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Poesie di Francesco Tenucci

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  • 01 maggio 2018 alle ore 10:13
    L'Alba in Mare

    Al bruzzolo Nello uscì a pesca con Cesare.
    Una bassa, spessa fumea aleggiava sui colli, come trasognata, e la spera non dava che scarse notizie di sé, annunciandosi appena con un vago, latente biancore. Lo stesso mare aveva perso il suo colore, divenuto pallido e smorto nel riflettere quella parvenza di luce.
    Senza parlare, seguendo un suggerimento non dato, Cesare liberò il gozzo dagli ormeggi e si apprestarono a dirigere verso il mare aperto per recuperare il pescato. L’aria fresca risultava bagnata e l’intero Creato appariva immerso in un surreale dormiveglia.
    Se, nel silenzio assoluto, un abissale mostro marino fosse emerso e si fosse affacciato dal frangiflutti, nessuno se ne sarebbe stupito poi molto, così come se un uccello dei primordi avesse spiccato il volo da un’ancestrale anfratto per carpire l’enorme preda.
    La Terra sembrava nascere allora.
    Seguendo la costa e dissolvendosi, man mano, le impronte dell’umana civiltà, l’impressione spettacolare ingigantiva, ed il promontorio della cala detta dei Sassi Ombrosi figurava come un immenso dolce conico, la cui base appariva sbocconcellata da un gigantesco roditore anfibio.
    Finalmente, allorché uno sbuffo più leggero si disfece, apparve la fugace visione d’un perfetto cerchio incandescente, presto subissata da un ombroso banco, lento ed impenetrabile, raffigurante un grosso cetaceo.
    Ora il mare appariva statico, una sconfinata tela di raso di velluto, lievemente damascata a disegnare sulla chiglia della barca la trama di una rete dalle maglie larghissime, tessuta, forse, per ammaliare le belle sirene in quell’atmosfera di nemesi in cui la terra pareva essersi protesa sulle acque, riplasmandole a propria immagine.
    In cielo nessun gabbiano, alcun movimento lungo la riva. Nemmeno i pesci parevano esistere più. Cosa ne era stato del Tempo? Esisteva solo lo spazio e pareva infinito, incolmabile, inarrestabile: sembrava avesse carpito la potestà al fratello Tempo, spodestandolo.
    Poi… una bolla in superficie, un’altra ancora, e basta.
    Di nuovo il nulla, la vita inanimata: cosa accadeva?
    I colori si erano fusi tratteggiando un’orrida sfumatura: l’opaco.
    Improvvisamente la tensione crebbe. La lotta, priva di contendenti apparenti, divenne spasmodica e lo sforzo di ribellione parossistico; quindi…, ancora una bolla, seguita da una seconda e poi da altre, molte altre. I pesci sbollavano: la vita animale stava avendo la meglio sulla vegetale, l’equilibrio stava per rimpossessarsi del suo regno. Il tessuto delicato, ma indifferente delle acque, si contorse e si butterò. Cosa poteva aver contagiato e sfigurato quell’antico specchio?
    D’un tratto, quei solchi, quei buchi ciechi mostrarono il loro reale scopo: erano alvei, castoni, ed in ognuno il sole vittorioso depose una una gemma sfavillante. Adesso che l’aggrondata caligine era stata sconfitta e squarciata, tutto il mare sfolgorava di meraviglia. Il grido di vittoria d’un gabbiano, che si librava su una brezza maestralina, rassicurò e convinse i due uomini d’essere desti.
    Ma allora avevano sognato? Altrimenti, cos’era accaduto? Si guardarono stupiti e dubbiosi, e alfine Nello disse: “Meglio così! A me, senti, non m’andava mica di tramutarmi in un’alga!”.
     
     

  • 01 maggio 2018 alle ore 10:11
    La Chiesa e il Vetusto Poggio

    “Perché, o gabbiani, posate sulla mia groppa?”, domandò la chiesa ai suoi aerei ospiti, ed aggiunse: “Ammirate il bel tramonto?”.
    “Sì, siamo rientrati prima, questo imbrunire, e scrutiamo l’orizzonte, poiché non ci fidiamo delle intenzioni del vento ed aspettiamo di vedere come si comporterà il mare”, risposero assorti.
    “Già. E’ tutto il giorno, infatti, che odo il vostro lamentoso richiamo ed anche gli uomini lo sentono, così che, alzando lo sguardo per cogliervi, capita talora che lo posino anche su di me. Se si preoccupassero delle procelle che li agitano come di quelle che li bagnano, anche voi, uccelli miei, piangereste di meno”, considerò il sacro tempio.
    “Chissà, chissà”, si lamentarono i pennuti. Poi, a uno di loro venne da chiedere: “Ma dimmi, tu che sei santo luogo, come puoi avere una groppa al pari dei resistenti buoi o dei narvali incrostati?”.
    “Perché anch’io trascino un grande peso: il peso del mondo, navigando e conducendolo pel vasto mare del Tempo sotto un cielo tempestoso, ma trapunto della speranza.”
    Tacque la chiesa, tacquero i gabbiani.
    Intanto, una barchetta andava a traina pel golfo, ignara di siffatti accenti.
    “Uhm!”, ringhiò il grande poggio a forma di cinghiale che immergeva il grugno porcino nelle acque dall’altra parte della baia.
    “Cos’hai tu da mugugnare, vecchio sasso?”, lo redarguì il mare.
    “E sei proprio tu a chiedermelo? Tu che da secoli mi rodi le zanne e m’inaridisci le setole?”.
    “Se la salsedine, ch’è il mio equoreo respiro, non ti garba, dovevi sorgere tra le tue sorelle colline. Io mi stendevo qui prima ancora che tu fossi selce”, lo ammonì il mare, mollandogli al contempo un cavallone sul muso.
    “Non ce l’ho con te Acqua!”, s’affrettò a rabbonirlo il poggio che ben ne conosceva la furia devastatrice, e seguitò: “Ce l’ho con Lei! Lei che si lamenta di spostare non so quale mai pondo, mentre è cava come una nave incagliata, e s’ange di navigare pe’ i mari quando non la lambiscono neanche i tuoi spruzzi!”.
    “Eppure, io non mi lamento affatto, vetusto masso, anzi, è con gioia che sostengo il mio carico, poiché mi rincuora la visione del Porto che m’attende. Mi pare, invece, che sia tu a lagnarti, ma di cosa mai, poi? Tu che sei stato nomato dagli uomini “Bengodi”, ch’è apostrofo di letizia; tu che ti fregi d’un antico, strenuo torrione, che celi gli ascosi resti dei templi remoti da te diletti prima che all’Umanità venisse rivelato il Credo ch’io custodisco; tu che tra le ricciute chiome verdeggianti osservi il fluire della bellezza che ne è una derivazione e che si rinnova ed arricchisce col germinare delle epoche. Che hai tu da crucciarti?”, l’interpellò pazientemente il santuario.
    “Il nome non me lo sono scelto da me, ché altro e di diverso tenore mi fu assegnato agli albori! E quelle rocce squadrate a difesa mi pesano e mi schiacciano, mentre tra le accoglienti tenebre s’aggirano a disturbare il mio riposo i gemebondi fantasmi dei trucidati, imprigionati nelle rovine occultate e mucide. Quanto ai miei ricci, mi scalzano le ossa e mi scombussolano le giunture! Che ho da lagnarmi? Cos’ ho da rallegrarmi, vorrai dire!”, rombò il poggio.
    “Eh, beh”, sospirò il campanile, “ora capisco perché gli uomini cacciano i cinghiali”, e scampanò per la Messa della sera.
    “Ma che strani venti soffiano stasera!”, non poté far a meno di notare colui che si dedicava alla pesca sul suo legno: “Sarà meglio rientrare, dico io”, e fu così che risparmiò la vita ad una bella occhiata, con viscerale disappunto del Poggio, ma con la benedizione della chiesa.
    E dei gabbiani.

  • 01 maggio 2018 alle ore 10:10
    Vento d'Aiace

    Vento d’Aiace che mi riporti quest’Estate?
    Ti porto il respiro del pino piegato ed il canto della prodiga cicala,
    lo schiocco del cinghiale signore del regno animale
    e il sospiro del cacciatore che l’attende per lunghe ore.
    Accolgo il salto dell’alice disperata, braccata dalla spigola spietata,
    ti reco l’aroma del mirto e del biancospino
    del monastero aulente e antico vicino.
    Là dove il rivo scorre sonoro
    ho rubato la spuma per fartene dono,
    perché tu sei amante fidato
    né in vita mi sei mai mancato
    tornando fedele col grano dorato
    per aprirmi il cuor che ogn’or m’ha amato.
    Tu sei il figlio del bosco e del mare
    il cui pianto non puoi più obliare
    e d’Aiace la Rocca possente hai eletto
    quale scrigno d’un cuore fidente.
    Un altro, un dì, m’amò parimente.
    Maestro d’ascia, conoscitor dei venti,
    il nome suo antico ed or obliato
    è impresso nella volta del cielo stellato.
    In terra spregiato qual cencio lordato
    resta tra l’onda inciso e rammentato
    ché a lungo l’impresse con onesta lenza
    in perenne tenzone per la sopravvivenza.
    Cesare caro, dileggiato Mondolo,
    con te, Nello, appartiene al perduto mondo,
    che il vento dell’Averno rinnova nel ricordo
    finché rimanga chi n’oda l’accento nel precordo.

  • 01 maggio 2018 alle ore 10:09
    Tramonto infocato

    Il sole pareva aver appiccato il fuoco al cielo e questo incendio divampava per ogni dove, colmando delle sue vampe ogni celeste riparo, sì che l’etra tutta abbagliava come fosse pieno giorno, e là, dove ne sobbolliva il principio, i bianchi cirri arroventati cedevano disciogliendosi per lasciar intravedere un’orrida bocca deforme, un pozzo infernale di calore ardente, ed essi stessi, macchiato il loro candido nitore, apparivano ora cuprei ora fucsia, quali veleggianti vivissime braci.
    L’orizzonte non esisteva più, alzandosi dalla terra al cielo un’unica inseparabile striscia purpurea e luminescente, come se tutto il mondo stesse ardendo senza più scampo. Il sole continuava a trafiggere le nubi raggiando i suoi dardi infocati.
    Su un poggio si stagliavano solitari e lugubri dei neri girasoli secchi, riarsi come stoppie, indifesi e impotenti.
    Macabri e tristi facevano risaltare, al confronto, l’esercito di nuvole: battaglioni su battaglioni, una flotta innumere che copriva la volta da Est ad Ovest, portando ognuna, nel suo nucleo, un tizzone ardente. Ondate inarrestabili avevano colmato ogni visuale, disposte, appariva, in una serrata manovra attuata per compiere una missione mortale.
    Cosa sarebbe stato degli uomini se quel fuoco fosse disceso dall’alto? Pareva segnata la fine, mentre nessun volatile canterino, nemmeno il più piccolo dei coraggiosi passeri soliti a ricamare il tramonto di rincuoranti trilli, osava sfidare col canto o col volo quella superna ira.
    Tutto sembrava giunto al termine, ma possibile che la morte, tanto terribile, fosse pur così maestosa e bella?
    “Eh, no!”, rispose per tutti la prima stella della sera che con un impercettibile ma pungente baluginio era riuscita ad aprirsi un minuscolo varco di tra la rubizza schiera.
    “Magari lo fosse”, seguitò. “Questa è solo la grandezza della Natura, dispiegata per riportare gli immemori alle loro giuste dimensioni. Stavolta seguirà la notte placida, ma domani…. Nemmeno io so se ci sarà, il domani.”

  • 01 maggio 2018 alle ore 10:08
    Tempo non più tempo

    Quella sera l’aria era umida, ed un caliginoso velo perlaceo s’era sollevato dalle acque illanguidendo il mondo.
    I grilli grillavano debolmente, come se la serena avesse inceppato le loro ali, quando, d’improvviso, rivolgendosi al mastio della Fortezza, la Luna Piena principiò: “Ma ti ricordi di quante volte io, con la mia luce, ti ho salvato dall’inatteso assalto dei pirati, facendo brillare di lungi le loro armi e biancheggiare le vele delle fuste, sì che i tuoi custodi potessero guarnirti approntandoti per la difesa?”.
    “E come potrei scordare gli anni della mia giovinezza, in cui gli uomini ancora mi abitavano e tenevano a me?”, scricchiolarono le vecchie mura smerlate, sospirando: “Ma, oramai…”.
    “Ormai i corsari ci assalgono di giorno”, prese a dire la Torre Campanaria, “e solo la mia luce, la Luce della Fede, può portare ancora la salvezza. Non la tua algida, o Luna, né quella appannata della tua pristina gloria, o Forte”.
    “E quale mai salvezza porti, o ricetto di corvi, se io non soffio per diffondere il suono delle tue campane?”, lo rimbeccò il tracotante Scirocco di vagliatura, e seguitò: “Io, io solo posso propagare il tuo richiamo, o soffocarlo a mio piacere!”.
    “Ma cosa vuoi soffocare tu?”, lo ripresero le più alte foglie delle puntute palme. “Cosa pretendi di diffondere o rintuzzare, tu che ci fai vibrare appena, strappandoci un sussulto incapace, perfino, di svegliare le cicale? Se ti sentisse tuo fratello Ponente o tua sorella Tramontana, loro sì, che ti mozzerebbero il respiro!”.
    “Se lo desidero, io posso sbuffare fino a spezzarvi!”, protestò stizzito il vento e si gonfiò e si tese, ma l’unico sconquasso che ottenne tra quelle fronde assomigliò, piuttosto, a una risata, un sonoro sberleffo saturo di scherno e salsedine.
    Allora, constata con amarezza la propria impotenza, si placò del tutto col perfido intento di far gocciolare la salsa guazza lungo le scanalature dei tronchi e dei rami di tutte le piante, tramando che se l’aria non lo poteva, l’acqua avrebbe provveduto ad asfissiarle. Invece, la vegetazione conosceva già il morso della salsedine e se ne era mitridatizzata, così che non vi badò punto o quasi.
    “Eppure, erano bei tempi”, sospirò la Luna.
    “Quali?”, chiese il Campanile.
    “Come quali?”, gli fece eco l’astro lucente. “Ma quelli in cui le scolte percorrevano gli spalti in largo e in lungo e miravano me, bramando il loro amore ravvolto in calde coltri, oppure…. E quelli in cui le volute dell’incenso salivano solenni a profumare i tuoi batocchi per mischiarsi e soccombere presto ai molti fragranti aromi delle notti olezzanti. Non le rammenti forse più?”.
    “Be’, sì, se mi sforzo, mi pare…. Ma si tratta di tanto tempo fa”.
    “Tanto tempo”, ripeté il Fortilizio.
    “Troppo tempo”, frusciarono le palme.
    “Adesso, basta. Tacete”, ingiunse grave il Mare, “o i mortali finiranno con l’udirvi”.
    “Oh, no, no! Non v’è pericolo”, proclamarono tutti in coro, “da tempo, ormai, non intendono più il nostro idioma, sì che hanno del tutto cessato di porvi la minima attenzione. Tanto tempo.”
    “Tacete comunque. E’ tempo. Non è più quel tempo. Non è ancora tempo. Lasciamo il fulgido Faro di guardia, ed il silenzio alla notte. E’ ora di acquietarsi.” E subito prese a sciacquare con la seducente nenia delle sue altalenanti onde, commovendo gli animi e placandoli, fondendoli in un unico profondo sospiro.
    Sogni di isole sconosciute attraversarono le menti dei dormienti, appagandole d’una quieta beatitudine. Infine, il respiro del mare coprì ogni cosa, e la Luna tramontò, ma prima di eclissarsi mormorò: “Però, quelli, erano proprio bei tempi…”.
     
     

  • 01 maggio 2018 alle ore 10:06
    Il Tramonto di Efesto

    Il Sole era al tramonto ed uno spicchio di luce scaldava ancora la Fortezza d’Aiace ed i tetti delle case più alte arroccate intorno all’arce, e pareva che ogni tegola cercasse di trattenere quel tepore sotto di sé, come per ritardare il più possibile l’insinuante palpito presto diffuso dal notturno sospiro della marea.
    I minuti trascorrevano più rapidi che durante il resto del giorno, come sempre avviene dopo e prima il crepuscolo, perciò Nello s’affrettava sulla via che costeggiava i monti, galoppando per rincorrere la fuggevole spera.
    Ad un tratto arrestò la giumenta, giunto che fu di fronte alla sella posta tra la Torre del Rivolta e l’alto colle vicino. Là pareva che Efesto, il titanico fabbro, stesse versando in quell’immenso calderone naturale una colata d’oro brillante, il cui bagliore era talmente intenso da sbiancare persino lo scuro verde delle colline in ombra.
    Dalla forma uscì, rotolando oltre i contigui poggi degradanti fino al piano, un disco d’oro rosso; un gioiello di sì fulgente bellezza da accecare chiunque osasse ammirarlo, giacché non si trattava di gemma forgiata da mani d’uomo e per vista d’uomo. Infatti, dopo la fugace visione, s’inabissò tra i flutti e disparve allo sguardo del mondo per diffondere la sua luce nelle fredde tenebre degli abissi, donando un superno conforto al divo ma intirizzito zio Posidone.
    Gli uomini, che ne erano rimasti estasiati, si rimirarono, ma senza più scorgersi, poiché quel vuoto era stato improvvisamente colmato dal buio, e si sentirono soli.

  • 01 maggio 2018 alle ore 10:05
    I Ricci

        E la Luna, con voce ammaliante, chiese alle chiome degli olivastri dalle argentee foglie: “Amici fronzuti che riflettete la mia luce con mobile grazia, scostate un poco il vostro fogliame, sì che anch’io li possa scorgere, giacché ne odo solo i piani mormorii”.
    Ed i rami tosto si fletterono, cedendo benevolmente alla brezza marina per schiudere un arboreo sipario sulla rada macchia riarsa, ove la vocina preoccupata della volpe stava sussurrando: “Fate più piano voi, o vi sentiranno!”, ed aggiunse, fissandoli attenta: “Non v’illudiate di esser troppo piccoli od insignificanti per loro. Alcuni di essi apprezzano le vostre dolci carnine al pari mio”.
    “Che ci possiamo fare?”, replicò il più anziano della famigliola dei ricci. “Che ci possiamo fare?”, ripeté, “Se non abbiamo la tua vista, volpe? Noi ci regoliamo col fiuto che ci dirige verso una crosta di pane ammuffito o che ci accosta al sentore dell’acqua. Dobbiamo pur fiutare, dunque! Ma che? Forse è la paura che ti fa latrare? Le tue polpe non saranno gradite, eppure finiscono a seccare al sole più pelli di volpe che di ricci.”
    “Agnelli”, lo corresse la spinosa, che sopraggiungeva, sbuffando, col suo passo di conserva. “Il proverbio dice pelli di agnelli, non di ricci. Quanto a te comunque, ladra di galline, ti ho ben capito sai? Vedi di non farti venire l’acquolina in bocca per i miei apparenti parenti, se non vuoi che t’appunti un aculeo sul naso, e gira al largo, perché non sopporto chi crede d’essere più furbo degli altri, via!”, e si gonfiò emettendo quel grido talmente umano che fa sussultare nelle tenebre i bracconieri.
    La volpe, che tanto aveva bell’e visto che di ciccia morta non c’era nulla e che quella viva s’era inaspettatamente procurata una temibile guardiana, li smusettò e, alzata la coda, mostrò le terga allontanandosi sdegnosa.
    “Huf!”, sbuffò il grosso istrice. “Non l’ho mai potuta digerire.”
    “Invece lei ti digerirebbe tanto volentieri, se potesse”, ridacchiò riconoscente mamma riccia a bocca piena.
    “Deve solo provarci”, esclamò il bellicoso roditore rizzando le picche.
    “Sentite, sentite che lieve zampettare e ciottolare. Arrivano i caprioli!”, vociò entusiasmato il più giovane della famigliola, sputacchiando pezzetti di pera acerba con cui si cimentava da un pezzo.
    “Presto, presto ragazzi!”, li esortò la madre. “Mangiate il popone prima che quei divoratori se lo bevano!”.
    Difatti, appena giunti, i caprioli si gettarono sulle bucce dei gustosi frutti, addentandoli ad un estremità e succhiandoli avidamente, fino a che l’estremità opposta non dispariva all’interno delle loro boccucce dipinte.
    “Che vi dicevo?”, sussurrò la riccia, e poi con un fil di voce: “Forza con le mandibole piccini miei!”.
    “Salute a tutti voi piccoli abitanti dei cespugli”, esordì il maschio dei caprioli.
    Scarsi grugniti si levarono in replica dalla famelica folla intenta all’opera.
    “Serata proficua, sento…”, s’azzardò il cornuto, tentando d’indurre i rivali ad un diverso uso delle fauci, nella debole speranza che gli lasciassero qualcosa. Un ostinato silenzio fu l’unica risposta che riuscì ad ottenere, inframezzato unicamente da scricchiolii e rosicchiamenti.
    “Già, già. Perché spezzare l’incanto dei suoni della melodia notturna? Oltre che quelli pasturali?”, insinuò a mezza voce.
    Mamma riccia lo fulminò con lo sguardo su cui si rifletteva il bagliore lunare, ma si guardò bene dal cadere nel tranello e non cessò un attimo di sgranare.
    “Dovete pur comprenderci, caro Signor Capriolo”, si giustificò il porcospino la cui imponenza e forza gli conferivano maggiore dignità, o almeno così credeva, tanto che si sentì in dovere di spiegare: “Se scendono dal poggio i cinghiali, si metteranno a grufolare ed a rivoltare ed a pesticciare, e a noi cosa rimarrà? Dovranno, i cari ricciottini, anzi stare ben attenti a non venir calpestati o addirittura scambiati per una succulenta melanzana.”
    “Comprendo perfettamente”, acconsentì liberalmente il capriolo, “d’altronde anche noi ce li troviamo sempre tra gli zoccoli, razza invadente e sgraziata, invero. Ma per stasera non credo che digraderanno al piano, giacché Loro hanno portato molti cocomeri per governarli a sazietà nell’uliveto alto, e li abbiamo scorti tutti lì riuniti a strafogarsi”.
    “Per lo meno”, sibilò velenosa la puntuta matriarca, “avete condotto con voi anche una buona nuova…”, e scrutò di malanimo la cucciolata maculata.
    Intanto, un capretto s’era accostato ad un ricciotto e si guatavano, avvicinandosi a passettini studiati all’ultima cipolla rimasta. E mentre s’impegnavano a modulare maldestri tentativi di rugli, una risata scrosciò sonora dall’oscurità, facendo impietrire ogni creatura. Loro erano lì, lì vicini: li avevano forse sentiti?
    “Son venuti a prenderci”, squittì terrorizzata mamma capriola.
    “No!”, la rassicurò il marito.
    “No”, confermò la spinosa, “in tal caso avrebbero riso dopo e non prima. Non son qui per noi.”
    “E perché ridono?”, si fece coraggio a chiedere il caprioletto che all’udire il terrifico suono s’era stretto al riccio col quale contendeva fino a poco prima l’avanzo.
    “Mah…”, rispose dopo lunga meditazione il genitore.
    “Mah?!”, ribadì il grosso aculeato, sentendosi di aggiungere con un tono di saggezza mista ad incredulità: “E chi può dirlo?”.
    “Su, su, al lavoro. Mangiate! Non ci riguarda!”, dissipò ogni tensione mamma riccia dimostrando un ammirevole senso pratico, e tuffò il grugno nella fetta di cocomero giusto ai piedi del capofamiglia dei caprioli, ancora assorto nei propri pensieri causa dell’imperdonabile quanto irrimediabile distrazione.
    “Evidentemente”, considerò dopo essersene reso conto, “per noi caprioli Loro son sempre danniferi, in un modo o nell’altro…”.
    “E’ quel che Loro dicono di voi”, gli fece notare la spinosa.
    “Già…”, sospirò dolorosamente mamma capriola, “già”.
    “Però, dopo tutto”, sorrise babbo riccio, “i loro avanzi non son niente male. Stiamo un po’ a vedere!”
    “E buon appetito”, concluse la Luna liberando le fogliute fronde dalla delicata ma ferma presa del vento.
    “Felice notte!”, augurò questi di rimando agli alberi, alle bestie ed anche a Loro.