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Poesie di Iris Vignola

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  • 29 settembre 2017 alle ore 17:36
    Col cuore in mano

    Come fenice, 
    che dalle proprie ceneri risorge,
    riprendo il volo, 
    annientata dal rogo d'inclemenza,
    la nuda spoglia protesa al cielo.
    Vile la vita, braccata dalla morte 
    le s'è arresa senz'alcuna lotta.
    E al momento depongo pietre di speranza,
    già sottratta dalla sorte
    che m'ha voluta vittima innocente.
    Riesumo tal castello, 
    crollato sotto venti di burrasca
    prim'ancora d'esser ultimato.
    Avevo inteso d'esserne regina,
    nel regno ch'ambivo a costruire,
    regnar sul trono dell'amore,
    sul piedistallo, più vicina a Dio,
    per quant'era prescritto in questo tempo,
    mai dell'odio e del rancore.
    Credevo d'esser prediletto fiore 
    non foglia inaridita dal dolore;
    mutevole il colore...
    s'affanna per non essere strappata, 
    con veemenza, sbattuta sul selciato a far tappeto.
    Pensavo... pensavo, ma erravo atrocemente...
    Col cuore in mano, 
    strappato crudelmente dal mio petto,
    ancor pulsante e intatto,
    sono a pregare il Padre,
    ch'é eretto tra le nubi il mio castello,
    or abbisogna d'un re e la sua regina.
    Sospira l'alma, desiando ancor la vita,
    un'altra chance, per conclamare essa,
    deridere la morte e riscattar se stessa.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:36
    Unicamente angeli

    Aborti avvenuti, tristi eventi compiuti,
    bimbi mai destinati a nascere, a crescere,
    han messo l'ali, son divenuti Angeli,
    chiamati dal Divin Padre Celeste
    a risalir su per i Cieli candidi.

    Silenzi fragorosi di madri, non madri
    che piangon dolore sconquassante,
    che lacera le viscere pregnanti,
    allorché gli amati cuori smetton di pulsare
    e assurdamente taccion gli echi placentari.

    Tal bimbi minuti, incompiuti, cullati dentr'al buio, 
    restan fardelli d'anime, per poco,
    Iddio avea soffiato quel suo immortale dono,
    ma poi, immediato, inteso avea 'l rimpianto
    di non averli accanto.

    Desii irrealizzati in sordidi momenti,
    speranze frantumate nel giro di secondi.
    E restan solamente dei genitori infranti.
    Ricordi di sembianze, nei grembi or or delusi
    di chi avea generato unicamente Angeli.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:34
    Due come noi

    Due come noi, 
    senz'argini alla mente,
    piroettiamo in un'eterea danza,
    su musica che giunge da lontano,
    pregna di sussurrata melodia.
    Libriamo lievi con ali variopinte di farfalle,
    sulla magia di tal concerto; 
    ci scorta il vento,
    nel regno astratto della fantasia,
    irreale fascino d'un singolare incanto.
    Bimbi giocherelloni,
    giochiamo a nascondino,
    rincorrendoci tra sprazzi di nubi dispettose
    che stan scherzando, nascondendoci il sole.
    Ma il vento le disperde all'improvviso
    e ci lasciam cullare sull'onda del calore.
    Tenendoci per mano, 
    guardiamo il mondo da lontano,
    sporgendo oltre il balcone della notte.
    Tremolii fluenti nei cuori solitari,
    allorquando ci perdiamo in uno sguardo.
    Dormiamo in un letto d'armonia,
    assoluta sintonia di due anime in simbiosi.
    Le gocce di rugiada sui calici di fiori,
    dell'iride i colori strabilianti,
    non ne copron i profumi,
    viceversa li rendon gradevoli alla vista,
    mutandoli in gioielli assai preziosi,
    nel giardino degli Elfi, Folletti e beneamate Fate.
    Esploriamo l'irreale bosco misterioso,
    dove nascono mattacchioni Gnomi,
    per spiarli e scoprirne segreti ed i misteri,
    carpir dov'han celato le lor pentole d'oro,
    sotterrate al termine della scia d'arcobaleno.
    E giungerà il momento che lo cavalcheremo.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:33
    Amore e Psiche

    Bellezza d’una dea, mortale Psiche, 
    d’Amore amante; 
    in notti appassionate, 
    carpivan reciproci misteri 
    dei lor corpi appen’adolescenti. 

    Di tenebra occultati, 
    i volti sconosciuti, 
    ma i cuor battean unanimi, 
    all’apice d’ardor d’istinti innamorati; 
    memorabili amplessi infuocati di passione. 

    Galeotta fu la goccia dal lume traboccante, 
    d’olio bollente, che risvegliò Amore; 
    quell’attimo di luce lo sorprese, 
    svelando il viso suo ancor dormiente 
    alla sua amata, sublime ispiratrice. 

    E se ne andò indignato, lasciandola alla sorte, 
    che la vide prostrata, smarrita, infelice. 
    Amor l’avea subitamente abbandonata, 
    lasciandola sconfitta, 
    raminga, a supplicar la morte. 

    Discese in quel degl’inferi, soltanto per Amore, 
    final cruciale prova, in cerca di bellezza; 
    Proserpina tramava e propinò l’ampolla, 
    priva della stessa, 
    bensì fosse riempita dell’infernale sonno. 

    Così la trovò Amore, supina nell’oblio, 
    libravan le sue ali, mentr’egli s’inarcava 
    ed ella s’allungava, 
    m’ancor nel sonno er’addentrata, 
    verso quel bacio ambito che li univa. 

    Le labbra si cercavan ad oltranza, 
    purtuttavia senza toccarsi, 
    nel suggestivo mero contemplar di sguardi, 
    dolcezza straripante di attimi esclusivi, 
    nello sfiorar d’un seno ignudo e teso. 

    Desio innegabile, sebbene sottinteso 
    d’Amore per la sua diletta Psiche. 

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:32
    Nell'oro di corolla

    Osserva assorto,
    nell'apogeo di cotanta meraviglia,
    nell'oro di corolla
    che, fulgente, s'apre al sole,
    l'ardore del pittore per la Ninfa
    e ascolta, nell'impatto del silenzio,
    avvolto di ceruleo, sottratto al cielo,
    come a immaginar tinta del Paradiso,
    il vento, 
    ch'accarezza soavemente le ninfee,
    ancor piangendo, nel ricordo d'un rimpianto
    per quel ch'ea stato, un tempo mai scordato.

    Racchiude, lo stagno, il suo mistero immortalato,
    nel supplicar perdono da se stesso;
    nell'anelar conforto sconosciuto; 
    rivela la trama bisbigliata della storia 
    immers'ancora nell'ordito del ricordo,
    tra l'armonico inceder del dipinto
    e il geniale fluir di tal pennello.
    Pel suo sapiente tocco,
    la tela sibillina sconfina in un sussulto,
    assuefatta alla voglia di bellezza,
    nell'incanto d'ammirar se stessa,
    come suadente Ninfa testé abbagliata.

    Tra l'acque ristagnanti, ch'odorano di vita,
    tra tinte ch'allietan lo sguardo infervorato,
    e olezzi ch'inebrian 'l pretenzioso olfatto,
    rammenta, lo stagno desolato:
    sommersa come perla, di perle sì adornata, 
    a farsi ancor più ambita s'accingea la Ninfa,
    del raggio di Sole, perdutamente innamorata.
    Tesoro desiato le fu greve,
    per splender come stella tra le stelle,
    affiorante su quei petali di fiore,
    quali mani tramutate in corolle di ninfee,
    dacché 'l fango le fu veste, per l'eterno.

    E s'ode un mormorio celato, 
    tra l'espressione di ritocchi d'emozione
    e sfumature di smeraldo e lapislazzulo,
    nell'estasi sublime d'un tal capolavoro:
    un suggestivo canto librarsi dallo stagno,
    tremulo, com'a palesar screziate ali di farfalla; 
    intona un melodioso inno, sinfonico spartito,
    in sintonia col vento, 
    a richiamar l'amore della Ninfa per il Sole,
    alfin che non s'annienti un mero sentimento,
    trascendentale, 
    pur scritto sulla soglia d'infinito.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:31
    Al di là della tua vita

    Grovigli di pensieri persistenti,
    compagini d'assidui nodi scorsoi,
    soffocavan la gola
    e sopraffavan la mente sì erosa,
    emblematico scoglio 
    d'un mare in tempesta;
    violenti marosi, accanendosi,
    seppur lentamente, avean teso a disintegrarlo.
    Non più riserve, a implementar risorse,
    succubi di perenni sferzate d'inclementi onde,
    percepite da un inconcepibile sconforto,
    comunque insormontabile,
    volto a violar lo spirito, 
    oltre la mente inerme
    e non indenne
    da antiche cicatrici mai scomparse,
    tatuate con l'ago intinto nel sangue delle vene.
    Un gioco amaro e imperituro,
    senza regole,
    a tu per tu col tuo destino,
    che t'appariva truce;
    credevi traesse piacere dal tuo soccombere, 
    in quanto, nemico di te stesso,
    privo di volontà d'esistere,
    annaspavi nel buio del conscio e dell'inconscio.
    Funambolo incallito,
    sul limitar di dimensioni opposte,
    di certo ponderavi la ragione d'essere presente,
    nel mentre le radici inaridivano,
    fino a scindersi totalmente, 
    per darti modo di passare oltre,
    al di là della tua vita, talvolta odiata,
    seppure a tua insaputa.
    Il velo sull'ancestrale incognita infinita,
    squarciandosi, 
    ha dissolto, al tuo scrutare, la tenebra celante,
    a sguardi inaspettati e ancor profani,
    di ciò che t'aspettava, con pazienza.
    La luce eterna, 
    dell'anima, divina fonte naturale,
    al fin di consacrar l'immortalità preesistente,
    t'ha ricondotto al Padre,
    che tutto sa e vede.
    Forse adesso t'ha reso felice.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:30
    Terreno incolto

    Terreno incolto, 
    dove coltivavo sogni, come fiori,
    che, assiduamente, inacidivano assai presto,
    bensì li bagnassi con l'acqua d'un corso,
    ch'avevo nominato speranza,
    giacché fresca, al tatto
    e cristallina, alla vista.
    Giorno dopo giorno,
    ora dopo ora,
    minuto su minuto,
    desiavo lo spuntare d'un germoglio,
    peraltro invano,
    quantunque all'assolate pietre,
    s'abbarbicasse flora profumata e disattesa,
    dalle radici nate tra zolle desolate,
    presunte inappropriate ad ogni genere di vita.
    Nulla di ciò ha valor d'impedimento, al mio desio,
    dacché la speme è ancor nutrita
    da coscienza del pensiero positivo,
    che resiste all'inclemenza negativa,
    che ben sa rinnegar il compimento.

    Ancor coltivo sogni, 
    in aggiunta a desideri,
    avendo asperso i semi nel cuor dell'infinito,
    in terreno riscaldato, 
    per grazia dell'amore perfetto ed assoluto,
    bagnato da rivoli allegorici,
    del fluido sempiterno, 
    emanato da purezza e candore di vesti, 
    confacenti ad anime illibate.
    Pertanto, attendo, 
    disdegnando la chimera
    del risveglio d'un'aurora sibillina;
    che sia invero volitiva realtà,
    il sagace albore da cui nasce la rugiada adamantina,
    destinato a dissolver l'ignorante oscurità,
    rivelando misteri, inasprenti tormentosi eventi
    e palesando desii appagati, dapprima proibiti,
    nonché sogni arretrati, ch'avran sapor di miele,
    nel dolce retrogusto.
    L'amaro s'è dissolto, 
    alfine, al mio palato.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:29
    Sentimento

    Desolate eran le vie, 
    per le spore delle spine
    ch'affliggevano i miei piedi,
    nell'intento d'arrancar simil cammino,
    seppur unico e indiscusso.
    Poi, cedendo all'oceano tempestoso,
    naufragando, in balia del suo volere,
    tra quei flutti che portavano a morire...
    mi son chiesta s'era giusto tal tormento...
    qual peccato aveo commesso...

    Eo in alterco anche col vento sibilante,
    per accoglier, 
    nelle braccia tese al cielo,
    prima d'essere alla fine,
    Sentimento, 
    nato all'ombra del dolore,
    quale pargolo anelato,
    mentre i rovi d'esistenza
    mi strappavano la veste d'apatia,
    per redimersi ai miei occhi vilipesi.

    Ei voleva ognor la luce,
    della speme, buona madre,
    figliol sacro,
    del futuro, conscio padre...
    ... e viceversa...

    Quando poi...
    La sua pelle d'alabastro,
    sì sorgiva all'imbrunire
    e dormiente nel fulgore delle stelle,
    nel chiarore adamantino della luna...
    all'inceder delle tenebre,
    si nutriva dell'abbraccio protettivo
    della notte accattivante
    e della nenia sua ancestrale,
    intonata tra il rumore del silenzio...

    Sol allor, s'è palesata la mia vera identità,
    ch'ea occultata e aveo smarrito...
    Barattando ciò ch'ea stato,
    con premessa d'altro tipo,
    ho donato quel che ero, a Sentimento, 
    nel concetto d'un'astratta nuova vita,
    che bramava la concreta affermazione,
    archetipo di perfetta sintonia.
    nell'eclettica realtà,
    ch'assumeva il color di fantasia.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:29
    Acerbo fiore

    Testimone,
    il suo dolor crescente,
    da spasmi trafiggenti il basso ventre,
    rigettava strano suo sentor di colpa d'esser sposa.
    Usurpante il respiro dal suo petto,
    tal coniator d'infamia,
    di dissoluti morsi, poi violava zuccherine labbra;
    sulla lingua di bambina, l'acre sapor del sangue,
    misto a immondo succo di piacere, che le rese amare.
    L'immacolata pelle, screziata di terrore;
    la carne sussultava, seppure fosse amorfa,
    mentr'egli la scuoteva,
    al fin di coglier il virginale, acerbo fiore.
    Carpiva la sua essenza,
    mietendo il suo candore
    tra cosce insanguinate,
    ch'aborrivan l'apogeo della lussuria in atto.
    Ambita dai desii, 
    al limite d'infanzia e adolescenza,
    l'incauta speranza 
    di circondanti braccia, respiranti vita,
    si dissolse nella carneficina del talamo sofferto.
    Infranti sogni infantili,
    in cui appariva un glabro viso bello,
    la cui innocente bocca 
    posava casti baci a fior di labbra,
    pur scatenando appassionato fuoco
    d'amore sconosciuto,
    platonico virgulto ipotizzato, appena nato,
    in verità sottratto da tal destino infausto, a cagion d'un assurdo baratto con gretto sesso,
    ripudiante l'innato libero suo arbitrio.

     

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:27
    Nel sussulto del tempo, resuscita ogn'ora

    E s'ode un respiro, di tenebra chiuso,
    nel guado del tetro sepolcro,
    sospiro di sguardo profondo scintilla nel buio,
    risale alle labbra un gemito fioco,
    l'apogeo del triste calvario rigetta il sudario...
    Proviene dal lungo percorso d'abisso infinito,
    il Figlio dell'Uomo... Rampollo di Dio.

    Riprende il possesso del corpo smarrito... 

    La morte s'inchina alla vita,
    getta scettro e corona,
    bistrattata sovrana del nulla.
    Rinnegata la veste sua oscura,
    pel desio d'esser Figlio ch'onora
    il Suo Padre, in ciò ch'era scritto già allora,
    pel desio d'incarnare l'amore... ancora... e ancora.

    Nel sussulto del tempo, resuscita ognora.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:27
    D'esser croce

    Piange il cielo,
    forgiando in perle trasparenti
    amare lacrime che scendono;
    sofferenza ineluttabile
    per l'onta dell'umana alienazione.
    Acquitrini misti a fiori,
    per mondar ferite antiche,
    ma tutt'ora sanguinanti,
    sulla carne trascendente
    di Colui che fu tradito e martoriato,
    poi reietto e crocifisso.
    Chiodi fomentati da peccati
    ne brandiscono l'aspetto,
    come inquietante arma;
    ribattuti di perpetuo da disparate mani,
    trafiggono altresì quel legno infradiciato, 
    d'amore e d'altrui macchie d'innocenza,
    ch'urla ancora, inascoltato da chiunque,
    tra il fragore silente della morte,
    rigettando, d'esser croce, la sua colpa.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:26
    Il bacio di rugiada

    Nel divenir d’aurora fantasiosa, 
    gocce trasparenti e iridescenti 
    si posan sul ciglio dei petali dischiusi, 
    cristalli che s’attardan a svanire, 
    nell’attesa ch’entri in scena il sole. 
    Regna ancor la pace, 
    intra rampe scoscese ai bordi d’orizzonte. 

    I rumori, 
    addentratisi nella notturna quiete, 
    ancor sognan pace e silenzio, 
    udendo lor coscienza antica, 
    ancestrale letizia mai più rinnovata. 

    Uno stormo di stelle 
    pulsa in ritmo corale, 
    prima d’esser svanito allo sguardo 
    ch'or s’alza assonnato 
    e pretende le palpebre chiuse, 
    ch’agonizzano, all’apice dell’adamantina luce. 

    I bagliori rifletton su specchi 
    del pendio dell’altere montagne, 
    rilasciando immacolati scialli scintillanti, 
    mentre gli echi si risveglian, espandendosi per valli verdeggianti. 

    Sussurrando il lor bell’orchestrale canto, 
    in simbiosi con il vento di libeccio, 
    sposan sospir fluttuanti, tra fior d’acque fiumane e lacustri, 
    ch’or s’alzino dai rispettivi letti a rinnovar gorgheggi, 
    prim'ancor d'esser festante, propagandosi al suol marino, 
    alfin di ridestar l’arenile sonnolento, 
    con mormorii spumosi dell’onde sì frangenti. 

    L’agonia della notte morente, ch’è madre, 
    nell’aurora nascente, ch’è figlia splendente, 
    dianzi a esalar l'estremo suo spiro, ha inteso profonder il bacio di rugiada, sua linfa vitale, 
    ond’esser additata generatrice di chiarore. 

     

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:31
    DESIDERI

    Nascondeva lacrime innocenti tra radicate infamie,
    mostrando denti bianchi, in sorrisi smaglianti ed ammiccanti.
    Pertugi, nella mente, circuivano pensieri,
    simulando desideri luccicanti come stelle,
    ancorati a quel suo cosmo irriverente,
    prigioniero d'ombra d'un disdicevole degrado
    del suo alter ego, di quella che faceva e non pensava niente.
    Di colei che rifiutava e viceversa la sua parte di coscienza,
    che tesseva, ricamava, rifiniva una vita alternativa,
    rammendando solitudine e squallore, in vuoti enormi,
    con l'ago di pazienza ed il filo di speranza.
    Desideri impertinenti, timorosi di svanire, essa cullava,
    fra lenzuola spiegazzate che grondavano sudore, corpi ignudi, misti a umori e ad odori, in rapporti sempre uguali.
    Mille amanti frettolosi, mille volti sconosciuti
    non colmavano il ricordo di quell'ora ch'hanno avuto,
    nel lasciar la propria impronta, poi dissolta in un minuto,
    sopra il letto saturato del veleno del peccato,
    fomentato dal martirio d'un orgasmo esasperato.
    Desideri irrefrenabili e impetuosi,
    affrancatisi da pene del suo viver licenzioso,
    sconfinando e rinnegando ogni traccia di serpente
    che, strisciante, rifugiava nella tana bistrattata
    e infecondata, dall'amore ripudiato e crocifisso.
    Desideri ch'hanno vinto,
    nello smetter di giacere fra le braccia di nessuno
    e nel cogliere il volere, quel recondito, sol uno,
    quel dettato dalla voglia di riscatto del suo ego,
    nel riflesso d'esistenza, intrappolato in quel laido passato.

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:29
    LA MONACA

    Scioglieva i suoi capelli lunghi e neri,
    soggiogata da litanie, nenie diffuse,
    allorquando li spezzava, in un sol colpo,
    donando chioma, alla lucente lama.
    Brandelli caduchi,
    rendean tappeto l'ore infrante,
    taglio netto ad un nobile vissuto, 
    in agonia prostrata. straziata, 
    seguente a scelte d'altri,
    dal bieco sapor di costrizione. 
    Un solo istante... l'esistenza, in un minuto,
    s'ea ritirata tra cinta di clausura,
    orazioni cantilenanti e ceri accesi, sagome scure su immacolati muri. 
    Angusti corridoi... Segreta e uggiosa cella accogliea carne fiorente, 
    vitale ed infuocata, dal desio del peccato,
    a tramar l'incontro e copulare, nell'anelata ombra,
    recante luce a figli, nati e persi, sovente mai bramati.
    Tormentato amore disperato, esasperato da simboliche catene,
    sortite dalla mente d'un infido tiranno,
    che padre s'appellava, di giovinetta ignara,
    la monaca che si macchiò d'infamia, in tempi andati.

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:27
    Rosso di passione

    Viva certezza o drammatica illusione,
    alternantisi quanto mai fugacemente,
    fiancheggiando felicità e sconforto,
    sorrisi e lacrime sul volto...
    Sovente soppeso sulla mano.

    Le labbra che saranno offerte,
    dischiuse, nell'attesa d'essere baciate,
    col rosso di passione ho tinteggiate,
    contando che non sia solo il miraggio
    d'aver un bacio tuo appassionato.

    Girando e rigirando sottosopra la clessidra,
    prima ancora che la fine alfine venga,
    barattando facoltà d'agir, col nulla,
    raggirerò l'amato e, nel contempo, odiato tempo,
    giammai scivolerà, di sabbia, l'ultimo granello.

    Renderò eterno l'ultimo secondo,
    inibendo l'integro scorrer del minuto,
    diverrò fata o maga o ancora strega,
    ingannando in tal maniera l'attesa che tu giunga,
    ad appagare, del tuo amore, la mia sfrenata voglia.

    Rifletterò la mia immagine allo specchio,
    con speme che rimanga tal rossetto,
    per morir sulla tua bocca, mio desio. 
    Vedrò però sol l'anima che spera,
    che giunga amore, non viceversa una chimera.

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:24
    SE D'AMOR È COSTELLATO

    Dedalo di tombe sì squallide e penose, 
    abbandonate nel correre del tempo che l'ha inasprite.
    Colgo espressioni vive 
    da immagini ingiallite, di volti antichi.
    Sguardi sfocati, 
    che celan l'incognito movente d'esser vivi.

    Immaginarie salme sconosciute, cinte in sepolcri, 
    testé pregnati sol di cenere sbiadita.
    L'essenza, invero, s'è dipartita, 
    dall'ultimo sospiro della vita.
    Quesiti sorgon, in veste di pensieri,
    pur privi di sentenze giuste, ma sol di presupposti.

    Colei... colui, che fu materia, tessuta d'impeto d'amore,
    lo alimentò in vita? Ne fece la sua Bibbia, il suo volere?
    Tal labbra, ormai più rimembrate,
    ch'han gli angoli ch'atteggiano sorrisi,
    quant'amore allor hanno donato? 
    Di quanto altresì parlato?

    Il vento del silenzio cela storie, che narran di vissuto e di rimpianto,
    per quel che non è stato, di morte e di rancore,
    di gioia e di dolore, 
    seppur innanzi tutto dissolva il velo nero da quel canto
    che s'alza dalla terra in ogni dove, 
    circuendo ogni cuore solitario
    per riversarci amore, sgombrando l'ombra nera del livore.

    Bene sempiterno e imperituro male, 
    in lotta solitaria senza scampo,
    leggendario il lor fluire antagonista, nella gara del potere,
    di cui saggi son i tumuli, 
    che ognor san quel ch'è vero, 
    ciò ch'era stato scritto, dal principio.
    Peccare, al pari di sbagliare scelte esistenziali.

    Debole la carne, si flagella infine,
    tuttavia divien, perdono, l'essenziale, 
    se d'amor è costellato,
    qual prospetto di ricchezza universale 
    che non lascia nulla al caso, ma s'è fuso, 
    nel plasmare l'entità quale fulcro del concetto d'esistenza,
    coniugata alla luce dell'Eterno.

    Ingiunge la coscienza nell'attuar le scelte, 
    sian esse grame o giuste, al suo parere, 
    falsato talune volte al cuore, che, di rimando, 
    brama affrancarsi dall'assoggettarsi, 
    s'è posto in discussione, cosicché ribellarsi, 
    ponendosi al comando, onorando l'amore.

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:24
    SE MUSICA FOSSE IL MIO NOME

    Allietata a inventar melodie, 
    come strali sinuosi, 
    sprigionandole all'erte colline 
    ch'incontrano valli,
    ne riempiano fiumi e torrenti,
    nel scrosciar dirompente dell'acque,
    gorgogliandole ai boschi silenti, 
    come fosser carezze innocenti.

    E ad effonderle ai prati 
     irrorandone i fiori, 
    che sappian cantare il sussurro di miele, 
    olezzo fluente nel vento, 
    dell'etere, sospiro corroborante.
    Proverei a ricercar sinfonie voluttuose, 
    d'accordi coese,
    sulla scia dei gabbiani garrenti.

    Stridori possenti, nel volerle imitare,
    per vestirne la brezza, volando sul mare,
    dando agio alle note che forgino il canto
    che sol lui sa intonare 
     col suo far fascinoso,
    lo sussurri alle onde, in quel lor fluttuare
    ed illuda ancora la rena, 
    che non abbia a finir nel fondale.

    Sognerei di scoprir l'equilibrio d'un ritmo armonioso,
    di cui cingermi in fretta a plasmar lo spartito
    per non farlo sfumare 
    e vibrarne le corde d'un piano o un violino, 
    che mi elevino in alto, 
    oltre i monti imbiancati, sui cieli, 
    a donar le mie note 
     alle arpe suonate da dita divine.

    Se Musica fosse il mio nome... 
    Per danzar nella sfera celeste,
    angelica come nessuna, 
    nel flusso sgorgante di mille assonanze...
    ... Sarei Musica Eccelsa...

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:23
    GIUNTO SOPRA AL NONO CIELO

    Com'in un baccello,
    racchiudevan l'ali sue quell'Angelo caduto,
    affranto, nel suo guscio.
    Fors'il cielo non se n'er'ancor accorto,
    che mancava al Paradiso.
    Che mancava il suo sorriso.
    Quelle lacrime di pianto,
    gli cadevan dallo sguardo desolato.
    Solitario il suo dolore,
    strano specchio del suo essere perfetto,
    privo d'altro sentimento, che d'amore.
    Rannicchiato su se stesso
    come fosse stato in grembo,
    mai vissuto, dal suo esser un eletto,
    spoglio d'ogni umana sorte,
    sconosciuta a lui la morte.
    Dolce rosa, la fragranza riportava la speranza
    del giardino dei Beati,
    d'ogni gaudio, profumato e di letizia,
    dove ritrovar riposo, nell'empirico suo volo,
    giunto sopra al nono Cielo.

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:22
    Un angelo bianco

    La notte sì greve non porta ristoro,
    con voce rombante di tuono
    e dardi di fuoco che schiantano al suolo,
    con luce accecante,
    schiarente due ombre tra l'oscure ombre, 
    stagliatesi ai vetri 
    che gocciolan pianto dal cielo,
    di angeli neri, espulsi dal tempio del Padre.
    Essenze di demoni oscuri
    s'insinuan al buio della stanza,
    negli occhi lor brucia la fiamma infernale,
    scrutando quel viso dormiente
    del piccolo Angelo a palpebre chiuse,
    ch'ha ali argentate, sì chiuse a riposo,
    tra riccioli d'oro dispersi sul tenero corpo.
    Un Angelo bianco, tessuto d'amore,
    nasconde il mistero d'un angelo nero,
    esplicito ai demoni, effigi del male,
    ch'attendono il giusto momento del vile riscatto.

    Nota: Estrapolata dal primo libro della mia trilogia fantasy La Stirpe di Luce.

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:20
    UN ULTERIORE BACIO

    Un ulteriore bacio, per suggellar l'amore,
    unendo umide labbra,
    legandoci col cuore in visibilio.

    Le lingue s'attorcigliano,
    sull'onda del piacere,
    connubio del reciproco respiro.

    Saziar di baci ardenti
    le bocche semiaperte,
    guizzando, accender nostri sensi.

    Scambievoli promesse di vita alternativa,
    carezze rinnovate 
    da mani ancora poco conosciute.

    Proteggere il domani d'amanti innamorati,
    con speme intramontabile che nasce,
    tra candide lenzuola, ch'odorano d'umori.

    Sussurri di parole,
    sì dolci, che riempiono il reale,
    svaniscono miraggi, nei baci appassionati.

    S'acquietan echi antichi d'amor persi,
    immersi nei silenzi prolungati,
    in gemiti sommessi, in sguardi infervorati.

    Il mordersi le labbra già infuocate.
    desio d'appartenersi, in scambio d'effusioni,
    i mille e più ti amo mormorati.

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:20
    E L'ANGELO GUARDO' LA LUNA

    E l'Angelo guardò la luna,
    contemplandola come Venere sognante,
    attonito e assorto, senza distoglier sguardo,
    dacché, già, l'avea notata,
    la notte, al suo usual incedere fatato, 
    mai rimirandola come in cotal momento.
    Parea dipinto, 
    sì talmente immobile com'era, da parer finto,
    tutt'uno, sopra l'esiguo scoglio che l'accoglieva.
    Turbato, com'un innamorato, ebbro d'ardore,
    ch'andava ad intonar la serenata ch'avea nel cuore.
    S'avesse avuto voce, per quel cantico d'amore!
    Regina della notte, al palesars'in cielo,
    enfasi e stupore, per l'astro incoronato d'alone luminoso,
    che riflettea sul mar barlumi luccicanti a pelo d'acqua,
    brillanti luccichii d'argento,
    sopr'al candido riverbero, delineante strana rotta.
    Rotta del desiderio... pensò l'Eccelso.
    E l'Angelo guardò la luna,
    pensando alla sua veste immacolata,
    perpetuo, il suo scrutare solitario,
    nel tempo suo, ch'andava a terminare,
    gioendo, di splendor ch'avrebbe perso,
    non soffermandosi, quell'attimo d'eterno.

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:19
    CELESTIALE È

    Celestiale è 'l color della speme, mai muore,
    nutrita al levar del mattino,
    disacerba 'l rancor suffragato dal male,
    di candor fanciullesco s'avvolge.

    Emulando parvenza del mare,
    già sottratta in partenza al cielo ceruleo,
    estorce la tinta cangiante,
    nell'intenso desio di rinascer costante.

    Nel celeste mantel virginale
    si cela, nell'intento di trarne conforto,
    la preghiera che sale è sagace,
    cita l'inno a schiacciare il serpente.

    Celestiale è la nota d'intenso vibrare,
    ch'ancor s'ode, nel porre l'udito,
    quale musica astratta, nel cosmo sapiente,
    un sussurro vitale che prende, struggente.

    Linfa fresca infiamma le vene,
    nel tripudio di coglier respiro,
    nell'immenso fluir di quel canto ancestrale
    stimolante 'l coraggio interiore.

    Celestiale è l'amore che smuove ogni dove, 
     che v'è intriso, nell'intrinseco spazio,
    ch'ha certezza soltanto sentito nel cuore,
    quale magico incanto perpetuo e sgorgante.

    Immortal tale fonte primaria, di suono si tinge,
    negli armonici accordi che giungono all'io,
    gorgheggianti com'echi ch'espandono l'aere,
    risponde fervente 'l palpito d'un cuor nascente.

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:18
    INVER NACQUI

    Atmosfera rarefatta, 
    galleggiando nel limbo ch'amavo assai tanto,
    protezione e piacere nel guscio racchiusa,
    fors'anche sarei mai, da lì, sgusciata.
    non assaporando però 'l profumo del tuo seno. 
    Inver nacqui dal grembo che scoprii materno,
    vidi la luce, nell'oscurità d'una notte bruna,
    abbandonando alfin quella mia culla 
    che senza sosta mi ninnava,
    in cui, beata, 
    ambivo alle carezze della mano delicata.
    Sonorità latente giungea a me soffusa,
    voce, come nenia, che m'acquietava
    e m'addormentava,
    facendomi sognar la bocca che narrava
    oppur cantava la soave ninna nanna.
    Dolci sensazioni d'un'epoca passata,
    d'una coscienza non ancor delineata,
    di cui 'l ricordo s'è perso già nascendo
    e manca a questo cuor ch'ancor t'acclama,
    ch'ancor accanto ti vorrebbe, mamma.

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:14
    POESIA S'È FATTA VERA

    Sgargianti ali spiegate, 
    connubio di beltá e leggerezza
    il lor librarsi in aere.

    Soffusi fruscii eterei
    l'udito attento si percepisce.
    Vivi suoni melodici.

    Tal sciame inaspettato,
    poliedrico fermento di farfalle,
    aggrada l'occhio umano.

    E rende il cuor leggero.
    S'involan, in veste iridescente,
    leggiadre spose al vento.

    Figura immortalata,
    disarmante, ch'ispira, mai di morte,
    mero concetto di vita.

    Trabocca inver poesia,
    stranezza sol di pagine d'un libro,
    esige d'essere malia.

    Magia concreta... astratta...
    incanto scaturito d'improvviso
    rapisce sguardo assorto.

    Poesia s'è fatta vera.
    Versi, in atmosfera sublimante,
    rendon lode al poeta.

  • 18 aprile 2017 alle ore 15:12
    E POTER VOLARE ANCORA

    Voluttuosa spira dell'amore,
    rapenti alla sprovvista i sensi inermi,
    nella frazione d'un solo istante,
    ci eleva ai sette cieli, 
    rendendoci liberamente prigionieri
    fors'anche inconsapevoli pedine,
    nel suo bramoso gioco dell'ardore...
    ... e dell'ardire,
    attraverso sguardi dapprima sconosciuti,
    vicendevolmente seducenti e dissoluti.
    Trascinava, la carne, con istinto bestiale,
    alfin di prender e possedere,
    inibendo il desio di conceder fin in fondo,
    per appagar l'altrui piacere, 
    nel considerar il proprio ego.
    Fin quando, ingannevole l'amore,
    sa imbrogliare, insediandosi nel cuore,
    instillando con sapienza goccia antica
    sconvolgente l'io supremo 
    che coinvolge pur la mente, 
    nei pensieri convogliati verso l'altro.
    Scoprir con meraviglia di scordarsi di se stessi.
    Desideri di reciproche carezze
    e di baci appassionati nascon vivi,
    di contatti a fior di pelle, 
    nei suoi brividi estasianti,
    disgregando le paure preesistenti, persistenti.
    Voglia assidua delle mani sì congiunte,
    di specchiarsi nello sguardo conosciuto
    a cercar quel sentimento testé nato.
    E d'imprimere tal nome, dentr'al cuore sospirante.
    Di volar con ali immense, 
    fin a dove arriva il sogno ad occhi aperti,
    prim'ancor ch'arrivi il sonno, 
    fra le braccia beneamate.
    Di carpir desiati baci dalle labbra altrui dischiuse,
    per amarsi un'altra volta,
    nell'accordo delle anime in simbiosi,
    con l'intento d'onorare mero amore
    di due corpi coniugati nell'amplesso, 
    per poter volare ancora,
    in un vol che sa d'eterno.