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Autore

Francesco Tenucci

in archivio dal 01 mag 2018

27 luglio 1969, Siena - Italia

segni particolari:
Nato a Siena, ove mi son laureato in Scienze Politiche, vivo nella salveggia Maremma, terra di misteri e di leggende a non finire. Amo viaggiare sia per il mondo che nell'animo dei simili e, sopra tutto, nel mio. Dalla fusione di simili impressioni scaturisce il vissuto e da esso ogni mio scritto.

mi descrivo così:
Romanzi editi: “Il Paese delle Nuvole” (Lucio Pugliese Editore).
"Tutti mi dicon Maremma" (Leucotea Edizioni).
"Anselmo dei Boschi" Pilgrimi Edizioni ed ora in uscita con Lettere Animate.
"I Tre Regni" GDS Edizioni.
 

01 maggio 2018 alle ore 10:48

Gino e il barroccio

Intro: profumo di ciò che fu

Il racconto

Verso i trent’anni ero ormai un falegname rifinito, rifinito sopra tutto dalle baruffe col mi’ babbo che mi voleva contadino come lui e non l’intendeva che uno dei suoi figlioli dovesse lasciare i campi di casa per fare qualcosa che nessuno in famiglia aveva mai fatto prima. Comunque avevo attrezzato a casa e a bottega la stalla del mi’ nonno, ricavata da una grotta, pagandogli l’affitto vero?, e nessuno a Vetulonia aveva avuto qualcosa da ridire. Sarà dipeso dal fatto che di falegnami s’era due soli, ma insomma le cose filavano a dovere. Una volta, un pastore di Colonna, che con le pecore aveva alzato dei bei soldini, m’incaricò di rifargli gli infissi di tutta la casa, che era un bel lavoro dacché si trattava di dieci stanze. Siccome da fare ne avevo parecchio e perfino d’avanzo, pensai di comprare il legno già bell’e pronto come mi ci voleva, anziché accingermi all’opera da capo, altrimenti sarebbe andata troppo alle lunghe. Così riuscii a farmi prestare il barroccio dal mio babbo e ci attaccai il suo mulo. Era, questo, un bardotto spropositato per la sua razza, tanto grande da parere un cavallo e con la stessa possanza, anche perché intero. Quindi, in compagnia di un mio cugino più giovane, caricai queste assi da un artigiano dotato di sega circolare, allora piuttosto rara, e che si era sbrigato a tagliarle a misura. Misura, però, che superava la lunghezza del mio carretto, cosicché quei legni puntuti sporgevano rasentando il posteriore del quadrupede, ma fintanto che s’andava in piano o in salita non gli dettero punta noia. Fatto sta che, giunto ad un quadrivio in cima a una china, incocciai in una donna che portava seco un gran fagotto, la quale mi apostrofò: “Oh! Quell’omo, andate all’ingiù per questa strada?”“Sì, quella sposa”, risposi. E lei di rimando: “O che me la fareste una carità?”
“Ditemi. Se posso, volentieri.”
“O che me lo portereste sul barroccio questo involto? Sapeste come pesa!”
“Che ci avete?”
“Lana, panni vecchi e cose così.”
“Ovvia, datemelo. Ma dove lo devo lasciare? Ché mica lo so.”
“Ecco, se caricaste ancora me, ve l’indicherei io, se non vi dò noia.”
“Capirà! In discesa ci vanno ancora i cocomeri, salite.”
E ripartimmo. Il male fu che, per la scesa, i pali cominciarono a scivolare in avanti e passo, passo si conficcavano sempre più nel didietro dell’animale, che un poco sopportò, poi, non potendone più, ad ogni trafittura prese a scartare allungando l’ambio, finché non spiccò il galoppo. Hai voglia a tenerlo! Mi alzai in piedi per far leva con tutto il corpo, ma nonostante avesse il morso in bocca e il collo tutto rivoltato all’indietro per il mio gran tirare, non c’era verso di fermarlo e in discesa acquistavamo sempre più velocità.
Mi ci scappava da ridere all’inizio, poi un po’ meno, tanto che mio cugino mi gridò: “Tira la martinicca! Tira la martinicca!” La tirai e le ruote s’inchiodarono. Macché! Sul breccino il barroccio slittava come sulla neve, ma di traverso, così che lo sbandamento era sempre più marcato ed io vedevo le banchine della carrozzabile avvicinarsi minacciosamente. Il pendio non accennava a finire e quando mi avvidi che presto saremmo ruzzolati negli uliveti che crescevano lungo i dirupi ai bordi della strada, berciai: “Buttatevi, ché qui si va a far cipolle!”.
Quella povera donna mi ubbidì al volo, senza pensare che quando ci si lancia da un mezzo in movimento, bisogna seguirne la direzione, cercando di assecondarla con una breve corsa e un ruzzolone. Invece, in preda al terrore, si erse sulla fiancata posteriore e si lanciò in aria a corpo morto. Poverina, si spiaccicò per terra come un rospo, e rimase lì coperta dal gran polverone che alzavo. Io, che cercavo di non andare al Creatore anzitempo, non me ne accorsi e dopo un po’ gridai a mio cugino, sperando che almeno loro la scampassero: “Forza, agguanta quella donna e buttati!”
“Quella donna?”, esclamò di rimando. “E’ da quel dì che s’è buttata!”.
“O da dove, che non l’ho vista?”
“Da dietro.”
“O poveretta! Dai buttati ancora te.”
“No, che ho paura!”
“Buttati ti dico!”
“None!”.
Allora mi girai verso di lui afferrando un bordone e gli ringhiai: “Lo vedi ’sto legno? Se ’un ti butti ti ci spiano il groppone!”
E siccome mio cugino era parecchio più giovane di me e io più robusto di lui, e datosi che l’alternativa era in ogni caso sconsigliabile, si scaraventò di sotto a modino e con due rufoloni si salvò.
A quel punto mi sovvenne che di lì a poco si allargava uno stradone largo e piano e giunto alla curva, come fu come non fu, mi riuscì di instradarci il biroccio e dopo un bel pezzetto, il somiere, esausto e liberato da quel pungolo, si placò e si fermò. Lo incaprettai e corsi a vedere come stesse la disgraziata. Ripercorso un bel tratto la trovai a terra imparentata con la ghiaia, e pianino, pianino la sollevai. Dopo essermi rassicurato che, grazie a Dio, non s’era rotta nulla ed averle promesso di rifonderle ogni spesa del dottore, aggiunsi: “Sentite, ora, però, me lo scrivete l’indirizzo dove devo recapitare quel pacco, perché io, sul mi’ barroccio, ’un vi ci rimonto davvero!”
 
 
 
 

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