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Autore

Francesco Tenucci

in archivio dal 01 mag 2018

27 luglio 1969, Siena - Italia

segni particolari:
Nato a Siena, ove mi son laureato in Scienze Politiche, vivo nella salveggia Maremma, terra di misteri e di leggende a non finire. Amo viaggiare sia per il mondo che nell'animo dei simili e, sopra tutto, nel mio. Dalla fusione di simili impressioni scaturisce il vissuto e da esso ogni mio scritto.

mi descrivo così:
Romanzi editi: “Il Paese delle Nuvole” (Lucio Pugliese Editore).
"Tutti mi dicon Maremma" (Leucotea Edizioni).
"Anselmo dei Boschi" Pilgrimi Edizioni ed ora in uscita con Lettere Animate.
"I Tre Regni" GDS Edizioni.
 

01 maggio 2018 alle ore 10:39

Baffino e Banana a funghi

Intro: profumo di bosco

Il racconto

Dopo essersi ripreso dalla precedente, nota disavventura ed aver riacquistato, ingenuamente, fede nel suo compagno d’avventure, Baffino accettò di buon grado l’invito a cercar funghi che Banana gli propose. Tale e tanta era la passione per la ricerca di quelle meraviglie del bosco, così a lungo negate alla brama dei cercatori disillusi per anni da un clima avverso, che il nostro povero Baffino non si soffermò a riflettere con chi si stava imbarcando, e, già pregustando la vista, l’aroma, il tatto del porcino e del cucco, quasi fu lui a strappare l’invito all’amico. Mal gliene incolse, ma lo vedremo più avanti.

La mattina dopo, fu necessario rimandare la partenza antelucana addirittura alle nove, quando mancava ancora la luce, causa il solito, impenetrabile nebbione stanziale, ma insomma ci si vedeva a sufficienza per orientarsi.
Puntuali, i due eroi della macchia partirono e, mentre Banana si tormentava il solito pelo di barba incarnito come tutte le volte che era sovrappensiero, Baffino si chiese cosa stesse meditando, sinché la sua guida esordì: “Senti! Voglio vedere sei i funghi hanno fatto a ***. Ci son stato l’altro giorno con Corradino, ma non si son trovati. Ormai dovrebbero aver buttato. Però, guarda, è un posto…che mi maledirai!”.
“Lo so, lo so”, acconsentì tra il preoccupato e il rassegnato la sua povera vittima. “Corradino mi ha riferito, ma insomma, se te dici che ci sono, andiamo”. In fondo, se è sopravvissuto sinora a tutte le mie maledizioni, qualcuna in più non gli nuocerà troppo, pensò Baffino facendosi animo.
Il tragitto non fu lungo e quando scesero di macchina su un colle aprico dalla vista incantevole, dolcemente accarezzati da un tepido scirocco, Baffino si girò intorno gustandosi un panorama nuovo eppur solito nel poetico incanto che lo circonfondeva, senza tuttavia mai stancarlo. Respirò a pieni polmoni, poi si girò un po’ intorno e chiese: “Ma il bosco dov’è?”, giacché i fianchi del poggio erano coperti solo da una fitta prateria poco adatta alla fungagione.
“Ecco, guarda”, indicò Banana. “E’ là. Bisogna andare là”, e così dicendo indicò il crine di una collina elevata tanto quanto quella che stavano occupando, ma distante e che si sollevava assai in alto a partire dalla fossa buia di un profondo borro alberato, le cui propaggini citeriori si potevano raggiungere solo scendendo lungo una ripida scarpata, che li attendeva ansiosa di mettere a prova caviglie, ginocchi, schiena e tutte le articolazioni del corpo umano, finanche le più immote.
“Ma, dico, un posto più vicino per arrivarci con la macchina non c’era?”, tentò poco speranzoso Baffino.
“No”, fu l’asciutta risposta di Banana, il quale, addentato un pezzo di schiaccia, cominciò a lasciarsi scivolare lungo il fianco scosceso del colle.
L’amico sospirò e lo seguì, dirigendosi, con virile rassegnazione, ad affrontare il suo destino.
Dopo aver tagliato il declivio in tralice per alcune centinaia di metri, arrivarono al momento che appassiona tutti i cercatori di funghi: l’orlo del bosco. Il confine tra il dominio degli uomini e quello della Natura, ove il pericolo è sempre presente, di troppi e variegati generi per descriverli adesso qui, ove occorre entrare con grande rispetto, in silenzio e con circospezione, come si accederebbe alla reggia di uno sconosciuto monarca, forse benevolo e forse ostile. Ora, la macchia che essi penetrarono era un po’ più disordinata di una reggia, a dir la verità, tanto che non si vedeva dove si metteva piede, perché gli arbusti fitti e indomiti, intrecciati con rovi e rampicanti, formati di ramaglie robuste e poco flessibili, aggrovigliati tra loro a inghiottire stradelli e cercatori, non solo intralciavano costantemente il passo, ma impedivano, cosa assai più grave, di frugare con lo sguardo il suolo, e, con ciò, l’agognata ricerca della nera cappella!
Non passò molto che occorse camminare ad altezza di nano, cioè piegati in due e, in alcuni passi, anche ad altezza di gnomo, cioè gattoni! Naturalmente, la terra era zuppa e, sempre naturalmente, tutta in pendenza. Non starò, quindi, ad enarrare i rufoloni, i graffi, le ramate nel muso, il cappello strappato via dal capo non si sa quante volte, le lotte erculee per districarsi tra malevoli labirinti arborei, elevatisi proprio dopo sembrava di scorgere qualcosa che, poi, si rivelava immancabilmente, una foglia. E in mezzo a questo percorso di guerra, proprio quando Baffino stava facendo al tiro alla fune con un groviglio di spini che voleva rubarsi il cestino, dando uno strattone che lo sbilanciò, facendogli picchiare il suo bastone sulla bocca, la solita voce serafica giunse da un punto invisibile molto più avanti: “Che fai? Stammi vicino, se no qui ci si perde. Vedi che bel posto? Qui si trovano di certo, perché non c’è passato nessuno!”.
“Ci sarà un motivo?!”, replicò tra le dita della mano che tastavano i denti per accertarne l’integrità.
Insomma, a onor del vero, dopo poco si imbatterono in una cuccaia che il buon Banana mostrò e, se non fu proprio una cuccagna, almeno quattro di quelle splendide amanite cesaree finirono nel lugubremente vano paniere del Baffo. Ad essi seguì un porcino semi mangiabile, dato che l’altro semi se l’erano già mangiato le lumache, e, a seguire, un secondo che, però, ancora mandava i vagiti della neo nascita.
“Andiamo, andiamo, che bisogna arrivare a quella macchia che t’ho fatto vedere prima!”, incalzò la voce incorporea di cui sopra e quindi via ancora in salita tra rovi e pruni, marruche e fango.
Quando il fiato era finito da un pezzo, sbucarono in un bosco ad alto fusto, ove almeno si poteva camminare ritti e il sottobosco era pulito e visibile. Troppo visibile e quindi già ripulito. Si misero a cercare alla tonda, e Banana, il solito culinzi, qualcosa sparso qua e là cominciò a trovare. Baffino, invece, non trovò altro che funghi malefici, o come li chiama lui non si sa perché, i funghi della sindaca, e, scoraggiato si trascinava qua e là, quando gli cadde l’occhio su un appena accennato rigonfiamento del terreno. Una lieve gobba, un modestissimo cumulo di foglie morte, sotto cui, però, occhieggiava… o non occhieggiava? Era lui? Eppure sembrava, ma poteva anche non essere! Si diresse cauto verso quel punto e col coltello scoperchò la sommità del terriccio. Oh, che gioia! Che soddisfazione danno quei momenti, facendo dimenticare ogni fatica ed ogni spasimo. Una bellissima cappella a gobba di bufalo, tra il castagno ed il mogano, si appalesò saldamente inserita su di un gambo candido e massiccio, sanissimo e nato forse appena la mattina prima. Quello sì, per quanto di dimensioni ridotte, era un signor porcino! Bello, sano, profumato, ancorché immaturo a sviluppare la piena fragranza dell’esemplare adulto, ma non importava. Era troppo bello ed era suo. Com’è facile, in fondo, raggiungere la felicità in questa vita. Per un solo momento passeggero e mortale, come noi siamo, eppure intenso e immortale nel ricordo e nel raggiungimento di un attimo perfettamente compiuto. Basta poco all’uomo per essere felice. Lo stesso si potrebbe dire per la donna.
Quello fu l’unico fungo che trovò in quel tratto, eppure sembrava che fosse nato apposta per lui, e lo colse come un dono che lo consolò e soddisfece più di quanto si possa riuscire a trasmettere a parole.
Il resto della ricerca si rivelò infruttuosamente carente, ma cominciò a pesare solo quando, guadato il rivo al fondo del fosso, e risalito l’altro versante, perdendosi una volta sola, le gambe presero a farsi due tronchi, appesantiti dai vestiti fradici per la traspirazione, inciampando nelle stringhe sciolte e sfilacciate, col berretto di traverso. E ancora si saliva e si saliva e si arrancava per un tratturo appena accennato, atto solo alla bracca.
Fu allora che Baffino capì ciò che predicano i Buddisti: l’estraniazione dell’anima dal corpo, il distacco, la fuoriuscita dello spirito dalla carne. In effetti, non sentiva più niente. Procedeva ormai galleggiando in una nebbia di incoscienza, ove i colori e gli aromi avevano perso di ogni significato, un po’ come per gli zombi, si suppone. Era interessato solo a bere e mangiare, anche carna umana se solo fosse riuscito a metterci sopra le mani, ma Banana continuava imperterrito l’ascesa, come se le forze della fisica non producessero effetto su di lui, e Baffino si fece l’appunto mentale di portarsi la prossima volta una pistola per abbatterlo a distanza e poi pascersene.
Allorquando non ne poteva più e non desiderava nemmen più la morte dell’amico, ma solo la propria attesa come una liberazione, il mondo riapparve alla loro vista, dopo l’ultimo tratto attraverso una macchia di scopi e poi di marruche che finirono di bersi tutto il sangue di ogni centimetro scoperto, e non, della pelle di Baffino, che si trascinava avanti nel suddetto stato tra il Nirvana e la morte vivente. Fu allora che il perfido Banana sentenziò: “Certo che questi due funghetti che s’è preso si potevano fare anche sotto casa mia senza tanta fatica”.
Al che, molto amabilmente Baffino gli fece notare: “Se non mi fossi portato il coltello da funghi con la lama ricurva che non ti passerebbe nemmeno le costole, t’ammazzerei qui dove siamo”, dopo di che, trambelloni, stabilì che fosse venuto il momento di riposarsi e, senza neanche capire come fu, si ritrovò lungo disteso sotto una quercia imponente con le braccia a croce e a gambe larghe.
Banana si accoccolò lì vicino guardando il paesaggio, e Baffino si tirò il berretto sul viso, consolato di non aver nominato l’amico nel proprio testamento. Dopo un tempo incalcolabile aprì gli occhi e notò che il berretto gli copriva del tutto il viso lasciandolo nell’oscurità, a eccezione di due forellini cerchiati di ferro, donde filtrava un po’ di luce e si potevano ammirare le nuvole navigare sul vento, allegre e leggere. Pensò: “Questa è la vita: una grande oscurità in cui non si scorge alcunché, con la consolazione, però, di intravedere la bellezza della luce che ci conduce verso la meta finale” e stava quasi per addormentarsi quando qualcosa attirò la sua attenzione. Un fastidioso solletichio, un pizzicorino noioso oltre il bordo del cappello, che scostò per scoprirne la fonte.
La fonte era avvelenata. Banana, infatti, si stava divertendo a tormentarlo col un lungo filo d’erba secco e quando Baffino si tirò su fulminandolo con lo sguardo, gli rispose tranquillamente: “Che si fa? Non si va? Andiamo che per raggiungere la macchina ci vorrà più d’un ora!”, di poscia fece scattare la coscia ed era già in cammino.
Povero Baffino, come fu dura convincere le giunture a non disgiungersi, ma insomma, come Dio volle, riprese la marcia e presto raggiunse l’amico che procedeva lento pede. Invece di riattraversare le selve, la guida, forse stanca forse impietosita, scelse la più agevole via dei campi e quando furono vicini a un macchione di rovi, mentovò: “Sai? Qui ci venivo a caccia col mi’ poro babbo. Mi ricordo che una volta s’era qui alla lepre, quando arrivò la squadra del paese vicino al cinghiale e così noi ci si spostò più su. Fatti pochi metri, la nostra cagna, bastarda secca, ma un fenomeno, cominciò ad abbaiettare. Bu, bu, si capì subito che c’era il cinghiale e che era dentro quel rogaione. Così il mi’ babbo si mise da una parte e mi disse di stare dall’altra a battere le mani e far chiasso. Così feci e quando la cagna entrò nei rovi io vidi tutta questa massa muoversi d’improvviso e tutta insieme, come ci fosse il terremoto e poi il cinghiale partì alla volta di mio padre. Intesi una fucilata e tutto finì lì”.
“Quant’era grosso?”.
“Centotrenta chili”.
“Accidenti! Ma, e te quant’anni avevi?”
“Dieci”.
“Dieci? E non avesti paura?”.
“Da morire”.
I due uomini continuarono a dirigersi verso il colle donde erano partiti quattr’ore prima e via, via che la salita aumentava, il passo rallentava lasciava il posto ai ricordi.
“Qui, invece, vedi, proprio qui”, riprese Banana, “allora avrò avuto quattordici anni, venivo a caccia di merli, di tordi, prendendo il fucile del mi’ babbo, perché di qui ci passavano e, a un tratto, era l’ora del passo poco prima del tramonto, ero sottovento, sentii tramestare tra i cespugli e grugnire. C’era un branchetto di cinghiali che non mi avevano visto, ma nemmeno io riuscivo a scorgerli tra la sterpaglia alta, finché non ne vidi uno a dieci metri tra un cespuglio e l’altro. Allora picchia, ripicchia! E quello via e io dietro a corsa e intanto ricaricavo e quando si fu vicino al fosso lo rividi e gli piantai altre due fucilate, ma niente, saltò di là e tanti saluti. Corsi a casa che abbuiava, e mio padre mi fece notare che era troppo tardi per ricercarlo, così aspettammo l’albeggiare e partimmo, con la nostra brava bastardina, sull’usma dell’animale. Saltammo il primo fosso e niente, si saltò il secondo e… eccotela lì. Una scrofa di quaranta chili, morta stecchita! Mamma mia, che salti feci! Che emozione e che gioia!”.
“Il tuo primo cinghiale?”.
“Quello fu il mio primo cinghiale”.
“Uhm. Sei fortunato ad avere simili ricordi con tuo padre. Sono un tesoro inestimabile. Sei davvero fortunato”.
E quella fu tutta la fortuna che incontrarono in quel giorno Banana e Baffino, e quando passarono vicino a un altro campo, costeggiandolo in macchina lungo la strada, e Banana propose di fermarsi anche lì, Baffino commentò che forse anche una lama ricurva può essere micidiale e così fu che, poi si seppe, lasciarono in quel punto un monte di funghi, ma si salvarono entrambi la vita.
 

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