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Racconti di Giulia (luigia) Tatti

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  • 29 ottobre 2008
    Schegge

    Come comincia: Scopro, che in me vive un ammasso di contraddizioni che mi sorprende così, all’improvviso:  irrompe prepotente e toglie il fiato, esplode come magma incandescente e adagia gelatinoso sulle ali di un ricordo greve, approdando naufrago su un mare in cui non intravedi salvezza. Sequenze di vita senza suoni, alla ricerca di cosa è stato. Ma cosa è stato? Ti regalo un sorriso, ti racconto di parole scritte nel vento, frugo nella mente alla ricerca di ricordi sbiaditi. Non esistono domande, non ci sono risposte. Vorrei essere… o forse non essere! Mi sorprendo a scavare nei recessi della mente, contrastando cuore e membra intorpidite, alla ricerca di un’ Armonia lontana che il tempo ha sbiadito. Riaffiora e prende forma, tra le dita, la magia di un momento in cui il tuo pensiero, guidato da inspiegabile alchimia si sia incontrato con il mio, in un punto indefinito dell’Universo. Flash improvvisi come lampi pregnanti di sconforto, di vuoto, di desolazione e sbalordimento che avvolgono in spesse coltri di rabbiosa insofferenza: quanta tristezza, o forse è solo rabbia furente, quanto è più grande la consapevolezza di ritrovarsi nudi, inermi, impotenti e imprigionati nelle trame di un groviglio di ingiustizie. Ho tracciato e cancellato mille volte un pensiero lontano: i profumi di un tempo incompiuto, la precaria fragilità di un soffice prato fiorito che, le prime piogge autunnali hanno irrorato. Cosa avevo, che ora non ho più ? L’ acqua ha lavato il sangue dai graffi della vita. Ho scostato la tenda e il sole entra nella stanza. Vorrei parlarti, vorrei tanto poterti parlare. Il mio pensiero, corre a quelle mille sere silenziose: silenzi adagiati sulla città calda e mi sembra di percepire qualcosa di molto importante da dire che brucia nel petto, intensa, e corre rapida verso il cervello con furia devastante e inarrestabile ma il pensiero è sfuggente … e resto muta! Ti ho offerto le mie mani, la mia vita, i miei pensieri e i miei occhi… Ho cercato l’Altrove in ogni luogo, ho preso treni e perduto coincidenze, abbandonato fogli su una scrivania. Ho smarrito appunti per un viaggio che non ho mai fatto. Annullo schegge di silenzio che si ripercuotono nell’aria, intorno, trattengo il respiro con la meravigliata sorpresa di chi torni a sentire la stabilità del suolo dopo un salto nel vuoto… Pensieri, si infrangono su pareti di cera e vetri frantumati. Cammino in fretta, sola, nella strada deserta. I passi sono rapidi, ansiosi, senza sapere dove stia andando, o non è del tutto vero, se percepisco di saperlo ed è qui, che mi fermo di colpo, con le braccia abbandonate, inerti lungo i fianchi e chiedendomi, che ne sarà di me. Voglio pensare che sia così: realtà che colma il mio sogno, presenza che mi fa compagnia, tenerezza che riempie i miei silenzi… Scorre nel suo letto, il fiume, e ti ho cercato ovunque incontrandoti in una terra senza nome. Ho tanto camminato alla ricerca di quello che volevo e che, ancora una volta non c’ è: attenderò che le mie gambe riprendano padronanza… sono la luna e senza il buio non posso stare, sono la tramontana e riprenderò il mio viaggio verso un sogno grande. Nostalgie autunnali, accentuano una malinconia latente e qualcosa prende forma nei miei pensieri. Mi rifugio, a volte, in una muta preghiera e resto in attesa: quella di un segnale, di una certezza che superi la soglia della mia vulnerabilità. E' grande la città, misteriosa e imperscrutabile, parossistica e assediata da una quotidianità opprimente e vacua. Strade di polvere che attanagliano la gola, parole perse, sogni smarriti e mai raggiunti. Rinnego un tempo corso via, che mi ha allontanato dalla mia vita e da tutte le persone che ho amato. Chi mi vuole, chi mi cerca, chi ha bisogno di me? Forse più nulla mi ferisce adesso: La barriera dipinta intorno a me, sia sorriso, sia silenzio, sia rimprovero, sia abbraccio, mi protegge dai mali. Ti ho guardato e tremo, poiché nei tuoi occhi ho riconosciuto i miei. Ricamo frasi che scaturiscono dal mio sudore, dai miei affanni. Silenziose statue che popolano la notte, mi passano accanto senza vedermi : fisso le stelle, cercando in esse le risposte ad un passato e al futuro, fluttuando al ritmo frusciante dei passanti inghiottiti in vicoli silenziosi e bui. Poco alla volta, cerco di sopperire alle perdite della mia vita trangugiando calici di amarezze, con la mera illusione che divengano dolce nostalgia, e la rabbia, energia positiva. Mi volto alla ricerca di tutto ciò ch’è stato scritto: scorre una folla d’ ombre che non produce nemmeno più dolore. Vissuti distanti, eppure, la storia è semplice: lampi di rabbia vividi, sovrastano i miei pensieri turbinando, scuotendo un passato serrato nella mente, richiamato alla vita, incombente come un temporale estivo che sia lì per scatenarsi, e non concede attimi di tregua. Farsi spazio nei giorni a venire,  ricacciare un singulto, silenziose lacrime amare che accompagnano una tristezza pesante come un fardello insostenibile che preme sulle spalle, e il mondo intorno, tace. Muto!

     



    Settembre 2008

  • Come comincia: Ammetto che c'è stata una certa puerilità, nel prendere la decisione di salire su un treno che mi portasse via dall'inconsistenza di ciò che, fino ad ora, mi aveva trasmesso un apparente, indistruttibile senso di solidità e sicurezza. Mi sono adagiata impercettibilmente, nella felice mollezza della mia stessa noia, o meglio, in ciò che ho voluto soffocare, relegandolo tra l' ineluttabile che scivoli pian piano, nei meandri di una pacata rassegnazione.
    Quassù, sui monti deserti, dove l'aria è più ferma, dove il tempo scorre meno veloce, la natura esprime un ordine diverso e un' armonia visivamente più manifesta: quassù, si respira un' aria selvaggia, lontana dai miasmi di una società distruttiva.
    Questo è quanto cercavo, quanto volessi percepire. Sono salita fin qui, lasciando un foglio e una penna sullo scrittoio accanto al telefono: un foglio in attesa di una lettera che non avrei mai scritto, accanto a quel telefono che ho fissato per giorni con inebetito sgomento e da cui ho tanto atteso il provenire di un trillo che non è mai arrivato.

     

    Il senso di esistere è più pesante, più sterile, quando, come un pugno ricevuto in pieno stomaco, ti infliggi una violenza quasi fisica cercando di non soccombere, di non arrenderti a qualcosa che per anni hai rifuggito, hai negato a te stessa, hai rinnegata con tutte le tue forze: quella di riconoscerti la debolezza di una emozione tua, intima. Quella che hai allontanata dai tuoi pensieri dedicandoti in toto agli altri, ai loro problemi, ai loro bisogni, non ascoltando i moti e le necessità della tua anima.
    Lo avevo capito quella mattina in cui mi ero svegliata sorridendo a me stessa, al nuovo giorno, e una vecchia canzone, sussurrata dapprima con appena un impercettibile movimento delle labbra, ha preso forma, consistenza, articolandosi fino a rimandarmi il suono della mia voce ben chiaro e distinto. Una giornata in cui avvertivo nell'aria qualcosa di prossimo, di bello, di incombente: qualcosa di inconsciamente atteso e allo stesso modo, temuto.
    Improvviso, il desiderio di fuggire, dapprima immediato, impellente, e poi, mano a mano sempre più fragile, prossimo a sgretolarsi.
    Tesa nello sforzo di controllare le mie emozioni che con impeto selvaggio acquisiscono forza, dirompono con una violenza irresistibile, propria a chi per anni è stato prigioniero in una gabbia e ad un tratto ne aprisse le sbarre, scoppio in un pianto dirotto. Un pianto in cui c' è tutto il dolore di cui prima devo essermi resa conto solo vagamente, e che ora fluisce come un violento temporale.
    Le mie lacrime scorrono copiose, portando via l' amara sofferenza che poco a poco si era depositata in me, come cristalli che diventavano sempre più duri e non volevano sciogliersi. Racconto a me stessa della mia vita, delle amarezze della rinuncia, mi dico consapevole che la vita non possa più farmi del male con la sua impetuosa violenza, e che non possa esistere equilibrio e felicità se non si è, prima, percorso il sentiero della sofferenza.
    Domani farò ritorno a casa.
    Il foglio e la penna abbandonati sullo scrittoio saranno riposti nel cassetto: non scriverò mai quella lettera, ma, forse troverò un messaggio nella segreteria...

    Sei il desiderio della mia libertà, la passione che brucia, sei la luna che riempie le mie notti nell'estasi di un abbraccio. Solo te io desidero compagno della mia anima, melodia dolcissima che mi avvinghia, lacrima di felicità che non trattengo, passione che si scioglie tra le tue braccia, tra le mie fondendosi, in un' anima sola. Una forza che mi sale nel petto, che vuole gioire, sognare...  ancora...
    Vorrei liberarmi delle catene del tempo che ossidano il cuore, imbrigliano i miei pensieri. Cerco, dentro di me, di allontanarmi da sentieri colmi d'illusione. Vorrei specchiarmi nel lago dei miei desideri per guardare nascere il sole, lascerei che le sue gocce si confondessero con la pioggia che riga il mio viso, e sorridere, finalmente libera di essere...
    E' solo un sogno che mi tiene incatenata ad una realtà che non mi appartiene più.

    Provo solo un'infinita tristezza che a tratti mi toglie il respiro. Amavo il modo in cui ridevi... Mi piaceva maledettamente il modo in cui ridevi. Il desiderio di averti vicino, nasce con irruenza incontenibile... Dove sei?
    Sei nell'aria, nell'infrangersi delle onde sugli scogli, nel respiro del vento che mi riporta un sospiro che non puoi più cogliere, nel brillio delle stelle, nei caldi colori di un tramonto che incombe...
    dove sei? Invano, ti cerco...
    Nei miei giorni sbiaditi, in questa notte che cade sui tetti, serena, chiara, quasi di primavera, ancorata a un passato e vivendo un presente che vorrei proiettare verso spazi infiniti, come una barca che prenda il largo a vele spiegate nell'immensità del mare aperto. Guardo un punto lontano, indefinito, cercando come sempre l' orma di un ricordo, che si è perso nella crudele spirale di un angolo di cielo ch'é diventato torbido. Vorrei, bastasse un respiro profondo ad allontanare i fantasmi che popolano le mie solitudini. E' così che ti frega la vita. Ti corteggia, ti accarezza, ti blandisce quando hai ancora l' anima assopita, pensieri innocenti, sogni fanciulli. Poi ti tradisce, ti ruba il sereno, gli affetti più cari, ti ferisce, ti distrugge, ti annienta... ti lascia dentro immagini, odori, rumori, armonie impalpabili che gravitano su te, intorno a te, che per quanto ti sforzi non ti è dato mai più accarezzare. Era quella la felicità, e ora scopro che sospesa, sorpresa, accecata come una falena davanti a un lume, avverto la tua assenza come un dolore acuto che, a volte, mi piega le ginocchia.
    Mi sono svegliata in piena notte perché ho sognato. Vorrei poter trattenere il sogno aggrappato al bordo delle ciglia, vorrei poter impedire che cada, vorrei poterti dire: E' San Valentino...
    Auguri, amore... 

  • 06 giugno 2006
    Giulia & Max

    Come comincia: Giulia si è appena svegliata.
    Prova la sensazione di essere osservata e resta ferma. Sa già che ogni più piccolo movimento da parte sua, produrrà una reazione da parte di Max.
    Sì, Max. Uno splendido rappresentante della razza canina che divide e condivide praticamente da sempre il suo piccolo appartamento, e come sempre aspetta di essere portato fuori a fare il primo quotidiano giretto al parco.
    Lo osserva, è lì con il guinzaglio stretto tra i denti, con la testa inclinata da un lato, con l'evidente espressione che sottintende una domanda.
    Lei si stiracchia pigramente e decide di alzarsi benché l'entusiasmo non la sostenga, non ne avrebbe proprio avuto voglia di alzarsi presto...
    Da qualche giorno avverte un senso di malessere fisico, un'insofferenza che non riesce a vincere: sempre le stesse cose, la stessa vita, abitudini trite e ritrite.
    Sono quasi le 8 ormai, infila la chiave nella serratura e fatica a chiudere la porta, Max ormai reso impaziente dall'attesa la strattona e lei ha quasi difficoltà a stargli dietro.
    Sosta al chiosco per il consueto giornale, si avvia come d'abitudine verso il bar all'angolo dove è solita fare colazione: cappuccino e cornetto che ogni volta Max osserva golosamente.
    La colazione è uno di quei momenti che la riportano con il pensiero a tanto tempo fa, ormai.
    Era autunno e con ancora in mano l'ultima punta di cornetto, provò quasi un senso di disturbo, sentendosi osservata: davanti a lei un ragazzo con degli incredibili, scomposti riccioli arancio sulla fronte e due grandi occhi nocciola che la fissano. Finì velocemente la pasta e si avviò con Max alla volta del parco.
    Diede una scorsa al giornale, seduta su una panchina mentre Max, lasciato libero dalla costrizione del guinzaglio, scorrazzava nel prato manifestando con pazze corse la gioia e la gratitudine per questo momento di libertà.
    Sentì un fruscio che la indusse a voltare la testa e fu lì che lo vide: Una macchia arancione nascosta quasi tra il verde degli alberi e il grigiore plumbeo del cielo.
    Era una chioma familiare, si avvicinò e le disse : "Scusa... prima nel bar... volevo solo dirti che c'era una coccinella sulla tua brioche".
    Strano modo per attaccare bottone, eppure, si erano rivisti tutti i giorni poi con Marco.
    Avevano preso l'abitudine di fare colazione insieme, di portare Max al parco insieme, a ridere, a scherzare, ad amarsi: si erano anche sposati e poi lasciati e poi...
    E poi Marco era andato via, portando con sé il loro bambino, per il quale Giulia aveva sollevato mari e monti non ottenendo un bel niente...
    Solo dopo moltissimi anni, aveva ottenuto solo che Marco, tramite una telefonata fredda ed incolore, l'avvisasse che suo figlio desiderava incontrarla.
    Era in una fase di spasmodica attesa Giulia, una valanga di pensieri e di domande e di risposte l'assalivano travolgendola e lasciandola a tratti, pervasa da una grande gioia e a tratti sconvolta, si poneva delle domande, cercava di trovare delle risposte, tante cose non erano mai state dette, come sarebbe stato? Avrebbe capito che si trattava del suo bambino se lo avesse incontrato per caso? Cosa si sarebbero detti?

    ... Non c'era nessuno quella mattina al bar, aveva fatto la sua solita colazione, era andata a sedersi sulla panchina al parco.
    Max scorrazzava libero e felice.
    Qualcosa, un rumore, la distoglie dalla lettura del giornale e, proprio come moltissimi anni prima, una macchia di colore arancione tra il verde degli alberi ed il cielo plumbeo... Un ragazzo.

    "Scusa... prima nel bar... volevo solo dirti che c'era una coccinella sulla tua brioche!"

  • 24 aprile 2006
    Biglie di Vetro Colorato

    Come comincia: Si mise a sedere sul letto e se ne stette li' con le gambe penzoloni, i capelli folti e ricci sparsi sulle spalle come una criniera leonina. Al buio, si guardo' intorno, sapendo dove si trovava ogni oggetto, per quanto piccolo potesse essere.Quello era il suo rifugio, il suo regno, quello che conteneva tutti i suoi piccoli tesori.
    Uno scrigno di fragrante legno intarsiato contenente i nastri per i capelli, arrotolati e disposti in ordine sul fondo di quel gioiello rivestito con un tessuto damascato, un pettine, una spazzola, uno specchio in avorio e argento: un regalo della nonna, quando aveva compiuto 11 anni.Tenuto tutto ben disposto, in ordine, sul tavolino da toilette sotto la grande finestra della sua camera.
    Sedeva davanti allo specchio e spazzolava i suoi capelli, fino a farli crepitare di vitalita', li sollevava con le mani fin sulla nuca fermandoli con le forcine, ed incominciava ad osservarsi con minuziosa attenzione.
    Un ritratto di sua madre, da sempre su una parete della sua camera, le rimandava l'immagine di un' altra se stessa, con la sola differenza di qualche anno in piu'. Era diventato un rito: sempre quello, sempre gli stessi gesti, da anni.Anche quello di alzarsi repentinamente ed andare verso una vecchia cassapanca dove erano riposte alcune vesti di sua madre. Con attenzione ed amorevole delicatezza, ne traeva uno e lo indossava, accarezzando caldi velluti e fruscianti sete, assaporando il momento in cui avrebbe potuto indossarli quando fosse diventata donna.
    Attraversava velocemente la stanza ed andava a calzare delle scarpe troppo grandi per i suoi piccoli piedi e dal tacco altissimo, tornando poi, malferma sulle gambe, barcollante, verso lo specchio... ad osservare i risultati di questa sua segreta, consueta abitudine. Allora, eccola accennare dei brevi passi di danza davanti allo specchio, in preda ad una eccitazione che le imporporava le gote e, canticchiando sommessamente un motivetto che diventava musica, alle sue orecchie, accompagnandosi al fruscio che emetteva l' abito in quel suo volteggiare. Con il fiatone, si lasciava cadere sul letto in attesa di riprendere fiato, mentre, ancora una volta, considerava  l' amore e l'emozione che indossare uno di quegli abiti le trasmetteva.
    Si sentiva una principessa in quei momenti, era tutto cosi' fantastico ... poi, una voce imperiosa la scuoteva, la ridestava dai suoi sogni. Si svestiva velocemente e, indossando una maglietta ed una gonna, era pronta a riprendere la sua vita, la solita, quella di sempre, quella fuori dalla porta di quel magico castello che la faceva sentire una principessa.
    ************
    Il sole filtra ormai dalle tendine alla finestra, inondando di luce la grande cucina in cui troneggia maestoso un camino, nel quale ardono dei ciocchi di legna resinosa che rimandano bagliori e scoppiettii, quel calore avvolgente e un profumo di cose buone, rafforzato da altri profumi. Si espande quello di due tazze di fumante caffelatte e di pane abbrustolito.
    Indovina, piu' che udire, un breve saluto frettoloso che suo padre, dopo aver bevuto distrattamente un caffe', le rivolge, mentre esce per recarsi a lavoro.
    Osserva Federico, il suo fratellino di nove anni, che sta' ultimando la sua colazione e si appresta a prepararsi per accompagnarlo a scuola.
    Escono, prende per mano Federico. Il tragitto da casa alla scuola e' breve, ma ogni volta, al contatto e al calore di quella piccola mano nella sua, avverte l' amore ed il senso di fiduciosa dipendenza che quella piccola creatura ha riposto in lei. E' una bimba anche lei, ancora, ma questi momenti la fanno sentire "grande", responsabile... si inorgoglisce un po', allontanando da se' la consapevolezza di dover vivere una condizione forse troppo gravosa per le sue esili braccia.
    Sono davanti alla scuola ora. Un bacio, un abbraccio, una breve attesa e, quando Federico scompare oltre il portone della scuola, dopo averle inviato ancora un cenno di saluto con la mano, lei fa ritorno a casa.
    Ha quindici anni, Elisa. Un giorno, misteriosamente, sparirono le sue bambole, le sue certezze, le sue giornate spensierate, i suoi sogni.Quel giorno, pianse.Copiose, calde lacrime scorsero dai suoi occhi fin sul cuscino; attraverso quelle lacrime, vide uscire dalla sua vita, dalla sua stanza, una donna. L' ombra di una donna che frettolosa e in preda ad una visibile agitazione si avviava verso l' uscio ripetendo in modo quasi cantilenante e sconnesso : - Non devi piangere, sei grande, sei una donnina. Poi torno, sai? Ora devo andare, si, si,devo andare, ma poi torno! -
    Insieme a lei, andavano via la sua infanzia, la sua adolescenza, ma lei questo non lo sapeva, cosi' come non sapeva tante altre cose ancora, non sapeva che molti anni sarebbero passati prima di poter avere l' opportunita' di rivedere quella donna.
    Quella donna, era sua madre.

    Si era svegliata di soprassalto, madida di sudore, e sapeva che era stata la sua stessa voce a svegliarla, come succedeva ormai da tempo. Si rendeva subito conto di essere li' , da sola, e l'incubo che la svegliava era sempre quello, ricorrente...
    C' era una scala dalla struttura in ferro battuto e dai gradini in legno, che dal corridoio della casa portava di sopra, alle camere da letto, sua, di suo fratello e di sua sorella. Ripensava alle notti in cui i suoi genitori litigavano furiosamente e lei, si alzava piano, andava a vedere che suo fratello e sua sorella dormissero e poi andava a sedersi in cima alla scala. Non voleva ascoltare ma allo stesso tempo, non riusciva ad evitarsi di farlo. Accocolata su se stessa, con le ginocchia strette tra le braccia ed il mento appoggiato alle ginocchia, piangeva, e piangeva sommessamente per la paura di essere scoperta. Questo fino a quando, quel giorno, sua madre entro' nella sua camera a dirle che sarebbe andata via portandosi appresso sua sorella. E comincio' l' attesa:  quella di un ritorno, quella di qualcosa che non avveniva. Ferite e dolori mai rimossi, solo cicatrici profonde da portare come un bagaglio di cui non ci si possa liberare.

    Quella mattina, al ritorno dalla scuola, dopo che ebbe accompagnato Federico, ando' a comprargli un sacchetto di biglie di vetro colorato. Gliele aveva promesse la sera prima per convincerlo ad andare a dormire. Non ne voleva proprio sapere quella piccola peste...
    Al ritorno da scuola, gliele fece trovare " per caso" sulla sedia sulla quale si sarebbe seduto, accanto al tavolo, per il pranzo. La gioia che vide in quegli occhi, sarebbe stata una delle immagini che avrebbe conservato di lui, per sempre.
    Dopo il pranzo si  misero a giocare con le biglie. Era buffo vedere Federico che stringendo il pollice nel pugnetto chiuso, con un piccolo scatto del dito cercava di lanciare una biglia fin verso le altre, disposte in un ordine non ben definito, cercando di colpirne una... quasi mai riusciva nell' intento e cercava di trovare delle giustificazioni che lei, era sempre disposta ad avvalorare. Una delle biglie era piu' grossa delle altre e dai colori piu' accesi, piu' nitidi, ed era quella che lui amava di piu' .
    Passarono molti anni. Lei si occupo' della sua crescita, degli studi che Federico porto' avanti con degli ottimi risultati, con un profitto notevole, sicuramente per una propensione innata, ma ad Elisa, piaceva credere che un po' fosse anche  stato merito suo. Divenuti adulti, ambedue si sposarono ed ebbero dei figli da crescere. Il rapporto speciale che si era instaurato e consolidato tra loro, non venne mai meno. Si erano sentiti proprio due giorni prima che arrivasse quella telefonata ed avevano deciso che sarebbero andati a Pisa con le rispettive famiglie. Poi, la telefonata...Quella telefonata!
    ****************
    Era appena tornata ed il suo rammarico era quello di  non avergli potuto dire cio' che avrebbe voluto, non ne aveva
    avuto il tempo, non c'era stato tempo. Federico non poteva piu' ascoltarla!  Gli avrebbe scritto una lettera: una lettera che non sarebbe mai stata spedita...

    Devo prendere quell' aereo,devo correre da te. L' aereo e' un mezzo veloce e tu, hai bisogno di me come quando eri bimbo...
    Ripercorro, durante il viaggio, alcuni momenti della nostra vita con accorata, struggente malinconia.
    Te lo ricordi? :
    No-oo... 6x8, non fa  40. Ripassiamo insieme...
    6x1... 6x2... 6x3... bravo!
    Ti voglio bene...
    Giochiamo: le biglie colorate, tante palline di vetro che rimandano bagliori e tu, ami proprio quella dai tanti spicchi colorati come un arcobaleno... Come vorrei fosse la tua vita, amore: te li regalo io i colori, ti dipingo io l' azzurro, il rosa, il giallo, il verde...
    Ti voglio bene...
    Avrei dovuto darti quel giornalino di Tex, quella volta... Mi hanno detto: Ma tu sei grande! Non e'  vero, sono bimba anch' io... ed il giornalino e' andato in pezzi!
    Mi racconti dei tuoi piccoli problemi, dell' esame andato male...non sono stata una brava insegnante... te lo ricordi quante risate, quante corse, quanti stupidi litigi per cose senza senso... quanti abbracci, le ninna-nanna, le favole lette e quelle inventate...
    Qualche volta, te le raccontavo in modo diverso e nelle tue parole c' era un rimprovero: Ma no... non era cosi' !
    Hai fatto un brutto sogno, ti tengo tra le braccia e cerco di rassicurarti... mi inteneriscono i tuoi occhioni, il tuo bisogno di sicurezza, ti consolo e tu piano piano, riprendi sonno ... sei dolce, le palpebre hanno un impercettibile movimento e la tua manina si tende a cercare una presenza vicina che ti rassereni...
    Ti voglio bene...
    Rimetto insieme tante tesserine, una sull' altra. Sono le fasi della tua crescita, le tue gioie, le tue sofferenze, le tue speranze, i tuoi primi dolori d' amore, i tuoi segreti, i tuoi successi nello studio... sono orgogliosa di te!
    Ti voglio bene...
    Ma tu guarda che bel giovanotto sei diventato... tutte le ragazzine, impazziranno per te! Poi e' arrivata la tua ragazzina. Eccole le altre tessere da aggiungere... tu sposo, tu papa', tu adulto che ora insegna agli altri ragazzi, ne parli come di figlioli tuoi, ti apprezzano, ti stimano... Non te l' ho mai chiesto: Quando lo hai imparato poi, quanto faceva 6x8?
    A noi la presenza della mamma e' mancata molto presto e tu, ti sei aggrappato a me con fiduciosa tenerezza, mi hai fatta sentire grande, importante... tu non sei stato il mio fratellino minore, sei stato sempre il mio bambino.
    Arriva una telefonata. Ascolto... non e' vero quello che mi dicono! Le ginocchia, quasi non mi reggono, il pensiero  che cio' che mi dicono sia vero mi tortura il cervello fino a farmelo scoppiare, un dolore grandissimo mi annienta, mi distrugge. Riesco appena a mormorare: Scusa, scusa, ti richiamo io tra un attimo.
    Passa quell' attimo ed io richiamo... ora, mi chiederanno che tempo fa, mi chiederanno... Non sono queste le cose che mi  chiedono, non sono queste le cose che mi sento dire, ed io non voglio, non voglio ascoltare!
    Ma tu avevi bisogno di me ed io di te, non erano questi i nostri discorsi? Non vuoi piu' parlarmi? Non vuoi piu' ascoltarmi?
    E' tutto un maledetto imbroglio. Si, si, ecco... e' solo un maledetto imbroglio! Ora prendo quell' aereo e vengo li' da te... vengo li' a consolarti, a tenerti la manina, e' solo un brutto sogno. Ti prendo tra le mie braccia, ti stringo forte a me...
    È avvenuto. Mi soffoca, mi stritola la certezza che con questa affermazione della realtà voglia celare proprio il bisogno della sua negazione.
    E' la consapevolezza di trovarsi d’un tratto davanti a qualcosa di enorme:
    Mi scuoto e ricordo di aver sognato un incontro, ma qualcosa è avvenuta, l' ho sentita, l' ho percepita stamattina fin dal primo sguardo fuori dalla finestra. Poi, la telefonata! E' stato un risveglio cattivo che torna a ficcarmi spilli sulla pelle, parole arruffate, sconnesse, danzano davanti ai miei occhi, il loro rumore rimbomba nella mia testa, nell' anima mia tra un prima in cui c’eri e un poi in cui non ci sei piu'.
    Ricordi che non voglio arginare, ai quali mi aggrappo perche' sento di non farcela, di annegare. Profonde ferite aperte che dolgono, mi rimandano la sensazione che la vita sia tutta un’enorme e assurda allucinazione, e tutto mi scaraventa sul viso un presente in cui rimbombano passi lontani, sempre piu' lontani...Una verità germogliata  da poche , terribili parole che vorrei lontane, molto lontane...
    -Non c’e' più tempo- Uno strazio ancora diverso, un’altra dimensione del dolore, dove i ricordi di ieri si riflettono sul peso insostenibile dei rimpianti di oggi. E sono su questo aereo ...e il tempo si blocca.
    Non c'e' piu' tempo.
    Sono qui' davanti a te ma tu non mi ascolti, non mi senti.
    Non fluiscono ora, le parole... sono arrabbiata con te. Mi hai mentito, non mi hai aspettata, ho portato anche i biglietti per andare a Pisa, dovevamo andare a Pisa, te lo ricordi? E poi, ho comprato anche un giornalino di Tex, eccolo... avremmo potuto leggerlo insieme!
    Ti accarezzo il viso, i capelli, qualcuno cerca di allontanarmi da te ed io mi divincolo da quelle braccia. Il pensiero che allontanandomi, tu non possa udire quanto ho da dirti mi risulta intollerabile. Vorrei urlare senza dignita' alcuna tutta la mia rabbia, il mio dolore... sovrastare il suono delle campane che chiamano e chiamano , senza sosta, senza pieta' .
    Nel cortile di casa c'e' un bimbo che gioca con le biglie colorate... una e' come quella che tu amavi tanto. I miei occhi sono pieni di polvere forse, i colori della biglia sono confusi, si sono  mischiati  tra loro ed io non ci vedo piu' un arcobaleno dentro...
    Un' altra tessera, l' ultima, si aggiunge alle altre e pretende di stare al di sopra delle altre! E' quella brutta, terribile, quella che chiude l' ultimo capitolo della tua breve vita.
    Non si puo' rimuoverla, torna sempre in cima, prepotentemente  "al suo posto" .
    Mi chino su di te, ti abbraccio, mi aspetto di sentire la tua voce che mi dica qualcosa... qualunque cosa... Ti prego, solo una, almeno una...
    La mia voce e' un sussurro e mentre il mio cuore scoppia dal dolore che provo, ti dico:
    Ti voglio bene. Perdonami, per tutte le volte che non te l' ho detto.

  • 18 marzo 2006
    Il treno

    Come comincia: Ho l'impressione di aver dimenticato qualcosa.
    Eppure, ho considerato tutto nei minimi particolari nei giorni scorsi... È una grande decisione, la decisione che cambierà la mia vita. Come fosse facile, alla mia età, rimettersi in discussione e cambiare la propria vita! Ne sono consapevole ed estremamente convinta, certo, convinta! Controllo nervosamente e per l'ennesima volta il contenuto della borsetta. Già, quella: l'ho sempre definita  il mio "Triangolo delle Bermuda ". Per chissà quale misterioso motivo, tutto quanto ci metta dentro rimane come inghiottito, scompare, e ci vuole un impegno non indifferente per andare a ripescare ciò che di volta in volta mi possa occorrere. Ah, sì, per essere capiente è capiente, mi sembra  di essere un prestigiatore che estrae dal cilindro ogni sorta di oggetto. Bene, il cellulare c'è, ed anche il biglietto del treno. Un'ora... solo un'ora di tempo e devo attraversare praticamente mezza Milano ed arrivare per tempo alla stazione Centrale. Chiamo un taxi, do un’ultima occhiata alla mia casa, agli arredi, a ciò che per molti anni è stato testimone di ogni mia emozione. Provo una stretta al cuore che cerco di allontanare velocemente: non ha senso, sono felice, tra poco un treno mi porterà lontana da qui per sempre, verso altre emozioni, verso un'altra storia, un'altra vita.
    Siedo impaziente, chiedendo al taxista di andare più veloce. Stranamente mi sovviene un lontano ricordo dei tempi della scuola, come una sorta di Lucia che salutava "i monti sorgenti dall'acque", mi soffermo a guardare tutto ciò che per anni non avevo in realtà mai visto davvero, osservato.Tutto  si snoda e corre via davanti ai miei occhi. C'è  molto vento, passanti frettolosi, solito traffico congestionato delle grandi città... Via, via, via ! Il tassista mi chiede qualcosa che in realtà non afferro con molta chiarezza, poi desiste ed il viaggio verso la stazione prosegue senza più nemmeno una parola. Mi si affacciano alla mente molti pensieri, una ridda di pensieri  incongruenti ai quali non so né voglio prestare molta attenzione.
    Sono arrivata ormai, discendo dal taxi e, pagata la corsa mi avvio di buon passo verso la scalinata. Niente scala mobile! Ho le ali ai piedi... Corro, quasi, verso il binario da cui partirà il mio treno. Ecco, mancano  venti minuti... Mi accendo una sigaretta, mi guardo intorno provando la strana sensazione che mi osservino, ma sì, certo, lo vedono tutti che sono felice, devono vederlo, traspare da ogni mia fibra... Forse qualcuno mi invidia notando il mio entusiasmo, la mia gioia. Mi avvio verso la macchinetta obliteratrice e stavolta il "clak "che stamperà la data sul biglietto, diventa musica. Sono pervasa da un leggero tremito mentre salgo sul treno, vado a cercare la carrozza ed il posto prenotato, sistemo la mia borsa da viaggio e mi siedo. Finalmente un sospiro di sollievo, finalmente potrò rilassarmi, finalmente... Guardo le ore... Mancano sette minuti alla partenza del treno. D'un tratto mi assale una profonda tristezza, una struggente malinconia, ed ancora l' impressione seppure vaga  d'aver dimenticato qualcosa.Un ragazzo ed una ragazza si guardano teneramente, lei piange, lui la bacia... Sale sul treno. Mi  trasmettono una tenerezza indicibile! Lei, stringe in mano un fazzoletto di carta ed ogni tanto asciuga dal suo viso grossi lacrimoni che le rigano le guance... Lacrimoni neri che si portano dietro tracce di rimmel dagli occhi gonfi di pianto. Anche lui, d'un tratto, toglie un fazzoletto di carta dalla tasca del giubbotto, apre lo zaino e ne estrae un panino grosso e gonfio come un pallone da baseball ed incomincia a mangiare, mentre lei, continua a piangere ormai senza ritegno alcuno, rimandando l'idea che da un momento all'altro, resterà di lei solo una piccola pozza d' acqua sul marciapiede accanto al treno. Mi alzo improvvisamente e tiro giù di colpo la mia  borsa da viaggio... Mi precipito verso l' uscita e discendo dal treno. Appena in tempo! Mentre mi allontano dal binario, una voce metallica scandisce che dal binario numero 12 è  in partenza il treno per...
    Ora so cosa avevo dimenticato! Torno sui miei passi, getto via il biglietto in un cestino e  incomincio a frugare dentro il mio "Triangolo delle Bermuda" alla ricerca del cellulare. Pronto... taxi? 

  • 03 gennaio 2006
    Ciao, mi saluti Pino?

    Come comincia:

    ... Mentre attraverso il grande giardino, ascolto il rumore dei miei passi sulla ghiaia che si snoda lungo un vialetto costeggiato da imponenti magnolie.
    Il pacchetto che tengo con una mano, mi riporta ad un episodio che si ripete da tanto tempo... sempre semplicemente lo stesso scenario e sempre la stessa simpatica scenetta. Sorrido.
    Eccoli, sono tutti lì, quasi nervosamente seduti, in attesa di qualcosa che sanno avverrà e non riescono a nascondere l'impazienza.
    Passo davanti ad una sala d'attesa e appoggio il pacchetto su un tavolo in formica verde e mi avvio.
     
    Ogni volta è una grande gioia: si alzano, mi vengono incontro, mi abbracciano, si spintonano per catturare la mia attenzione... hanno tante cose da raccontarmi.
     
    Maria Teresa, mi augura Buon Natale: i suoi parenti la vanno a trovare, se capita, solo in quella circostanza e lei è convinta che sia sempre e solo  in quella giornata
    che qualcuno si ricordi di  passare da li.

    C'è Francesco che mi parla della guerra, Angela che vuole farmi vedere il suo lavoro a maglia eseguito da lei, sembra una sorta di Tela di Penelope, di volta in volta le sue dimensioni cambiano, non so se sarà mai ultimato.
     
    Piero e Grazia, si avvicinano tenendosi come sempre per mano, sono innamorati loro, credo che non si siano più lasciati la mano da almeno sei mesi a questa parte.
     
    Ecco Federico, il discolo!
    Con  fare indifferente cerca di raggiungere la porta della saletta per andare a curiosare nella sala d'attesa. E' diventato un gioco: ogni volta vuole fare il suo ingresso con in mano il pacchetto che lascio sul tavolo della sala d'attesa ed aspetta un mio cenno per andare a prenderlo, malcelando la sua frenetica impazienza.
     
    Giulio e Claudia si siedono ed incominciano a spiegarsi sulle ginocchia il tovagliolo di carta che ho appena distribuito, subito imitati dagli altri.
     
    Giuseppe è l'ultimo a sedersi: non lo fa mai prima d'avermi chiesto notizie di Pino.
    E' lui, Pino... e si cerca in modo accorato e curioso al di fuori da quelle mura.
     
    Siamo tutti seduti ora, è arrivato il grande momento di Federico che rientra in pompa magna e acclamato da tutti con il "misterioso" pacchetto in mano. Mi aiuta ad aprirlo e alla vista dei pasticcini, tanti occhi attenti si illuminano come di fronte a qualcosa di prezioso.
     
    Con la complicità di una infermiera, si diffonde ad un tratto una musica... una vecchia cassetta che rimanda le note di "Parlami d'amore Mariù".
    Si aprono le danze!

    E' tempo che io ritorni a casa:li abbraccio tutti, li saluto con la promessa di tornare prestissimo a trovarli.
     
    Giuseppe è l'ultimo a salutarmi.
    Mi viene vicino e mi dice: "Ciao, me lo saluti il Pino?"
     
    Esco. Ho le lacrime agli occhi. Ripercorro il vialetto costeggiato da imponenti magnolie, ascolto il rumore dei miei passi sulla ghiaia del vialetto, arrivo fino al cancello e mi volto a guardare su, verso quella finestra.
    Ora sorrido. Tante mani, si tendono verso me in un cenno di saluto.
    Grazie.

  • 03 gennaio 2006
    Marta

    Come comincia:

    È Ferragosto. Una giornata caldissima.
    Sono le tre del pomeriggio e cerco di trovare un pò di pace facendo la spola tra il frigorifero ed il ventilatore.
    Suonano alla porta. Vado ad aprire e mi trovo davanti un musino imbronciato e piangente. Avrà poco più di 15 anni. Una bimba: Marta. Sì, la chiameremo Marta.
    La faccio accomodare. Si siede su una poltrona e scoppia in un pianto dirotto, irrefrenabile. Strazia l'anima.
    Lì per lì rimango sconcertata, non oso interromperla, entrare nel suo dolore.
    La lascio sfogare.
    Mi avvicino, le faccio una carezza sulla testa. Il suo piccolo corpicino è scosso dai singhiozzi. Provo un incontenibile desiderio di abbracciarla, di stringerla a me, di placare il suo dolore.
    Vado in cucina. Verso in un bicchiere del succo di frutta fresco e ritorno da lei.
    Sembra essersi calmata un po' ora. Solleva il capo e nel viso devastato dal pianto, scorgo due occhioni scuri che mandano bagliori: dolore, rabbia, odio.
    Troppo, per una piccola bambina!
    Mi siedo accanto a lei, mi guarda e quasi urlando, prima che io abbia il tempo di chiederle una qualsiasi cosa, dice:
    "Aiutami. Tu mi devi aiutare, hai capito? Hai capito? Hai capito?"
    Si alza di scatto... il bicchiere che tiene in mano cade per terra, frantumandosi. Corre verso la porta, la apre, ed il corridoio la inghiotte, prima che io abbia il tempo di realizzare cosa stia succedendo. Non la vedo più, mi precipito fuori di corsa, guardo intorno, mi dirigo verso il cancello d'entrata, guardo in strada.
    Di lei nemmeno l'ombra.
    So solo il suo nome, molto poco per poterla rintracciare. Sono sconvolta e preoccupata, cerco di essere razionale e di pensare a qualcosa che mi aiuti a ritrovarla.
    Mi informo… Chiunque sembra rappresentare un appiglio, una speranza. Niente!
    Esco, cammino senza una meta precisa, scruto in giro, mi soffermo a guardare i capannelli di ragazzi fermi agli angoli delle strade. Niente!
    LA STAZIONE! Sì, non può essere che là.
    Mi dirigo verso la stazione, qualcuno mi urta, mi spintona, ho male agli occhi, guardo dappertutto seguendo un istinto che mi guida, ora qua ora là, e ad un tratto lo vedo... un cane! Un piccolo cagnolino, un meticcio tutto bianco che intravedo appena, seminascosto da un chiosco e, sulla testa del cagnolino una piccola mano.
    Mi precipito correndo e, Lei e lì.
    Mi sembra ancora più piccola; è sporca, ha l'aria emaciata di chi non mangia da giorni.
    Vedendomi, ha un momento di titubanza, indietreggio di qualche passo e le tendo una mano. Sono angosciata all'idea di vedermela scomparire ancora, d'un tratto si alza e mi vola tra le braccia.
    Piangiamo ambedue. L'accarezzo, la bacio, le sussurro delle parole tenere, e lei, pian piano mi guarda e mi sorride. Un sorriso dolce che per un momento, si riflette nei suoi occhi tristi, è bellissima.
    Andiamo a casa mia e dopo un bagno caldo ed un pasto che divora, parliamo e parliamo, e parliamo, e parliamo...
    Dopo la riaccompagno a casa sua.
     
    Sono passati due anni.
    È Ferragosto. Fa un caldo terribile, sono le cinque del pomeriggio. Faccio la spola tra il frigo ed il ventilatore, cercando un po' di pace, suonano alla porta, vado ad aprire, c'è Marta!
    Non è sola Marta, con lei, aggrappato alla sua piccola mano, c'è Federico,
    il suo bambino che all'incirca ha un anno e mezzo...