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Poesie di Iris Vignola

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  • Abbandonando il sospiro nel nucleo spirale del vento,
    trae profondo respiro dal sì glabro petto.
    Inarcandosi sottostante volta d'orizzonte,
    fortemente eleva ossute braccia come a un padre, 
    onde squarciarne il velo conclamante insofferenza.
    S'avesse l'ali, in sogno, palesate,
    anziché notarsi implume,
    indubbiamente l'avrebbe già raggiunto
    oppur nell'attimo presente si spingerebbe fin a esso,
    rifuggendo l'abominio d'una guerra dissacrante il bene.
    Sconfinato nel predominante male, 
    sebbene ripudiato amante,
    attraverso matrice del pensiero, 
    l'urlo sottinteso schizza all'apice del desiderio,
    dacché la voce gli s'è arroccata appresso,
    oramai fattasi rauca per il drammatico spreco.

    "Mettete dei fiori nei vostri e nei nostri cannoni!"

    Analogamente a imbelle barca indifesa,
    ripugnata l'avvilente arma
    e in procinto di naufragar i propri sensi
    nel tempestoso mare degli accadimenti,
    ove or l'ancora, in strettoia rocciosa, getterebbe,
    ond'approdar a sicuro lido affrancante 
    ed esimersi dal rollar pressoché costante,
    equipollente al tremolio convulso d'una foglia sferzata da libeccio,
    seppur intenzionata a rimaner abbarbicata al pendulo peduncolo,
    ipotetico cordone legante se stessa al proprio ramo amato,
    mitragliato a sua volta da sibilanti raffiche violente,
    nulla gli rimane,
    se non aggrapparsi a speranzosa speme come fosse madre amata.
    Prono su terra rosseggiante, prostrato al fato,
    miraggio, gli appar, di verdi prati sterminati,
    nel sentor satollante d'olezzo floreale, sovrastante odore di ferroso sangue,
    d'assolate rene dorate,
    solcate da creste d'onda spumate di biancore,
    d'acque marine ornamentate di gemme lapislazzuli.
    Effluvio di vital salmastro, viceversa a putrida morte.
    Alfin, di nuvole, cumuli rincorrentisi
    e di frizzante aria, su pelle sì ignuda, sensazioni strabilianti,
    nell'impersonarsi libero parimenti a essa.
    Ineluttabilmente, 
    l'offuscata coscienza è assalita da quesiti silenti
    d'un prode guerriero combattente...

    ... Per qual motivo ignoto, s'è dato sapere?

    O all'opposto, rinnegante il malefico reale
    d'un giovin terrestre,
    sottratto alla propria esistenza ond'elargire dolore.

    Putativo padre, 
    quel sovrastante cielo 
    può unicamente pianger lacrime amare!

  • 09 maggio 2018 alle ore 22:50
    Tempio d'oracolo

    Spore di secondi, di minuti e d'ore
    perpetuan il divenir di giorni, di mesi e d'anni, 
    in un preludio di verdi colori,
    frasche di speranza nasciture.
    Campi Elisi verdeggianti,
    eternamente da Zefiro carezzati.
    Oh, Speme d'Albore,
    che tu possa squarciar l'ombra del buio,
    nell'avvento d'ogni nuovo giorno,
    sgravar costei dal giogo infame
    d'obbrobriose colpe d'avvenire,
    vestendoti e riflettendo fanciullesca condizione.
    Vergin Sibilla,
    ch'atteggi, di profetica virtù, parola,
    inversamente all'immutabile propender tuo oscuro,
    palese parvenza,
    indossando sol vesti di savia coscienza,
    sii alla magione la beneamata benvenuta.
    Seppur fosti fonte d'ambigue predizioni 
    pel dedalo d'accadimenti,
    oh, Tempio d'Oracolo,
    nel ricoprir tue chiome di chiaror di luna,
    ometti di svelar l'inenarrabile responso
    e viceversa fa sì d'esser benevola ispirata.
    Nella freschezza di note musicali,
    di risa gaudenti e di schiamazzi infantili,
    altresì di fredde acque cristalline,
    scroscianti da rupi scoscese e da rocciosi anfratti,
    rupestre paesaggio all'Eden riportante,
    nel coltivar l'epilogo, che non sia chimera, lusingo me stessa.

  • 09 maggio 2018 alle ore 22:49
    Luna nera

    Evocai il di lui sorprendermi, talmente assiduamente,
    che spicchio di solar bagliore,
    prim'ancor d'esser partorito dal grembo aurorale,
    vestendola d'oro e altresì di purpureo chiarore,
    procrastinando lo smodato calore 
    e all'arco di giornata ritardando d'arrancare,
    venne alla luce, alquanto sbalordito.

    Col segno zodiacale, soppesai il silenzio,
    onde salvaguardar eterna solitudine,
    ombreggiante propri'apocalittica essenza,
    al fin giammai di sacrificarmi all'impudico nulla.
    Ea triste, il suo lagrimoso volto,
    m'arrecava tristezza;
    per indefinito tempo, 
    prospettai me stessa compagna d'essa.

    Di tenebra, tessuto 
    e da rivelazione, gettato,
    muto, il velo suo rimase al suolo
    quand'a me perfetta s'ea palesata.
    Sordo al silente abbandono,
    niuno lo vide né lo fece suo,
    in virtù della speme nutrita
    verso realtà amica.

    Or il vespero attendo,
    empiendo l'attesa d'evidente tinta evanescente
    coniugat'a impietoso tremore del corpo,
    fintanto ch'in periodico apogeo alfin appare, 
    Luna Nera ribelle e selvaggia,
    archetipo d'istinti e pulsioni,
    dilaganti tuttora nel ventre che guarda.

    Per quanto
    solitudine imperi, 
    è sciente ch'essa sia fatiscente.
    Luna Nera t'imploro: Orsù, impetra l'Adamo,
    che soggiaccia quest'Eva ch'è pronta,
    pur non oltre il piacere,
    pur non oltre l'Amor essenziale.

  • 03 maggio 2018 alle ore 12:04
    Luce di speranza

    Avanzo lentamente, solcando strade in città stinte, aridi deserti,
    attorniata d'altri, percependo fatalmente d'esser sola,
    tra solitudini diverse.
    Su passi d'affannante gente smarrita, arranco la salita con fatica.
    Scomparse ormai pianure e pur discese,
    come per ogni essere pensante, al quale han tolto molto... tutto... La luce di speranza.
    L'umanità s'è persa, tra 'l deserto del domani, oceano di sabbia fautrice sol d'inezia.
    L'odore della morte, ch'opprime il cuor e nari,
    seguente a cruenta sorte, sì avvallata dal male, crea disperati.
    Sanguinaria, ancor grida la belva ancestrale,
    ch'ha fame di carne, nonché sete di sangue.
    Grida disperse s'elevano al cielo, racchiudenti intrinseche preghiere
    rivolte al Padre oppure al Figlio, che taluni, all'inverso, bestemmiano.
    Nel seguir ombre sconosciute,
    calpesto lor orme su terra brulla, su cui germoglia unicamente il nulla.
    Riecheggian voci lontane, tra fasti passati, echi di gaudio e di risa già udite.
    Tremulo, 'l fuoco dell'amor fraterno si consuma,
    per spegnersi, a un impercettibile alito di vento o a un sospiro.
    Respiro indifferenza tra rovine,
    la brama di potere ha reso l'uomo infame, senza confine alcuno.
    In cambio di danaro, baratterebbe tutto, persin la propria madre.
    Caduca volontà, creder ch'esista un avvenire!
    I martiri s'arrendon senza porre resistenza; prona la vita a reclamar la lotta,
    purtroppo par invana la richiesta, resta sospesa, tra barlumi di paure.
    Riarse labbra celano sorrisi,
    dagli occhi gonfi, 'l pianto scava solchi sulle guance,
    la folla delirante chiede pane ed esistenza vera.
    Le voci son riunite in un coral brusio sommesso,
    ch'intona un inno ch'ha sapor di prospettiva, univoca la voce ch'or s'alza dal deserto.
    Nel mentre l'orizzonte s'è imbrunito,
    il vento testé alzato spira forte e disperde or or la sabbia d'apatia.
    Scoprendo ciò ch'aveva sotterrato
    ravviva allor la fiamma di speranza, innegabilmente, mai del tutto spenta.
     

  • 26 marzo 2018 alle ore 16:17
    Compromesso con la morte

    Orazioni, citavo alla morte, affinché mi lasciasse del tempo.
    Il suo pronto riscontro dicea:
    "Ma certo, convengo, benché il tempo restante non più t'appartenga".
    All'oscura risposta,
    un lato, mi rendea indubbio conforto, 
    ma, l'altro, palesavasi un enigma bello e buono, 
    a discapito del mio pensiero speranzoso.
    Salii sul pennone d'un vascello galeotto,
    ch'ea parso ben disposto al mio fare clandestino.
    Da lassù, scrutando il cielo sì turchino,
    rievocante lunga chioma della fata di Pinocchio 
    e trascritto un annuncio alquanto strano, 
    lo inserii nella bottiglia, tanto assurda quanto vera, 
    sì forgiata solo d'aria mista a vento,
    con l'intento che ruotasse per il mondo e ancora oltre,
    fin laddove si lambiscon i confini d'universo:
    "Tale tempo, che rimane, non ti degna il suo favore.
    D'esser tuo, non ha intenzione. Esso più non t'appartiene".
    Enunciò sorella morte, con l'aggiunta di parole,
    ben cosciente della mia aguzza mente,
    che, però, alla frase sibillina, restò inerme.
    Per cui sorse la domanda: "Ma, alfin, chi n'è il padrone?"
    Possa, dunque, chiunque legga il mio messaggio,
    far in modo di fornir l'esatta interpretazione
    o l'impertinente dubbio roderà quest'intelletto 
    per il tempo ch'è rimasto.
    Detto fatto, scagliai in aere tale oggetto.
    Di riflesso, soffermai lo sguardo attorno, 
    mentre il velo dell'arcano si dissolse,
    stimolando il mio sguardo ad ammirar:
    il quieto mare così immenso, cantastorie affascinante,
    che sapea ammaliar la gente, col suo immortale canto;
    le distese di montagne, dalle alture dritte al cielo,
    le lor coste, imbiancate o verdeggianti, emananti rari olezzi;
    il bel sole, fulgente di chiarore, incontrastato Imperatore,
    nel tramontar soave, di purpurea tinta s'ammantava;
    la fascinosa luna, pallida e altera, nell'imbrunir di sera,
    con rinnovato passo da Regina, avanzava fiera.
    le stelle palpitanti, come pietre iridescenti,
    rendean prezioso il manto di velluto nero.
    Stranita, alfin, sorrisi...
    L'eclettico capolavoro, d'egocentrici elementi, ambendo il mio tempo, 
    sancivan, ch'attraverso, mi concedean cotal permesso:
    di sollazzar il rimirante sguardo allor fattosi attento,
    di consolar il cuore solitario, un poco affranto,
    di coronar l'eterno spirito d'immenso.
    A chi spettava il tempo mio, se non a loro?
    Ne avea ben dunque avuto buon motivo, 
    d'un similare decretar, la morte;
    ovvia ragion per cui, tutto considerato,
    ebbi il buonsenso d'accettar tal compromesso.

  • 26 marzo 2018 alle ore 16:15
    Fu ineluttabilmente amore

    FU INELUTTABILMENTE AMORE

    Tiepide gocce calde,
    rincorrendosi sulle guance,
    lasciano rivoli di sale.
    Non più nascondo amare lacrime versate,
    ben conscia che la penombra
    non permetta loro di riflettersi allo specchio,
    dacché non noti il viso segnato dal pianto;
    viceversa, scruti l'ombra di ciò che sono adesso.
    Mai sta zitto il silenzio,
    favorendo il chiasso e l'umore;
    con sussiego, 
    la sua logorroica presenza m'incatena,
    mormorandomi inarticolate parole,
    a marchio dell'attesa
    per una realtà in cui mi crogiolo ancora.

    Ti vidi... Ti ambii...
    Estranea a quel che ero;
    rifuggii da me stessa,
    onde ricercar quel ch'avrei voluto essere
    e ciò ch'avrei voluto.
    In un'eterogenia di sensazioni straripanti,
    i miei sensi, svincolati da una ragione
    che l'avea fatta da padrona
    troppo a lungo, 
    nel tempo sconfinato nell'assurdo,
    rinascevan a nuova vita.

    Mi vedesti... Mi ambisti...
    Circoscritto in un viver sconfortante,
    ti celavi dietro a specchi
    dacché non osservar dinanzi gli occhi inespressivi;
    erano spenti, 
    parimenti ai rumori dissonanti.
    Occultato nei silenzi, già fuggiti addirittura
    alla spira d'impercettibili suoni e bisbigli, 
    costante, quel timore di scoprirti ancora vivo.
    Disastrosa condizione d'una presa di coscienza;
    verità, in cui le lacrime d'un uomo, 
    in atavica battaglia tra debolezza e dignità pretesa,
    mascherandosi d'apparenza,
    presero a sanguinare, 
    ruzzolando sulla via del cuore

    Fu un battito di ciglia,
    cotanto ardore ricolmo di mistero
    nell'estraneità presente di ambedue.
    Fervente desiderio incontrollabile
    l'inconsistente onda travolgente,
    non dissimile 
    al primario slancio istintivo
    a cui t'aggrappasti,
    simulando un naufrago, 
    sottratto alla fine,
    grazie al richiamo d'una sponda.

    Nell'impetuoso mare 
    intarsiato di reciproci sentimenti,
    rinvenni colei che tornò ad amare.
    Estasianti baci e abbracci appassionati,
    in un rogo tutto nuovo e sorprendente,
    coronavano il nesso presupposto.
    Nuotando dentro il lago del tuo sguardo,
    lo rimiravo, annegato nel bruno mio, profondo.
    Rinnegato dai silenzi, gioivi d'esser vivo,
    saziandoti di gemiti e sussurri,
    dentro ore fatiscenti carpite all'orologio.

    Pertanto... 
    Fu ineluttabilmente amore.

  • 26 marzo 2018 alle ore 16:13
    Al confine d'illusioni

    Speranzosi desideri,
    al confine d'illusioni,
    in silente processione,
    scanditi da barlumi di realtà
    dacché nutriti d'ambrosia e miele, 
    nonché dondolati nella culla dell'arcano,
    benché alternati ad altrettanti avversi,
    quale univoco fardello 
    d'infestante erba cattiva dissipata,
    si scindon dal velenoso amaro,
    tal insidiosa genesi di chimere sconfinanti.
    Dondolata soavemente 
    nella speme esistenziale,
    prevenendo detto evento,
    già in partenza
    con il piglio positivo, 
    mi sottraggo al dispiacere del dileggio del destino.
    Piroettando come foglia trascinata dal marino
    o farfalla strabiliante,
    in un valzer
    nell'ellissi intorno al Sole,
    prim'ancora d'un declino sopra un lido assai fecondo, 
    confacente a radicare,
    dove il vento scema in brezza,
    dentro e sotto un orizzonte riportante al Paradiso,
    pongo picche al negativo
    e son plagiata di bellezza.

  • 26 marzo 2018 alle ore 16:13
    Adesso che il vento dorme

    Disseminato è il candore del manto,
    sprazzi di neve sui rami rinsecchiti e sui sempreverdi,
    dove il verde, in parte, s'è arreso al bianco maculato.
    Muro cinereo, coniato di vapore, sottrae il crepuscolo mattutino,
    quel barlume, divenente albore adamantino,
    risvegliante la coscienza e lo stupore,
    per l'astratta concezione di concreta, incantevole visione.
    Purezza di paesaggio pregna lo sguardo e altrettanta quiete, l'udito;
    anche il vento s'ea assopito tra le fronde, per scovar un nido vuoto, 
    indi riposare;
    raminghi cinguettii son iti altrove, sfuggiti, all'implementar della stagione.
    Nè voci, urlate o sussurrate, né canti né pianti, neppure risa attorno;
    l'atmosfera rarefatta, plasmata di gelo e di silenzio saturo altresì di solitudine,
    ha relegato ognor nelle dimore, membra intirizzite e desianti calore.
    S'ode raro palpito d'ardito cuore, a intervallar mutismo stagnante,
    col suo vivace ritmo roboante, seppur non basti a richiamar il vento.
    Or che dorme,
    vane son insensate parole, illusorie frasi d'amore;
    disillusa speranza che spirino in vetta per esser udite da orecchie insicure,
    bramanti tutt'altro che bieche menzogne ad acquietar penuria d'amore,
    di chi tace
    nel sacrale limbo di pace ch'appare,
    ch'il vento non osa dissacrare, per dar immotivato corpo al niente.

  • 26 marzo 2018 alle ore 16:12
    Ei ea fuggito

    Nulla scalfiva, quella statica postura del guerriero,
    ch'avendo rifiutato di lottar, sul campo,
    s'ea smarrito, 
    nell'assordante pace d'un'ermetica strada alquanto sconosciuta. 
    Smorzati bisbiglii giungeano lontani all'attonito udito, 
    in tal contesto, unicamente ebbro di silenzio...
    In connubio con se stesso,
    sancendo sovrano, il libero suo arbitrio,
    avea rimesso ad altri la conseguente scelta
    del perpetrar battaglia
    e, contraria, la propria, fu codesta: 
    ribellione confacente al suo peregrinar ramingo,
    col capo reclinato e insofferente sguardo,
    oltre all'animo, probabilmente, da vile codardia corrotto
    o... viceversa... armato di saggezza,
    atto a scampar all'immolar se stesso
    da sanguinaria contesa per ragione essenzialmente ignota.
    Onde arrider al beneamato riverbero d'esistenza
    e scavalcar lo sconfinato gelo della morte,
    ei ea fuggito, 
    forse scaltro o all'inverso coniglio;
    ciascun epiteto era buono,
    messo a confronto col rimorso d'esser assassino.

  • 26 marzo 2018 alle ore 16:11
    Chi era colui

    Chi era colui ch'attendeva la morte,
    sotto un cielo dannato di ombre?
    Chi era colui ch'era pronto a soffrire,
    perire,
    qual segno estremo d'amore?
    Amore schernito e svilito,
    smarrito,
    in oceani di macchie sommerso.
    Tormento, nell'uomo nel campo di ulivi
    sul far di portar la sua croce 
    su spalle piagate 
    da nerbo scandente lo strazio nel tempo.
    Dolore traspare da sguardo immortale,
    sul volto bagnato di sale;
    corrugata la fronte abbassata 
    in preghiere all'eterno suo Padre;
    silenzio, al posto di sante parole.
    Il Dio umanizzato 
    scacciava il plagiante serpente 
    dall'ara del male,
    cosicché consacrarla all'inverso potere.
    Onorando l'intento divino,
    l'agnello attendeva la sorte,
    qual Figlio del Dio universale,
    da bocca di "roccia" sortito
    allorché non ancor rinnegato l'aveva.
    Il tempo impietoso arrivava 
    a sancirne la fine, omicida di vita carnale.
    Chi era tal uomo diverso,
    che, scontando i peccati del mondo,
    trasudava martirio e perdono?
    La corona pressata sul capo reietto...
    Qual fonte di stille di sangue,
    lui stesso
    ogni spina conclamava reliquia.
    Chi era colui che, aspettando la morte,
    invocava suo Padre,
    sotto un cielo dannato da ombre?

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:51
    Laudato sii, o mio signore

    Laudato sii o mio Signore,
    nel Cantico di Francesco,
    rivolto al sommo artefice di tutte le creature,
    per le chiare stelle donate, 
    la luna, il sole...

    Laudato per l'Amore generato,
    fattosi martire,
    umiliato e agonizzante,
    poi trucidato,
    barattato col misfatto del peccato.

    Eterogenia d'incalzanti sentimenti,
    emananti emozioni ridondanti,
    discioltesi in lacrimali stille sulle guance,
    fin da epoca remota,
    a suffragar sublime perfezione,
    palesemente trasudante la fede sottintesa,
    latente, dell'artista,
    espressa nel consacrar il volto della Madre, 
    nonché del divin Figlio,
    scolpiti nel marmoreo blocco inanimato,
    arresosi alla ferrea volontà del Buonarroti,
    ai suoi sapienti tocchi di scalpello,
    atti a raffigurar l'apoteosi dell'amor materno,
    conclamante Pietà e Misericordia,
    che s'animò di vita, 
    sancendo avverato l'infausto presagio,
    avvallante sospirata speme di rinascita. 

    Coniugazione di sembianze immacolate, 
    intrise di strazio e d'afflizione, 
    sul giovin viso di Maria;
    di sonno eterno, su quello di suo Figlio, 
    il Nazareno,
    mirabili, 
    nel di lei atto di regger sulle gambe 
    l'adorato corpo dell'Eletto ad Amore universale
    a lei sottratto,
    arresosi a un profetico disegno prefissato;
    di cingerlo, nell'inespresso abbraccio astratto;
    nel di lui riverso viso esangue,
    addormentato tra mortali grinfie fatiscenti
    e adornato da riccioli fluenti, 
    sparsi sul braccio di colei che fu prescelta;
    abbandonate, le discinte, sacre membra,
    l'affusolate mani e i piedi, trafitti e dissacrati. 

    Ha inteso d'esser immortale, il genio,
    velando, del mistero dell'attesa designata,
    tal frangente immaginato,
    susseguente, del Cristo destinato, dall'origine del tempo,
    a essere immolato, similmente a un agnello.

    Vergin Maria,
    a palpebre socchiuse,
    muta, nel suo dolore immane,
    quel palmo della mano verso il cielo,
    par implorare Dio, nel suo pensiero: 

    "Ecco, tutto ciò che hai comandato or s'è compiuto.
    Con dolore, rimetto a Te il Figlio amato, martoriato e ucciso, 
    Tua trascendente Essenza, 
    con speranza di riaverlo fra le braccia, per l'eternità del tempo.
    E così sia."

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:50
    Di te, un momento

    Una vita così breve,
    tanto da apparir un battito di ciglia,
    un volo di farfalla,
    un lampo di tempesta,
    di vento, la raffica improvvisa.

    Un alito, talvolta, la vita s'evince,
    al pari dell'eternità che non ha fine.

    "Mi hai chiamato?
    Sì...
    La tua telefonata... non l'ho sentita!
    Ma che fa? non ha importanza.
    Non è così... mi spiace averla persa!
    Mi sento in colpa! Ti avrei sentita...
    Un attimo vissuto con te... è vita.
    Fa niente. Un sol momento, che vuoi che sia.
    Ho perso, di te, un momento...
    Averlo perso...
    è spina dentro il cuore,
    un lacerar di carne,
    un'illusione d'esser vivo.
    Lo so amore, non ti crucciare,
    sarebbe stato breve.
    Sì... Però... ti avrei sentita...
    Un sol attimo vissuto con te... è vita!"

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:49
    Poesia, eclettica dama, sempiterna castellana

    Contesto ambito,
    osannato in memorie antiche,
    l'armonia di chiacchiere e di vino,
    tra sinfonia di musicali note.
    Soave melodia di liriche parole,
    in scritti liberi o rimati,
    forgia Bacco a singolar cultore,
    ch'elegge i presenti esimi Poeti, 
    spronati mai da vanità, 
    e da mancanza d'umiltà,
    bensì da ciò ch'esula da questo.
    L'amor di quel ch'è un immortale canto
    trascritto in versi trasudanti sentimenti,
    suffraganti sensazioni, emozioni,
    circuenti menti, volenti o nolenti,
    decreta noi tutti vittime o artefici
    d'ispirazioni letterarie.
    Dalla profondità dell'animo,
    cacciando sentimenti ostili,
    differenze, discrepanze,
    tra sprazzi d'ispirazioni e scaglie di sapori,
    indossiam ali di farfalle,
    alfin di sconfinar nell'irreale, 
    dal reale, rinnegato sì sovente,
    da cui sappiamo ben fuggire.
    Splendor di rilucenti stelle
    testimonia risa e fraterni abbracci,
    tra lo scorrer del rosso delle botti,
    del bianco, sprizzante bollicine,
    in gaudenti coppe, mai annacquate,
    giusto da poterne ampiamente assaporare
    l'inebriante gusto.
    Versatile aroma, sorseggiato tra esilaranti fumi,
    caccianti remore ai pensieri,
    che si fan fluidi,
    aprendo cuori allo scambio d'opinioni,
    nell'amicizie sublimate
    nel nome di Poesia, 
    eclettica Dama, sempiterna Castellana, 
    predominante, nello scemar dell'ore,
    dentro 'l sospiro d'una notte in amore.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:48
    Si bea alfin di poesia

    Pendii, ricoperti da manti
    talvolta screziati o immacolati,
    sposandosi a valli,
    sciallate del verde di prati
    oppur di ghiacciato candore,
    intonan profetico canto d'amore,
    al nascer del Sole
    e al suo calar il drappo rubicondo,
    all'avanzar della sua dama silenziosa.
    Luna altezzosa, regnante all'imbrunire.
    Lo sguardo è in attesa fremente.
    Discese le scoscese chine,
    s'adagia sul piano a riposare,
    indi, s'alza e s'addentra, spaziando,
    nel color d'orizzonte vermiglio,
    finché l'ombre, oscuranti la notte,
    non incedan, col lor tetro passo assoluto.

    Sorgiva, la fonte zampilla festante
    e china il pendio taciturno;
    scrosciando, ne pregna il silenzio,
    coi gelidi fiotti sprizzanti purezza.
    Velata di trasparenza,
    si coniuga al fiume, sornione e indolente.
    Vitale, l'abbraccio irruente lo sferza all'istante,
    dando agio a quell'inno d'amor gorgheggiato
    di rinascer costante, nel rovente fulgore solare
    riflesso su specchio fluviale,
    in aggiunt'al chiaror primigenio di luna,
    che lo rende fatato.
    Lo sguardo,
    attardante a seguir la sorgente,
    va a calar sull'acque del letto del fiume.
    Scivolandovi sopra, di lapilli d'oro, s'adorna,
    dianzi esser dipinto di strali d'argento.

    E l'eco, all'udito,
    riconduce rumori dal dolce sapore,
    tal canti corali soavi.
    Amante di nenie,
    narranti le danze di Ninfe sensuali
    dei boschi e dei laghi,
    di storie abitate da leggiadre Fate,
    ch'esprimon malia,
    di suoni armoniosi, reali o irreali,
    forgiati di vero o di fantasia...
    Quell'eco, al pari d'udito,
    si bea alfin di poesia.
     

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:47
    Sogno d'amore... e null'altro

    Sogno irreale, a sua volta sognante,
    mai divenuto vecchio e stanco,
    ancor accompagnante il divenire
    nel proprio limbo esistenziale,
    sballonzolato sul trespolo dell'indefinito
    nell'attesa del traguardo,
    s'aggrappa a specchi e non soltanto.
    Sogno d'amore... e null'altro.

    Cavalcando dentro al tempo,
    dando colpi a destra e a manca,
    si fa largo tra ricordi e tra rimpianti,
    ingabbiati nelle pieghe d'un passato
    sconfinante nel presente,
    barcollante nel deciderne il rigetto.
    In un flash, guarda il film in bianco e nero.

    Incoerente, tale mano si perpetua,
    nel cucire la sua tela d'una tinta.
    Ragnatela.
    Come ragno, assembla i fili dentro ai bivi,
    incatenando mero senso di speranza,
    sì sovente smaniosa trama fatiscente,
    all'ordito incongruente d'ogni scelta troppo spesso desolante, anziché fausta.

    In attesa, nella languida costanza
    incrementata di saggezza e d'accortezza,
    il mio sogno non accenna un movimento
    né all'avanti né all'indietro,
    attendendo e attendendo che sia il tempo...
    E un barlume di realismo, a nutrirlo, riassestando tal ordito ancor errato,
    per donargli finalmente la desiata concretezza.

     

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:46
    Come a essere angeli

    Azzurri veli, 
    negli abiti di tulle,
    tutu eleganti, 
    per inventare danze,
    lustrini, 
    in chignon raffinati,
    per essere più belle 
    e affascinanti.
    Snelle e flessuose, 
    movenze delicate,
    lievi passi danzati 
    in rigide punte gessate.
    Suadenti note, 
    in melodiche armonie del pianoforte,
    accompagnanti
    l'eterogenia dei movimenti.
    Soavi cigni 
    o Belle Addormentate,
    dolci Giuliette 
    o Cenerentole incantate,
    fervide amanti 
    dei vostri sogni a occhi aperti,
    estrose artefici
    dei vostri desideri più reconditi.
    Stelle, 
    fantasmagoriche e brillanti,
    nell'incantevole magia 
    d'una corale fantasia 
    di gesti celestiali
    oppure in Arabesque, 
    come a essere Angeli.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:46
    Era bella

    Natia stella del borgo arroccato,
    era bella, Principessa di tutto e di niente,
    nel calcare il declivio sinuoso, per bagnare candore di piume.
    Agognava un incontro regale, come in tutte le fiabe sognate.
    Dalle membra d'un cigno aggraziato, in flessuose movenze,
    sbocciava l'incanto del fascino innato.
    Sprazzi d'arcobaleno, nell'iridi screziate,
    acquose pietre trasparenti, nel resto dei suoi occhi rilucenti.
    Lo sguardo suo, spavaldo, assorto negli squarci d'orizzonte,
    volava in alto, intanto che chinava altera e fiera, 
    qual vestale immacolata,
    abbigliata di purezza, nella veste castigata,
    allorquando, strappandole le vesti e il sorriso,
    rudi mani  le sottrassero il mondo intero,
    fomentando urla e pianti disperati,
    i cui echi rimbalzavano sull'acque gorgoglianti,
    prima di morir annegati.
    La sua virtù annaspava, nel mentre che implorava 
    per non subir il demoniaco sopruso,
    di quell'immonda bestia su due piedi.
    Repressi tabù fors'erano alla fonte,
    incrementanti ossessioni e perpetranti infamie ossessionanti,
    in squallidi momenti depravati.
    Viscerale desio d'istantanea morte, il triste suo pensiero, 
    a implementar rimedio allo spettro d'un futuro strazio certo,
    senza scampo e ineluttabilmente eterno.
    Rea impenitente di pudore 
    violato e immolato sull'altare dissacrato,
    riversa, sulla riva imbrattata di sangue,
    la mente perduta nel nulla,
    riflettendo se stessa nello specchio fluviale,
    vide il cigno trafitto e sporcato dal bieco peccato
    e osservò le sue piume, non più bianche ma nere, 
    sotto il cielo ammantato di male.
    Al pensiero funesto, era sordo!
    L'imbrunire, che intanto era sorto
    oscurando le acque sornione del letto del fiume
    ponderato "appropriato all'eterno riposo",
    scatenò la coscienza confusa,  nel suo sguardo ormai spento
    similmente a esistenza dissolta, 
    come fiamma d'un mozzicone annientata dal lago di cera.
    Rizzandosi in piedi, a fatica,
    risalì il sentiero sterrato con il cuore vilmente spezzato.
    Un'ombra attendeva, dubbiosa...
    La sua falce impietosa era pronta,
    ma non ebbe ragione d'alzarsi sul giovane capo reclino,
    onde mieter la vittima arresa alla sorte...

    E la morte perdente riprese il cammino.
     

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:45
    Madre... padre...

    Era mia madre,
    la tenebra imperversante.
    Cingendomi nel suo amoroso abbraccio,
    rapì il primo mio vagito stupefatto.
    Lievi carezze,
    accompagnanti sogni consumati assiduamente,
    nei miei sonni beati di neonata,
    dacché le ossute dita oscure
    serravan le mie palpebre socchiuse,
    pria che l'arcaica voce sussurrasse nenie,
    narrasse di Fate e di Sirene,
    carpendo il mio respiro,
    in cambio del sospiro delle stelle,

    s'univan al dolce afflato sul mio viso.

    Sospesa in equilibrio, tra la realtà e la fiaba,
    lasciandomi traviar da suadente beltà rivelata
    e offrendo il mio esile corpo,
    m'accoccolavo nel suo grembo,
    in modo di nutrirmi al seno offerto,
    oltre a cercar protezione,

    in notti discinte, esprimenti il livore del cielo.
    A piena mano, allor elargiva il tepor suo materno.

    Padre assoluto, padre beneamato,
    il suo bacio d'amore,
    al primo chiaror del mattino,
    risvegliando il mio torpor persistente,
    rasserenava l'animo infante,
    spesso reso triste dalla bieca sorte.
    Con tenacia,

    aggrappata a una nube
    con l'intento di sapermi, a lui, vicina,
    ero figlia adorante il proprio padre,
    seppur, talvolta, d'istante anzitempo s'adombrasse, in connubio alla sua sposa;
    si copriva del suo velo
    per qualcosa a me incompreso,
    tuonando la sua voce portentosa,
    com'eco a ravvivar il mio timor insano
    d'esser figlia bistrattata e poco ambita.
    Fintantoché il dolce pianto cristallino,
    scacciante le mie lacrime di sale,
    dal volto corrugato,
    non tradiva il suo rimorso,
    rinnovando la certezza dell'amor suo paterno.

    Or mio padre,
    s'è decretato il divampante fuoco
    alimentante il tempo,
    a cui m'appello assai sovente.
    Or mia madre,
    s'è palesata l'ancora pesante
    della speranza costante,
    a cui m'immolo ormai perennemente.
    Quando entrambi svaniranno,
    allor soltanto,
    sola con me stessa,
    diverrò inver funambola incallita.

     

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:44
    Saliscendi

    All'apice di solitudini improvvise, saremo insieme?

    Similitudini e diversità, controversie e affinità,
    saran motivi posti a separarci
    oppure a consolidar il nostro amore?
    Noi due,
    facenti parte d'un disegno definito
    da tempo immemore, antico,
    di cui scriveremo fine
    unicamente esistendo, puntualmente ogni giorno,
    sul comune percorso.
    Salite e discese
    potran portarci ai vertici dell'umiltà,
    a prender visione del confine del Paradiso
    o a declinar al limbo dell'anime indecise,
    che, dinanzi al libero arbitrio,
    esitan ancora sulla direzione atta a lor misura,
    impastata di virtù o all'inverso di vizi capitali
    oppur ambiguamente optano per la via centrale,
    scendendo a compromessi?
    E il declivio alfin s'arresterà, nel lambir le spire dell'inferno,
    per ingrate scelte piuttosto pretenziose
    e prive d'ogni forma di rispetto e civiltà,
    del porsi al vertice del mondo,
    perdendosi in valori inesistenti, privi d'umanità
    e facendo brandelli dell'altrui carne a morsi,
    talvolta per guadagnar mosche, nel pugno serrato a sangue
    e soggiacer di contro alle proprie sicurezze infrante.
    Saliscendi altalenante,
    coerente al trascendente aspetto, generalizzato, equipollentemente alla morte,
    sarà per noi un giusto sprone a ricercar l'apoteosi d'un'unione, pregna di lealtà, sincerità e oltremodo d'amore?

     

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:43
    Ritratto di spessore

    Ritratto di spessore,
    il firmamento,
    tinto di vermiglio,
    fin al confine del mare. 
    S'è inabissato il sole,
    nell'acque, 
    divenute fiamme liquefatte,
    fuoco rovente,
    che sa scaldare il cuore.
    Magico rituale, all'imbrunire,
    consacra la bellezza
    e la magnificenza del creato,
    inimitabile,
    lungi dall'emulare sulla tela,
    per la grandiosità 
    della sapienza dell'autore.
    E tutto, poco a poco, si scurisce,
    nel mentre l'ombre inseguono la luce.
    Un testimone alato
    resta ritto ad osservare,
    immobile,
    nella sacralità di tal contesto.
    Le bianche ali sue paion di gesso.
    Lo sguardo suo sorvola tutt'intorno,
    beandosi d'immenso materiale
    e la preghiera di ringraziamento sale,
    all'immateriale Regno sulle nubi,
    atta ad elevarsi 
    al cospetto del suo Celeste Padre.
    La sinfonia degli Angeli,
    suoi simili,
    risponde.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:43
    Non ti dirò

    Non ti dirò di andare,
    se non sarai deciso,
    né di tornare,
    se non sarà per sempre,
    ma aspetterò il tuo sorriso,
    sulla tua bocca ardente,
    dove disseterò 
    d'amore, la mia sete.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:42
    L'infinito

    Il suo tutto,
    quel cuscino poggiato sul letto,
    circondato, 
    acciocché rimanesse,
    nell'abbraccio perenne.
    Il suo capo reclino,
    nella posa dormiente;
    sul suo viso assopito,
    un sereno riposo,
    nel cingere sogni e speranze,
    cimentandosi in eteree danze;
    dimensione irreale,
    in assiduo conflitto al reale.
    Nel tenerlo ben stretto,
    si cullava tra sogno e realtà:
    suggestiva altalena, 
    alienante la mente,
    proiettata oltre il tempo e lo spazio,
    tra timore e coraggio.
    Era il tutto, 
    quel cuscino poggiato sul letto,
    che piegava le labbra in un dolce sorriso.
    L'infinito, 
    stringea nel suo abbraccio deciso.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:41
    S'innalza un suono

    Librando in alto, il baco frastornato,
    adornato dell'ali translucenti di farfalla,
    nello scordar paura del silenzio,
    provata dentr'al bozzolo sì stretto,
    di gaudio si riempie e di bellezza.

    Costretto a rimaner a terra confinato,
    scrutando l'orizzonte inver tant'agognato,
    dacché 'l desio del vol, in ciel, leggiadro
    ogni altro ardire alfine sovrastava...
    infin, s'ea spogliato d'una veste così odiata.

    Or ora 
    il vento fa vibrar le foglie dello stelo,
    che il baco avea da poco abbandonato,
    tant'è 
    che paion corde di violino o d'arpe.

    Note eccelse 
    susseguono l'un l'altra,
    plasmando l'armoniosa sinfonia,
    che mai l'udito suo avea captato,
    distolto da un pensier unico e oscuro.

    S'innalza un suono lieto e melodioso,
    un eco, quasi angelico, risponde,
    che mai e poi mai avea prim'ascoltato,
    distratto da ricerca sua affannosa 
    d'uscir da quella spoglia così grama.

    A pianger su se stesso tutto 'l tempo,
    quanta melodica armonia sa d'aver perso!

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:38
    Ammantata di candor

    Ammantata di candor com'ingenua sposa,
    ritta, nella sua staticità quas'imperiosa,
    parea attender chissà chi o che cosa,
    guardinga, sopr'al muro di cinta dell'antica Chiesa.
    Qual fosse il suo pensier nessun sapea,
    essa aspettava e assai sete avea,
    la fontanella chiusa non permettea di bere.
    Tuttavia s'innalzò in volo,
    fluttuando nel ceruleo di quel ciel per qualche istante,
    all'accostarsi d'un uomo e d'un piccino,
    sparendo alla lor vista, fin quando non fu sola,
    tornando ritta ancor sul muro della Pieve. Allorquando lui arrivò, arrestandosi di colpo,
    nel percepir due occhi sibillini,
    che lo scrutavan nell'animo e nel corpo,
    lasciò la sua promessa ad aspettarlo,
    nel mentre, dentro un secchio,
    il getto d'acqua fresca fece scorrer sol per poco.
    Gli sguardi s'incrociaron per un momento solo,
    ma ch'era parso eterno in assoluto;
    parea intendesser esprimere parole,
    in un connubio sì strano e silenzioso.
    Indi essa scese a dissetar la sete che pativa,
    intanto ch'ei immobile,
    rasente l'inconsueta colomba bianca,
    indugiava stranamente lì a guardarla,
    cercando d'intuir l'ermetico messaggio,
    testé convinto che sol lui avea aspettato.
    Reciproco, 'l suo sguardo fissò l'altrui umano,
    di chi, quell'indomani, varcando quella soglia,
    sarebbe stato, per la vita, sposo,
    dopodiché ascese in alto, onde librars'in volo,
    scrutandolo per poco, finché non fu lontana.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:37
    Venezia e i suoi misteri

    Venezia e i suoi misteri, 
    negli echi d’un’epoca fiabesca, 
    di pizzi, ricami e merletti, 
    un’arte raffinata, recante carisma fascinoso 
    a dame e cavalieri d’altro tempo. 
    Maschere carnevalesche, di tinte variopinte, 
    oppur cosparse d’or, nonché d’argento, 
    celanti estranei volti sorridenti 
    di corpi fasciati in vesti sontuose, sgargianti, 
    con fogge realizzate sia in sete preziose, 
    che in stoffe assai pregiate. 
    Sembianze d’altri, sebben talvolta tristi, 
    specchianti visi occultati in pene solitarie, 
    cercanti oblio per vite inappaganti, 
    fra piogge di coriandoli e pur stelle filanti. 
    Poi storici Caffè di letterati e artisti, scultori, pittori, 
    di nobili e arguti dongiovanni, 
    illudenti vergini fanciulle, benché sovente donne maritate. 
    Memorie sussurrate dall’antiche piazze, 
    da strette, pur variegate calli, 
    canali, da gondole solcati, 
    romantiche avventure, tra effusioni e baci. 
    Eventi alternativi, sospiri, quasi ultimi respiri, 
    racchiusi in pietra d’Istria del ponte desolato, 
    passaggio sì forzato dei condannati a morte, 
    che più avrebber visto la laguna amata tanto. 
    E tra ‘l rumor di gente, sommessi bisbiglii 
    che paion provenir da vari poggioletti 
    d'antiche facciate, seppur non fatiscenti. 
    E scruta, lo sguardo, cercando visi andati, 
    sporgenti sulla piazza che li vide vivi, 
    nel tempo che un intenso, enigmatico brivido, 
    tacitamente, m’assale d’improvviso.