, tu che ci fai vibrare appena, strappandoci un sussulto incapace, perfino, di svegliare le cicale? Se ti sentisse tuo fratello Ponente o tua sorella Tramontana, loro sì, che ti mozzerebbero il respiro!”.
    “Se lo desidero, io posso sbuffare fino a spezzarvi!”, protestò stizzito il vento e si gonfiò e si tese, ma l’unico sconquasso che ottenne tra quelle fronde assomigliò, piuttosto, a una risata, un sonoro sberleffo saturo di scherno e salsedine.
    Allora, constata con amarezza la propria impotenza, si placò del tutto col perfido intento di far gocciolare la salsa guazza lungo le scanalature dei tronchi e dei rami di tutte le piante, tramando che se l’aria non lo poteva, l’acqua avrebbe provveduto ad asfissiarle. Invece, la vegetazione conosceva già il morso della salsedine e se ne era mitridatizzata, così che non vi badò punto o quasi.
    “Eppure, erano bei tempi”, sospirò la Luna.
    “Quali?”, chiese il Campanile.
    “Come quali?”, gli fece eco l’astro lucente. “Ma quelli in cui le scolte percorrevano gli spalti in largo e in lungo e miravano me, bramando il loro amore ravvolto in calde coltri, oppure…. E quelli in cui le volute dell’incenso salivano solenni a profumare i tuoi batocchi per mischiarsi e soccombere presto ai molti fragranti aromi delle notti olezzanti. Non le rammenti forse più?”.
    “Be’, sì, se mi sforzo, mi pare…. Ma si tratta di tanto tempo fa”.
    “Tanto tempo”, ripeté il Fortilizio.
    “Troppo tempo”, frusciarono le palme.
    “Adesso, basta. Tacete”, ingiunse grave il Mare, “o i mortali finiranno con l’udirvi”.
    “Oh, no, no! Non v’è pericolo”, proclamarono tutti in coro, “da tempo, ormai, non intendono più il nostro idioma, sì che hanno del tutto cessato di porvi la minima attenzione. Tanto tempo.”
    “Tacete comunque. E’ tempo. Non è più quel tempo. Non è ancora tempo. Lasciamo il fulgido Faro di guardia, ed il silenzio alla notte. E’ ora di acquietarsi.” E subito prese a sciacquare con la seducente nenia delle sue altalenanti onde, commovendo gli animi e placandoli, fondendoli in un unico profondo sospiro.
    Sogni di isole sconosciute attraversarono le menti dei dormienti, appagandole d’una quieta beatitudine. Infine, il respiro del mare coprì ogni cosa, e la Luna tramontò, ma prima di eclissarsi mormorò: “Però, quelli, erano proprio bei tempi…”.
     
     

     
  • 01 maggio alle ore 10:06
    Il Tramonto di Efesto

    Il Sole era al tramonto ed uno spicchio di luce scaldava ancora la Fortezza d’Aiace ed i tetti delle case più alte arroccate intorno all’arce, e pareva che ogni tegola cercasse di trattenere quel tepore sotto di sé, come per ritardare il più possibile l’insinuante palpito presto diffuso dal notturno sospiro della marea.
    I minuti trascorrevano più rapidi che durante il resto del giorno, come sempre avviene dopo e prima il crepuscolo, perciò Nello s’affrettava sulla via che costeggiava i monti, galoppando per rincorrere la fuggevole spera.
    Ad un tratto arrestò la giumenta, giunto che fu di fronte alla sella posta tra la Torre del Rivolta e l’alto colle vicino. Là pareva che Efesto, il titanico fabbro, stesse versando in quell’immenso calderone naturale una colata d’oro brillante, il cui bagliore era talmente intenso da sbiancare persino lo scuro verde delle colline in ombra.
    Dalla forma uscì, rotolando oltre i contigui poggi degradanti fino al piano, un disco d’oro rosso; un gioiello di sì fulgente bellezza da accecare chiunque osasse ammirarlo, giacché non si trattava di gemma forgiata da mani d’uomo e per vista d’uomo. Infatti, dopo la fugace visione, s’inabissò tra i flutti e disparve allo sguardo del mondo per diffondere la sua luce nelle fredde tenebre degli abissi, donando un superno conforto al divo ma intirizzito zio Posidone.
    Gli uomini, che ne erano rimasti estasiati, si rimirarono, ma senza più scorgersi, poiché quel vuoto era stato improvvisamente colmato dal buio, e si sentirono soli.

     
  • 01 maggio alle ore 10:05
    I Ricci

        E la Luna, con voce ammaliante, chiese alle chiome degli olivastri dalle argentee foglie: “Amici fronzuti che riflettete la mia luce con mobile grazia, scostate un poco il vostro fogliame, sì che anch’io li possa scorgere, giacché ne odo solo i piani mormorii”.
    Ed i rami tosto si fletterono, cedendo benevolmente alla brezza marina per schiudere un arboreo sipario sulla rada macchia riarsa, ove la vocina preoccupata della volpe stava sussurrando: “Fate più piano voi, o vi sentiranno!”, ed aggiunse, fissandoli attenta: “Non v’illudiate di esser troppo piccoli od insignificanti per loro. Alcuni di essi apprezzano le vostre dolci carnine al pari mio”.
    “Che ci possiamo fare?”, replicò il più anziano della famigliola dei ricci. “Che ci possiamo fare?”, ripeté, “Se non abbiamo la tua vista, volpe? Noi ci regoliamo col fiuto che ci dirige verso una crosta di pane ammuffito o che ci accosta al sentore dell’acqua. Dobbiamo pur fiutare, dunque! Ma che? Forse è la paura che ti fa latrare? Le tue polpe non saranno gradite, eppure finiscono a seccare al sole più pelli di volpe che di ricci.”
    “Agnelli”, lo corresse la spinosa, che sopraggiungeva, sbuffando, col suo passo di conserva. “Il proverbio dice pelli di agnelli, non di ricci. Quanto a te comunque, ladra di galline, ti ho ben capito sai? Vedi di non farti venire l’acquolina in bocca per i miei apparenti parenti, se non vuoi che t’appunti un aculeo sul naso, e gira al largo, perché non sopporto chi crede d’essere più furbo degli altri, via!”, e si gonfiò emettendo quel grido talmente umano che fa sussultare nelle tenebre i bracconieri.
    La volpe, che tanto aveva bell’e visto che di ciccia morta non c’era nulla e che quella viva s’era inaspettatamente procurata una temibile guardiana, li smusettò e, alzata la coda, mostrò le terga allontanandosi sdegnosa.
    “Huf!”, sbuffò il grosso istrice. “Non l’ho mai potuta digerire.”
    “Invece lei ti digerirebbe tanto volentieri, se potesse”, ridacchiò riconoscente mamma riccia a bocca piena.
    “Deve solo provarci”, esclamò il bellicoso roditore rizzando le picche.
    “Sentite, sentite che lieve zampettare e ciottolare. Arrivano i caprioli!”, vociò entusiasmato il più giovane della famigliola, sputacchiando pezzetti di pera acerba con cui si cimentava da un pezzo.
    “Presto, presto ragazzi!”, li esortò la madre. “Mangiate il popone prima che quei divoratori se lo bevano!”.
    Difatti, appena giunti, i caprioli si gettarono sulle bucce dei gustosi frutti, addentandoli ad un estremità e succhiandoli avidamente, fino a che l’estremità opposta non dispariva all’interno delle loro boccucce dipinte.
    “Che vi dicevo?”, sussurrò la riccia, e poi con un fil di voce: “Forza con le mandibole piccini miei!”.
    “Salute a tutti voi piccoli abitanti dei cespugli”, esordì il maschio dei caprioli.
    Scarsi grugniti si levarono in replica dalla famelica folla intenta all’opera.
    “Serata proficua, sento…”, s’azzardò il cornuto, tentando d’indurre i rivali ad un diverso uso delle fauci, nella debole speranza che gli lasciassero qualcosa. Un ostinato silenzio fu l’unica risposta che riuscì ad ottenere, inframezzato unicamente da scricchiolii e rosicchiamenti.
    “Già, già. Perché spezzare l’incanto dei suoni della melodia notturna? Oltre che quelli pasturali?”, insinuò a mezza voce.
    Mamma riccia lo fulminò con lo sguardo su cui si rifletteva il bagliore lunare, ma si guardò bene dal cadere nel tranello e non cessò un attimo di sgranare.
    “Dovete pur comprenderci, caro Signor Capriolo”, si giustificò il porcospino la cui imponenza e forza gli conferivano maggiore dignità, o almeno così credeva, tanto che si sentì in dovere di spiegare: “Se scendono dal poggio i cinghiali, si metteranno a grufolare ed a rivoltare ed a pesticciare, e a noi cosa rimarrà? Dovranno, i cari ricciottini, anzi stare ben attenti a non venir calpestati o addirittura scambiati per una succulenta melanzana.”
    “Comprendo perfettamente”, acconsentì liberalmente il capriolo, “d’altronde anche noi ce li troviamo sempre tra gli zoccoli, razza invadente e sgraziata, invero. Ma per stasera non credo che digraderanno al piano, giacché Loro hanno portato molti cocomeri per governarli a sazietà nell’uliveto alto, e li abbiamo scorti tutti lì riuniti a strafogarsi”.
    “Per lo meno”, sibilò velenosa la puntuta matriarca, “avete condotto con voi anche una buona nuova…”, e scrutò di malanimo la cucciolata maculata.
    Intanto, un capretto s’era accostato ad un ricciotto e si guatavano, avvicinandosi a passettini studiati all’ultima cipolla rimasta. E mentre s’impegnavano a modulare maldestri tentativi di rugli, una risata scrosciò sonora dall’oscurità, facendo impietrire ogni creatura. Loro erano lì, lì vicini: li avevano forse sentiti?
    “Son venuti a prenderci”, squittì terrorizzata mamma capriola.
    “No!”, la rassicurò il marito.
    “No”, confermò la spinosa, “in tal caso avrebbero riso dopo e non prima. Non son qui per noi.”
    “E perché ridono?”, si fece coraggio a chiedere il caprioletto che all’udire il terrifico suono s’era stretto al riccio col quale contendeva fino a poco prima l’avanzo.
    “Mah…”, rispose dopo lunga meditazione il genitore.
    “Mah?!”, ribadì il grosso aculeato, sentendosi di aggiungere con un tono di saggezza mista ad incredulità: “E chi può dirlo?”.
    “Su, su, al lavoro. Mangiate! Non ci riguarda!”, dissipò ogni tensione mamma riccia dimostrando un ammirevole senso pratico, e tuffò il grugno nella fetta di cocomero giusto ai piedi del capofamiglia dei caprioli, ancora assorto nei propri pensieri causa dell’imperdonabile quanto irrimediabile distrazione.
    “Evidentemente”, considerò dopo essersene reso conto, “per noi caprioli Loro son sempre danniferi, in un modo o nell’altro…”.
    “E’ quel che Loro dicono di voi”, gli fece notare la spinosa.
    “Già…”, sospirò dolorosamente mamma capriola, “già”.
    “Però, dopo tutto”, sorrise babbo riccio, “i loro avanzi non son niente male. Stiamo un po’ a vedere!”
    “E buon appetito”, concluse la Luna liberando le fogliute fronde dalla delicata ma ferma presa del vento.
    “Felice notte!”, augurò questi di rimando agli alberi, alle bestie ed anche a Loro.

     
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  • 01 maggio alle ore 10:51
    Gino, il pozzo e il gatto

    Come comincia: Gino era un ragazzo di Vetulonia, che come gli altri dodicenni suoi coetanei, nei rari momenti di libertà che gli lasciava il lavoro nei campi, ricercava un po’ di svago nella natura. Un giorno di festa s’aggirava negli ubertosi pressi del paese frustando l’aria con un ramo di ginestra fiorita, quando intese miagolare un micio, ma quel verso, più che un semplice miagolio, suonò ai suoi orecchi come una disperata richiesta di soccorso. Il gemito pareva provenire dalle viscere stesse della terra ed egli comprese al volo che il gatto doveva essere precipitato dentro un pozzo. Nei dintorni, infatti, si trovava un antico pozzo, scavato dagli Etruschi e rimasto in uso per secoli fino al presente. Poiché, poco prima, il ragazzo aveva udito la Signora Maestra chiamare il proprio gatto, comprese che doveva trattarsi della stessa bestiola, corse subito ad avvertirla. L’insegnante si precipitò sul luogo e credendo di riconoscere negli strazianti richiami quelli dell’amato felino, supplicò il ragazzo di salvarlo. Gino non se la sentiva di rifiutare un aiuto proprio alla persona che tanto avrebbe desiderato conoscere e che, invece, mai aveva potuto frequentare a causa delle spietate necessità della vita d’allora. D’altra parte, tutti sapevano che il pozzo era profondo circa dodici metri, per cui Gino esitò a rispondere. Alla fine si diede coraggio ed accettò, ma a condizione che qualche  uomo di fatica lo calasse dopo averlo assicurato ad una fune e, soprattutto, fosse pronto ad issarlo a cose fatte.

    Per colmo della sfortuna gli uomini validi erano quasi tutti scesi a valle per l’estatura, ma, come Dio volle, riuscirono a trovarne tre adatti allo scopo, muniti di una robusta corda.
    Gino si accoccolò sul secchio, mentre la catena si dipanava facendolo lentamente sparire alla vista.
    La luce diminuiva rapidamente durante la discesa e con essa anche lo spazio: Gino s’avvide, infatti, man mano che procedeva, che la calata non era affatto diritta, bensì tortuosa e ristretta dai detriti depositatisi sui fianchi col passare dei secoli. Presto rocce sporgenti e sassi puntuti presero a tormentargli le carni, fino a farlo sanguinare, ma il ragazzo, che non era nuovo al dolore ed alla fatica non cedette e continuò a discendere, preoccupato solo di poter arrivare in tempo.
    Il cunicolo si faceva sempre più angusto ed in non poche occasioni il corpo del giovane rischiò di restare incastrato, ma seppe sempre districarsi e proseguire.
    Ormai scendeva nella totale oscurità e le voci degli uomini che l’avevano fino ad allora accompagnato ed incoraggiato non filtravano più. Solo la catena che seguitava a cigolare l’univa al mondo dei vivi.
    D’improvviso Gino, dopo essere a lungo scivolato aiutandosi cautamente con mani e piedi, si sentì sospeso nel vuoto e con un tonfo sordo precipitò inaspettatamente nell’acqua marmata che lo gelò. Dopo tanto strazio aveva raggiunto il fondo solo per affogare, credé in preda al panico. La cisterna doveva essere fonda circa tre metri e se il braccio del ragazzo non avesse afferrato d’istinto la catena del secchio, brancolando alla cieca, il gatto non sarebbe morto da solo.
    Gli uomini all’imboccatura continuavano a calare, ignari del pericolo mortale che Gino stava correndo, ma per fortuna sapeva nuotare, e sebbene gli arti gli s’intorpidissero in fretta, radunò il fiato necessario per un buttar fuori un bercio sostenuto dalla forza della disperazione, che solo la maestra avvertì. Il cavo divenne d’un tratto rigido ed immobile, mentre una torcia veniva calata lentamente.
    Gino si riebbe quando scorse il timido bagliore che, dopo millenni, osava violare il buio anfratto per rivelarne i segreti allo sguardo sbalordito del giovane, disceso per certo dai pristini artefici.
    S’issò lungo la catena ed afferrò la fiaccola prima che toccasse l’acqua. Capì, allora, di non essere stato il primo occupante di quel luogo remoto: le pareti dell’ambiente che raccoglieva la falda erano, infatti, state scalpellate tutte a mano e la luce ballava su di esse, rimbalzando d’intorno e rifrangendosi su ciascuna cunetta. Sebbene l’imboccatura del pozzo dovesse risultare all’origine più ampia ed agevole e sicuramente meglio tenuta, Gino si chiese se non fosse stato proprio un ragazzo come lui a compiere un simile lavoro. Forse, un suo antenato. Magari era proprio così, giacché molte sono le coincidenze inspiegabili tanto nell’arco della vita d’un uomo, quanto nello srotolarsi dei secoli.
    Un suono appena percettibile lo riportò al tempo che correva e cercando di dirigere il riverbero verso la direzione da cui era giunto, poté intravvedere una matassa di pelo gocciolante, abbarbicata su una lieve rientranza della parete: ringraziando il Cielo il gatto era ancora vivo.
    Il salvatore si dette l’abbrivio e prese a pendolare nel tentativo di afferrarlo. Inutile! Era troppo distante, per cui rimaneva un’unica scelta: non appena la catena fu tornata immobile, fissò in uno degli anelli il manico della torcia ed afferrò la canna che gli galleggiava accanto, su cui il lume era stato in un primo momento assicurato. Di seguito riprese a dondolarsi e non appena l’ebbe a tiro, vibrò un deciso colpo all’animale che, persa la presa sul precario appiglio, precipitò in acqua, punto contento del trattamento ricevuto e delle ripetute, indesiderate abluzioni. Gino abbandonò a sua volta la propria sicurezza e si tuffò verso la bestiola che, avvertito un corpo solido in mezzo a tanto liquido, lo artigliò  con tutte e quattro le zampe. Si trattava, naturalmente, del torace del ragazzetto che pur patendo per tali effusioni, ne fu quasi sollevato, potendo in tal modo mantenere libere le braccia per nuotare sul dorso fino alla catena.
    A quel punto Gino prese ad urlare con quanto fiato aveva in corpo, agevolato in ciò dall’atteggiamento poco amichevole del micio, ed alla fine l’eco delle sue grida colpì, forse, prima il cuore dei sensi della maestra, che ordinò di issare alla svelta.
    Certo era convinta di agevolare l’ascesa dopo un’attesa tanto incalcolabile quanto angosciosamente interminabile e gli uomini, avvezzi a ben maggiori pesi, non si risparmiarono di certo, e così facendo rischiarono di soffocare Gino. Se le strettoie e le curve gli erano apparse aspre alla discesa, si rivelarono atroci alla salita, e mentre sassi e motriglia gli franavano sul capo, il sangue sprizzava rorido a dissetar la terra, dalle spalle e dalle braccia. Eppure, Gino non si curava delle ferite, tanto grande la gioia di poter tornare a rimirar la luce del sole, fiero per di più, di aver compiuto la missione affidatagli con tanto fremito dalla signora maestra!
    Pochi attimi e sbucò all’aria col prezioso carico più morto che vivo, ma salvo. La maestra l’abbracciò e lo baciò forte, poi gli tolse il micino e corse via ad asciugarlo.
    Gino rimase a guardarla allontanarsi, raggiante, anche se lo straccio che gli faceva da camicia pel caldo e da cappotto pel freddo era lacero e logoro e difficilmente avrebbe potuto sostituirla, ma al momento non se ne dette cura. Era vivo e, grazie a Dio, era estate.

     
  • 01 maggio alle ore 10:48
    Gino e il barroccio

    Come comincia: Verso i trent’anni ero ormai un falegname rifinito, rifinito sopra tutto dalle baruffe col mi’ babbo che mi voleva contadino come lui e non l’intendeva che uno dei suoi figlioli dovesse lasciare i campi di casa per fare qualcosa che nessuno in famiglia aveva mai fatto prima. Comunque avevo attrezzato a casa e a bottega la stalla del mi’ nonno, ricavata da una grotta, pagandogli l’affitto vero?, e nessuno a Vetulonia aveva avuto qualcosa da ridire. Sarà dipeso dal fatto che di falegnami s’era due soli, ma insomma le cose filavano a dovere. Una volta, un pastore di Colonna, che con le pecore aveva alzato dei bei soldini, m’incaricò di rifargli gli infissi di tutta la casa, che era un bel lavoro dacché si trattava di dieci stanze. Siccome da fare ne avevo parecchio e perfino d’avanzo, pensai di comprare il legno già bell’e pronto come mi ci voleva, anziché accingermi all’opera da capo, altrimenti sarebbe andata troppo alle lunghe. Così riuscii a farmi prestare il barroccio dal mio babbo e ci attaccai il suo mulo. Era, questo, un bardotto spropositato per la sua razza, tanto grande da parere un cavallo e con la stessa possanza, anche perché intero. Quindi, in compagnia di un mio cugino più giovane, caricai queste assi da un artigiano dotato di sega circolare, allora piuttosto rara, e che si era sbrigato a tagliarle a misura. Misura, però, che superava la lunghezza del mio carretto, cosicché quei legni puntuti sporgevano rasentando il posteriore del quadrupede, ma fintanto che s’andava in piano o in salita non gli dettero punta noia. Fatto sta che, giunto ad un quadrivio in cima a una china, incocciai in una donna che portava seco un gran fagotto, la quale mi apostrofò: “Oh! Quell’omo, andate all’ingiù per questa strada?”“Sì, quella sposa”, risposi. E lei di rimando: “O che me la fareste una carità?”
    “Ditemi. Se posso, volentieri.”
    “O che me lo portereste sul barroccio questo involto? Sapeste come pesa!”
    “Che ci avete?”
    “Lana, panni vecchi e cose così.”
    “Ovvia, datemelo. Ma dove lo devo lasciare? Ché mica lo so.”
    “Ecco, se caricaste ancora me, ve l’indicherei io, se non vi dò noia.”
    “Capirà! In discesa ci vanno ancora i cocomeri, salite.”
    E ripartimmo. Il male fu che, per la scesa, i pali cominciarono a scivolare in avanti e passo, passo si conficcavano sempre più nel didietro dell’animale, che un poco sopportò, poi, non potendone più, ad ogni trafittura prese a scartare allungando l’ambio, finché non spiccò il galoppo. Hai voglia a tenerlo! Mi alzai in piedi per far leva con tutto il corpo, ma nonostante avesse il morso in bocca e il collo tutto rivoltato all’indietro per il mio gran tirare, non c’era verso di fermarlo e in discesa acquistavamo sempre più velocità.
    Mi ci scappava da ridere all’inizio, poi un po’ meno, tanto che mio cugino mi gridò: “Tira la martinicca! Tira la martinicca!” La tirai e le ruote s’inchiodarono. Macché! Sul breccino il barroccio slittava come sulla neve, ma di traverso, così che lo sbandamento era sempre più marcato ed io vedevo le banchine della carrozzabile avvicinarsi minacciosamente. Il pendio non accennava a finire e quando mi avvidi che presto saremmo ruzzolati negli uliveti che crescevano lungo i dirupi ai bordi della strada, berciai: “Buttatevi, ché qui si va a far cipolle!”.
    Quella povera donna mi ubbidì al volo, senza pensare che quando ci si lancia da un mezzo in movimento, bisogna seguirne la direzione, cercando di assecondarla con una breve corsa e un ruzzolone. Invece, in preda al terrore, si erse sulla fiancata posteriore e si lanciò in aria a corpo morto. Poverina, si spiaccicò per terra come un rospo, e rimase lì coperta dal gran polverone che alzavo. Io, che cercavo di non andare al Creatore anzitempo, non me ne accorsi e dopo un po’ gridai a mio cugino, sperando che almeno loro la scampassero: “Forza, agguanta quella donna e buttati!”
    “Quella donna?”, esclamò di rimando. “E’ da quel dì che s’è buttata!”.
    “O da dove, che non l’ho vista?”
    “Da dietro.”
    “O poveretta! Dai buttati ancora te.”
    “No, che ho paura!”
    “Buttati ti dico!”
    “None!”.
    Allora mi girai verso di lui afferrando un bordone e gli ringhiai: “Lo vedi ’sto legno? Se ’un ti butti ti ci spiano il groppone!”
    E siccome mio cugino era parecchio più giovane di me e io più robusto di lui, e datosi che l’alternativa era in ogni caso sconsigliabile, si scaraventò di sotto a modino e con due rufoloni si salvò.
    A quel punto mi sovvenne che di lì a poco si allargava uno stradone largo e piano e giunto alla curva, come fu come non fu, mi riuscì di instradarci il biroccio e dopo un bel pezzetto, il somiere, esausto e liberato da quel pungolo, si placò e si fermò. Lo incaprettai e corsi a vedere come stesse la disgraziata. Ripercorso un bel tratto la trovai a terra imparentata con la ghiaia, e pianino, pianino la sollevai. Dopo essermi rassicurato che, grazie a Dio, non s’era rotta nulla ed averle promesso di rifonderle ogni spesa del dottore, aggiunsi: “Sentite, ora, però, me lo scrivete l’indirizzo dove devo recapitare quel pacco, perché io, sul mi’ barroccio, ’un vi ci rimonto davvero!”
     
     
     
     

     
  • 01 maggio alle ore 10:39
    Baffino e Banana a funghi

    Come comincia: Dopo essersi ripreso dalla precedente, nota disavventura ed aver riacquistato, ingenuamente, fede nel suo compagno d’avventure, Baffino accettò di buon grado l’invito a cercar funghi che Banana gli propose. Tale e tanta era la passione per la ricerca di quelle meraviglie del bosco, così a lungo negate alla brama dei cercatori disillusi per anni da un clima avverso, che il nostro povero Baffino non si soffermò a riflettere con chi si stava imbarcando, e, già pregustando la vista, l’aroma, il tatto del porcino e del cucco, quasi fu lui a strappare l’invito all’amico. Mal gliene incolse, ma lo vedremo più avanti.

    La mattina dopo, fu necessario rimandare la partenza antelucana addirittura alle nove, quando mancava ancora la luce, causa il solito, impenetrabile nebbione stanziale, ma insomma ci si vedeva a sufficienza per orientarsi.
    Puntuali, i due eroi della macchia partirono e, mentre Banana si tormentava il solito pelo di barba incarnito come tutte le volte che era sovrappensiero, Baffino si chiese cosa stesse meditando, sinché la sua guida esordì: “Senti! Voglio vedere sei i funghi hanno fatto a ***. Ci son stato l’altro giorno con Corradino, ma non si son trovati. Ormai dovrebbero aver buttato. Però, guarda, è un posto…che mi maledirai!”.
    “Lo so, lo so”, acconsentì tra il preoccupato e il rassegnato la sua povera vittima. “Corradino mi ha riferito, ma insomma, se te dici che ci sono, andiamo”. In fondo, se è sopravvissuto sinora a tutte le mie maledizioni, qualcuna in più non gli nuocerà troppo, pensò Baffino facendosi animo.
    Il tragitto non fu lungo e quando scesero di macchina su un colle aprico dalla vista incantevole, dolcemente accarezzati da un tepido scirocco, Baffino si girò intorno gustandosi un panorama nuovo eppur solito nel poetico incanto che lo circonfondeva, senza tuttavia mai stancarlo. Respirò a pieni polmoni, poi si girò un po’ intorno e chiese: “Ma il bosco dov’è?”, giacché i fianchi del poggio erano coperti solo da una fitta prateria poco adatta alla fungagione.
    “Ecco, guarda”, indicò Banana. “E’ là. Bisogna andare là”, e così dicendo indicò il crine di una collina elevata tanto quanto quella che stavano occupando, ma distante e che si sollevava assai in alto a partire dalla fossa buia di un profondo borro alberato, le cui propaggini citeriori si potevano raggiungere solo scendendo lungo una ripida scarpata, che li attendeva ansiosa di mettere a prova caviglie, ginocchi, schiena e tutte le articolazioni del corpo umano, finanche le più immote.
    “Ma, dico, un posto più vicino per arrivarci con la macchina non c’era?”, tentò poco speranzoso Baffino.
    “No”, fu l’asciutta risposta di Banana, il quale, addentato un pezzo di schiaccia, cominciò a lasciarsi scivolare lungo il fianco scosceso del colle.
    L’amico sospirò e lo seguì, dirigendosi, con virile rassegnazione, ad affrontare il suo destino.
    Dopo aver tagliato il declivio in tralice per alcune centinaia di metri, arrivarono al momento che appassiona tutti i cercatori di funghi: l’orlo del bosco. Il confine tra il dominio degli uomini e quello della Natura, ove il pericolo è sempre presente, di troppi e variegati generi per descriverli adesso qui, ove occorre entrare con grande rispetto, in silenzio e con circospezione, come si accederebbe alla reggia di uno sconosciuto monarca, forse benevolo e forse ostile. Ora, la macchia che essi penetrarono era un po’ più disordinata di una reggia, a dir la verità, tanto che non si vedeva dove si metteva piede, perché gli arbusti fitti e indomiti, intrecciati con rovi e rampicanti, formati di ramaglie robuste e poco flessibili, aggrovigliati tra loro a inghiottire stradelli e cercatori, non solo intralciavano costantemente il passo, ma impedivano, cosa assai più grave, di frugare con lo sguardo il suolo, e, con ciò, l’agognata ricerca della nera cappella!
    Non passò molto che occorse camminare ad altezza di nano, cioè piegati in due e, in alcuni passi, anche ad altezza di gnomo, cioè gattoni! Naturalmente, la terra era zuppa e, sempre naturalmente, tutta in pendenza. Non starò, quindi, ad enarrare i rufoloni, i graffi, le ramate nel muso, il cappello strappato via dal capo non si sa quante volte, le lotte erculee per districarsi tra malevoli labirinti arborei, elevatisi proprio dopo sembrava di scorgere qualcosa che, poi, si rivelava immancabilmente, una foglia. E in mezzo a questo percorso di guerra, proprio quando Baffino stava facendo al tiro alla fune con un groviglio di spini che voleva rubarsi il cestino, dando uno strattone che lo sbilanciò, facendogli picchiare il suo bastone sulla bocca, la solita voce serafica giunse da un punto invisibile molto più avanti: “Che fai? Stammi vicino, se no qui ci si perde. Vedi che bel posto? Qui si trovano di certo, perché non c’è passato nessuno!”.
    “Ci sarà un motivo?!”, replicò tra le dita della mano che tastavano i denti per accertarne l’integrità.
    Insomma, a onor del vero, dopo poco si imbatterono in una cuccaia che il buon Banana mostrò e, se non fu proprio una cuccagna, almeno quattro di quelle splendide amanite cesaree finirono nel lugubremente vano paniere del Baffo. Ad essi seguì un porcino semi mangiabile, dato che l’altro semi se l’erano già mangiato le lumache, e, a seguire, un secondo che, però, ancora mandava i vagiti della neo nascita.
    “Andiamo, andiamo, che bisogna arrivare a quella macchia che t’ho fatto vedere prima!”, incalzò la voce incorporea di cui sopra e quindi via ancora in salita tra rovi e pruni, marruche e fango.
    Quando il fiato era finito da un pezzo, sbucarono in un bosco ad alto fusto, ove almeno si poteva camminare ritti e il sottobosco era pulito e visibile. Troppo visibile e quindi già ripulito. Si misero a cercare alla tonda, e Banana, il solito culinzi, qualcosa sparso qua e là cominciò a trovare. Baffino, invece, non trovò altro che funghi malefici, o come li chiama lui non si sa perché, i funghi della sindaca, e, scoraggiato si trascinava qua e là, quando gli cadde l’occhio su un appena accennato rigonfiamento del terreno. Una lieve gobba, un modestissimo cumulo di foglie morte, sotto cui, però, occhieggiava… o non occhieggiava? Era lui? Eppure sembrava, ma poteva anche non essere! Si diresse cauto verso quel punto e col coltello scoperchò la sommità del terriccio. Oh, che gioia! Che soddisfazione danno quei momenti, facendo dimenticare ogni fatica ed ogni spasimo. Una bellissima cappella a gobba di bufalo, tra il castagno ed il mogano, si appalesò saldamente inserita su di un gambo candido e massiccio, sanissimo e nato forse appena la mattina prima. Quello sì, per quanto di dimensioni ridotte, era un signor porcino! Bello, sano, profumato, ancorché immaturo a sviluppare la piena fragranza dell’esemplare adulto, ma non importava. Era troppo bello ed era suo. Com’è facile, in fondo, raggiungere la felicità in questa vita. Per un solo momento passeggero e mortale, come noi siamo, eppure intenso e immortale nel ricordo e nel raggiungimento di un attimo perfettamente compiuto. Basta poco all’uomo per essere felice. Lo stesso si potrebbe dire per la donna.
    Quello fu l’unico fungo che trovò in quel tratto, eppure sembrava che fosse nato apposta per lui, e lo colse come un dono che lo consolò e soddisfece più di quanto si possa riuscire a trasmettere a parole.
    Il resto della ricerca si rivelò infruttuosamente carente, ma cominciò a pesare solo quando, guadato il rivo al fondo del fosso, e risalito l’altro versante, perdendosi una volta sola, le gambe presero a farsi due tronchi, appesantiti dai vestiti fradici per la traspirazione, inciampando nelle stringhe sciolte e sfilacciate, col berretto di traverso. E ancora si saliva e si saliva e si arrancava per un tratturo appena accennato, atto solo alla bracca.
    Fu allora che Baffino capì ciò che predicano i Buddisti: l’estraniazione dell’anima dal corpo, il distacco, la fuoriuscita dello spirito dalla carne. In effetti, non sentiva più niente. Procedeva ormai galleggiando in una nebbia di incoscienza, ove i colori e gli aromi avevano perso di ogni significato, un po’ come per gli zombi, si suppone. Era interessato solo a bere e mangiare, anche carna umana se solo fosse riuscito a metterci sopra le mani, ma Banana continuava imperterrito l’ascesa, come se le forze della fisica non producessero effetto su di lui, e Baffino si fece l’appunto mentale di portarsi la prossima volta una pistola per abbatterlo a distanza e poi pascersene.
    Allorquando non ne poteva più e non desiderava nemmen più la morte dell’amico, ma solo la propria attesa come una liberazione, il mondo riapparve alla loro vista, dopo l’ultimo tratto attraverso una macchia di scopi e poi di marruche che finirono di bersi tutto il sangue di ogni centimetro scoperto, e non, della pelle di Baffino, che si trascinava avanti nel suddetto stato tra il Nirvana e la morte vivente. Fu allora che il perfido Banana sentenziò: “Certo che questi due funghetti che s’è preso si potevano fare anche sotto casa mia senza tanta fatica”.
    Al che, molto amabilmente Baffino gli fece notare: “Se non mi fossi portato il coltello da funghi con la lama ricurva che non ti passerebbe nemmeno le costole, t’ammazzerei qui dove siamo”, dopo di che, trambelloni, stabilì che fosse venuto il momento di riposarsi e, senza neanche capire come fu, si ritrovò lungo disteso sotto una quercia imponente con le braccia a croce e a gambe larghe.
    Banana si accoccolò lì vicino guardando il paesaggio, e Baffino si tirò il berretto sul viso, consolato di non aver nominato l’amico nel proprio testamento. Dopo un tempo incalcolabile aprì gli occhi e notò che il berretto gli copriva del tutto il viso lasciandolo nell’oscurità, a eccezione di due forellini cerchiati di ferro, donde filtrava un po’ di luce e si potevano ammirare le nuvole navigare sul vento, allegre e leggere. Pensò: “Questa è la vita: una grande oscurità in cui non si scorge alcunché, con la consolazione, però, di intravedere la bellezza della luce che ci conduce verso la meta finale” e stava quasi per addormentarsi quando qualcosa attirò la sua attenzione. Un fastidioso solletichio, un pizzicorino noioso oltre il bordo del cappello, che scostò per scoprirne la fonte.
    La fonte era avvelenata. Banana, infatti, si stava divertendo a tormentarlo col un lungo filo d’erba secco e quando Baffino si tirò su fulminandolo con lo sguardo, gli rispose tranquillamente: “Che si fa? Non si va? Andiamo che per raggiungere la macchina ci vorrà più d’un ora!”, di poscia fece scattare la coscia ed era già in cammino.
    Povero Baffino, come fu dura convincere le giunture a non disgiungersi, ma insomma, come Dio volle, riprese la marcia e presto raggiunse l’amico che procedeva lento pede. Invece di riattraversare le selve, la guida, forse stanca forse impietosita, scelse la più agevole via dei campi e quando furono vicini a un macchione di rovi, mentovò: “Sai? Qui ci venivo a caccia col mi’ poro babbo. Mi ricordo che una volta s’era qui alla lepre, quando arrivò la squadra del paese vicino al cinghiale e così noi ci si spostò più su. Fatti pochi metri, la nostra cagna, bastarda secca, ma un fenomeno, cominciò ad abbaiettare. Bu, bu, si capì subito che c’era il cinghiale e che era dentro quel rogaione. Così il mi’ babbo si mise da una parte e mi disse di stare dall’altra a battere le mani e far chiasso. Così feci e quando la cagna entrò nei rovi io vidi tutta questa massa muoversi d’improvviso e tutta insieme, come ci fosse il terremoto e poi il cinghiale partì alla volta di mio padre. Intesi una fucilata e tutto finì lì”.
    “Quant’era grosso?”.
    “Centotrenta chili”.
    “Accidenti! Ma, e te quant’anni avevi?”
    “Dieci”.
    “Dieci? E non avesti paura?”.
    “Da morire”.
    I due uomini continuarono a dirigersi verso il colle donde erano partiti quattr’ore prima e via, via che la salita aumentava, il passo rallentava lasciava il posto ai ricordi.
    “Qui, invece, vedi, proprio qui”, riprese Banana, “allora avrò avuto quattordici anni, venivo a caccia di merli, di tordi, prendendo il fucile del mi’ babbo, perché di qui ci passavano e, a un tratto, era l’ora del passo poco prima del tramonto, ero sottovento, sentii tramestare tra i cespugli e grugnire. C’era un branchetto di cinghiali che non mi avevano visto, ma nemmeno io riuscivo a scorgerli tra la sterpaglia alta, finché non ne vidi uno a dieci metri tra un cespuglio e l’altro. Allora picchia, ripicchia! E quello via e io dietro a corsa e intanto ricaricavo e quando si fu vicino al fosso lo rividi e gli piantai altre due fucilate, ma niente, saltò di là e tanti saluti. Corsi a casa che abbuiava, e mio padre mi fece notare che era troppo tardi per ricercarlo, così aspettammo l’albeggiare e partimmo, con la nostra brava bastardina, sull’usma dell’animale. Saltammo il primo fosso e niente, si saltò il secondo e… eccotela lì. Una scrofa di quaranta chili, morta stecchita! Mamma mia, che salti feci! Che emozione e che gioia!”.
    “Il tuo primo cinghiale?”.
    “Quello fu il mio primo cinghiale”.
    “Uhm. Sei fortunato ad avere simili ricordi con tuo padre. Sono un tesoro inestimabile. Sei davvero fortunato”.
    E quella fu tutta la fortuna che incontrarono in quel giorno Banana e Baffino, e quando passarono vicino a un altro campo, costeggiandolo in macchina lungo la strada, e Banana propose di fermarsi anche lì, Baffino commentò che forse anche una lama ricurva può essere micidiale e così fu che, poi si seppe, lasciarono in quel punto un monte di funghi, ma si salvarono entrambi la vita.
     

     
  • 01 maggio alle ore 10:32
    Le disavventure di du’ pori sciagurati

    Come comincia: Che fatica! Ho finito ora di smontare, asciugare e sfangare il mi’ poro fucile, che meno male non ha dovuto sparare se no non sarei qui a raccontare questa tragedia. A parte il fatto che domenica devo accendere un cero da dieci chili a Santa Barbara. Ma cominciamo dall’inizio.

    Alle undici mi chiama Gabriele e mi fa: “Oggi si va, vieni?”.
    “O non verrò?”, e si resta d’accordo per le tre. Alle due e mezzo nubifragio biblico. Vai! Si sta a casa. Lo chiamo e gli fo: “Altro che a caccia, qui si va a pesca”.
    “Ma no, è un acquazzone passeggero, risentiamoci più tardi!”.
    Mah! Sarà che passi, io intanto decido di andare a letto. Alle tre e trentotto, nel pieno del sonno pomeridiano, squilla il cellulare. Indovinate chi poteva essere! Proprio, lui, che mi fa: “Io mi preparo e arrivo, fatti trovare pronto sotto casa!”.
    “No, ma aspetta, ma dove si va? E’ tutto mollo, ci s’infradicia!”.
    “No, no, si sta nei campi e basta, portati gli stivali”.
    Penoso sospiro da parte mia, che tanto conosco i mi’ polli, e liberazione del braccio informicolito di mia moglie da sotto il mio collo. A qualcosa, almeno, la telefonata è servita!
    S’arriva sul posto e ci s’instivala e ovviamente, camminando in discesa, dopo cento metri i calzini son già arrivati tutti in punta alle estremità. Almeno mi salvano dalle galle.
    Si procede per campi fradici e puliti, in mezzo a un uliveto brillante, raccogliendo intorno alle suole quei cinque chili di fanghiglia che sopperiscono ampiamente ai pesi posti alle caviglie dalle ginnaste che vogliono riattivare la circolazione, e ci si lascia inebriare dall’aria, fumigante vapori acquei e profumi di finocchio selvatico secco e liquirizia. Si parlotta del più e del meno quando Gabriele lancia un’esclamazione colorita”
    “Che è?”, fo io. Ah, per la cronaca io sarei Baffino.
    “Una fagiana c’è volata davanti e s’è buttata a destra”.
    “Ma dove? Io ‘unn’ ho visto niente!”.
    “Sì, sì io l’ho vista bene”, e detto fatto si getta all’inseguimento e addio ai miei be’ campi olezzanti e all’uliveto brillante. Passato a volo una specie di vado, ovviamente cosparso dei soliti rovi, marruche, rampicanti puntuti, pruni, lappole, scardaccioni e, stranamente, non di filo spinato rugginoso nascosto sempre ad altezza di caviglie o genitali, ci si tuffa in una vigna abbandonata.
    L’avete presente com’è una vigna abbandonata? Ecco ve lo dico io. Abbandonata dall’uomo ma infestata da ogni genere di erbaccia e arbusto, tutti all’altezza del petto, aggrovigliati coi tralci d’uva che nessuno si prende più la briga di tagliare.
    La prassi di caccia delle vigne abbandonate? Fare tutto un filare in su e poi un altro filare in giù, fendendo col proprio corpo una vegetazione inestricabile che fa di tutto per mandare il passante a gambe all’aria. Perché col proprio corpo direte voi? Perché le braccia tengono in alto il fucile affinché non s’intasi e non si bagni. Il fucile.
    Secondo voi, noi in che condizioni saremo usciti, dato che vi era piovuto da nemmeno mezzora? Andiamo avanti.
    Di prede, inutile dirlo, nemmeno l’ombra, così, sempre per ribattere la fantomatica fagiana, ci immergiamo, letteralmente, nella macchia alta, grondante, gocciolante, rivolante, alla ricerca del solito sentiero inesistente che Gabriele è sempre convinto esistesse appena l’anno prima. E qui si ripete l’immancabile ed impari lotta con la Natura indomita che cerca di accecarci, strangolarci, strappaci il capello e le brache, riempirci le tasche e gli stivali di spini, farci scivolare, agganciarci, bucarci, lacerarci, devo seguitare o vi siete fatti un’idea? Ovviamente quando dico cerca, intendo dire che ci riesce benissimo. Direte voi: ma le mani non ce l’avete? Purtroppo sì prima di addentrarci, perché dopo sono diventate il terreno di coltura per ogni genere di spini, tagli, forature e future infezioni.
    Comunque sia, non si passa e si torna indietro rifacendo grondare, gocciolare e rivolare tutti gli arbusti e gli alberi che non avevamo ancora asciugato al nostro primo passaggio… “No, no, si sta nei campi e basta”….
    “Di qui non si sfonda. Si deve scendere al fosso”.
    “Eh, andiamo che ho caldo e mi devo rinfrescare!”.
    Intanto si sente un minaccioso bubbolio in lontananza e monumentali nuvoloni grigi si approssimano a sbarrarci il passo, quale borbottante monito di incombente pericolo. Ma a noi? Figuriamoci! E che ci fanno?
    Tolto l’ultimo stivale dall’acqua del rivo che ne supera il bordo, i vestiti sono ormai imparentati col corpo. Una sgradevole doppia pelle umidiccia, appiccicaticcia e diaccia, ma perché preoccuparsene? Appena sbucati nel campo, infatti, la minaccia celeste si realizza e le cateratte iniziano la loro opera di svuotamento su di noi. Io guato con odio il mio compagno… “Ma no, è un acquazzone passeggero”….
    In qualche modo recepisce e fa: “Forse bisognerebbe metterci sotto una pianta grossa…”.
    “Sì, così, coi fucili in mano, si muore fulminati di sicuro”.
    “Ma no, si sta lontani!”.
    “No!”.
    “Allora andiamo in quel poderino. C’è un poderino in cima al poggio, dietro la siepe. Ripariamoci lì”.
    E vai sotto l’acqua a cordoni su pe’ ’n poggio scivolando nel fango e pensando che un fucile da collezione sta facendo la cura della ruggine. Lui. E io quella dell’artrosi, bronchite, artrite, pleurite, polmonite e forse anche malaria! Perché nonostante l’acqua, i tafani e le zanzare non ci danno pace.
    Come Dio vuole e non direttamente, ma dopo un largo giro in un altro uliveto, perché già che ci siamo…, s’arriva al rustico. Portone sbarrato. Nessun’altra apertura in vista.
    “No, ma vedi che esce il sole? Ora smette. Guarda c’è già l’arcobaleno!”, fa Gabriele con la solita faccia da schiaffi.
    E giù per la ripa a ricacciare. E piove. E ripiove.
    Mezzi, molli, fradici da farci schifo, che s’era inzuppata persino la rubrica del cellulare, attenti!, il cane sgagnola, un macchiarozzo si muove e la passione prende il sopravvento su tutto. Per pochi attimi è come se il sereno brillasse, irradiassi calore come una centrale atomica ed il mondo mi sorridesse col più caloroso affetto. Pochi attimi. A un metro mi schizza fuori una capriola che incanno d’istinto, trattenendolo immediatamente e vedendola zompare allegra e leggera sino al vicino bosco ove si gira e si ferma a guardarmi con gli orecchi dritti, come a dire: “Ma come? Non mi spari?”.
    Sospiro, aspirando un paio di litri d’acqua, mi asciugo la faccia con una mano che è la cosa più asciutta che indosso e procediamo. Ci fermiamo, sotto un pero e sotto l’acqua. “Senti, ma si va alla macchina? Qui si rischia grosso con questi fulmini”, non faccio in tempo a dire, quando un tonfo spropositato, un boato inaudito, mi strappa i capelli di capo e dieci anni di vita. Una folgore è caduta a pochi passi, piegandomi in due e sollevandomi al contempo un paio di metri da terra. E quell’incosciente, notoriamente duretto d’udito, mi fa: “O che era? M’era parso il frullo del fagiano!”.
    Certamente mi sarebbero state concesse non solo le attenuanti generiche, ma anche le specifiche. Tuttavia, poi, chi mi ci porterebbe a caccia? Quindi si riparte, sempre sotto una pioggia fitta e insistente, mentre il folle incosciente mastica una pera e se la ride come un gremlings annaffiato.
    Si ripassa uno degli innumerevoli guadi e, scivolando lungo montagna di fango che devo discendere, mi si infila la canna del fucile nella mota, tappandomelo per tre buoni centimetri. Cerco un albero contro cui battere il capo e farla finita, ma, purtroppo son tutti foderati di spessa edera e muschio. Non mi resta che infilare un dito nella canna e provare a stappare. Provo col mignolo che è anche il meno utile e spero nella sicura del fucile. Parte un colpo micidiale. Per fortuna non dall’arma, ma dal cielo. Giove tonante ce l’ha con noi, e Santa Barbara deve fare i miracoli!
    A questo punto mi avvedo di un grande vantaggio. I vestiti, che poi dovrò togliermi col coltello, son divenuti così aderenti da essersi scaldati per il sudore e lo sforzo, così che ora posso procedere avvolto in panni tiepidi come i salviettoni da sauna, e per di più, ho la comodità di poter bere senza sforzo, dato che la visiera del berretto mi si è afflosciata sull’occhio sinistro e mi basta sporgere la lingua per intercettarne la costante sgrondatura.
    Finalmente l’incubo pare avere termine, e sotto un meraviglioso arcobaleno, appare la tanto agognata macchina. Raggiungiamo la strada, il ferraccio arrugginito, il tappo di fango, la riserva idrica annuale che mi porto addosso ed io, e Gabriele fa: “Ma si fa anche quell’altro poggio?”.
    In un tutt’uno, i due cani, o ciò che ne resta, Pacone e Pachino versione anfibia, l’occhio otturato della mia canna ed io lo fissiamo inorriditi e increduli, ed uno spontaneo moto di disgusto, ma sopra tutto moto a luogo si parte corale e irrefrenabile al suo indirizzo.
    Alfine, quando potremo sederci al riparo della vettura, ecco che il riparo non sarà più necessario, giacché chiuso lo sportello, per imitazione, la volta celeste chiude i rubinetti.
    Naturalmente l’acqua è l’unica cosa che abbiamo preso, e quando allungo la mano per accendere lo scalda sedile, Gabriele mi blocca urlando: “Fermo! Potresti rimanere fulminato!”.
     
     
     
     

     
  • 01 maggio alle ore 10:25
    Il fucile

    Come comincia: Ed eccoti lì, di nuovo Domenica, di nuovo solo, seduto in uno spazio indefinito com’è il bosco. Accanto, a centro metri, una macchia di colore arancione fosforescente. Un altro te, seduto da solo nel mondo, che stringe quel ferro come fosse una scialuppa. Sì, è vero che siamo noi a trasportarlo, ma, in realtà, è lui che ci trascina fuori di casa, per sentieri impervi, facendoci, talora, ruzzolare nel fango, obbligandoci, talaltra, a scendere per dirupi, in maremmano detti troncacollo, ove ben difficilmente, altrimenti si avventurerebbero. In realtà, è lui che ci porta, come se si trattasse di un’antenna sintonizzata su un altro mondo. Un pianeta in cui ognuno ha lo stesso peso e valore. Sei tu, solo con lui. Non ci sono raccomandazioni o favoritismi. Certo! Ci vuole anche quel fattore, garbatamente definito fortuna, che consenta al tiratore di tirare, però, poi, tutto dipende solo e soltanto da te e da nessun altro. Serve che l’uomo metta a pieno frutto le sue potenzialità, che, col tempo e l’esercizio, si trasformano in capacità. E non ci si può nemmeno drogare, come negli sport olimpionici, perché, nel bosco, tutti i sensi devono essere perfettamente funzionanti, e, su di essi, deve governare la calma e la ragione. Il dominio della paura, il controllo dell’emozione.

    Tutto ciò lo si può fare solo onestamente. Barare è impossibile. Il più bello, tuttavia, non è nemmeno questo, bensì la liberazione. Non quella definitiva, che si avrà solo quando lasceremo questa valle di lacrime, ma, almeno, l’alleggerimento del carico quotidiano. Responsabilità familiari, insuccessi lavorativi, pochezze umane, diatribe condominiali, ansietà economiche, finanche la malattia. Tutto perde di significato. Dicono, i profani: “Ma come fai a stare lì seduto a far niente per ore e ore?”.
    “Dio mio!”, verrebbe da rispondere. “Potessi farlo tutti i giorni, invece di essere trascinato nel gorgo fangoso con cui il male cerca di avvilupparci per soffocare il nostro spirito”. Là, in quei boschi, ove il respiro si amplia e si purifica, lo sguardo si posa su ciò che esiste di più bello, puro, perfetto, incontaminato, innocente. La meraviglia del Creato che, lungi dallo stancare, rigenera costantemente e sempre stupisce e restituisce la gioia di vivere. Un pettirosso che viene saltellando a guardare che fai e si mette a rivoltare foglie e terriccio a poca distanza da te. Uno scoiattolo che si lancia e s’arrampica sulla tua testa, curioso come una comare. Un sasso muschiato, un mondo. Una gora d’acqua, una comunità. Lo zirlare d’un tordo, il riso d’un bambino. Il cielo adombrato che s’apre al sole risplendente, il sorriso di una madre. E i profumi. Il profumo di buono, anzi, di bontà pungente e fresca come si innalza da un rivo saltellante, gaio e rinfrescante come si libra dalla mentuccia, che in maremmano si chiama nipitella, dolce e pastoso come si diffonde dalla ceppica o acuto e secco come effonde il finocchio selvatico. Metallico nella pietra, delicato nel legno, inebriante negli ordinali e nei prugnoli. E tutto è donato, a disposizione di tutti, senza doverlo guadagnare, sudare, carpire, arraffare. A disposizione di colui che non sia cieco o sordo, e che sappia gustare e vedere l’immenso, inestimabile tesoro nel quale ci immergiamo. Che poi la preda arrivi o non arrivi, non fa alcuna differenza, perché il viaggio è sempre più emozionante del raggiungimento della meta. E la vita scorre così più accettabile, e gli anni passano e le impronte degli scarponi a volte si ripetono, a volte sono sostituiti da altri, e la falcata è più ampia e l’ambio più lesto, ma tutti coloro, che penetrano il bosco col cuore aperto continuano a vivere al riparo della sua ombra marezzata. Le risate, le cadute, le disavventure e le avventure, le fatiche e le soddisfazioni di chi lo percorre lo animano, e le loro imprese continuano ad echeggiare lungo gli stradelli e le radure. Dietro una macìa, sull’incavo rugoso di una quercia imbottita di edera, lungo il bordo segreto di un canneto frusciante e dovunque, dovunque l’avventura proceda, dovunque conduca, versando nei cuori di quei prodi l’essenza della Maremma che ne riesce traspirando un’emozione intramontabile. Nei detti antichi, nelle voci secolari delle fonti riecheggiano le gualdane dei briganti, gli amori clandestini, il ruggito dei draghi ed il mormorio delle streghe. I passi felpati degli amanti e quelli violatori dei pirati moreschi e tutto si fonde in una goccia di rugiada o di pioggia che si stacca dalla cima di un rovo e precipita lungo il collo di colui che è seduto lì da ore ad attendere ciò che possiede già, poiché galoppa nel suo sangue e rivive, prospero, nel suo spirito di uomo del bosco, di uomo di Maremma.

     
  • 01 maggio alle ore 10:24
    Gabriele, Barba e Baffino a cinfunghi

    Come comincia:           “Ero con Barba e il tempo si metteva al brutto”, raccontava Gabriele a Baffino, mentre cercavano cucchi e porcini su alla Piana del Tesoro, tra il mirto e le ginestre.

    “Brutto quanto?”, s’informò Baffino.
    “Eh, brutto tanto, ma intanto era tanto che si cercava e tanto che fai? S’è deciso di terminare il giro! Si pensava che nel bosco, comunque, non sarebbe venuta giù fitta. Tutto alto bosco di cerro, ornelli, corniolo. Insomma, s’era riparati. O almeno, così si sperava. Hai trovato niente costì?”.
    “No. Ci son già passati. I fungacci son tutti rivoltati”.
    “Eh, ci siamo venuti troppo tardi. Guarda qua! Tutti i roghi son districati. Ci hanno fatto un’autostrada. Ci si passa troppo bene qui. Che vuoi trovare? Inoltriamoci più giù, nel fitto, e vedrai che qualche fungo si trova”.
    “Ma giù dove?”, si preoccupò, istantaneamente, Baffino, che ben conosceva la propensione dell’amico a fare l’esploratore che apre nuove strade dove nessun altro s’avventurava per buoni e fondati motivi.
    “Giù! Taglia giù, a sinistra, verso il fosso, così poi si sbuca nei campi e si ripiglia la strada di casa”, lo spronò la guida intrepida.
    Baffino lo fissò senza commentare. Sospirò e raccomandò, come sempre, l’anima, le caviglie, i ginocchi e tutto il resto al suo Angelo Custode, cominciando a fendere lentamente una macchiona aggrovigliata di ginestrone, senza poter vedere nemmeno ove posasse il piede ed augurandosi di non pestare una vipera o di precipitare per uno scataborro.
    Come Dio volle, dopo un po’, il sottobosco si allargò e si diradò, riducendosi a un tappeto di foglie marce, rami tarlati e fradici, e massi insidiosi, ricoperti da muschi e detriti. Il tutto, ovviamente, disseminato lungo una ripa che obbligava l’improvvido viandante ad attaccarsi a tronchi e arbusti per poterla discendere arrivando in fondo, il più possibile, intero. Il tutto, ovviamente, senza vedere un fungo!
    E intanto faceva buio.
    “Guarda Gabriele che di qui si passa male. Per ora si va, ma si fa buio. La macchia si restringe. Non vedo stradelli”.
    “Ma sì, sì, vieni, vieni!”, vociò l’avventuriero che aveva sorpassato l’amico buttandosi a capofitto per quel troncacollo, come fosse Mercurio piedalato. Ma, purtroppo, per lui, non lo era, sicché, di lì a poco, si sentì un grandissimo franiccio, il rumore secco di rami troncati ed un tonfo clamoroso di un corpo che precipitava al suolo.
    Baffino, che aveva assistito, anzi, per dirla tutta, s’era gustato pienamente la scena, s’accostò informandosi cortesemente: “Fatto male?”.
    “Mi son storto completamente un dito. Mi si è girato all’indietro”, si dolse l’argonauta.
    “Ah, sì? Quasi certamente rotto allora”, partecipò, l’altro, commosso, al suo dolore.
    “Può darsi, però hai visto come ho tenuto bene in alto il paniere? Tutti i funghi salvati!”.
    “Vedo”, accondiscese Baffino. “Ti sei fatto altro?”.
    “Non mi pare”, tossì Gabriele levandosi e indicando un punto. “Guarda! Qui c’è un passaggio fatto dai caprioli. Seguiamo quello”.
    “Seguiamolo”, acconsentì la sua vittima, del tutto priva di speranza, mormorando tra sé e sé: “Purché, più avanti, non se ne debba seguire uno tracciato dai cinghiali. Già ora mi tocca andare avanti tutto gobbo, povera schiena”.
    Ora, sappia, il lettore, che tali considerazioni non andrebbero mai formulate a voce alta nel bosco, anzi, a dirla tutta, nemmeno pensate. Fatto sta che, mentre seguitavano a dirupare per quel versante pendente, la macchia parve aver udito i suoi timori, sì che prese a piegarsi su se stessa, a serrarsi, ad ingobbirsi, come se un pesante coperchio venisse gradatamente premuto sulle due aragoste pronte ad essere bollite.
    E’ vero che l’inclinazione del terreno, costantemente privo di ogni genere di spora e muffa neppur lontanamente somigliante a un fungo, prese ad addolcirsi, tanto che si poteva camminare col solo ausilio del bastone senza doversi appendere alle liane dell’edera, ma è pur vero che quest’ultime furono sostituite da quelle spinose, tenaci, laceranti, in Maremma note come stracciabracali. La luce parve deflettersi da quei luoghi tenebrosi, non riuscendo a vincere la parete spinosa che a mo’ di tenda da camera di tortura calava, inviolabile ed impenetrabile, da alberi ormai invisibili, sovrastata da un muraglione di inaccessibili rovi che costituivano un argine di oltre tre metri d’altezza da quel lato del fosso. Lato che dovevano attraversare per poter vivere!
    “E ora?”, fu tutto ciò non che pensò, ma che si limitò a dire Baffino.
    “E ora non possiamo risalire”, fu la considerazione della guida fratturata. “Perché è troppo tardi e prima di arrivare in cima sarebbe buio ed io son poco pratico di questi posti”.
    “Me n’ero accorto”, costatò Baffino, urtando l’altro che protestò: “E’ così buio, perché siamo partiti troppo tardi! Dovevi arrivare prima, non si può andare a funghi alle tre!”.
    “E’ così buio, perché a quest’ora cala il sole, e non è colpa mia se lavorando, non mi son potuto liberare prima!”, replicò seccato, ma prima che la querela procedesse, il battistrada aveva già posato l’occhio su un buco. Un foro nero poco più alto di cinquanta centimetri e largo una trentina, che pareva la tana del Bianconiglio, con la differenza che, anziché interrarsi verso il sottosuolo, procedeva diritto attraverso il muro di spine.
    “Guarda!”, esclamò Giulivo Gabriele.
    “Che devo guardare?”, domandò assai meno incline all’entusiasmo, Baffino.
    “Un foro. Un foro di cinghiali. Andiamo!”.
    “Ma sei matto?”, ma l’altro s’era già tuffato e procedeva al passo del giaguaro, in mezzo al fango pesticciato dagli ungulati che, presumibilmente, usavano quella lurida galleria come dormitorio. “Vieni, vieni, si passa!”, fu la voce ovattata che giunse a porgere l’invito meno allettante che Baffino avesse ricevuto in vita sua. “Ahhh…”, sospirò di nuovo. “Ma chi me lo fa fare?”, e s’inginocchiò rassegnato a lasciare, in quel budello, bottoni, lembi di stoffa, brandelli di pelle e litri di sudore, in cambio di graffi nel collo, punture sul viso, contusioni alle ginocchia ed ai gomiti ed abrasioni sparse per tutto il resto del corpo.
    “Vieniiii…..”, filtrò lontano un richiamo che poteva anche essere stato lanciato da un folletto, tanto assurdo ed incredibile appariva quel passaggio per essere calcato da un essere umano. Calcato non è il termine giusto. Direi piuttosto strisciato.
    Sopra, una cappa di tenebra ed immota ostilità che cancellava dalla mente persino il ricordo della luce. Ai lati, pareti così annodate ed intricate che, se il famoso principe se le fosse trovate dinanzi, avrebbe lasciato la Bella Addormentata ai suoi sonni tranquilli vitam aeternam et amen. Sotto, meglio sorvolare. Ma ciò che più preoccupava Baffino era l’incontro con una vipera, almeno sino a che la guida, da distanze insondabili, suggerì: “Speriamo di non trovarci faccia a faccia con un cinghiale, perché qui ci trita!”.
    Baffino s’arrestò alzando gli occhi al Cielo per sospirare nuovamente, ma non vi riuscì perché un tralcio secco di un rovo gli entrò nel colletto attaccandosi alla guancia e conficcandosi nel labbro. In quel momento nessuna forza al mondo avrebbe potuto evitare l’esplosione di un colpo teoricamente accidentale della sua arma diretto in avanti o, comunque, nella direzione da cui giungevano stropiccii, calpestii, scricchiolii. Dio volle, per la salvezza delle due anime e di uno dei due corpi, che fosse disarmato.
    Mentre stava sputando pezzi di legno e non so che, tamponando il sangue con una manica lercia e terrosa, lo raggiunse il suono più irritante e inaspettato. Qualcuno rideva. Era lui. Gabriele. Quella gran carogna che era scivolata oltre il bordo ed il termine dell’ostacolo, senza, purtroppo, precipitare nel fosso sottostante, ma, anzi, incoraggiava l’amico, ridendo delle sue sanguinose disgrazie. “Che ridi?!”, esplose Baffino. “E c’è da ridere qui, sì. Non si sa nemmeno se ne usciremo e lui se la ride! Nemmeno da soldato ho patito a questa maniera! Bello il mio Comando, come ci stavo comodo! Ahia! Ahia! Non ridere maledetto”.
    Intanto, l’abietto, se la rideva e riprendeva, riprendeva e se la rideva sfruttando uno di quegli odiosi marchingegni che il genio malefico dell’uomo ha messo a disposizione della sua pervicacie e depravata empietà.
    Alla fine di un percorso di guerra che i cinghiali avrebbero probabilmente evitato per almeno due giorni, tanto era stato impuzzolentito dalle generose effusioni sanguigne dei due uomini, Baffino si lasciò scivolare al di là del l’accesso a quel girone dantesco che certo sarebbe comparso nella Divina Commedia, solo che Dante avesse conosciuto un po’ meglio la Maremma.
    Riprendendo fiato e provando inutilmente a liberarsi le vesti lacere da residui di fango e forse altro che le impregnavano, conseguendo l’unico risultato di spargerle nelle poche zone che non avevano raggiunte, Baffino, quasi esalando, mormorò: “Te hai una fortuna sola. Che questo bastone che ho in mano me l’ha regalato mia moglie e ci sono troppo affezionato…!”.
    Gabriele sorrise luciferino, anzi ghignò stridulo e malevolo, indicando lo stradone, tutto in ripida salita, che li attendeva per poter ritornare alla civiltà, mentre un venticello ghiaccio gelava loro il sudore addosso, e le ombre della prima sera già si stendevano a confondere contorni ed idee.
    “Ah, non me ne importa niente!”, asserì, convinto, Baffino. “Mi basta poter camminare dritto e son pronto a fare anche cinque chilometri!”.
    “Cinque?!”, insinuò perfido il così detto amico. “Avrai da ridirlo!”, e s’incamminò lesto, come se su di lui la fatica non avesse effetto.
    Mentre, bisogna dire, con passo non proprio elastico, i due sopravvissuti ascendevano l’irta erta, Baffino, che s’era ripreso prima di quanto non credesse,  e alleggerito dalla consolazione di non esser stato offerto in cibo ai cinghiali, domandò: “Prima, avevi preso a raccontarmi di Barba. Che dicevi?”.
    “Ah, sì.”, si rammentò Gabriele. “Dicevo che s’era andati a funghi e qualcosa s’era trovato, ma il tempo imbruttiva”.
    “Ma quando?”.
    “L’altro giorno. Quando venne giù quello stonfo d’acqua!”.
    “Ah. Mi ricordo. Un temporale buffo!”.
    “Eh, appunto. E noi s’era nel bosco con due panieri pieni e si veniva via. Corradino aveva il suo, più un bigoncio di plastica che s’era portato dietro in previsione di riempirli entrambi”.
    “Previsione azzeccata?”.
    “Abbastanza. Insomma, s’era quasi usciti quando, o te! Una bestia di ottanta chili stesa lì davanti a noi!”.
    “Morta!”.
    “Sì, ma da poco. Buonissima. Aveva una palla nel costato ed era ancora calda. Il corpo fumava. Te che avresti fatto?”.
    “Eh, io me la sarei presa, ma ottanta chili…anche in due, poi coi corbelli pieni di funghi…. Come avete fatto?”.
    “Abbiamo deciso di farlo a pezzi sul posto e lasciare lì gli scarti”.
    “Ma, e con che l’avete spezzato?”.
    “Eh, appunto. Serviva la mannaia e non ce l’avevamo. Sicché, Corradino mi ha dato un paniere ed io sono corso alla macchina, per andare a prendere a casa l’attrezzo necessario. Son partito ed avrò fatto…che ti posso dire?, tre chilometri, quando è venuta giù l’ira di Dio! Veniva giù come le funi!”.
    “E sei tronato indietro a riprendere Barba?”.
    “Sì, eh! E il cinghiale? Si lasciava lì? Ho proseguito fino a casa”.
    “E quel disgraziato di Barba?”.
    “Sotto l’acqua. Tanto ormai era bagnato”.
    “Che delinquente che sei! E poi?”.
    “Ho preso l’attrezzo e son tornato indietro. Che ci avrò messo? Capirai. Nemmeno mezz’ora!”.
    “Eh, certo. E Barba mezz’ora sotto l’acqua a prendersela tutta!”.
    “In parte”.
    “Come in parte?”.
    “Sì, quando son tornato aveva rovesciato il bigoncio in terra e se l’era messo sul capo”.
    Baffino non seppe trattenere un sorriso che gli impedì di dire quel che pensava, ma anzi considerò: “Almeno i funghi si saranno lavati”.
    “Poco. Nel fango…”.
    Baffino rise e guardò l’amico che ghignò con lui. “E poi?”, domandò.
    “Eh, poi ho dato la mannaia a Barba. Tu vedessi bella. Una lama affilatissima. Spessa un dito, ben bilanciata. Lunga mezzo metro. Peccato per il manico”.
    “Perché? Che aveva il manico?”.
    “Barba aveva chiesto al fabbro di farglielo con un todino di ferro. Come quelli dei segnali stradali”.
    “E invece?”.
    “Eh, invece l’aveva fatto, di testa sua, con un palo di legno”.
    “Va beh. Magari sarà stato più pesante, ma la sua funzione la svolgeva lo stesso, no?”.
    “Mica tanto. Forse perché era tutto bagnato, forse perché col buio che arrivava Barba avrà calibrato male l’inclinazione, fatto sta che al primo colpo gli s’è troncato in mano”.
    “Il manico?!”.
    “Sì”.
    Anche le ghiandaie volarono via gracchiando, sebbene già appollaiate sui rami, quando la risata dei due uomini rimbombò tra i colli.
    “E che ha detto?”, tossì Baffino tra le lacrime.
    “Te lo puoi immaginare. Roba mai sentita prima in Cielo o in terra”.
    “Ah, in terra non lo so, ma in Cielo senz’altro! E come avete fatto a dividerlo, allora?”.
    “Eh, per fortuna, era rimasto un moncone del manico che sporgeva dalla lama abbastanza da essere impugnato e quindi a furia di colpi s’è compiuta l’operazione”.
    “Immagino come vi sarete conciati”.
    “Mica tanto”.
    “Come mai?”.
    “Veniva giù a ritrecine!”.
    “Sciagurati! Ma ce l’avete fatta?”.
    “Eh, certo. Con diversi viaggi…. E che facevi? Lo lasciavi lì? Un cinghiale a quel modo!”.
    “Ah, no, no certo. Ma insomma…”.
    Intanto, la pietosa notte era scesa a coprire i sanguinari misfatti di quella terra selvaggia e selvatica nota come Maremma, che non ha mai rinunciato ai suoi onesti briganti. Ove il pepe che si aspira è polvere da sparo, ove il sole non si limita a tramontare, ma, coricandosi, brucia il mare e la terra e gli uomini che lo ammirano, radicati in quell’unico elemento che li plasma e li fonde in tutt’uno di virilità ancestrale e umile rispetto.
    Baffino e Gabriele non pronunciarono altre parole, scomparendo nel buio, uno accanto all’altro, seguitando per una via che innumerevoli viatori avevano percorso prima di loro. Così, anch’essi avevano contribuito ad arricchire, con le nuove storie, il cesello antico di infinite altre, intarsiando il baldacchino stellato che brilla in alto, su ciò che fu e che è Maremma.

     
  • 01 maggio alle ore 10:22
    I Tre Rivi

    Come comincia: Quella domenica era cominciata male. Una pioggerellina uggiosa di quelle che cadendo sussurrano: “Ti volevi divertire caro, oggi che è domenica, eh? He he, he!”, per cui uno già è urtato al primo acchito. Comunque, avviai il locomotore e mi diressi verso Montevinaio, incontro al destino che, è proprio il caso di dirlo, si sarebbe rivelato tre volte rio!

    Stavo appena lasciando il punto ridente capoluogo, quando il mezzo tecnologico che strappa l’uomo alla meditativa solitudine per spingerlo tra le fauci dei gendarmi, novelli briganti inguattati lungo la via, squillò e la voce sorniona del capocaccia, m’interrogò: “Che fai? Dove sei?”.
    “Eh”, risposi titubante, “starei uscendo dalla città per venir da voi”.
    “Ah, vieni?”.
    “No? Non devo venire?”.
    “Mah, sai, qui pioviggina”.
    “Anche qui, ma ad Est si apre sotto il soffio di una  simpatica tramontana gelata”.
    “Ah, allora…”.
    Oltre al campanello della suoneria del telefono anche uno d’allarme era risuonato in me, ma decisi d’ignorarlo, perché all’uomo si insegna che occorre misconoscere quelle intuizioni che spesso, invece, agli animali salvano la vita. Proseguii imperterrito.
    Dopo la consueta mezz’oretta di tragitto, stavolta assai grigiastro, giunsi a destinazione, ove mi accolse un’allegra e persistente pioggerella che inumidendomi, parve ribadire: “Ah, sei venuto lo stesso, eh? Bene! Benvenuto caro, buon divertimento”. Per fortuna la plumbea cappa atmosferica era avversata da una opposta, che si dipartiva dalla forza aerea eppur terrigna del fuoco, dipanando verso l’alto una caligine riscaldante e di tutt’altro genere. Infatti, profumava. Ma di che, esattamente?! Uhm. L’unica era scoprirlo.
    Discesi la ripida ma breve callaia che conduceva al rialto ed alla fiamma, ove mi accolse l’appetitosa vista di spiedini posti a rosolare sulla brace. Meno invitanti erano le dubbiose espressioni di coloro che le manducavano. Nondimeno, come resistere alla ciccia affumicata?
    A gentile offerta del cuoco ne posi uno sui tizzoni, lestamente coperto di sale e pepe. Tanta pronta sollecitudine m’insospettì non poco, ma avevo accettato e poi avevo freddo e fame. Entrambi miei stati abituali.
    Appena cotto, addentai il boccone, dopo aver scroccato il pane ad un insolitamente disinteressato segretario. Addentare è il termine giusto, ma per digrumarlo avrei dovuto dire azzannare, laddove la natura mi avesse fornito di tale dentatura. Buono, eh? Buono e saporito, ma duro, duro dannato.
    “Secondo te, che bestia è?”, m’interrogò il capocaccia.
    “Mah, non saprei, forse cane?”, azzardai.
    “Macché cane!”, s’inalberò il macellaio.
    “Per me è tarpone”, spiegò il di lui genitore.
    “Io non son nuovo alla cacciagione, e a me sembra capriolo”, specificò con la sua voce calma e pacata il buon Corradino, alzando una mano per dar forza al discorso.
    “No!”, garantì il cuciniere.
    “Abbia a essere nutria?”, ipotizzò il Principe, così detto per la delicatezza dei modi e ricercatezza dell’eloquio.
    “Nemmeno, perché la nutria è morbida”, sancì il decano dei cacciatori.
    “Allora spinosa”, propose il capocanaio che nel frattempo si liberava del boccone senza ingurgitarlo.
    “Neppure, sarebbe più dolce”, borbottai tra un crampo e l’altro della mascella.
    “Non rimane che la volpe o il tasso”, decretò il capocaccia dell’anno avanti, forte delle sue evidentemente variegate esperienze culinarie.
    “La volpe è più rossa”. “Il tasso è più grasso”, specificammo prima Corradino e poi io.
    E lo chef rideva e coceva, coceva e rideva.
    “Ce n’è per tutti se l’oste ne coce!”, citò un vecchio adagio popolare il nostro decano, che più vicino ai novanta che agli ottanta pure immancabilmente presenziava a testimoniare che la passione non ha età.
    Come Dio volle, smise di piovere ed i fumi arborei ed equorei s’unirono in una sola cortina nebbiosa che si distese e poi si dissolse, lasciando il celeste campo agli immensi, candidi nembi che lo solcavano solenni e maestosi, transeunti testimoni del rito millenario che s’andava apparecchiando: la caccia al setoloso dentato!
    Ci approntammo alla partenza alleggeriti nello spirito, per quanto appesantiti nello stomaco che aveva preso a belare le sue rimostranze, adottando forse la voce delle carni che ospitava….
    Io pescai i numeri relativi a due poste contigue, giacché la presenza di Corradino accanto alla mia, oltre che garanzia di sicurezza ed ammaestramento, era anche fonte per me di sincero piacere. Provavo, infatti, una profonda stima venatoria, unita a umana simpatia per quel tiratore ponderato e consumato, con la folta barba alla garibaldina e l’attento occhio ceruleo intonato ai limpidi paesaggi maremmani e schietto al par di essi, a far da contrappunto alla pelle abbronzata e solcata anzi tempo, lavorata dal sole e dall’aria come i campi colti ed incolti su cui aveva trascorso l’esistenza. Artefice ferace e al contempo partecipe fruitore della terra verzicante, in un accordato, simbiotico suggello. Insomma, il compagno ideale di caccia e di cammino che si presentò tosto aspro, erto ed irto. E sdrucciolevole assai….
    Le poste riservateci, secondo i numeri estratti, si rivelarono, come al solito, le ultime e le più disagevoli da raggiungere. Laggiù, laggiù oltre un primo colle, al di là di un secondo, in fondo ad un ripido declivio, ecco che potei finalmente far giacere le stanche membra affardellate.
    “Questa è la posta migliore!”, mi assicurò il vecchio capocaccia, “anno ce n’ho ammazzati quattro”.
    “E io due”, rincarò Corradino.
    “Ecco”, dissi tra me e me, “stai a vedere”. Perché il lettore è bene abbia contezza che allorquando mi rassicurano circa le buone probabilità dell’impresa, è matematicamente certo il verificarsi dell’opposto esito. Tuttavia, dire che quel luogo fosse la dimora di una fata, non rende ragione neppur per metà all’incanto fascinoso che m’irretì non appena ebbi avuto modo di sedermi ed acquetarmi.
    Un rivo sonoro e saltellante, corrente tra sassi e cadente da massi, donava la vita alla forra in cui mi era toccato di appostarmi e che, tra i vasti aperti campi, rinserrava una dimensione incantata la cui poesia non può descriversi a parole: lucenti faggi dalla nivea scorza imbiancavano le ripe ingentilendole e donando loro un’aria nordica, montana, mentre un pioppo plurisecolare, dal tronco incommensurabile, avvinghiato al bordo dell’acqua, nodoso, contorto e screpolato, forniva ricetto ad innumerevoli generazioni di passeri. E là, dove il tempo aveva aperto vaste e profonde ferite solcandone la corteccia, una tenera ed apparentemente pietosa edera s’inerpicava a celarle ed a scaldarle, riparandole contro gli assalti del dirompente gelo.
    L’aria tutta era solcata da un profluvio di gialle foglie turbinanti, che la tramontana rubesta faceva vorticare tingendo d’oro il rivo ed il suolo, naturali castoni ai focati rubini che qua e la sgargiavano dai pungitopo, per quanto dubito che i topi siano così sprovveduti da farsi bucare da quelle piante come invece, regolarmente, capita ai cristiani.
    Gli spazi aerei venivano costantemente ritagliati e suddivisi da fili di sole, che i ragni volanti imprigionavano con le loro seriche scie, consentendo agli immoti arbusti di unirsi lievemente or qua, or là secondo il capriccio dell’aria aulente. E la musica delle acque irrequiete sovrastava il canto degli uccelli ed il rimestio dei pensieri sino ad affogarli tutti e trascinarli lontano a valle, schiacciati sotto i rivoltanti cogoli.
    In alto a sinistra, sopra di me, si stagliava la figura seduta di Corradino, la schiena eretta, l’arma quieta ma pronta appoggiata ad un ginocchio, accarezzata dalle dita desiose, mentre sul costone di rimpetto il fornaio andava scartando l’involto che s’era portato, aprendo le ostilità con gli ungulati già insaccati. E, su tutti, un cielo traforato di verde e grigio, giallo e bruno, colorato dai mutevoli dipinti che le alte ramaglie ondeggianti al tramontano componevano instancabilmente.
    Era tutto bello, così bello e pacifico che, manco a dirsi, non poteva durare. Non un abbaio incrinava la quiete, neanche un latrato penetrava le selve, né, tanto meno il dirompente contatto del fuoco con la polvere pirica squassava i sensi, eccitando gli animi. Quel sito così fiabesco mi si prestava mirabilmente a comporre un racconto, ma, forse proprio per questo, si negava a qualsiasi altro impiego, compreso quello venatorio.
    Da non molto il mio animo si era placato, accordandosi ai battiti del cuore che aveva cessato le extra sistole della marcia, quando avverti l’inconfondibile scatto metallico dell’otturatore dell’automatico di Corradino. Stava scaricando l’arma. Lo guardai e capii. La ciccia pelosa non transitava per tale landa ed urgeva abbandonare l’infruttuosa cacciata per iniziarne un’altra altrove.
    Come predetto, l’infausto oracolo avverava con crudele malevolenza la propria esattezza.
    Scaricai il fucile, mi ricaricai dello zaino, ed abbarbicandomi alla bell’e meglio ai più improbabili appigli, m’issai dal greto, senza lasciare, però, che la sua musica purificatrice abbandonasse il mio animo.
    Ed ecco il bello: eravamo, come già notato, le ultime poste, e tutte le precedenti s’erano adesso incamminate verso la nuova destinazione, sì che urgeva raggiungerle rapidamente; solo che la medesima strada che coperta in discesa richiede un dato tempo, se percorsa in salita, pur non allungandosi di un centimetro, per imperscrutabili leggi fisiche richiede un lasso quanto meno doppio, che nel mio caso si triplica dovendo impegnarmi a convincere delle riottose membra ad assecondare una volontà a dir poco ottimistica, fin quando il cuore, gettato oltre l’ostacolo, non rimbalza all’indietro mollando contraccolpi titanici ad una cassa che la natura non volle grande.
    E intanto Corrado, direte voi, che mi sopravanza di qualche lustro, soffriva, ansimava, si strascicava?
    Soffriva certo, o meglio, friggeva, pur senza mostrarlo, a dovermi aspettare in cima al colle che mi vedeva arrancante scalatore paonazzo e sfiatato. Alfin giungemmo e mi sprofondai nel sedile della vettura, affabulando qualche scusa che non suonasse eccessivamente mortificante. Ma d’altronde, come dicono gli Alpini: “Ci mancò la fortuna, non il valore” e se per fortuna intendevano il fiato, nessuno fu più Alpino di me.
    Dopo un tragitto ampiamente insufficiente affinché potessi riuscire a recuperar risorse che mi consentissero di spostarmi in stazione eretta, dovemmo ributtarci giù per una pendenza, la quale, più che precipite, era proprio uno scatafosso su cui stambecchi di buon senso si sarebbero ben guardati dall’azzardarsi.
    Il burrone, solcato da insidiose fenditure frananti camuffate da irridenti ciuffi d’erba, cessava come tagliato da una lama spietata, con un salto di un metro, su di un lutulente fiumiciattolo. Un fangoso rivoletto che serpeggiava malevolo e infido nel bel mezzo d’un motoso pantano. Un masso segnava il limite tra la terra friabile e quella marcia e cedevole che sbarrava la strada. Cioè, la sbarrava a me, perché, evidentemente, ai colleghi che mi precedevano aveva mostrato il proprio favore consentendo loro un sicuro ed asciutto passaggio. Comunque, dato che indietro non si torna diceva un tale, osservai bene il compagno davanti a me e mi accinsi ad imitarne il gesto atletico.
    Premetto che i miei arti inferiori avevano ripreso a baccagliare con il muscolo cardiaco e con l’apparato respiratorio, e che, non riuscendo a fiaccare l’indomito volere del loro signore e padrone, avevano di già consumato un vile tradimento incrociandosi poc’anzi ed infliggendomi quella che tecnicamente si definisce una “culata coi contro fiocchi”, ma ci voleva ben altro! Quello, appunto, che stava per capitami.
    Eravamo, dunque, rimasti al gesto atletico del mio predecessore, il quale, posto il piede sinistro sul masso, lasciava cadere il destro in un punto della fanga donde si dava lo slancio per scavalcare a volo il canaletto. Niente d’insormontabile, a prima vista.
    Montato sul masso, presi la mira, modestamente infallibile, dell’orma umana da ricalcare e mi lasciai andare su quella pesta per spiccarne il balzo da pillaccherone.
    Quello fu il passo del destino che si chiuse su di me. Anzi, per essere esatti, sul mio arto che fu istantaneamente risucchiato nel gorgo del brago fino al polpaccio, imprigionandolo in una morsa vischiosa, che esercitò una forza pari e contraria a quella impressa al resto della mia persona, così che in un battito d’ali fangose, mi ritrovai diffuso e impresso esattamente al centro del melmoso rivo, imparentando ogni arto disteso con l’impregnante padule.
    “Subito corsero, ti sollevarono, ti ripulirono, ti asciugarono!”, dirai tu, o ingenuo lettore, ignaro e incredulo della perfidia umana e specialmente di quella del cinghialaio maremmano. No amico caro non corsero, non potevano neanche volendolo, benché comunque non lo volessero, perché le forze mancarono loro per l’empia risata che li squassò, abbandonandomi alla mia sorte infangata!
    Dopo che m’ebbi raffigurando il soldato napoleonico di Waterloo, con lo zaino pendulo da una parte e lo schioppo ciondoloni dall’altra, col berretto sugli occhi ed i panni arricchiti da una pigmentazione mimetica nuova e non ricercata, mi avviai con disinvolto stile, per quanto l’abbigliamento mèzzo e gocciolante lo consentisse, verso lo sganasciato gruppo in mia premurosa attesa, augurando loro ogni gioia e soddisfazione dalla vita. E con quale premura furono ricambiati i miei auguri! Subito, per paura che bagnato potessi raffreddarmi, fui collocato in una splendida postazione completamente aperta al gelido soffio della tramontana, in modo che mi potessi asciugare, dissero, come infatti avvenne al termine delle due ore in cui potei giovarmi di quello spontaneo phon della natura. Siderale. Prima di lasciarmi alla sosta criogenica, il capocaccia, con sollecita premura, mi apostrofò con tal bel garbo: “Te mettiti qui e augurati che passi un cinghiale”.
    “Te augurati che io gli tiri, se passa”, fu la risposta che formulai nel mio intimo senza esplicarla dato che il mio morale cominciava a cedere sotto i colpi del fato beffardo, eppur giustificata sarebbe stata la mia rampogna e vi spiego il motivo. La mia posta si trovava su di un sentiero largo forse un metro, forse meno. Alle spalle uno spaventoso orrido con un tuffo di quindici metri sul cui fondo ruggiva un fiume, il terzo e per fortuna ultimo della giornata, così precipitevole da aver perfettamente levigato il fondo roccioso e la base delle due rive. Di fronte, proprio sul bordo dello stradello, si levava un poggio, alto, spiovente, decorato da pochi alberelli fragili e stenti che ben difficilmente avrebbero potuto arrestare la caduta di un animale abbattuto e precipite e, se il capocaccia contava che io frapponessi la mia assai moderatamente ginnica complessione alla frana suina per confondermi ad essa in un amplesso setoloso che solo la corrente del rivo avrebbe potuto districare dopo che vi fossimo dirupati, ebbene era destinato ad una cocente disillusione.
    Soffiava il vento, piegando al proprio volere le chiome delle piante e la mia, perché mi s’era infradiciato anche il cappello, e montavano in me i dubbi secolari che turbano l’umanità da tempo immemore: “Chi sono io? Donde vengo, dove vado? Ma soprattutto, che accidenti ci faccio qui?”, quand’ecco che un cosetto nero mi si avvicinò irridente, ed era chiaro che l’impudente scoiattolo aveva trovato la risposta all’ultima domanda e moriva dalla voglia di trasmettermela. Gli si leggeva negli occhietti malevoli e canzonatori la sentenza che solo l’eccessiva escrescenza dentale gli impediva di compitare: “Il bischero!”. E tale dovette essere il giudizio condiviso in quel dì di caccia dal mondo animale riunito a ridente simposio, ben lontano dalle nostre canne poco tonanti, giacché di cinghiali non se ne mostrò uno neanche per carità cristiana.
    Ciò sia di monito all’uomo predatore: “Chi al fratello cacciatore non sovviene in soccorso, di preda non vedrà nemmanco l’osso”. Io lo dissi e qui lo sottoscrivo.
    Un unico risultato positivo raggiunsi al termine della contro risalita che mi riconduceva alla civiltà: finalmente avevo digerito il montone.
     
     

     
  • 01 maggio alle ore 10:20
    La trippa con le cotiche

    Come comincia: Accanto a me, sulla sommità del poggio che mi è toccato come posta, si leva un macchione di rovi, modellato e torto, così da poter essere usato come capanno per i colombi e i tordi.
    Dietro, un brillante pascolo si stende placido oltre un borro popolato di faggi e lelleroni, metodicamente brucato da un gregge di procedenti candidi ovini. Il delicato tintinnio dei campani pare scandire e dare il ritmo al frusciante brusio delle loro mandibole instancabili.
    Sulla sinistra i colli precipitano, aprendosi ammirati alla vista delle trasubbie, l’ampia curva del fiume ghiaioso che in quel tratto divine guadabile. E laggiù, laggiù, sfumato ma severo s’innalzava il Monte, quel rilievo fortificato, posto a guardia del confine settentrionale di questa landa benedetta. Ivi, almeno una volta i conquistatori senesi si sono scornati contro i tre castelli della solida Maremma: Roccastrada, Sassofortino e Montemassi, ai tempi in cui Guido Riccio da Fogliano dovette rinunciare alle pretese della rapace città del palio.
    Ed io lì, ad ammirare tutto questo, trasognato tra la storia patria e quella celeste a cui mi richiama il volo dei colombi e delle maestose poiane.
    Schiannn!!
    Che succede? Stan, tan, ta-tan!
    I canai! I canai hanno trovato i cinghiali e li forzano alle poste sparando a salve. Le esplosioni si susseguono frenetiche, raccolte dalle balze e diffuse come un tuono per tutti i poggi, fino a perdersi nell’aria aperta dietro di me.
    Contemporaneamente la muta dei cani inizia a latrare, gettandosi a perdifiato sull’usma freschissima, ed i canai dietro, a corsa, sparando e berciando, emettendo versi disumani che nemmeno i pellirosse conoscevano.
    Eccolo, eccolo!!! Lo vedo!, è un verre nero, enorme, Maremma che emozione, che bestia!, è sul crine di fronte al mio, a un chilometro in linea d’aria e corre, corre come un dannato col foco al c…. verso le poste. Attraversa un campo, ecco ora vedo anche i cani che lo inseguono ed i puntini fosforescenti dei canai che escono dalla macchia, imprecando, urlando, correndo senza smettere di sparare. Le poste son tutte all’erta, il verre sfonda un sieponale come fosse carta velina e si catapulta in avanti, carica la prima posta. Santo Cielo!
    Tonfa, tonfa! Due lecche a palla gli bruciano il crino irsuto sfiorando la groppa ma senza far danni, un salto e prende avanti la posta buttandola a gambe all’aria. Ha sfondato la linea e se ne corre illeso fuori battuta.
    E i canai esterrefatti gridano fuori di sé: “Vi venisse un colpo! Accidenti a quanti sete! Ma che tirate? A campa’?”. E via di corsa a infilarsi nel bosco per stanare la successiva preda.
    Passa qualche minuto di silenzio, rotto solo dalle mie risate, dato che a me è andata bene e non ho dovuto dar prova della mia mira. Che spettacolo!
    Non trascorrono che cinque minuti ed i nostri bravi segugi son già all’opera, pronti ad assalire un avversario che ammonta a dieci volte il loro peso e contro cui non hanno alcuna difesa, rischiando la vita ad ogni assalto.
    Eccolo, per dinci! E’ più grosso di quello di prima!, che birullo! E’ una madia con le zampe! Un mulo! E ha preso la stessa strada di quello di prima. Eccolo che vola attraverso il siepone, passa la prima posta…niente! Ma perchè non gli ha tirato? S’è addormentata o sarà morta, data che ha circa ottantatre anni? Poi sapremo che la carabina si era inceppata. Conoscendolo avrà provato a caricarla con una cartuccia da doppietta, come minimo!
    L’animale arriva sparato di fronte alla seconda posta che si agita e si muove. Il verre lo vede e sterza di novanta gradi neanche fosse una lepre, invece di pesare quasi un quintale! Sta-tan! Erutta la doppietta. Due colonne di terra e una fumata di polvere che nemmeno una tromba d’aria l’avrebbe sollevata.
    E il cignale? Via alla velocità della luce fuori tiro e fuori pericolo.
    I canai!!! “Voi schiantaste! Vi scoppiasse il bellico, accidenti a chi ve l’ha legato!!! Ma che chiappate? Neanche in provincia! Manco i prosciutti appesi al trave buttereste giù. No a caccia! Dovete anda’, ma al macello, a favvi macella’ voi e chi vi ci ha messo! Brutti sciancati, guerci e rincoglioniti!”.
    E io, mentre cerco di non cascare giù dal poggio dalle risate, mi consolo e pregusto la trippa con le cotiche, che mi aspetta al rialto.
     

     
  • 01 maggio alle ore 10:19
    L'ultima cacciata di Paco

    Come comincia: Baffino, il mento appoggiato sul palmo della mano richiusa a pugno, ammirava, fuor di finestra, uno di quegli spettacoli ineffabili che il buon Dio gli donava per ricreargli lo spirito e nutrirgli l’anima. Una luna piena, circonfusa da un’unica nuvola grigia che si spandeva intorno ad essa facendone risaltare il biancore e la lucentezza come ostrica tra perlacee valve, colmava di sé il cielo ed il cuore del prevosto. La sua bellezza era così pura ed il suo incanto così potente che una soave luminosità se ne spandeva, discendendo a terra per sollevarne in alto la stanca ed assetata polvere settembrina che ammantava l’orizzonte e, con essa, la fatica degli uomini ed il travaglio delle loro vite.

    Sospirò forte, accompagnando quel moto del corpo con un lungo gemito, una “eh”, protratta e sibilante. “Prima o poi… prima o poi…tocca a tutti”, mormorava. Poiché non poteva obliare i fatti del giorno.
    Quel pomeriggio, infatti, si era recato a caccia con Gabriele, di cui era diventato, col tempo da semplice estimatore dell’uomo e cacciatore, e sincero ed affezionato amico, eppure, stavolta, si erano divertiti poco. Non perché fossero tornati a caccia col carniere vuoto, cosa che non contava nulla, ma perché quella era stata l’ultima cacciata di Paco. Che Baffino aveva sempre chiamato Pedro, confondendo persino i nomi dei cani, oltre quelli dei Cristiani.
    Povero Paco Pedro, un setter di gran razza, capace di avventare un cinghiale in un canneto a venti metri e rimanere fermo lanciando due abbai per avvertire il padrone senza spaventare la preda. “Eh, sì”. Considerò tra sé e sé. “Se Dio non volesse la caccia non avrebbe creato il cane! Senza il cane non esiste caccia”. Ed ora Paco non avrebbe cacciato mai più, mai più in vita sua. Forse appena le farfalle settembrine, ormai impedite nel volo dai primi freschi d’autunno.  Si grattò la pera, stirando le labbra e schioccando la lingua. Proprio non gli andava, povera bestia. Troppe volte aveva cacciato con lui, troppe soddisfazioni ed emozioni gli aveva donato ed ora vederlo ridotto così, trascinare il treno posteriore senza nemmeno la forza di saltare un filo d’erba, lui che saltava le reti da pecora. Quelle famose reti che in altra occasione tanto filo da torcere avevano dato a Baffino!
    L’ultima volta. Come c’è una prima, così c’è un’ultima volta per tutto nella vita. Bello sarebbe rendersene conto. Sia di simile pensiero che del fatto materiale, allorquando si presenta. Per apprezzare ciò che si è avuto e godere ciò che si è imparato. Invece molti sono solo capaci di recriminare e rimpiangere il passato, perché non hanno imparato proprio un accidente!
    Tali erano le sue riflessioni, più amare del solito, mentre gli risuonava in mente quell’abbaio disperato di Paco, legato a una pianta mentre il suo padrone si allontanava. Sarebbe tornato poco dopo, ma è come se il cane avesse compreso che, in realtà si allontanava per sempre, come se gli fosse chiaro che la loro complicità venatoria, la storia dell’intera sua esistenza, si concludeva in quell’assolato e torrido pomeriggio di metà settembre.
    I fatti si erano svolti così: Diana, la grandissima e temibile cacciatrice, quella favolosa Setter che, quando puntava, si sdraiava nell’erba come una tigre, se l’era portata via la le smaniosi, lasciando in eredità un cucciolone di sei mesi che non l’aveva mai vista cacciare e che non aveva nemmeno idea di quale fossero i doveri, i metodi ed i trucchi di un bravo cane da penna! Così, Gabriele si era deciso di portare con sé, in cerca di qualche fagiano, padre e figlio, Paco e Pachino, affinché il giovane imparasse dal vecchio ed il vecchio non si sentisse trascurato ed abbandonato in favore del giovane, ma, come insegnano i latini, la vecchiaia è di per sé stessa un morbo che non conosce cura.
    Scesi di macchina, padre e figlio, ognuno secondo la forza della propria zampa si erano dati da fare in giro, Pachino sparendo subito ed uggiolando come una disperato dietro un imprendibile capriolo, e Paco, annusando qua e là tra i filari di una vigna abbandonata. Baffino e Gabriele si erano messi a far il pendolo su e giù tra i filari del vigneto negletto, sperando che si alzasse un fagiano o schizzasse una lepre scovati da Paco, ma l’unica cosa che fecero alzare fu la polvere della terra spaccata, dei finocchi secchi e degli scardaccioni crudeli, le cui punte sottili ed affilate passano ogni vestito fino a  piantarsi nella carne dove si spezzano e restano infitti a irritare e prudere. Ma quando si va a caccia non si sente niente, tanta è l’emozione e l’attesa ed anche dopo non ci si fa caso. Invece quella sera, le gambe gli prudevano parecchio al nostro baffo melanconico, che cercava inutilmente di liberarsi la pelle delle mani da quegli sgradevoli ospiti.
    Avevano marciato su e giù, giù e su, mentre sentivano Pachino sgagnolare nel colle davanti al loro, beffato dal delicato ma rapidissimo cervide. Il sole picchiava ancora forte a quell’ora del primo pomeriggio e l’arsura si faceva già sentire, accentuata dall’abbondante traspirazione e dall’impossibilità di poterla placare. Gabriele si era portato una fiaschetta d’acqua, ma era riservata a Paco. Gli uomini si sarebbero dovuti arrangiare con qualche grappolo passito o con qualche mora scampata alla canicola agostana.
    Salivano e scendevano il dolce poggio, attraversando la sua verde capigliatura un tempo curata ed ora fattasi intricata e selvatica, tanto che a stento vedevano dove poggiavano i piedi, spesso intralciati dai tralci fattisi legnosi per la vecchiezza e striscianti al suolo, tesi tra un filare e l’altro, coperti da erbaccioni cespugliosi e ininterrotti, indisturbati dalla scomparsa, ormai datata, dei vecchi custodi di quella terra. Eppure avanzavano spediti, senza sentire la fatica e fendendo, gagliardi, gli ostacoli naturali, ma qualcosa non andava. Qualcosa mancava e qualcos’altro era di troppo. Paco arrancava ed il suo respiro s’era fatto pesante, ansante, simile al greve rantolo di un morente, incapace di altro che di sopravvivere. Impensabile che potesse cacciare o anche solo, sapersi districare in quell’ostile percorso. Giunto, come poté e seppe, all’angolo della vigna, crollò a terra all’ombra, in uno stato che ammutolì i due cacciatori. Restarono a considerare la sua pena, incerti se commentarla o fingere di ignorarla, per non accrescere la loro, fin quando Gabriele sfogò tutto il proprio rincrescimento, picchiandosi un pugno sulla coscia e gridando: “Accidenti a me e a quando ho deciso di portarlo!”.
    “Gabriele, l’hai fatto perché non ti reggeva il cuore a lasciarlo a patire a casa, vedendo il cucciolo partirsene con noi”.
    L’altro fissò la terra e il cielo e poi di nuovo il cane, stabilendo con una voce rassegnata che tentava di mitigare un profondo rincrescimento: “Questa è l’ultima volta, sai Paco? E’ l’ultima volta…”. Poi, facendo qualche passo in direzione di Pachino che continuava a uggiolare disperso per le ripe, aggiunse in tono incoraggiante: “Su, Paco, dai, vieni, alzati, vieni, andiamo, dai”. Ma Paco non si mosse.
    “Aspettiamo qualche minuto”, propose Baffino, senza riuscire ad incontrare lo sguardo dell’amico fedele. Gabriele tergiversò, dando modo all’altrettanto fidato suo seguace di riprendersi il minimo indispensabile per rimettersi in piedi e poi ripartì, seguito trambelloni da Paco, che lo fissava un po’istupidito dalla fatica, ma attento al padrone che gli stava dicendo: “Vieni lassù, c’è una fonte dopo la siepe. Andiamo là”.
    Vi giungemmo insieme a Pachino che aveva ritrovato la strada di casa, o meglio, il nostro odore e ci dirigemmo sotto al secolare frassino dalle grinfie rivolte al cielo, solo per constatare tristemente che la fonte si era seccata. “Accidenti”, considerò Gabriele, “ora dobbiamo scendere al fosso. L’acqua si può trovare solo lì”. Quella della sua fiaschetta, infatti, non si era rivelata sufficiente a rianimare il provato Paco.
    Andando in discesa lungo uno stradone e poi nella macchia alta ma libera e pulita al suo interno, il vecchio compagno di avventure riuscì abbastanza agevolmente a seguirci, sinché non fu necessario discendere per un modestissimo rilievo, ove il cane si fermò ed iniziò a gemere. Era rimasto impigliato in una radice secca che si frapponeva alla discesa imbrigliandolo sul petto. Un impedimento che, fino all’anno prima avrebbe volato! Gabriele risalì e lo liberò, mormorando: “Neppure una radice riesci più a superare?”. Baffino restò zitto, perché sapeva cosa provasse davvero l’amico, al di là di quella che poteva sembrare una critica e che invece era l’amara considerazione della fine del suo cane adorato.
    L’acqua fu un toccasana per Paco che vi si lasciò cadere immergendovisi interamente e lappandone a più non posso la rivitalizzante frescura. Gabriele si sedette su di un masso e Baffino scoprì casualmente, su una lingua sabbiosa, una spontanea coltivazione di pomodori! Ce n’erano di due o tre tipi, freschi, succosi e squisiti. Evidentemente il risultato predatorio delle razzie di animali in qualche orto, i quali, di poi, s’erano recato ad abbeverarsi in quel rigo. E non solo abbeverarsi…. Comunque sia se ne pascette con immenso gusto, offrendone un paio all’amico che ne accettò uno solo.
    I due Setter si sollazzavano tra le fresche acque, dissetandosi abbondantemente e riprendendo forze e vigore, ma, quando fu il momento di ripartire, Paco si rifiutò del tutto. Gabriele l’osservò muto, quindi lo sollevò dall’acqua e, infradiciandosi completamente, lo portò in collo lungo il greto del rivo, attento a non scivolare sui cogoli, mentre Baffino gli portava il fucile. Alla fine risalirono la riva e si misero a costeggiare un campo lavorato.
    “Mettilo giù, vedrai che qui ce la fa da solo”, suggerì dolcemente all’amico, e così fu, almeno finché non giunsero ad uno scalandrino, che Gabriele dovette scavalcare col cane in braccio.
    Ormai mancava poco alla strada, ma le condizioni di Paco non miglioravano e così, il padrone, tagliò le fronde di una ginestra e vi foggiò un collare per il suo amico. Poi, con una lungo ramo della stessa pianta, ottenne un guinzaglio con cui lo legò, pregando il compagno di caccia di voler attendere lì, con Paco, il suo ritorno, mentre sarebbe andato a recuperare il proprio mezzo per raggiungerli.
    Fu l’attesa, il momento più straziante per tutti e quattro. Pachino strisciò il muso su quello del padre e si allontanò dietro ad un padrone che a grandi passi e a testa bassa cercava di distaccarsi da proprio dolore, mentre Baffino si sedette per terra, accanto a Paco, cercando di consolarlo e di farlo tacere, mentre il suo abbaio così acuto e così disperato gli penetrava la mente e gli scoppiava nel petto.
    Paco non cessò di latrare e di richiamare il padrone che vedeva sparire per tutto il tempo, sino al suo ritorno, ma Baffino, pur fissando in silenzio la luna alta, adesso, tra le stelle, nel silenzio di casa sua, continuava a sentire quell’uggiolato desolato e desolante e lo sentì risuonare ed echeggiare nei recessi della propria fragilità umana per molto e molto tempo ancora.

     
  • 01 maggio alle ore 10:14
    Cesarino e la Sirena

    Come comincia: La Luna veleggiava alta nel cielo, stendendo il niveo strascico sulla immota distesa marina, ove tutto pareva placido ed inanimato, fin quando… un guizzo, un’increspatura sulla superficie ed una testa mora emerse.
    Brune aveva le chiome, ma la Luna, complici le gocce imprigionate tra i capelli, si divertì a tingerla d’argento. Gli occhi grandi e brillanti ammiccarono alla notturna spera che alleviava ai viventi il grave peso delle tenebre.
    Non per ammirarla, però, la dolce ma pericolosa sirena era emersa. No. Un’altra luce l’aveva attirata, spandendosi sulle acque il tremolante riverbero di una lampara che scrutava le profondità in cerca di preda.
    Un provetto marinaio impugnava la fiocina, pronto e speranzoso, ma non avrebbe mai immaginato di predare un simile tesoro del mare. La creatura degli abissi già da tempo lo osservava, e solo dopo essersi accertata di quanto fallace fosse la sua mira oppur magra la sua fortuna, s’era risolta a mostrarsi.
    Il lieve gorgoglio dell’emersione attrasse istantaneamente l’attenzione del pescatore, attento al più leggero sciabordio e, non appena la scorse, poco mancò che l’arpione, scivolandogli dalle mani tremanti, gli perforasse un piede.
    Quanto mirava era reale o immaginario?
    Per appurarlo si piegò sul bordo, esponendosi al rischio mortale. La fanciulla dei flutti assai agevolmente, allora, l’avrebbe potuto afferrare per trarlo così ad una prematura fine, ma la sfortuna che lo perseguitava l’aveva intenerita, sì che rifuggì da un’azione tanto crudele che, pure, l’istinto le dettava.
    Gli sorrise, invece, divertita del suo strabiliato stupore, quindi, esibendosi in un audace tuffo, s’immerse, infradiciandolo con lo spruzzo della coda. Costui neppur s’accorse del consueto contatto equoreo e, trasecolando, più si sporse per incontrarla ancora.
    Ella ne fu lusingata, perché l’uomo le faceva dono della propria esistenza in cambio d’un solo sguardo.
    Risalì, pertanto, e spumeggiò a poppavia, facendo balzare all’indietro l’inappagato spasimante in attesa.
    Si fissarono, fino a che i sorrisi di entrambi non si fusero in uno solo in una dimensione che l’amore aveva affrancato dal tempo, indi ella compì un’ardita evoluzione e scomparve per sempre dalla vita del navigante.
    Quegli rimase immobile, fino a quando la lampada non ebbe consumato tutto il combustibile e poi oltre, nel buio, dopo che l’astro lunare aveva abbandonato lo scenario d’Aiace ove s’era svolto l’inenarrabile evento, nella baia turchina in cui s’affievolisce, sino a dileguare, il confine tra realtà e poesia.
    Cesare non obliò quell’incontro per il resto dei suoi anni, mantenendolo segreto tesoro che nemmeno l’uomo più ricco della Storia avrebbe mai potuto ambire di possedere, e sempre, sempre quando la Luna stendeva il proprio manto, egli lo solcava desioso e, al tempo stesso, certo che non avrebbe mai più scrutato il fondo dell’anima della sirena, giacché l’inafferrabile non può riprodursi, o non sarebbe più tale.
    Gli bastava mostrarle il proprio, sicuro di non incontrare ancora la delusione del tangibile, vivendo l’estasi perenne di un incontro fino a raggiungere quel dì, in cui il suo desiderio si sarebbe trasformato nel sogno di un altro che l’avrebbe rivissuto ammantandolo della parola, la parola che Cesarino non aveva saputo pronunciare alla sirena.