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in archivio dal 11 mar 2015

Iris Vignola

La Spezia - Italia
Segni particolari: Autrice di libri fantasy e poesie.
Mi descrivo così: Ho pubblicato il primo volume della mia trilogia "La stirpe di luce" in versione italiana e inglese (Dinasty of light), tre libri poesia e presto la terza edizione del mio libro di fiabe in inglese "Into the fantastic world of fairy tale".
Mi trovi anche su:

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  • 29 settembre alle ore 17:51
    LAUDATO SII, O MIO SIGNORE

    Laudato sii o mio Signore,
    nel Cantico di Francesco,
    rivolto al sommo artefice di tutte le creature,
    per le chiare stelle donate, 
    la luna, il sole...

    Laudato per l'Amore generato,
    fattosi martire,
    umiliato e agonizzante,
    poi trucidato,
    barattato col misfatto del peccato.

    Eterogenia d'incalzanti sentimenti,
    emananti emozioni ridondanti,
    discioltesi in lacrimali stille sulle guance,
    fin da epoca remota,
    a suffragar sublime perfezione,
    palesemente trasudante la fede sottintesa,
    latente, dell'artista,
    espressa nel consacrar il volto della Madre, 
    nonché del divin Figlio,
    scolpiti nel marmoreo blocco inanimato,
    arresosi alla ferrea volontà del Buonarroti,
    ai suoi sapienti tocchi di scalpello,
    atti a raffigurar l'apoteosi dell'amor materno,
    conclamante Pietà e Misericordia,
    che s'animò di vita, 
    sancendo avverato l'infausto presagio,
    avvallante sospirata speme di rinascita. 

    Coniugazione di sembianze immacolate, 
    intrise di strazio e d'afflizione, 
    sul giovin viso di Maria;
    di sonno eterno, su quello di suo Figlio, 
    il Nazareno,
    mirabili, 
    nel di lei atto di regger sulle gambe 
    l'adorato corpo dell'Eletto ad Amore universale
    a lei sottratto,
    arresosi a un profetico disegno prefissato;
    di cingerlo, nell'inespresso abbraccio astratto;
    nel di lui riverso viso esangue,
    addormentato tra mortali grinfie fatiscenti
    e adornato da riccioli fluenti, 
    sparsi sul braccio di colei che fu prescelta;
    abbandonate, le discinte, sacre membra,
    l'affusolate mani e i piedi, trafitti e dissacrati. 

    Ha inteso d'esser immortale, il genio,
    velando, del mistero dell'attesa designata,
    tal frangente immaginato,
    susseguente, del Cristo destinato, dall'origine del tempo,
    a essere immolato, similmente a un agnello.

    Vergin Maria,
    a palpebre socchiuse,
    muta, nel suo dolore immane,
    quel palmo della mano verso il cielo,
    par implorare Dio, nel suo pensiero: 

    "Ecco, tutto ciò che hai comandato or s'è compiuto.
    Con dolore, rimetto a Te il Figlio amato, martoriato e ucciso, 
    Tua trascendente Essenza, 
    con speranza di riaverlo fra le braccia, per l'eternità del tempo.
    E così sia."

     
  • 29 settembre alle ore 17:50
    DI TE, UN MOMENTO

    Una vita così breve,
    tanto da apparir un battito di ciglia,
    un volo di farfalla,
    un lampo di tempesta,
    di vento, la raffica improvvisa.

    Un alito, talvolta, la vita s'evince,
    al pari dell'eternità che non ha fine.

    "Mi hai chiamato?
    Sì...
    La tua telefonata... non l'ho sentita!
    Ma che fa? non ha importanza.
    Non è così... mi spiace averla persa!
    Mi sento in colpa! Ti avrei sentita...
    Un attimo vissuto con te... è vita.
    Fa niente. Un sol momento, che vuoi che sia.
    Ho perso, di te, un momento...
    Averlo perso...
    è spina dentro il cuore,
    un lacerar di carne,
    un'illusione d'esser vivo.
    Lo so amore, non ti crucciare,
    sarebbe stato breve.
    Sì... Però... ti avrei sentita...
    Un sol attimo vissuto con te... è vita!"
    Iris Vignola - Horion Enky

     
  • 29 settembre alle ore 17:49
    POESIA, ECLETTICA DAMA, SEMPITERNA CASTELLANA

    Contesto ambito,
    osannato in memorie antiche,
    l'armonia di chiacchiere e di vino,
    tra sinfonia di musicali note.
    Soave melodia di liriche parole,
    in scritti liberi o rimati,
    forgia Bacco a singolar cultore,
    ch'elegge i presenti esimi Poeti, 
    spronati mai da vanità, 
    e da mancanza d'umiltà,
    bensì da ciò ch'esula da questo.
    L'amor di quel ch'è un immortale canto
    trascritto in versi trasudanti sentimenti,
    suffraganti sensazioni, emozioni,
    circuenti menti, volenti o nolenti,
    decreta noi tutti vittime o artefici
    d'ispirazioni letterarie.
    Dalla profondità dell'animo,
    cacciando sentimenti ostili,
    differenze, discrepanze,
    tra sprazzi d'ispirazioni e scaglie di sapori,
    indossiam ali di farfalle,
    alfin di sconfinar nell'irreale, 
    dal reale, rinnegato sì sovente,
    da cui sappiamo ben fuggire.
    Splendor di rilucenti stelle
    testimonia risa e fraterni abbracci,
    tra lo scorrer del rosso delle botti,
    del bianco, sprizzante bollicine,
    in gaudenti coppe, mai annacquate,
    giusto da poterne ampiamente assaporare
    l'inebriante gusto.
    Versatile aroma, sorseggiato tra esilaranti fumi,
    caccianti remore ai pensieri,
    che si fan fluidi,
    aprendo cuori allo scambio d'opinioni,
    nell'amicizie sublimate
    nel nome di Poesia, 
    eclettica Dama, sempiterna Castellana, 
    predominante, nello scemar dell'ore,
    dentro 'l sospiro d'una notte in amore.

     
  • 29 settembre alle ore 17:48
    SI BEA ALFIN DI POESIA

    Pendii, ricoperti da manti
    talvolta screziati o immacolati,
    sposandosi a valli,
    sciallate del verde di prati 
    oppur di ghiacciato candore,
    intonan profetico canto d'amore,
    al nascer del Sole 
    e al proprio calar il drappo rubicondo,
    all'avanzar della sua dama silenziosa.
    Luna altezzosa, regnante all'imbrunire.
    Lo sguardo è in attesa fremente:
    Dopo aver disceso le scoscese chine, 
    s'adagia sul piano a riposare,
    indi, s'alza e s'addentra, spaziando,
    nel color d'orizzonte vermiglio,
    finché l'ombre, oscuranti la notte,
    non incedan, col lor tetro passo assoluto.

    Sorgiva, la fonte zampilla festante
    e china il pendio taciturno;
    scrosciando, ne pregna il silenzio,
    coi gelidi fiotti, sprizzanti purezza.
    Velata di trasparenza,
    si coniuga al fiume, sornione e indolente.
    Vitale, l'abbraccio irruente lo sferza all'istante,
    dando agio a quell'inno d'amor gorgheggiato
    di rinascer costante, nel rovente fulgore solare,
    riflesso sullo specchio fluviale,
    nonché al chiaror sensuale di luna, 
    che lo rende fatato. 
    Lo sguardo, 
    attardante a seguir la sorgente,
    va a calar sull'acque del letto del fiume.
    Scivolandovi sopra, s'adorna di lapilli d'oro,
    prima d'esser dipinto di strali d'argento.

    E l'eco, all'udito, 
    riporta rumori dal dolce sapore,
    tal corali canti soavi. 
    Amante di nenie, 
    narranti le danze di Ninfe sensuali
    dei boschi o dei laghi,
    di storie abitate da leggiadre Fate, 
    ch'esprimon malia,
    di suoni armoniosi, reali o irreali,
    forgiati di vero o di fantasia...
    Quell'eco, al pari d'udito,
    si bea alfin di poesia.

     
  • 29 settembre alle ore 17:47
    SOGNO D'AMORE... E NULL'ALTRO

    Sogno irreale, a sua volta sognante,
    mai divenuto vecchio e stanco,
    ancor accompagnante il divenire,
    sballonzolato, nel suo limbo esistenziale,
    sul trespolo dell'indefinito,
    nell'attesa del traguardo.
    S'aggrappa sugli specchi... e non soltanto.
    Sogno d'amore... e null'altro.

    Cavalcando dentro al tempo,
    dando colpi a destra e a manca,
    si fa largo tra ricordi e tra rimpianti,
    ingabbiati nelle pieghe d'un passato
    sconfinante nel presente,
    barcollante nel deciderne il rigetto.
    In un flash, guarda il film in bianco e nero.

    Tale mano si perpetua, incoerente,
    nel cucire la sua tela d'una tinta.
    Ragnatela. 
    Come ragno, assembla i fili, dentro ai bivi, 
    incatenando mero senso di speranza,
    sovente, desiosa trama fatiscente, 
    all'ordito d'ogni scelta, sia giusta o desolante.

    In attesa, nella languida costanza,
    che incrementa di saggezza e di fermezza,
    il mio sogno non accenna un movimento,
    né all'avanti, né all'indietro,
    attendendo... e attendendo...
    Un barlume di realtà, 
    a nutrirlo e a ripararlo dall'ordito ancor errato,
    per donargli finalmente eternità.

     
  • 29 settembre alle ore 17:46
    COME A ESSERE ANGELI

    Azzurri veli, 
    negli abiti di tulle,
    tutu eleganti, 
    per inventare danze,
    lustrini, 
    in chignon raffinati,
    per essere più belle 
    e affascinanti.
    Snelle e flessuose, 
    movenze delicate,
    lievi passi danzati 
    in rigide punte gessate.
    Suadenti note, 
    in melodiche armonie del pianoforte,
    accompagnanti
    l'eterogenia dei movimenti.
    Soavi cigni 
    o Belle Addormentate,
    dolci Giuliette 
    o Cenerentole incantate,
    fervide amanti 
    dei vostri sogni a occhi aperti,
    estrose artefici
    dei vostri desideri più reconditi.
    Stelle, 
    fantasmagoriche e brillanti,
    nell'incantevole magia 
    d'una corale fantasia 
    di gesti celestiali
    oppure in Arabesque, 
    come a essere Angeli.

     
  • 29 settembre alle ore 17:46
    ERA BELLA

    Natia stella del borgo arroccato,
    era bella,
    Principessa di tutto e di niente,
    nel calcare il declivio sinuoso,
    per bagnare candore di piume.
    Agognava un incontro regale,
    come in tutte le fiabe sognate.
    Dalle membra d'un cigno aggraziato,
    in flessuose movenze,
    sbocciava l'incanto del fascino innato.
    Sprazzi d'arcobaleno, nell'iridi screziate,
    acquose pietre trasparenti,
    nel resto dei suoi occhi rilucenti.
    Lo sguardo suo, spavaldo,
    assorto negli squarci d'orizzonte,
    volava in alto,
    intanto che chinava,
    altera e fiera, qual vestale immacolata,
    abbigliata di purezza, nella veste castigata,
    allorquando,
    strappandole le vesti e il sorriso,
    rudi mani 
    le sottrassero il mondo intero,
    fomentando urla e pianti disperati,
    i cui echi
    rimbalzavano sull'acque gorgoglianti,
    prima di morir annegati.
    La sua virtù annaspava,
    intanto che implorava, 
    per non subir il demoniaco sopruso,
    di quell'immonda bestia su due piedi;
    repressi tabù, fors'erano alla fonte,
    incrementanti ossessioni
    e perpetranti infamie ossessionanti,
    in squallidi momenti depravati.
    Viscerale desio d'istantanea morte,
    il triste suo pensiero, 
    a implementar rimedio 
    allo spettro d'un futuro strazio,
    vivo, senza scampo 
    e ineluttabilmente eterno.
    Rea impenitente di pudore, 
    violato e immolato sull'altare dissacrato,
    riversa, sulla riva imbrattata di sangue,
    la mente perduta nel nulla,
    riflettendo se stessa nello specchio fluviale,
    vide il cigno
    trafitto e sporcato dal bieco peccato
    e osservò le sue piume 
    non più bianche, ma nere, 
    sotto il cielo ammantato di male.
    Al pensiero funesto, era sordo!
    L'imbrunire, che intanto era sorto,
    oscurando le acque sornione 
    del letto del fiume,
    ponderato "appropriato all'eterno riposo",
    scatenò la coscienza confusa, 
    nel suo sguardo ormai spento,
    similmente a esistenza dissolta, 
    come fiamma d'un mozzicone
    annientata dal lago di cera.
    Rizzandosi in piedi, a fatica,
    risalì il sentiero sterrato, 
    con il cuore vilmente spezzato.
    Un'ombra attendeva, dubbiosa...
    La sua falce impietosa era pronta,
    ma non ebbe ragione d'alzarsi 
    sul giovane capo reclino,
    per mieter la vittima, arresa alla sorte.
    E la morte perdente riprese il cammino.

     
  • 29 settembre alle ore 17:45
    MADRE... PADRE...

    Era mia madre,
    la tenebra imperversante; 
    cingendomi nel suo amoroso abbraccio,
    rapì il primo mio vagito stupefatto.
    Lievi carezze,
    accompagnanti sogni consumati assiduamente,
    nei miei sonni beati di neonata,
    dacché le ossute dita oscure 
    serravan le mie palpebre socchiuse,
    cantavan nenie, 
    narravan di Fate e di Sirene,
    carpendo il mio respiro,
    in cambio del sospiro della notte.
    Sospesa in equilibrio, tra la realtà e la fiaba,
    lasciandomi traviare da suadente beltà rivelata,
    addentrando il mio esile corpo, 
    m'accoccolavo in grembo,
    in modo di nutrirmi al suo seno offerto,
    nonché cercar protezione, in notti discinte,
    esprimenti il livore del cielo.
    A piena mano, allor elargiva il suo tepore.

    Padre assoluto, padre beneamato,
    il suo bacio d'amore,
    al primo chiarore del mattino,
    risvegliando il mio torpore persistente,
    rasserenava l'animo infante,
    spesso reso triste dalla bieca sorte.
    Con tenacia, aggrappata a una nube,
    con l'intento di sapermi, a lui, vicina,
    ero figlia adorante il proprio padre,
    seppur, talvolta, d'istante s'adombrasse;
    anzitempo, in connubio alla sua sposa,
    si copriva del suo velo,
    per qualcosa a me incompreso,
    tuonando la sua voce portentosa,
    com'eco a ravvivar il mio timore insano
    d'esser figlia bistrattata e poco ambita.
    Fin a che il dolce pianto cristallino, 
    scacciante le mie lacrime di sale,
    dal mio viso corrugato, 
    non portava il suo rimorso,
    rinnovando la certezza del suo amore.

    Or mio padre,
    s'è decretato il divampante fuoco 
    alimentante il tempo,
    a cui m'appello, assai sovente.
    Or mia madre,
    s'è palesata l'ancora pesante
    della speranza costante, 
    a cui m'immolo, ormai perennemente.
    Quando entrambi svaniranno,
    allor soltanto,
    sola, con me stessa,
    diverrò inver funambola incallita. 

     
  • 29 settembre alle ore 17:44
    SALISCENDI

    All'apice di solitudini improvvise, saremo insieme?
    Similitudini e diversità, controversie e affinità,
    saran motivi posti a separarci,
    oppure a consolidare il nostro amore?
    Noi due, 
    facenti parte d'un disegno definito,
    da tempo immemore, antico,
    di cui scriveremo fine, unicamente esistendo,
    puntualmente, ogni giorno, sul comune percorso.
    Salite e discese
    potranno portarci ai vertici dell'umiltà,
    a prendere visione del confine del Paradiso,
    oppure a declinare al limbo dell'anime indecise,
    che, poste dinanzi al mero arbitrio,
    esitano ancor sulla direzione atta a lor misura,
    se impastata di virtù o, all'inverso, di vizi capitali
    o, ambiguamente, optano per la via centrale,
    scendendo a compromessi.
    E il declivio alfin s'arresterà, nel lambire le spire dell'inferno,
    per ingrate scelte, piuttosto pretenziose
    e prive d'ogni forma di rispetto e civiltà,
    del porsi al vertice del mondo,
    perdendosi in valori inesistenti, privi d'umanità
    e facendo brandelli dell'altrui carne a morsi,
    talvolta per guadagnare mosche, nel pugno serrato a sangue
    e soggiacer, di contro, alle proprie sicurezze infrante.
    Saliscendi altalenante, giustamente equipollente,
    così come la morte,
    sarà, per noi, un giusto sprone, a ricercar l'apoteosi d'un'unione,
    pregna di lealtà e sincerità e, oltremodo, d'amore?

     
  • 29 settembre alle ore 17:43
    RITRATTO DI SPESSORE

    Ritratto di spessore,
    il firmamento,
    tinto di vermiglio,
    fin al confine del mare. 
    S'è inabissato il sole,
    nell'acque, 
    divenute fiamme liquefatte,
    fuoco rovente,
    che sa scaldare il cuore.
    Magico rituale, all'imbrunire,
    consacra la bellezza
    e la magnificenza del creato,
    inimitabile,
    lungi dall'emulare sulla tela,
    per la grandiosità 
    della sapienza dell'autore.
    E tutto, poco a poco, si scurisce,
    nel mentre l'ombre inseguono la luce.
    Un testimone alato
    resta ritto ad osservare,
    immobile,
    nella sacralità di tal contesto.
    Le bianche ali sue paion di gesso.
    Lo sguardo suo sorvola tutt'intorno,
    beandosi d'immenso materiale
    e la preghiera di ringraziamento sale,
    all'immateriale Regno sulle nubi,
    atta ad elevarsi 
    al cospetto del suo Celeste Padre.
    La sinfonia degli Angeli,
    suoi simili,
    risponde.

     
  • 29 settembre alle ore 17:43
    NON TI DIRO'

    Non ti dirò di andare,
    se non sarai deciso,
    né di tornare,
    se non sarà per sempre,
    ma aspetterò il tuo sorriso,
    sulla tua bocca ardente,
    dove disseterò 
    d'amore, la mia sete.

     
  • 29 settembre alle ore 17:42
    L'INFINITO

    Il suo tutto,
    quel cuscino poggiato sul letto,
    circondato, 
    acciocché rimanesse,
    nell'abbraccio perenne.
    Il suo capo reclino,
    nella posa dormiente;
    sul suo viso assopito,
    un sereno riposo,
    nel cingere sogni e speranze,
    cimentandosi in eteree danze;
    dimensione irreale,
    in assiduo conflitto al reale.
    Nel tenerlo ben stretto,
    si cullava tra sogno e realtà:
    suggestiva altalena, 
    alienante la mente,
    proiettata oltre il tempo e lo spazio,
    tra timore e coraggio.
    Era il tutto, 
    quel cuscino poggiato sul letto,
    che piegava le labbra in un dolce sorriso.
    L'infinito, 
    stringea nel suo abbraccio deciso.

     
  • 29 settembre alle ore 17:41
    S'INNALZA UN SUONO

    Librando in alto, il baco frastornato,
    adornato dell'ali translucenti di farfalla,
    nello scordar paura del silenzio,
    provata dentr'al bozzolo sì stretto,
    di gaudio si riempie e di bellezza.

    Costretto a rimaner a terra confinato,
    scrutando l'orizzonte inver tant'agognato,
    dacché 'l desio del vol, in ciel, leggiadro
    ogni altro ardire alfine sovrastava...
    infin, s'ea spogliato d'una veste così odiata.

    Or ora 
    il vento fa vibrar le foglie dello stelo,
    che il baco avea da poco abbandonato,
    tant'è 
    che paion corde di violino o d'arpe.

    Note eccelse 
    susseguono l'un l'altra,
    plasmando l'armoniosa sinfonia,
    che mai l'udito suo avea captato,
    distolto da un pensier unico e oscuro.

    S'innalza un suono lieto e melodioso,
    un eco, quasi angelico, risponde,
    che mai e poi mai avea prim'ascoltato,
    distratto da ricerca sua affannosa 
    d'uscir da quella spoglia così grama.

    A pianger su se stesso tutto 'l tempo,
    quanta melodica armonia sa d'aver perso!

     
  • 29 settembre alle ore 17:38
    AMMANTATA DI CANDOR

    Ammantata di candor com'ingenua sposa,
    ritta, nella sua staticità quas'imperiosa,
    parea attender chissà chi o che cosa,
    guardinga, sopr'al muro di cinta dell'antica Chiesa.
    Qual fosse il suo pensier nessun sapea,
    essa aspettava e assai sete avea,
    la fontanella chiusa non permettea di bere.
    Tuttavia s'innalzò in volo,
    fluttuando nel ceruleo di quel ciel per qualche istante,
    all'accostarsi d'un uomo e d'un piccino,
    sparendo alla lor vista, fin quando non fu sola,
    tornando ritta ancor sul muro della Pieve. Allorquando lui arrivò, arrestandosi di colpo,
    nel percepir due occhi sibillini,
    che lo scrutavan nell'animo e nel corpo,
    lasciò la sua promessa ad aspettarlo,
    nel mentre, dentro un secchio,
    il getto d'acqua fresca fece scorrer sol per poco.
    Gli sguardi s'incrociaron per un momento solo,
    ma ch'era parso eterno in assoluto;
    parea intendesser esprimere parole,
    in un connubio sì strano e silenzioso.
    Indi essa scese a dissetar la sete che pativa,
    intanto ch'ei immobile,
    rasente l'inconsueta colomba bianca,
    indugiava stranamente lì a guardarla,
    cercando d'intuir l'ermetico messaggio,
    testé convinto che sol lui avea aspettato.
    Reciproco, 'l suo sguardo fissò l'altrui umano,
    di chi, quell'indomani, varcando quella soglia,
    sarebbe stato, per la vita, sposo,
    dopodiché ascese in alto, onde librars'in volo,
    scrutandolo per poco, finché non fu lontana.

     
  • 29 settembre alle ore 17:37
    VENEZIA E I SUOI MISTERI

    Venezia e i suoi misteri, 
    negli echi d’un’epoca fiabesca, 
    di pizzi, ricami e merletti, 
    un’arte raffinata, recante carisma fascinoso 
    a dame e cavalieri d’altro tempo. 
    Maschere carnevalesche, di tinte variopinte, 
    oppur cosparse d’or, nonché d’argento, 
    celanti estranei volti sorridenti 
    di corpi fasciati in vesti sontuose, sgargianti, 
    con fogge realizzate sia in sete preziose, 
    che in stoffe assai pregiate. 
    Sembianze d’altri, sebben talvolta tristi, 
    specchianti visi occultati in pene solitarie, 
    cercanti oblio per vite inappaganti, 
    fra piogge di coriandoli e pur stelle filanti. 
    Poi storici Caffè di letterati e artisti, scultori, pittori, 
    di nobili e arguti dongiovanni, 
    illudenti vergini fanciulle, benché sovente donne maritate. 
    Memorie sussurrate dall’antiche piazze, 
    da strette, pur variegate calli, 
    canali, da gondole solcati, 
    romantiche avventure, tra effusioni e baci. 
    Eventi alternativi, sospiri, quasi ultimi respiri, 
    racchiusi in pietra d’Istria del ponte desolato, 
    passaggio sì forzato dei condannati a morte, 
    che più avrebber visto la laguna amata tanto. 
    E tra ‘l rumor di gente, sommessi bisbiglii 
    che paion provenir da vari poggioletti 
    d'antiche facciate, seppur non fatiscenti. 
    E scruta, lo sguardo, cercando visi andati, 
    sporgenti sulla piazza che li vide vivi, 
    nel tempo che un intenso, enigmatico brivido, 
    tacitamente, m’assale d’improvviso. 

     
  • 29 settembre alle ore 17:36
    COL CUORE IN MANO

    Come fenice, 
    che dalle proprie ceneri risorge,
    riprendo il volo, 
    annientata dal rogo d'inclemenza,
    la nuda spoglia protesa al cielo.
    Vile la vita, braccata dalla morte 
    le s'è arresa senz'alcuna lotta.
    E al momento depongo pietre di speranza,
    già sottratta dalla sorte
    che m'ha voluta vittima innocente.
    Riesumo tal castello, 
    crollato sotto venti di burrasca
    prim'ancora d'esser ultimato.
    Avevo inteso d'esserne regina,
    nel regno ch'ambivo a costruire,
    regnar sul trono dell'amore,
    sul piedistallo, più vicina a Dio,
    per quant'era prescritto in questo tempo,
    mai dell'odio e del rancore.
    Credevo d'esser prediletto fiore 
    non foglia inaridita dal dolore;
    mutevole il colore...
    s'affanna per non essere strappata, 
    con veemenza, sbattuta sul selciato a far tappeto.
    Pensavo... pensavo, ma erravo atrocemente...
    Col cuore in mano, 
    strappato crudelmente dal mio petto,
    ancor pulsante e intatto,
    sono a pregare il Padre,
    ch'é eretto tra le nubi il mio castello,
    or abbisogna d'un re e la sua regina.
    Sospira l'alma, desiando ancor la vita,
    un'altra chance, per conclamare essa,
    deridere la morte e riscattar se stessa.

     
  • 29 settembre alle ore 17:36
    UNICAMENTE ANGELI

    Aborti avvenuti, tristi eventi compiuti,
    bimbi mai destinati a nascere, a crescere,
    han messo l'ali, son divenuti Angeli,
    chiamati dal Divin Padre Celeste
    a risalir su per i Cieli candidi.

    Silenzi fragorosi di madri, non madri
    che piangon dolore sconquassante,
    che lacera le viscere pregnanti,
    allorché gli amati cuori smetton di pulsare
    e assurdamente taccion gli echi placentari.

    Tal bimbi minuti, incompiuti, cullati dentr'al buio, 
    restan fardelli d'anime, per poco,
    Iddio avea soffiato quel suo immortale dono,
    ma poi, immediato, inteso avea 'l rimpianto
    di non averli accanto.

    Desii irrealizzati in sordidi momenti,
    speranze frantumate nel giro di secondi.
    E restan solamente dei genitori infranti.
    Ricordi di sembianze, nei grembi or or delusi
    di chi avea generato unicamente Angeli.

     
  • 29 settembre alle ore 17:34
    DUE COME NOI

    Due come noi, 
    senz'argini alla mente,
    piroettiamo in un'eterea danza,
    su musica che giunge da lontano,
    pregna di sussurrata melodia.
    Libriamo lievi con ali variopinte di farfalle,
    sulla magia di tal concerto; 
    ci scorta il vento,
    nel regno astratto della fantasia,
    irreale fascino d'un singolare incanto.
    Bimbi giocherelloni,
    giochiamo a nascondino,
    rincorrendoci tra sprazzi di nubi dispettose
    che stan scherzando, nascondendoci il sole.
    Ma il vento le disperde all'improvviso
    e ci lasciam cullare sull'onda del calore.
    Tenendoci per mano, 
    guardiamo il mondo da lontano,
    sporgendo oltre il balcone della notte.
    Tremolii fluenti nei cuori solitari,
    allorquando ci perdiamo in uno sguardo.
    Dormiamo in un letto d'armonia,
    assoluta sintonia di due anime in simbiosi.
    Le gocce di rugiada sui calici di fiori,
    dell'iride i colori strabilianti,
    non ne copron i profumi,
    viceversa li rendon gradevoli alla vista,
    mutandoli in gioielli assai preziosi,
    nel giardino degli Elfi, Folletti e beneamate Fate.
    Esploriamo l'irreale bosco misterioso,
    dove nascono mattacchioni Gnomi,
    per spiarli e scoprirne segreti ed i misteri,
    carpir dov'han celato le lor pentole d'oro,
    sotterrate al termine della scia d'arcobaleno.
    E giungerà il momento che lo cavalcheremo.

     
  • 29 settembre alle ore 17:33
    AMORE E PSICHE

    Bellezza d’una dea, mortale Psiche, 
    d’Amore amante; 
    in notti appassionate, 
    carpivan reciproci misteri 
    dei lor corpi appen’adolescenti. 

    Di tenebra occultati, 
    i volti sconosciuti, 
    ma i cuor battean unanimi, 
    all’apice d’ardor d’istinti innamorati; 
    memorabili amplessi infuocati di passione. 

    Galeotta fu la goccia dal lume traboccante, 
    d’olio bollente, che risvegliò Amore; 
    quell’attimo di luce lo sorprese, 
    svelando il viso suo ancor dormiente 
    alla sua amata, sublime ispiratrice. 

    E se ne andò indignato, lasciandola alla sorte, 
    che la vide prostrata, smarrita, infelice. 
    Amor l’avea subitamente abbandonata, 
    lasciandola sconfitta, 
    raminga, a supplicar la morte. 

    Discese in quel degl’inferi, soltanto per Amore, 
    final cruciale prova, in cerca di bellezza; 
    Proserpina tramava e propinò l’ampolla, 
    priva della stessa, 
    bensì fosse riempita dell’infernale sonno. 

    Così la trovò Amore, supina nell’oblio, 
    libravan le sue ali, mentr’egli s’inarcava 
    ed ella s’allungava, 
    m’ancor nel sonno er’addentrata, 
    verso quel bacio ambito che li univa. 

    Le labbra si cercavan ad oltranza, 
    purtuttavia senza toccarsi, 
    nel suggestivo mero contemplar di sguardi, 
    dolcezza straripante di attimi esclusivi, 
    nello sfiorar d’un seno ignudo e teso. 

    Desio innegabile, sebbene sottinteso 
    d’Amore per la sua diletta Psiche. 

     
  • 29 settembre alle ore 17:32
    NELL'ORO DI COROLLA

    Osserva assorto,
    nell'apogeo di cotanta meraviglia,
    nell'oro di corolla
    che, fulgente, s'apre al sole,
    l'ardore del pittore per la Ninfa
    e ascolta, nell'impatto del silenzio,
    avvolto di ceruleo, sottratto al cielo,
    come a immaginar tinta del Paradiso,
    il vento, 
    ch'accarezza soavemente le ninfee,
    ancor piangendo, nel ricordo d'un rimpianto
    per quel ch'ea stato, un tempo mai scordato.

    Racchiude, lo stagno, il suo mistero immortalato,
    nel supplicar perdono da se stesso;
    nell'anelar conforto sconosciuto; 
    rivela la trama bisbigliata della storia 
    immers'ancora nell'ordito del ricordo,
    tra l'armonico inceder del dipinto
    e il geniale fluir di tal pennello.
    Pel suo sapiente tocco,
    la tela sibillina sconfina in un sussulto,
    assuefatta alla voglia di bellezza,
    nell'incanto d'ammirar se stessa,
    come suadente Ninfa testé abbagliata.

    Tra l'acque ristagnanti, ch'odorano di vita,
    tra tinte ch'allietan lo sguardo infervorato,
    e olezzi ch'inebrian 'l pretenzioso olfatto,
    rammenta, lo stagno desolato:
    sommersa come perla, di perle sì adornata, 
    a farsi ancor più ambita s'accingea la Ninfa,
    del raggio di Sole, perdutamente innamorata.
    Tesoro desiato le fu greve,
    per splender come stella tra le stelle,
    affiorante su quei petali di fiore,
    quali mani tramutate in corolle di ninfee,
    dacché 'l fango le fu veste, per l'eterno.

    E s'ode un mormorio celato, 
    tra l'espressione di ritocchi d'emozione
    e sfumature di smeraldo e lapislazzulo,
    nell'estasi sublime d'un tal capolavoro:
    un suggestivo canto librarsi dallo stagno,
    tremulo, com'a palesar screziate ali di farfalla; 
    intona un melodioso inno, sinfonico spartito,
    in sintonia col vento, 
    a richiamar l'amore della Ninfa per il Sole,
    alfin che non s'annienti un mero sentimento,
    trascendentale, 
    pur scritto sulla soglia d'infinito.

     
  • 29 settembre alle ore 17:31
    AL DI LA' DELLA TUA VITA

    Grovigli di pensieri persistenti,
    compagini d'assidui nodi scorsoi,
    soffocavan la gola
    e sopraffavan la mente sì erosa,
    emblematico scoglio 
    d'un mare in tempesta;
    violenti marosi, accanendosi,
    seppur lentamente, avean teso a disintegrarlo.
    Non più riserve, a implementar risorse,
    succubi di perenni sferzate d'inclementi onde,
    percepite da un inconcepibile sconforto,
    comunque insormontabile,
    volto a violar lo spirito, 
    oltre la mente inerme
    e non indenne
    da antiche cicatrici mai scomparse,
    tatuate con l'ago intinto nel sangue delle vene.
    Un gioco amaro e imperituro,
    senza regole,
    a tu per tu col tuo destino,
    che t'appariva truce;
    credevi traesse piacere dal tuo soccombere, 
    in quanto, nemico di te stesso,
    privo di volontà d'esistere,
    annaspavi nel buio del conscio e dell'inconscio.
    Funambolo incallito,
    sul limitar di dimensioni opposte,
    di certo ponderavi la ragione d'essere presente,
    nel mentre le radici inaridivano,
    fino a scindersi totalmente, 
    per darti modo di passare oltre,
    al di là della tua vita, talvolta odiata,
    seppure a tua insaputa.
    Il velo sull'ancestrale incognita infinita,
    squarciandosi, 
    ha dissolto, al tuo scrutare, la tenebra celante,
    a sguardi inaspettati e ancor profani,
    di ciò che t'aspettava, con pazienza.
    La luce eterna, 
    dell'anima, divina fonte naturale,
    al fin di consacrar l'immortalità preesistente,
    t'ha ricondotto al Padre,
    che tutto sa e vede.
    Forse adesso t'ha reso felice.

     
  • 29 settembre alle ore 17:30
    TERRENO INCOLTO

    Terreno incolto, 
    dove coltivavo sogni, come fiori,
    che, assiduamente, inacidivano assai presto,
    bensì li bagnassi con l'acqua d'un corso,
    ch'avevo nominato speranza,
    giacché fresca, al tatto
    e cristallina, alla vista.
    Giorno dopo giorno,
    ora dopo ora,
    minuto su minuto,
    desiavo lo spuntare d'un germoglio,
    peraltro invano,
    quantunque all'assolate pietre,
    s'abbarbicasse flora profumata e disattesa,
    dalle radici nate tra zolle desolate,
    presunte inappropriate ad ogni genere di vita.
    Nulla di ciò ha valor d'impedimento, al mio desio,
    dacché la speme è ancor nutrita
    da coscienza del pensiero positivo,
    che resiste all'inclemenza negativa,
    che ben sa rinnegar il compimento.

    Ancor coltivo sogni, 
    in aggiunta a desideri,
    avendo asperso i semi nel cuor dell'infinito,
    in terreno riscaldato, 
    per grazia dell'amore perfetto ed assoluto,
    bagnato da rivoli allegorici,
    del fluido sempiterno, 
    emanato da purezza e candore di vesti, 
    confacenti ad anime illibate.
    Pertanto, attendo, 
    disdegnando la chimera
    del risveglio d'un'aurora sibillina;
    che sia invero volitiva realtà,
    il sagace albore da cui nasce la rugiada adamantina,
    destinato a dissolver l'ignorante oscurità,
    rivelando misteri, inasprenti tormentosi eventi
    e palesando desii appagati, dapprima proibiti,
    nonché sogni arretrati, ch'avran sapor di miele,
    nel dolce retrogusto.
    L'amaro s'è dissolto, 
    alfine, al mio palato.

     
  • 29 settembre alle ore 17:29
    SENTIMENTO

    Desolate eran le vie, 
    per le spore delle spine
    ch'affliggevano i miei piedi,
    nell'intento d'arrancar simil cammino,
    seppur unico e indiscusso.
    Poi, cedendo all'oceano tempestoso,
    naufragando, in balia del suo volere,
    tra quei flutti che portavano a morire...
    mi son chiesta s'era giusto tal tormento...
    qual peccato aveo commesso...

    Eo in alterco anche col vento sibilante,
    per accoglier, 
    nelle braccia tese al cielo,
    prima d'essere alla fine,
    Sentimento, 
    nato all'ombra del dolore,
    quale pargolo anelato,
    mentre i rovi d'esistenza
    mi strappavano la veste d'apatia,
    per redimersi ai miei occhi vilipesi.

    Ei voleva ognor la luce,
    della speme, buona madre,
    figliol sacro,
    del futuro, conscio padre...
    ... e viceversa...

    Quando poi...
    La sua pelle d'alabastro,
    sì sorgiva all'imbrunire
    e dormiente nel fulgore delle stelle,
    nel chiarore adamantino della luna...
    all'inceder delle tenebre,
    si nutriva dell'abbraccio protettivo
    della notte accattivante
    e della nenia sua ancestrale,
    intonata tra il rumore del silenzio...

    Sol allor, s'è palesata la mia vera identità,
    ch'ea occultata e aveo smarrito...
    Barattando ciò ch'ea stato,
    con premessa d'altro tipo,
    ho donato quel che ero, a Sentimento, 
    nel concetto d'un'astratta nuova vita,
    che bramava la concreta affermazione,
    archetipo di perfetta sintonia.
    nell'eclettica realtà,
    ch'assumeva il color di fantasia.

     
  • 29 settembre alle ore 17:29
    ACERBO FIORE

    Testimone il suo dolore,
    rigettava la sua colpa d'esser sposa,
    tra spasmi trafiggenti il basso ventre; 
    il carnefice usurpava il suo respiro,
    sulla lingua il sapor acre del sangue,
    dissoluti i morsi sull'innocenti labbra.
    L'immacolata pelle tremava di terrore,
    la carne sussultava, mentr'egli la scuoteva,
    seppure fosse amorfa.
    Cogliendo il virginale, acerbo fiore,
    carpiva la sua essenza,
    mietendo il suo candore.
    Tra zuccherine labbra,
    suggeva il succo immondo
    di ciò ch'era tutt'altro che piacere;
    tra le sue gambe insanguinate,
    aborriva l'apogeo della lussuria.
    Nei suoi desii, tra i limiti d'infanzia e adolescenza,
    incauta speranza 
    esser circondata da braccia respiranti vita.
    Sogni perduti e infranti di bambina,
    in cui s'ergeva un Principe,
    dal viso implume e bello,
    che le donasse un bacio a labbra chiuse,
    pur scatenando il fuoco dentro
    d'amore sconosciuto,
    platonico virgulto appena nato,
    sottratto a tal destino infausto
    e barattato con gretto sesso
    d'un infame ch'ha ripudiato il diritto
    al suo innato libero arbitrio.

     
  • 29 settembre alle ore 17:28
    EDEN SI' PERDUTO

    Dall’alito sorgivo, 
    nasceva Adamo, su terra consacrata, 
    dalla sua costola predetta s’innalzò Eva, 
    appariscente, immacolata bellezza. 
    Tra i lillà, soggiacevan alla vita, 
    prorompenti e innocenti le lor caste nudità. 
    Compagni d’avventura... o di sventura, 
    per l’arbitrio di chi non avea pari alcuno. 

    Silenzio in scaglie, 
    negli anfratti del seno prescelto, 
    fra costante rumor di fauna sibillina 
    e flora abbarbicata, 
    ch’odorava persino nei colori... 
    Acqua adamantina, di purezza straripante. 
    Quasi giardin del cielo, 
    nell’Eden acquisito e primordiale; 
    singolare riflesso d’eccelso Paradiso. 

    Tra fronde verdeggianti e frutti sconosciuti, 
    avean casa viscide serpi velenose; 
    fra cosce candide di donna, 
    divenute esasperate, 
    strisciava il vile ingannatore, 
    scatenando qualcosa d’inconsueto, 
    oltre alla percezione del pudore. 
    E sangue infradiciaron le sue gambe. 

    D’istinti d’altra specie, esagitò Eva, 
    ch’ignuda si sentì, 
    fin a coprirsi con la foglia d’un tenero virgulto. 
    Negata quella mela, che porse al prediletto Adamo, 
    che la seguì, privo d’obiezione. 
    Ma s’oscuraron cirri, su di loro, 
    forgiando nubi di carbone, 
    si coprì il cielo, delle tinte della rabbia e d’impotenza,
    scatenatesi all’indegno tradimento. 

    D’uno sguardo dissonante, 
    si vestirono i lor occhi, 
    già cacciati e maledetti; 
    artefatte, la bellezza e la purezza, 
    ai compagni di condanna e di dolore... 
    Nel sospiro, che dal petto s’immolava, 
    s’arrancava il pentimento, 
    valicando il confine di tal Eden, sì perduto
    e benedetto. 

     
elementi per pagina
  • Come comincia: Asaliah era l'unico Angelo Custode infelice del Paradiso, per questo chiede a Dio di favorire la sua parte umana, concedendole l'opportunità di tornare sulla Terra in tale veste, per poter vivere una vita terrena con il neurochirurgo conosciuto nella sala operatoria dove era stato operato il suo ultimo protetto e di cui si è perdutamente innamorata. Ottenuto il consenso divino, si sposa e dà alla ...luce Yezalel, la sua splendida bambina, piccolo mezzo Angelo, tuttavia la sua esistenza è oscurata dalla presenza di entità demoniache che la perseguitano, fino ad arrivare a rapirle sua figlia, alla tenera età di cinque anni, per condurla negli inferi. Catapultata nell'atroce dimensione demoniaca, le viene rivelata un'incredibile, quanto terribile verità.

     
  • Come comincia: Asaliah was the only unhappy Guardian Angel of Paradise, so he requested and obtained from God to return to their robes half-human, to live his life with the neurosurgeon who had known, in that operating room where he was last operated. He married and had Yezalel, his daughter, but, unfortunately, his life was overshadowed by the presence of demonic entities that haunted her, coming to abduct her ...child, at the age of five years, to lead her to hell, where learned a terrible truth.

     
  • Come comincia: È in arrivo una tempesta.
    Appoggiata ad una roccia la vedo avanzare, sempre più cupa e violenta.
    Sta devastando tutto quello che trova, nella sua folle corsa.
    Sconvolge il cielo e, non appagata, infidamente, infuria sul mare, destandolo dal suo riposo.
    L'argentea luna che irradiava di luce fredda questo frammento di Terra, riscaldando comunque i cuori degli innamorati, si è nascosta dietro i nuvoloni, scuri come la pece, che cozzano gli uni contro gli altri, fino a piangere tutte le loro lacrime, gettando acqua su acqua e scombussolando questa notte neonata e quieta.
    Il vento sibila, soffiando all'impazzata sopra la tavola liquida e trasparente che appare nera, avendo sottratto, come specchio, l'identità al cielo.

    E' il mare che, irato, perde la sua calma e si rivolta, sobillando e gonfiando le sue impercettibili onde placide, che corona di una cresta bianca e schiumosa, la quale, infrangendosi sugli scogli immobili e impettiti, come sentinelle sparse in quella immensità in tumulto, effonde nell'aria miriadi di particelle di salsedine, incrementando la sua fragranza.
    La spuma candida come neve si riversa sulla battigia che custodiva gelosamente un po' di calore e, come fosse un grembo di donna, la riempie, ritirandosi subito dopo, per poi ripresentarsi all'infinito, in un andirivieni armonicamente ritmato e rumoroso.
    Mi trovo ancora lì, a piedi nudi, nel riparo che ho scoperto in una grotta.
    Il mio spirito è tormentato e osserva.
    Invidia la fine rena, che si lascia trascinare nel fondale buio.
    Oscuro come il mio pensiero.
    Mi obbligo a cacciarlo e a reagire alla mia sconfortante solitudine.
    A malincuore, mi accorgo che mi è impossibile.
    Laggiù, nella profondità marina, immagino inabissato, fra rocce e sabbia, uno scrigno completamente d'oro, chiuso ermeticamente.
    Lo scrigno dei miei desideri, quelli non realizzati e sigillati in modo da non fuggire via, in attesa che la bacchetta di una fata o il canto di una ninfa possa aprirlo e compiere il prodigio.
    La mia fantasia prende forma, in un cavallo alato, purtroppo però l'epoca delle fiabe e delle novelle ha fatto il suo tempo ed è passata molta acqua sotto i ponti, da allora.
    Sono costretta amaramente a ripiombare nella realtà nuda e cruda.
    I lampi istantanei che si susseguono irradiano di luce tutt'intorno, arrivando in ogni angolo, in ogni anfratto, squarciando ogni tenebra, ogni ombra, all'infuori delle tenebre e delle ombre che si annidano dentro di me.
    Quella luce fredda, così vana...
    La luce a cui aspiro è un'altra, una luce che mi salverebbe.
    Una luce più abbagliante di qualsivoglia preziosità.
    Una luce che riscalda l'anima.
    La luce dell'Amore...
    Quello di Dio...
    ... Quello di un uomo...
    I boati fragorosi, al pari di fuochi d'artificio, mi esplodono nella testa, rimbombando.
    Sento freddo e mi accoccolo su me stessa.
    Improvvisamente provo paura, un panico tangibile ma, fortunatamente, la tempesta si allontana, repentina, così come è giunta, andando a scaricare la sua rabbia altrove.
    Le acque si acquietano e il mare riprende il suo sonno interrotto bruscamente, mentre il silenzio sovrano torna a regnare nella notte, divenuta nuovamente tranquilla.
    Attendo qualche attimo interminabile, durante il quale ho la sensazione di non essere più sola.
    Noto un'ombra sulla spiaggia... imponente e...alata... Pare che stia osservando il mare.
    Trattengo il respiro, stupidamente, come se in questo modo potessi scongiurare l'ipotesi che la mia
    presenza venga scoperta da un'entità ultraterrena.
    Il mondo del soprannaturale mi ha sempre affascinata e, nel medesimo tempo, terrorizzata.
    Ho la pelle d'oca e fremiti improvvisi che salgono su per la colonna vertebrale.
    La luna è riapparsa, tonda, piena, radiosa. Pare che mi osservi e attenda una mia mossa.
    Lo spirito vagante volta il capo, ornato di una lunga chioma riccioluta, probabilmente chiara.
    Percepisco il suo sguardo addosso e resto immobile, ancorata a quella grotta come fosse la salvezza.
    Non riesco a formulare alcun pensiero... solamente aspetto...totalmente in balia dell'arcano.
    All'improvviso scompare, lasciandomi enormemente confusa, immensamente turbata.
    Nel mio cervello impazzito si rincorrono adesso una moltitudine di pensieri contrastanti.
    Vorrei persuadermi di aver preso un abbaglio, scambiando un'ombra qualsiasi, proiettata attraverso i lampioni della strada, per qualcosa che la mia fervida immaginazione ha inventato.
    Vorrei... Ma, poi, sono così sicura che sia questo il mio volere?
    O preferirei essere certa che si sia trattato veramente di una Creatura celestiale, di un Angelo proveniente dal Paradiso...magari del mio Angelo Custode che, apparendomi, abbia inteso darmi la conferma di non essere tanto sola?
    Non saprò mai la verità, potrò soltanto sperare che la mia illusione non rimanga tale.
    Con questo dubbio, mi accingo a percorrere cautamente la riva.
    Il dolce rumore dello sciabordio del mare che accarezza l'arenile è rilassante, al pari del suo profumo che mi appaga le narici e i sensi.
    Una leggera brezza mi accarezza il viso e scompiglia i miei capelli lunghi e corvini.
    La mia camicia da notte bianca, con qualche ricamo sul davanti, a ricordare quelle antiche delle nonne, abbottonata sul collo come fossi una bambina, svolazza, anch'essa scossa dal flebile vento. Ad occhi indiscreti e curiosi potrei apparire come un fantasma errante e tormentato, che scorrazzi nelle tenebre, in cerca di pace.
    Probabilmente lo sono... o perlomeno mi sento nelle identiche condizioni..
    Desidero la pace, non pretendo altro...
    Anzi sì... qualcos'altro pretendo...
    La libertà.
    Sto per calcare la sabbia appena calpestata dall'entità alata e il mio cuore esulta, per questo.
    Le onde infuriate, durante la bufera, avevano cancellato ogni orma esistente sulla spiaggia dorata.
    Scruto, nella speranza di trovarne due appena scavate sul bagnasciuga, che l'acqua non tormenta più con la sua ira. Ed esse mi appaiono, intatte. Il mare non le ha dissacrate.
    Lì, immobile in quel punto sacro, poggio i miei piedi nudi, alzo lo sguardo al cielo, dopodiché chiudo le palpebre.
    Sto aprendo le porte che conducono alla mia anima, per permettere al Bene di entrare e sconfiggere ogni ombra malefica che deturpi la sua luce.
    Neppure per un istante mi ha assalito il dubbio che la Creatura possa essere appartenuta al mondo degli inferi.
    Un angelo del male, pur ingannatore, sotto mentite spoglie, non mi avrebbe lasciato la sensazione di serenità che sto ancora percependo.
    Così fantasticando, mi avvio alle scale che conducono alla strada, mentre il mio cuore e la mia testa, in un dialogo silenzioso, si domandano a vicenda “Domani...?” e si rispondono “Non so...”
    Come sempre, rifletto sulla mia condizione di donna.
    Donna... essere speciale, tristemente usato, schiacciato, subordinato all'uomo grazie alla supremazia della sua forza fisica. Non di certo dell'intelletto.
    Avevo letto qualcosa sulle teorie discordanti in merito alla condizione femminile nella preistoria, che hanno voluto la donna succube dell'uomo, secondo alcuni pareri, matriarca incontrastata a dettar legge, secondo altri.
    Tuttavia, il corso dei secoli l'ha vista soccombere, per la maggiore, a parte chi aveva il potere nelle mani, donne influenti e rispettate. Tuttavia, una minima casta.
    La discriminazione sociale, con diritti e doveri differenziati, era la normalità..
    Addirittura dai racconti biblici c'è contraddizione nella determinazione dei due sessi che dovrebbero essere stati creati uguali, con pari dignità ed in perfetta simmetria, al contrario della testimonianza epistolare di chi raccontava della creazione della donna attraverso una costola maschile, imputandole, per giunta, la causa della cacciata dal Paradiso terrestre.
    La colpa è qualcosa che nessuno vuole ed era facile, nei tempi che furono, addossarla all'essere per antonomasia più debole (secondo il parere dell'uomo), al genere femminile, facile da schiacciare, usando il predominio attraverso la fisicità.
    Donne perseguitate, additate come streghe dedite a Satana e bruciate sul rogo, al pari di carne da macello, donne che hanno dovuto subire violenze per tutta la loro vita matrimoniale, donne usate e vendute come merce di scambio, donne costrette ad una vita di stenti, lavorando come schiave dentro e fuori casa, nei campi, a coltivare la terra per sfamare la prosperosa famiglia, oppure ai fiumi o ai lavatoi, a lavare, nell'acqua gelida, i panni di casa.
    Donne divenute vecchie prima del tempo.
    Donne perennemente fecondate da mariti disgraziati.
    Donne lasciate sole, da consorti che tornavano ubriachi marci.
    Donne violentate e uccise, troppo spesso, da bestie che di umano non hanno nulla, che odiano l'altro sesso, probabilmente per timore del confronto.
    Rammento una mia poesia, scritta su questi atroci eventi di cui si ha notizia quasi ogni giorno:

    AL DI LÁ DEL SILENZIO

    Al di lá del silenzio, s'ode solo il vento,
    che rumoreggia, sfiorando la chioma sparsa sullo sterrato,
    nel bosco, dove il buio è in procinto di rubare la luce.
    Tutt'intorno regna una labile pace.
    Al di lá del silenzio, mi trovo smarrita e confusa,
    nel rammentare ciò che stava succedendo,
    soltanto poco prima,
    quando l'insaziabile bestia, ha sfogato il suo tormento,
    sul corpo mio, in preda a depravata brama.
    Al di lá del silenzio,
    il lamento mio straziato, che nessuno ha udito,
    seguito da un grido disperato, quando la lama lucente,
    il vile ha calato sul cuore, rubando la mia vita,
    ancor da essere vissuta.
    Al di lá del silenzio,
    sto osservando il triste scempio, del corpo martoriato,
    grondante linfa e sangue, di cui la nauseante pozza
    sta immondando l'erba,
    intanto che son lì e, oramai, la vita è persa.
    Al di lá del silenzio,
    solo il pietoso vento che, ancor, sta accarezzando
    il corpo mio discinto,
    di cui, il viso fisso, rivolto è verso il cielo,
    seppure gli occhi, ancora spalancati,
    abbiano, or ora, il tacito sguardo spento.
    Al di lá del silenzio,
    c'è ognor soltanto il pianto, di chi realmente m'ama
    e sta soffrendo.
    Al di lá del silenzio,
    l'assoluto niente...
    Anche il vento, adesso, ha taciuto la sua voce,
    poiché sa che, mai, troverò pace...
    Mi sto perdendo, nel mare del silenzio...
    Al di lá del silenzio,
    s'ode solo il silenzio...

    L'ineguaglianza dei sessi ha portato a molte sofferenze il mondo femminile. Le nostre ave, le nostre nonne, ne hanno preso coscienza, iniziando a ribellarsi a questo stato sociale ed a combattere per rivendicare i diritti ed i privilegi concessi agli uomini.

    Il voto alle donne a conclamare l'uguaglianza, il lavoro come diritto all'autonomia.

    Donne eroiche, che hanno resistito ai soprusi maschili, divenendo addirittura vittime di carnefici scellerati per il loro ideale di libertà, nel ricordo dell'8 marzo, dedicato alla donna, per non scordare l'infausto massacro di povere lavoratrici che reclamavano i diritti loro spettanti.

    Il termine eroe è legato per lo più all'uomo, uomini che hanno lottato e si sono distinti nelle varie guerre a cui la Terra ha dovuto assistere (ed assiste tutt'ora, purtroppo, la storia pare non abbia insegnato nulla), ma quante donne hanno preso parte alla resistenza, schierate dietro le quinte, a ricoverare fuggitivi, a sfamare combattenti, rischiando la vita, a sostituire il capo famiglia, con tutte le difficoltà che potevano sussistere nella miseria creata dagli eventi belligeranti?

    Donne paladine, senza onore né gloria. La maggior parte delle loro storie sono preda dell'oblio.

    All'ombra del genio, c'è sempre stata una grande donna, magari analfabeta, dal momento che lo studio doveva essere privilegio quasi esclusivamente maschile, ma pur sempre grande.

    E' cosa risaputa.

    Mi chiedo spesso quante sono le donne, nel mondo, che ancora stanno soffrendo per il predominio maschile. Un numero, a dir poco, spaventoso, che fa ribrezzo e crea disonore per l'altro sesso.

    Donne stanche della situazione di subordinazione, desiderose d'essere apprezzate sì per i loro compiti di perfette casalinghe e madri di famiglia, ma altresì per aver parte integrante nella costruzione di un mondo migliore da lasciare alla prole, a fianco del proprio uomo, che dia la possibilità di dare un senso alla vita.

    Dopodiché mi chiedo la ragione per cui sussista ancora il contrario, faccio le mie considerazioni e penso di essere arrivata a capire, magari sbagliando... ma non lo credo veramente.

    La paura.

    L'uomo ha paura della donna, il suo timore di essere surclassato, in tutti i campi, si evidenzia ogni giorno.

    Se si lasciasse spazio al genere femminile, se si facesse meno discriminazione sul lavoro e nel concedergli spazio per cariche governative, nei paesi definiti civili, quanto ci impiegherebbe la supremazia maschile a cadere? Non dico un nanosecondo, ma poco più!

    L'uomo ha paura del cervello femminile, di quello che riesce a fare in un contempo, della sua marcia in più, del suo sesto senso e, per questo, cerca di tenerlo a bada.

    Ma le cose cambieranno, devono cambiare, voglio essere positiva, speranzosa.

    Per quanto riguarda me stessa... non so dire se cambieranno.

    Sono sempre stata una donna forte, ho superato drammi senza farmi forte dell'aiuto di alcuno, ho saputo come muovermi per aiutare chi amo ed ho provato una forte autostima, per questi motivi.

    Purtroppo la stima cade per quanto riguarda la mia persona, il cambiamento della mia vita personale.

    Sono sottomessa dalla situazione a cui non so reagire.

    Sta dormendo pesantemente. Sta russando.

    Non si è accorto di nulla.

    L'uomo che vive con me da quasi quarant'anni, per il quale, appena ventenne, avevo giurato, davanti a Dio, eterno amore, eterna fedeltà, la stessa che, brutalmente, ha tradito la prima volta che mi ha mancato di rispetto, che ha alzato la sua forte mano su di me.

    Un essere che, dentro di me, non riconosco più come marito, bensì non mi tocchi più, in nessun

    senso. Per il quale provo indifferenza, quando non rancore.

    Non ho saputo perdonarlo per la vita che mi ha offerto.

    Mi sento vittima designata di un legame sbagliato, portato avanti senza senso, forte del mio pretesto assurdo che l'umanità non abbia la facoltà di scindere unioni consacrate

    Come se Dio non sapesse... non vedesse...non percepisse la sofferenza...

    Un matrimonio trascinato nel tempo per mancanza di coraggio.

    Prendere una decisione così drastica non era facile.

    Sola al mondo, con due figli da mantenere, senza un lavoro, poiché avevo il divieto di cercarlo, per un'assurda gelosia che lo aveva sempre tormentato.

    Probabilmente ad altri occhi possono apparire delle giustificazioni, atte a coprire la propria paura dell'ignoto, la propria codardia, il proprio timore di ritorsioni già annunciate, quello di un risvolto drammatico della situazione.

    Il terrore di essere uccisa, come minacciato troppe volte, di fare la solita fine delle tante vittime della morbosa gelosia maschile, del considerare la propria donna come oggetto da possedere.

    In parte è veritiero che siano giustificazioni dietro quale nascondersi, ma soltanto in parte.

    L'amore è la simbiosi di due anime, prima che di due corpi, lasciando comunque spazio e dando il rispetto dovuto all'individualismo del pensiero.

    Se è pur vero che ogni individuo possegga la prerogativa del libero arbitrio per impostare la propria vita nel modo più consono, talvolta ci sono catene invisibili, tuttavia difficili da spezzare.

    Non impossibili, comunque robuste e vincolanti.

    E per questo subentra la rassegnazione ad un vivere...anzi ad un sopravvivere dal quale non ci si aspetta nient'altro che un'apatia mostruosa, che diviene una corazza impenetrabile dalla quale sentirsi protetti, dentro la quale calarsi per tenersi al riparo da ulteriori sofferenze.

    Nulla mi poteva scalfire così trincerata.

    Poi l'imprevisto.

    Un incontro casuale che ha annientato all'istante quell'armatura che garantiva la mia indifferenza acquisita, la mia imperturbabilità. L'ha polverizzata.

    Una parvenza d'amore improvviso che mi ha sconvolta, turbata, disorientata, inappagata.

    Una storia senza futuro, peraltro durata quanto un alito di vento, impossibile da portare avanti, vissuta male, per le sensazioni contrastanti del mio essere irreprensibile ma, comunque, vissuta, per non dover rimpiangere.

    E, soprattutto, per dare un taglio al mio sopravvivere, per sentirmi ancora donna desiderata, come non mi sentivo da tempo, per risvegliare emozioni sopite, ma ancora esistenti, nel profondo.

    La mia coscienza, in quel frangente unico, si è trovata d'accordo con me.

    “Ti ho donato me stessa, il mio corpo, la mia essenza, la mia sofferenza e non avrò rimorsi”.

    Sono sempre io, tuttavia non sono più la stessa.

    Voglio di più...

    Lo pretendo.

    Esigo ciò che la vita mi ha negato.

    Quella libertà che non ho mai avuto, fin da adolescente, da quando, per sfortuna, mi sono innamorata di chi mi ha reso infelice.

    Desidero un amore vero, è uno dei miei desideri racchiusi in quel forziere d'oro, in fondo al mare. Un uomo che non sappia negare rispetto, gentilezza, sorrisi.

    Che mi faccia ridere e assaporare tutto quello che c'è di bello al mondo.

    Che sappia leggere il mio sguardo.

    Forse sono troppo pretenziosa, ma non m'importa.

    Forse è tardi per trovarlo, ciononostante lo sto cercando disperatamente.

    So che arriverà, ne sono certa, non so quando, ma arriverà.

    Ne ho necessità, come dell'aria che respiro.

    TU...

    Sussurri ...carezzevoli...

    Inondano la mente...

    Turbandola...

    Sensazioni ataviche...

    Percorrono la pelle...

    Sfiorandola...

    E facendola vibrare...

    Desiderio..

    Carnale...

    Spirituale...

    Esplode...

    Nel corpo...

    Nell'anima.

    Donarti me stessa...

    Totalmente...

    Incondizionatamente...

    Appartenendoti...

    Come l'acqua al mare...

    ...Il vento all'aria,

    ...Il sole al giorno...

    ...La luna alla notte...

    Nei mie pensieri solo tu...

    Nel mio immaginario, solo tu...

    Nelle mie viscere, solo tu...

    Nel mio cuore, solo tu...

    Sei qui...

    Percepisco il tuo respiro...

    Il tuo odore...

    ...mi assale...

    Penetro gli sguardi...

    Cercando il tuo...

    Per addentrarmi in te...

    Fondermi con te...

    E farti mio...

    So che ti troverò...

    Non so dove...

    Non so quando...

    Esisti...

    E mi stai aspettando...

    Devo solo incontrarti...

    Sono ancora qui, sperando che l'estraneo che sta dormendo al mio fianco arrivi a capire che tutto è

    finito e faccia l'unica azione degna, andandosene.

    Purtroppo ho molte riserve riguardo a questo.

    Mi giro e rigiro tra le lenzuola candide e profumate di lavanda.

    Morfeo tarda a prendermi tra le sue braccia.

    Ripenso alla Creatura Celeste ed ora sono consapevole del fatto che la sua venuta abbia il sapore di

    un messaggio dell'Altissimo, di un sostegno a tenere duro, a lottare, a costringermi a guardare oltre il buio, per non ripiombare in quel torpore assoluto.
    A perseverare nella ricerca della luce.

    A dare ascolto alla voce silenziosa della mia saggia coscienza, conscia, a dispetto del mio trascorso scoramento, che la mano scrivente la pagina del mio destino sia di origine divina e non quella adunca del maligno.

    FINE

     
  • 02 settembre 2015 alle ore 20:30
    IL PIU' BELLO DEL PAESE HORION ENKY-IRISVIGNOLA

    Come comincia: HORION ENKY - IRIS VIGNOLA

    IL PIU' BELLO DEL PAESE

    Piccolo paese di provincia dove il tempo non sembra passare mai...
    Primi giorni di un’estate calda e afosa; per le strade non vedi un’anima viva.
    Le scuole e gli esami finiti da poco, i figli al campo scuola, il marito via all’estero per lavoro.
    Una professoressa annoiata non sa come trascorrere il tempo, si sente ancora viva per i suoi quarant’anni non dimostrati, bella donna sinuosa, con un fisico invidiabile.
    Quel pomeriggio non ha voglia di incontrarsi con le solite amiche in casa per spettegolare o giocare a carte. Oggi vuole vivere un pomeriggio diverso, che dia un po’ di vita a quei giorni spenti e sempre tutti uguali. Lasciando così la sua mente fantasticare, decide di uscire e andare al bar del paese, per comprarsi un gelato e bere un caffè.
    Come vi entra, nota solo due persone: il barista che gioca con un videogioco e un giovane ragazzo ventenne, che conosce poiché fratello di un amico di suo marito, che se ne sta leggendo il giornale.
    Un bel ragazzo, oggetto del desiderio di molte donne del paese, per la sua bellezza.
    Anche lei come tante altre ne è attratta.
    Facendosi coraggio gli chiede se gli sia possibile andare ad aiutarla a spostare dei mobili in casa, visto che da sola non riesce.
    Entrambi prendono la propria bicicletta e si dirigono a casa di lei.
    Appare un'abitazione di nuova costruzione, signorile, nel mezzo di un bel giardino verde e fiorito.
    L’interno è molto accogliente.
    Invita il ragazzo ad accomodarsi e gli chiede se desidera qualcosa, proponendogli varie opzioni di bevande. Mettendolo così davanti ad un'imbarazzante scelta, tanto da rispondere: va bene la prima cosa che le viene sotto mano.
    Lei, continuamente, parla con l’oggetto dei suoi desideri.
    Quel bel ragazzo lì con lei, soli, la sua mente diventa un turbinio di fantasie e desideri che vorrebbe concretizzare, riflettendo quando mai un’occasione così ghiotta le si ripresenterà.
    Fattolo accomodare davanti al tavolino del salotto, va in cucina a prendergli una bibita, che gli porta porgendogliela da dietro, intanto che gli si appoggia maliziosamente con il seno contro la testa.
    Essendo quella una giornata molto calda, indossa una canotta bianca, senza reggiseno, che mostra il seno traboccare dai lati.
    Il giovane rimane esterrefatto, ma la situazione che gli si sta presentando è particolarmente eccitante, per cui resta al gioco.
    Percependo la sua disponibilità, lei si sente più sicura, pertanto decide di dar vita ai suoi eccitanti sogni. Prendendolo per mano, lo porta ad accomodarsi su di un comodissimo divano, ponendosi di fronte a lui, si toglie la canotta, mostrando il suo abbondante seno ben sostenuto, campeggiato da due neri capezzoli, che sembrano due olive mature pronte per essere spremute.
    Lo invita, accompagnandogli le mani, ad accarezzarli e poi a prenderli in bocca per succhiarli, fino al punto da lanciare piccoli gridolini di piacere.
    Guidandolo ancora, lo porta a sfilarle i pantaloncini corti e le mutandine.
    Tutta nuda dinanzi a lui, corpo di bella donna, il quale avidamente la tocca, accarezzandola nelle sue intime sinuosità.
    Anche lei ora intende scoprire il corpo di questa sua giovane conquista, il ragazzo dal fisico atletico e ben costruito.
    Gli toglie la maglietta e accarezza quella giovane e fresca pelle tanto desiderata, gli toglie i pantaloni e gli slip, concentrandosi sull’oggetto delle sue brame.
    Con frenesia vi si appresta a giocarci, osservandolo così turgido e sentendolo caldo, nelle sue mani; inizia a baciarlo.
    Estasiato da tale maestria di questa dolce e bella signora, che lo sta conducendo nel paradiso dell’amore, si lascia andare, volendo godere appieno di quelle mani e quella bocca che gioca con lui, fino a fargli godere un amplesso tra le sue morbide labbra.
    Lei ci si pone sopra, ora vuole quel contatto di pelle, del suo tenero amante, strusciandoglisi sopra, tenendo l’eccitazione sempre alle stelle, dei due corpi frementi che si desiderano e si vogliono unire.
    Ora baci e carezze, che corrono per tutto il corpo di entrambi, rendendo più frenetica quella passione, portando lei a quella deliziosa e orgasmica emozione tramite una lingua che ha giocato.
    Manca solo la totale fusione.
    Lo vuole dentro di sé, l'ultimo atto per sublimare l'incontro, in un orgasmo viscerale di entrambi. Giovane amor di un noioso pomeriggio, tu mi hai fatto vivere un attimo di paradiso.

     
  • 02 settembre 2015 alle ore 20:25
    TIEPIDO POMERIGGIO HORION ENKY-IRIS VIGNOLA

    Come comincia: HORION ENKY - IRIS VIGNOLA

    TIEPIDO POMERIGGIO

    Tiepido pomeriggio di primavera, poco prima che scenda la sera,
    camminando per le vie del centro,
    in te mi imbatto ed il mio sguardo, col tuo, si scontra.
    ...E' magnetico e mi prende il cuore. Ci unisce una magica follia.
    Quanto sei bella, ti voglio mia.
    Scambio di sguardi che ci incatenano e al desiderio d'amore, ci avvicinano.
    Dolce fantasia dei miei sogni, mai come adesso, diventi poesia.
    Le mie mani si stringono alle tue e sento arrivare come un sussultante fermento. Percepisco il calore che emani ed il battito del tuo cuore, tra i seni.
    Mi pare così strano, ero solo e non ci volevo pensare,
    quando ti ho incontrata per caso,
    sei tu la donna che attendevo e che mi ritrovo ad amare.
    La mia casa è poco distante, se tu vuoi il mio invito accettare,
    per un aperitivo o anche solo per gradire la mia compagnia,
    per cui ci incamminiamo per la via, come vecchi amici, cominciamo a raccontarci. Nella mia casa il divano ci aspetta.
    Mettiti comoda, ti preparo da bere, poi ti allungo il bicchiere.
    Sfiorandoti la mano, ne sento il calore,
    come quello dell'acqua d'estate, sotto il sole.
    Anch'io mi siedo e ti vengo vicino, ti guardo negli occhi,
    mentre le labbra avvicino per un dolce bacio, che si fa appassionato,
    intanto che, tra respiri ansimanti,
    le mani accarezzanti fanno sparire, piano piano, da te il mistero,
    facendosi sempre più pressanti, fino a scovare tesori nascosti.
    Ed il mio corpo con il tuo si fonde, divenendo un tutt'uno, fino in fondo,
    quando l'attimo d'estasi ci pervade, all'unisono.
    Divieni mia linfa vitale, mio nettare e alimento divino,
    per te e con te mi sublimo, quasi a sentirmi sovrannaturale,
    mio sconosciuto amore carnale.
    Dopodiché, sul letto, nudi, dove il gioco diventa un diletto.
    Immobile, guardo le tue forme perfette,
    sei mia regina e schiava d'amore, con te voglio regnare, nel gioco dell'amare.
    La tua pelle, morbida e profumata, accarezzo,
    bramando come la preda più desiderata.
    Intreccio di corpi.
    Sui tuoi seni, mi perdo, sono la perfezione del creato,
    li bacio come a volermi, al capezzolo, dissetare.
    Di te, tutto voglio toccare e lambire, non posso fermarmi, l'eccitazione impera. Dentro di te, scivolando, ancora una volta mi voglio immolare.
     

     
  • Come comincia: HORION ENKY - IRIS VIGNOLA

    SONNOLENTA E MALINCONICA SERA

    Sonnolenta e malinconica sera d'estate, dove l'afa veniva mitigata da una leggera brezza, che arrivava dal mare, rinfrescando l'aria nella terrazza che mi ospitava.
    Frastornato, ero uscito dalla sala, stanco di ascoltare la musica che un'orchestrina suonava per gli ospiti, rimasti a ballare.
    Mi sedetti sul dondolo seminascosto, per gustare la quiete di quella serena serata. Immerso nei miei pensieri e nei miei sogni ascoltavo il rumore delle onde del mare, quando all'improvviso, alle mie spalle, udii una dolce voce femminile: "Che fai qui, tutto solo?" Mi voltai verso la sconosciuta che, nel frattempo, si era avvicinata, pertanto mi alzai per presentarmi e invitarla a farmi compagnia.
    Cullati dal dondolo, iniziammo a raccontarci, intanto che non le toglievo gli occhi di dosso.
    Era molto bella, non molto alta, ma ben proporzionata; l'abbronzatura era color ambra dorata ed i suoi occhi nerissimi spiccavano, come due perle rare, sul viso, completando lo splendore della sua bellezza, uniti ai capelli lunghi corvini e setosi.
    Mi sentii chiederle se fosse una fata ed ella mi fece un sorriso, forse gratificata.
    Il magnetismo che mi trasmetteva, lo percepiva, per il desiderio di lei che traspariva ed il mio controllo, piano piano, mi stava sfuggendo di mano.
    Con sapiente maestria e malizia, si avvicinò, fino ad alitare le proprie parole quasi sulla mia bocca.
    Ci perdemmo in un lungo bacio, dopodiché salimmo nella sua stanza, decisi a vivere una notte d'amore. Quando arrivammo, fece scivolare dal suo corpo la leggera veste color turchese.
    Pareva la dea dell'amore, nuda, con solamente addosso il sottile perizoma bianco.
    I miei occhi, frastornati per quello che la vita mi stava donando, si stavano riempiendo di lei che si avvicinò come una gattina maliziosa, il suo turgido seno mi sfiorava, mentre mi sussurrava: "Lascia fare a me, ti voglio spogliare".
    Iniziò a sbottonarmi la camicia, mentre, immobile, la lasciavo fare, percepivo le sue agili dita correre per la mia pelle, quasi a volermi graffiare.
    L'eccitazione saliva, come una tempesta in mare.
    In sua balia, iniziò a giocare con me, mostrando di saper usare tutte le arti amatorie. Ci lasciammo cadere sul letto, con crescente passione e, tra carezze e voluttuosi baci, cominciammo a dimenarci.
    La baciai sulle labbra e sul collo, mordicchiandole i lobi delle orecchie, per poi scendere giù, accarezzando la sua morbida pelle, fino ai suoi seni, dove iniziai a bramarne i capezzoli, intanto mi invitava a non fermarmi. Sempre di più volevo esplorare il suo corpo, arrivando così al regno dell'amore.
    Il suo corpo eccitato rivelava il fervore e si lasciava andare in gemiti, mentre continuavo a giocare con la lingua, per portarla all'apice del godere. Mi chiese: "Entra in me, non resisto, mi sembra d'impazzire, ti voglio da morire.
    Ti voglio cavalcare", intanto che, sopra di me, andò a porsi, per dettare meglio i tempi del piacere, che ci condussero, stremati, fino al mattino.
    Da quella notte, non l'ho più rivista, ma ciò che è rimasto in me è la consapevolezza di aver amato una dea o una fata.

     
  • 10 agosto 2015 alle ore 12:04
    UN ESTRANEO NELLA MIA VITA - IRIS VIGNOLA

    Come comincia: La sua vita sembrava trascinarsi, come per inerzia, verso gli anni in cui la

    saggezza dovrebbe essere la virtù predominante, avendo oltrepassato da un

    tempo quasi dimenticato, i primi anta.

    Il tempo, per lei, possedeva l'aspetto di un cavallo alato, tanto volava in fretta,

    diretto ad un traguardo finale che, in questo modo, non sarebbe stato più così

    lontano.

    Purtroppo questo suo vivere insensato non procedeva di pari passo con la sua

    essenza vitale, sia interiore che apparente, con il suo “io” ancora prorompente,

    ancora adolescente, avido d'amore e di passione ma, nel contempo, rassegnato,

    da anni, alla solitudine di un rapporto coniugale privo di consistenza, che la

    costringeva ad una prigionia le cui catene risultavano invisibili ad occhio umano,

    ma non per questo inesistenti e facili da spezzare.

    Non aveva scampo.

    Non era felice, forse non lo era mai stata veramente, forse non era mai stata

    davvero amata, se amare è volere il bene dell'altro, in qualsiasi modo, al di sopra

    di ogni altra cosa.

    Inaspettatamente è apparso.

    E' giunto con dolcezza, in una sera di primavera in cui nell'aria frizzante, al pari di

    quella mattutina, aleggia la fragranza dei fiori appena sbocciati che penetra nelle

    narici, appagando l'olfatto.

    Gli si è avvicinato, in quel terrazzo affollato dell'hotel.

    Non lo avrebbe guardato, se le fosse passato accanto per strada, certamente un

    bell'uomo, ma niente di eclatante.

    Le ha domandato la sua provenienza, rivolgendosi a lei con una cadenza del nord

    Italia, probabilmente lombarda e l'ha invitata a ballare un liscio, un invito che si è

    vista costretta a rifiutare, come del resto aveva sempre fatto, a causa del divieto

    di suo marito di ballare con altri, seppure egli stesso non sapesse muovere un

    passo.

    Costretta a malincuore, troppo, per lei che non si era mai sentita a disagio nel

    negarsi a pretendenti ballerini.

    Si è gettata nella mischia, ai ritmi frenetici da discoteca, ballando per tutta la sera

    e parte della notte, con movimenti sensuali, conscia di essere ancora una donna

    affascinante e piuttosto appariscente.

    Non perdendolo di vista un solo momento.

    Un incontro inaspettato, un uomo più giovane, una boccata d'aria fresca, una

    sferzata di vita che sta incidendo un marchio indelebile nel suo cuore.

    Un estraneo entrato a passi felpati nella sua vita, che ha scalfito l'impenetrabilità

    della sua anima inerme e indifesa, succube di un perenne appiattimento.

    Teneramente è riuscito a farsi strada, fino a sconquassare prepotentemente il suo

    essere, arrivando ad annullare la razionalità del buonsenso.

    Traditrice! Una sensazione terribile, inconsueta, della parvenza di un amore

    malato, egoista, possessivo, violento, di cui, da troppo tempo, esiste solo l'ombra,

    impalpabile, incorporea, ciononostante sempre presente.

    Una sensazione atroce contro la quale combattere per non soccombere, per non

    vivere di rimpianto.

    Lasciarsi andare sembra impossibile, la felicità del momento appare

    irraggiungibile.

    Irreprensibilità e dignità avevano sempre fatto parte della sua natura di donna,

    erano poste all'apice nell'elenco delle sue virtù.

    Non è semplice sconfiggerle.

    Una morsa persistente allo stomaco è il sintomo inequivocabile della lotta

    interiore che, un giorno dopo l'altro, l'affligge, togliendole persino il respiro.

    Ma se non le è facile cedere, le è impossibile rinunciare.

    La consapevolezza di un amore, che mai avrebbe pensato di poter provare

    nuovamente, si fa strada, giorno dopo giorno, nella sua mente in balia di pensieri

    che cozzano continuamente l'uno contro l'altro.

    Il timore di vivere in eterno rimorso le è sempre a fianco, convive con lei.

    Quale strada scegliere?

    Ah, se qualcuno potesse decidere per noi quello che è giusto!

    Giusto, sbagliato... Basta!

    Basta vivere ponendo sempre il proprio dovere al di sopra di tutto, basta

    continuare a regalare anni di vita ad un uomo che la tua l'ha rovinata da sempre,

    che è arrivato a maltrattarti, ad umiliarti con ogni mezzo, mancando, per primo, di

    rispettare la tua dignità di donna e pensando invece di averti dato tutto, non

    capendo di non averti dato niente di tutto ciò a cui aspiravi, unendoti in

    matrimonio con lui, davanti a Dio e giurandogli eterna fedeltà.

    <Solo Tu, Signore, che sei nell'alto dei Cieli e mi guardi, conosci il mio dolore e la

    mia solitudine.

    Perdonami se la mia vita imboccherà un'altra strada, bensì solamente precaria.

    Ho patito anni in silenzio, ma la mia anima gridava la sua sofferenza e so che Tu

    l'hai sentita>.

    Scegliere definitivamente, decidere, lasciarsi andare, iniziando ballando un liscio

    e sentendosi già colpevole. Come si può essere così stupidi?

    Probabilmente stupida due volte.

    Se si trattasse solamente di una sua illusione, di una sua sensazione errata

    dettata dal desiderio di sentirsi ancora desiderata, ancora viva...?

    Se quell'attenzione maschile che la sua mente sta ingigantendo e sulla quale sta

    ricamando trame, di lì a poco, svanisse, annullando ogni sua percezione,

    disintegrando la dimensione immaginaria nella quale sta navigando, per

    ricondurla a quella crudele della realtà...?

    Se lui presto si accorgesse di un'altra, magari più giovane, la invitasse a ballare

    e...tutto finisse lì, in una bolla di sapone?

    ... Lascerebbe sicuramente un sapore amaro in bocca.

    Dopodiché...

    Un altro giorno, un altro mattino, un'altra serata danzante.

    <Balliamo?>

    La sua voce...sensuale, le piace da morire.

    C'è qualcosa in lui, un certo non so che, che l'attrae inspiegabilmente.

    Non è facile opporre resistenza a quell'invito.

    Ha la sensazione che questo sia solo il preludio di ciò che deve avvenire e quello

    sia l'unico istante per fermarsi.

    Un ballo, poi un altro, per tutta la sera, fino a notte, fino a quando la sala si è

    svuotata e sono rimasti solo loro e gli amici. E la musica. Non è abituata ai lisci,

    non ricorda di averli ballati, ma ha sempre avuto il ritmo nel sangue ed è stato

    facile imparare, tra le braccia di quel maestro inatteso che stringono sempre di

    più, avvicinandola a lui gradatamente, fino a premere il corpo caldo contro il suo,

    mentre si lasciano trasportare dalle note della voce suadente del “molleggiato”, in

    una simbiosi che li fa apparire due partner abituali.

    Il suo viso vicino; il respiro di lui si è fatto più affannoso, non certo per la fatica.

    Una boccata d'aria fresca per spegnere un fuoco che sta divampando.

    <Mi dai un bacio?>

    ...Un bacio...

    Un bacio a un uomo, pensando di non esserne più capace, dopo...quanto?

    Dieci anni, forse quindici... Una sensazione sublime, unica, meravigliosa.

    Peccato non averlo fatto prima.

    Peccato che non sia arrivato prima.

    Quanti anni buttati via inutilmente.

    E' opinione comune che la notte porti consiglio.

    Il sonno tarda a venire, è il momento buono per riflettere; ma il suo equilibrio tra

    cuore e mente è divenuto instabile, il primo sta sopraffacendo la seconda,

    impedendole la concentrazione e il ricorso al proprio senno e, non pago,

    sottomette quel corpo femminile ad ondate di sensazioni travolgenti, scordate da

    un tempo immemorabile.

    Bramosia di essere amata, nello spirito e nella carne.

    Le pulsazioni veloci del nuovo condottiero, che si è proclamato tale nel conflitto

    interno, si attenuano, donandole poche ore di tregua, tra le braccia di Morfeo.

    Si desta presto. Non sente mai la stanchezza, con tutta l'adrenalina che ha in

    corpo. E già si guarda in giro ...cercandolo.

    E' stupita di possedere il solito comportamento di quando aveva quindici anni,

    tale e quale, come se il tempo fosse retrocesso all'improvviso e l'avesse riportata

    alla sua adolescenza.

    Rivederlo al mattino le provoca una fortissima emozione.

    Adesso è qui e la guarda.

    Avverte su di sé il loro sguardo, profondo, tenero, indagatore, che fruga dentro le

    porte che conducono alla sua anima inerme che si nasconde, dove esso si perde,

    cercandola, nei meandri della sua essenza combattuta, angosciata, trafugata di

    quella pace non certamente agognata, comunque raggiunta e imprigionata a

    forza dentro di sé, costretta a smorzare la sofferenza che la dilaniava.

    Il loro sguardo l'ha sopraffatta all'istante...eppure aveva fatto affidamento su di lei.

    Misera pace...vile... fuggevole guerriera, difensora del nulla, che lasci risvegliare i

    sensi assopiti da un tempo indefinito, infinito, memori di ciò che non aveva più

    ragione di esistere!

    Fino ad ora...

    Costringersi a non pensare, a non ragionare, a vivere quell'occasione di felicità

    che il fato le offre, soli, in un'anonima stanza d'albergo.

    <Siediti qui, vicino a me>

    le sussurra, accompagnando le parole con un gesto.

    Baci appassionati e le sue mani che armeggiano con le spalline della sua tuta

    bianca, leggera. Inutilmente.

    <Che cos'è, una cintura di castità?>

    <Sì>...Risponde sorridendo, rimettendosi a posto la spallina.

    Impossibile arrendersi, sebbene il cuore sia in tumulto e la carne frema.

    L'ansia prevale, il respiro corto, l'aria viene a mancare.

    A nulla valgono le dolci carezze, lungamente elargite dalle sue mani affusolate e

    virili, sulla fronte e sui capelli.

    Calde lacrime incontenibili le scendono ai lati del viso.

    Scappare via è l'unica soluzione plausibile.

    Poi...

    Un giro in macchina in una sera calda e serena, una passeggiata in un paese

    vicino, mano per mano.

    Dopodiché il mare, sotto di noi, profondo, calmo, nero, come specchio che ruba

    l'identità al cielo.

    Le sue onde lente accarezzano la battigia ancora calda, come grembo di donna,

    in un armonico e ritmato andirivieni.

    Coronate di sottili creste spumose, si infrangono delicatamente sugli scogli,

    sparpagliando nell'aria miriadi di particelle di salsedine.

    Respiriamo il suo profumo intenso, mentre il nostro sguardo sorvola la sua

    immensità.

    La luna, eterea ed eterna complice degli innamorati, irradia la natura sottostante

    con la sua luce argentea.

    Unica testimone dell'incontro d'amore.

    Una leggera brezza tra le fronde degli alberi.

    E poi, ancora... loro...

    Il loro sguardo si è fatto bruciante e i sensi si incendiano, travolgendomi,

    dominandomi, scegliendo al posto mio, soggiogando la mia mente in un dolce

    turbamento che mi sconvolge...

    Mi lascio sottomettere, finalmente sconfitta.

    Il mio sguardo si fa di fuoco e arde, perdendosi nel loro...

    In quello penetrante e misterioso dei tuoi occhi.

    Tutto Il resto è poesia.

    <Ti ho donato me stessa,

    il mio corpo,

    la mia essenza,

    la mia sofferenza

    e non avrò rimorsi.

    Tu, un Estraneo nella mia vita,

    dolce e irresistibilmente sensibile.

    Resterai un ricordo

    relegato in un angolo della mia mente,

    che non sbiadirà

    e a cui mi appellerò

    nei momenti di tristezza.

    Voglia, chiunque abbia scritto il nostro destino,

    che possa rincontrarti,

    in questa vita o in un'altra>.

     
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