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Poesie di Iris Vignola

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  • 29 settembre alle ore 17:27
    NEL SUSSULTO DEL TEMPO, RESUSCITA OGNORA

    E s'ode un respiro, di tenebra chiuso,
    nel guado del tetro sepolcro,
    sospiro di sguardo profondo scintilla nel buio,
    risale alle labbra un gemito fioco,
    l'apogeo del triste calvario rigetta il sudario...
    Proviene dal lungo percorso d'abisso infinito,
    il Figlio dell'Uomo... Rampollo di Dio.

    Riprende il possesso del corpo smarrito... 

    La morte s'inchina alla vita,
    getta scettro e corona,
    bistrattata sovrana del nulla.
    Rinnegata la veste sua oscura,
    pel desio d'esser Figlio ch'onora
    il Suo Padre, in ciò ch'era scritto già allora,
    pel desio d'incarnare l'amore... ancora... e ancora.

    Nel sussulto del tempo, resuscita ognora.

  • 29 settembre alle ore 17:27
    D'ESSER CROCE

    Piange il cielo,
    forgiando in perle trasparenti
    amare lacrime che scendono;
    sofferenza ineluttabile
    per l'onta dell'umana alienazione.
    Acquitrini misti a fiori,
    per mondar ferite antiche,
    ma tutt'ora sanguinanti,
    sulla carne trascendente
    di Colui che fu tradito e martoriato,
    poi reietto e crocifisso.
    Chiodi fomentati da peccati
    ne brandiscono l'aspetto,
    come inquietante arma;
    ribattuti di perpetuo da disparate mani,
    trafiggono altresì quel legno infradiciato, 
    d'amore e d'altrui macchie d'innocenza,
    ch'urla ancora, inascoltato da chiunque,
    tra il fragore silente della morte,
    rigettando, d'esser croce, la sua colpa.

  • 29 settembre alle ore 17:26
    IL BACIO DI RUGIADA

    Nel divenir d’aurora fantasiosa, 
    gocce trasparenti e iridescenti 
    si posano sul ciglio dei petali dischiusi, 
    cristalli che s’attardano a svanire, 
    nell’attesa ch’entri in scena il sole. 
    Regna ancor la pace, 
    tra le rampe scoscese ai bordi d’orizzonte. 

    I rumori, 
    addentratisi nella notturna quiete, 
    ancor sognan pace e silenzio, 
    udendo lor coscienza antica, 
    ancestrale letizia mai più rinnovata. 

    Uno stormo di stelle 
    pulsa in ritmo corale, 
    prima d’esser svanito allo sguardo 
    che or s’alza assonnato 
    e pretende le palpebre chiuse, 
    ch’agonizzano all’apice 
    dell’adamantina luce. 

    I bagliori rifletton su specchi 
    del pendio dell’altere montagne, 
    rilasciando immacolati scialli scintillanti, 
    mentre gli echi si risveglian, espandendosi per valli verdeggianti. 

    Sussurrando il lor bell’orchestrale canto, 
    in simbiosi con il vento di libeccio, 
    che sospiri, tra fior d’acque fiumane e lacustri, 
    ch’or s’alzino, dai rispettivi letti, a rinnovar gorgheggi, 
    dopodiché, festante, lo propaghi al suol marino, 
    al fin di ridestar l’arenile sonnolento, 
    con sussurri spumosi dell’onde sì frangenti. 

    L’agonia della notte morente, ch’è madre, 
    nell’aurora nascente, ch’è figlia splendente, 
    ha voluto lasciar, prim’ancora d’andare, 
    il bacio di rugiada, la sua linfa vitale, 
    ond’esser additata generatrice di chiarore. 

  • 29 settembre alle ore 17:23
    GIACCHÈ SONO LA VITA

    Quante anime incontrate, 
    nel corso del mio tempo,
    poi smarritesi, 
    nel dissolversi d’amori forse finti
    o viceversa effettivi, pur sempre andati, 
    col vento del rimpianto.
    Rimango sola,
    a contemplar lo stralcio del passato, 
    dov’han trovato posto.
    E ancor sola, ascolto il nulla,
    a riempir silenzi,
    affrancatisi da voci antiche.
    A quanti desideri irrealizzati ho assistito,
    spazzati via, dall’impossibile realtà
    d’improprio fato,
    di chi avrebbe fatto carte false,
    per acchiapparli al volo,
    prim’ancor di divenir
    incostanti miraggi evanescenti.
    In solitudine perenne;
    li ho perduti di vista,
    seppur cercandoli nell’infinito.
    Solitudine che parla,
    per non sentirsi troppo sola
    e ascoltar la voce amica. 
    Quante confidenze ho udite,
    coniate di mere aspettative,
    aggrappatesi a specchi,
    disdegnando divenir caduche 
    e ridursi in tracce di ricordi persi, 
    nell’onda d’un tempo irremovibile,
    che mai si volta indietro;
    sicché le porta a frangersi 
    su scogli sì inaspriti, da inflessibili bufere, 
    ch’han eroso la speme e il desio svilito.
    Silenziosamente, 
    ascolto i battiti dei cuor che l’hanno perse, 
    per colpe d’altrui ego 
    o, molto spesso, invero per se stessi.
    E allor m'addentro nel silenzio passato, 
    gridando il perenne, arcaico strazio
    e aggrottando la fronte per chi s’é già arreso,
    col pretesto d’essere deluso.
    Ne strappo il velo oscuro,
    per farne un tulle bianco,
    agghindato sul capo da un bocciolo di rosa,
    al fin d’andar in sposa, 
    al silenzio del vento del futuro,
    ch’ha assordato il rumore, col poliedrico canto,
    disgregando il suo muro, nell’aria inebriata
    e onorando la stilla ancestrale in me sita...
    Giacché sono La Vita.
     

  • 18 aprile alle ore 15:31
    DESIDERI

    Nascondeva lacrime innocenti tra radicate infamie,
    mostrando denti bianchi, in sorrisi smaglianti ed ammiccanti.
    Pertugi, nella mente, circuivano pensieri,
    simulando desideri luccicanti come stelle,
    ancorati a quel suo cosmo irriverente,
    prigioniero d'ombra d'un disdicevole degrado
    del suo alter ego, di quella che faceva e non pensava niente.
    Di colei che rifiutava e viceversa la sua parte di coscienza,
    che tesseva, ricamava, rifiniva una vita alternativa,
    rammendando solitudine e squallore, in vuoti enormi,
    con l'ago di pazienza ed il filo di speranza.
    Desideri impertinenti, timorosi di svanire, essa cullava,
    fra lenzuola spiegazzate che grondavano sudore, corpi ignudi, misti a umori e ad odori, in rapporti sempre uguali.
    Mille amanti frettolosi, mille volti sconosciuti
    non colmavano il ricordo di quell'ora ch'hanno avuto,
    nel lasciar la propria impronta, poi dissolta in un minuto,
    sopra il letto saturato del veleno del peccato,
    fomentato dal martirio d'un orgasmo esasperato.
    Desideri irrefrenabili e impetuosi,
    affrancatisi da pene del suo viver licenzioso,
    sconfinando e rinnegando ogni traccia di serpente
    che, strisciante, rifugiava nella tana bistrattata
    e infecondata, dall'amore ripudiato e crocifisso.
    Desideri ch'hanno vinto,
    nello smetter di giacere fra le braccia di nessuno
    e nel cogliere il volere, quel recondito, sol uno,
    quel dettato dalla voglia di riscatto del suo ego,
    nel riflesso d'esistenza, intrappolato in quel laido passato.

  • 18 aprile alle ore 15:29
    LA MONACA

    Scioglieva i suoi capelli lunghi e neri,
    soggiogata da litanie, nenie diffuse,
    allorquando li spezzava, in un sol colpo,
    donando chioma, alla lucente lama.
    Brandelli caduchi,
    rendean tappeto l'ore infrante,
    taglio netto ad un nobile vissuto, 
    in agonia prostrata. straziata, 
    seguente a scelte d'altri,
    dal bieco sapor di costrizione. 
    Un solo istante... l'esistenza, in un minuto,
    s'ea ritirata tra cinta di clausura,
    orazioni cantilenanti e ceri accesi, sagome scure su immacolati muri. 
    Angusti corridoi... Segreta e uggiosa cella accogliea carne fiorente, 
    vitale ed infuocata, dal desio del peccato,
    a tramar l'incontro e copulare, nell'anelata ombra,
    recante luce a figli, nati e persi, sovente mai bramati.
    Tormentato amore disperato, esasperato da simboliche catene,
    sortite dalla mente d'un infido tiranno,
    che padre s'appellava, di giovinetta ignara,
    la monaca che si macchiò d'infamia, in tempi andati.

  • 18 aprile alle ore 15:27
    ROSSO DI PASSIONE

    Viva certezza o drammatica illusione,
    alternantisi quanto mai fugacemente,
    fiancheggiando felicità e sconforto,
    sorrisi e lacrime sul volto...
    Sovente soppeso sulla mano.

    Le labbra che saranno offerte,
    dischiuse, nell'attesa d'essere baciate,
    col rosso di passione ho tinteggiate,
    contando che non sia solo il miraggio
    d'aver un bacio tuo appassionato.

    Girando e rigirando sottosopra la clessidra,
    prima ancora che la fine alfine venga,
    barattando facoltà d'agir, col nulla,
    raggirerò l'amato e, nel contempo, odiato tempo,
    giammai scivolerà, di sabbia, l'ultimo granello.

    Renderò eterno l'ultimo secondo,
    inibendo l'integro scorrer del minuto,
    diverrò fata o maga o ancora strega,
    ingannando in tal maniera l'attesa che tu giunga,
    ad appagare, del tuo amore, la mia sfrenata voglia.

    Rifletterò la mia immagine allo specchio,
    con speme che rimanga tal rossetto,
    per morir sulla tua bocca, mio desio. 
    Vedrò però sol l'anima che spera,
    che giunga amore, non viceversa una chimera.

  • 18 aprile alle ore 15:24
    SE D'AMOR È COSTELLATO

    Dedalo di tombe sì squallide e penose, 
    abbandonate nel correre del tempo che l'ha inasprite.
    Colgo espressioni vive 
    da immagini ingiallite, di volti antichi.
    Sguardi sfocati, 
    che celan l'incognito movente d'esser vivi.

    Immaginarie salme sconosciute, cinte in sepolcri, 
    testé pregnati sol di cenere sbiadita.
    L'essenza, invero, s'è dipartita, 
    dall'ultimo sospiro della vita.
    Quesiti sorgon, in veste di pensieri,
    pur privi di sentenze giuste, ma sol di presupposti.

    Colei... colui, che fu materia, tessuta d'impeto d'amore,
    lo alimentò in vita? Ne fece la sua Bibbia, il suo volere?
    Tal labbra, ormai più rimembrate,
    ch'han gli angoli ch'atteggiano sorrisi,
    quant'amore allor hanno donato? 
    Di quanto altresì parlato?

    Il vento del silenzio cela storie, che narran di vissuto e di rimpianto,
    per quel che non è stato, di morte e di rancore,
    di gioia e di dolore, 
    seppur innanzi tutto dissolva il velo nero da quel canto
    che s'alza dalla terra in ogni dove, 
    circuendo ogni cuore solitario
    per riversarci amore, sgombrando l'ombra nera del livore.

    Bene sempiterno e imperituro male, 
    in lotta solitaria senza scampo,
    leggendario il lor fluire antagonista, nella gara del potere,
    di cui saggi son i tumuli, 
    che ognor san quel ch'è vero, 
    ciò ch'era stato scritto, dal principio.
    Peccare, al pari di sbagliare scelte esistenziali.

    Debole la carne, si flagella infine,
    tuttavia divien, perdono, l'essenziale, 
    se d'amor è costellato,
    qual prospetto di ricchezza universale 
    che non lascia nulla al caso, ma s'è fuso, 
    nel plasmare l'entità quale fulcro del concetto d'esistenza,
    coniugata alla luce dell'Eterno.

    Ingiunge la coscienza nell'attuar le scelte, 
    sian esse grame o giuste, al suo parere, 
    falsato talune volte al cuore, che, di rimando, 
    brama affrancarsi dall'assoggettarsi, 
    s'è posto in discussione, cosicché ribellarsi, 
    ponendosi al comando, onorando l'amore.

  • 18 aprile alle ore 15:24
    SE MUSICA FOSSE IL MIO NOME

    Allietata a inventar melodie, 
    come strali sinuosi, 
    sprigionandole all'erte colline 
    ch'incontrano valli,
    ne riempiano fiumi e torrenti,
    nel scrosciar dirompente dell'acque,
    gorgogliandole ai boschi silenti, 
    come fosser carezze innocenti.

    E ad effonderle ai prati 
     irrorandone i fiori, 
    che sappian cantare il sussurro di miele, 
    olezzo fluente nel vento, 
    dell'etere, sospiro corroborante.
    Proverei a ricercar sinfonie voluttuose, 
    d'accordi coese,
    sulla scia dei gabbiani garrenti.

    Stridori possenti, nel volerle imitare,
    per vestirne la brezza, volando sul mare,
    dando agio alle note che forgino il canto
    che sol lui sa intonare 
     col suo far fascinoso,
    lo sussurri alle onde, in quel lor fluttuare
    ed illuda ancora la rena, 
    che non abbia a finir nel fondale.

    Sognerei di scoprir l'equilibrio d'un ritmo armonioso,
    di cui cingermi in fretta a plasmar lo spartito
    per non farlo sfumare 
    e vibrarne le corde d'un piano o un violino, 
    che mi elevino in alto, 
    oltre i monti imbiancati, sui cieli, 
    a donar le mie note 
     alle arpe suonate da dita divine.

    Se Musica fosse il mio nome... 
    Per danzar nella sfera celeste,
    angelica come nessuna, 
    nel flusso sgorgante di mille assonanze...
    ... Sarei Musica Eccelsa...

  • 18 aprile alle ore 15:23
    GIUNTO SOPRA AL NONO CIELO

    Com'in un baccello,
    racchiudevan l'ali sue quell'Angelo caduto,
    affranto, nel suo guscio.
    Fors'il cielo non se n'er'ancor accorto,
    che mancava al Paradiso.
    Che mancava il suo sorriso.
    Quelle lacrime di pianto,
    gli cadevan dallo sguardo desolato.
    Solitario il suo dolore,
    strano specchio del suo essere perfetto,
    privo d'altro sentimento, che d'amore.
    Rannicchiato su se stesso
    come fosse stato in grembo,
    mai vissuto, dal suo esser un eletto,
    spoglio d'ogni umana sorte,
    sconosciuta a lui la morte.
    Dolce rosa, la fragranza riportava la speranza
    del giardino dei Beati,
    d'ogni gaudio, profumato e di letizia,
    dove ritrovar riposo, nell'empirico suo volo,
    giunto sopra al nono Cielo.

  • 18 aprile alle ore 15:22
    UN ANGELO BIANCO

    La notte sì greve non porta ristoro,
    con voce rombante di tuono
    e dardi di fuoco che schiantano al suolo,
    con luce accecante,
    schiarente due ombre tra l'oscure ombre, 
    stagliatesi ai vetri 
    che gocciolan pianto dal cielo,
    di angeli neri, espulsi dal tempio del Padre.
    Essenze di demoni oscuri
    s'insinuan al buio della stanza,
    negli occhi lor brucia la fiamma infernale,
    scrutando quel viso dormiente
    del piccolo Angelo a palpebre chiuse,
    ch'ha ali argentate, sì chiuse a riposo,
    tra riccioli d'oro dispersi sul tenero corpo.
    Un Angelo bianco, tessuto d'amore,
    nasconde il mistero d'un angelo nero,
    esplicito ai demoni, effigi del male,
    ch'attendono il giusto momento del vile riscatto.

    Nota: Estrapolata dal primo libro della mia trilogia fantasy La Stirpe di Luce.

  • 18 aprile alle ore 15:21
    LUCE DI SPERANZA

    Avanzo lentamente, solcando strade in città stinte, aridi deserti,
    attorniata d'altri, percependo fatalmente d'esser sola, tra solitudini diverse.
    Su passi d'affannante gente smarrita, arranco la salita con fatica.
    Scomparse ormai pianure e pur discese, come per ogni essere pensante,
    al quale han tolto molto... tutto... La luce di speranza.
    L'umanità s'è persa, tra 'l deserto del domani, oceano di sabbia, fautrice sol del nulla.
    L'odore della morte, ch'opprime il cuor e nari,
    seguente a cruenta sorte, sì avvallata dal male, crea disperati.
    Sanguinaria, ancor grida la belva ancestrale,
    ch'ha fame di carne, nonché sete di sangue.
    Grida disperse s'elevano al cielo, racchiudenti intrinseche preghiere
    rivolte al Padre oppure al Figlio, che taluni, all'inverso, bestemmiano.
    Nel seguir ombre sconosciute, calpesto lor orme,
    su terra brulla, su cui germoglia unicamente il nulla.
    Riecheggian voci lontane, tra fasti passati, echi di gaudio e di risa già udite.
    Tremulo, 'l fuoco dell'amor fraterno si consuma,
    per spegnersi a un impercettibile alito di vento o ad un sospiro.
    Respiro indifferenza tra rovine,
    la brama di potere ha reso l'uomo infame, senza confine alcuno.
    In cambio di danaro, baratterebbe tutto, persin la propria madre.
    Caduca volontà, creder ch'esista un avvenire,
    i martiri s'arrendon, senza porre resistenza; prona la vita a reclamar la lotta,
    purtroppo pare invana la richiesta, resta sospesa, tra barlumi di paure.
    Riarse labbra celano sorrisi, 
    dagli occhi gonfi, 'l pianto scava solchi sulle guance,
    la folla delirante chiede pane ed esistenza vera.
    Le voci son riunite, in un coral brusio sommesso ch'intona un inno,
    ch'ha sapor di prospettiva, univoca la voce ch'or s'alza dal deserto.
    Nel mentre l'orizzonte s'è imbrunito, 
    il vento testé alzato spira forte endisperde or or la sabbia d'apatia.
    Scoprendo ciò ch'aveva sotterrato,
    ravviva allor la fiamma di speranza, ineluttabilmente, mai del tutto spenta.

  • 18 aprile alle ore 15:20
    UN ULTERIORE BACIO

    Un ulteriore bacio, per suggellar l'amore,
    unendo umide labbra,
    legandoci col cuore in visibilio.

    Le lingue s'attorcigliano,
    sull'onda del piacere,
    connubio del reciproco respiro.

    Saziar di baci ardenti
    le bocche semiaperte,
    guizzando, accender nostri sensi.

    Scambievoli promesse di vita alternativa,
    carezze rinnovate 
    da mani ancora poco conosciute.

    Proteggere il domani d'amanti innamorati,
    con speme intramontabile che nasce,
    tra candide lenzuola, ch'odorano d'umori.

    Sussurri di parole,
    sì dolci, che riempiono il reale,
    svaniscono miraggi, nei baci appassionati.

    S'acquietan echi antichi d'amor persi,
    immersi nei silenzi prolungati,
    in gemiti sommessi, in sguardi infervorati.

    Il mordersi le labbra già infuocate.
    desio d'appartenersi, in scambio d'effusioni,
    i mille e più ti amo mormorati.

  • 18 aprile alle ore 15:20
    E L'ANGELO GUARDO' LA LUNA

    E l'Angelo guardò la luna,
    contemplandola come Venere sognante,
    attonito e assorto, senza distoglier sguardo,
    dacché, già, l'avea notata,
    la notte, al suo usual incedere fatato, 
    mai rimirandola come in cotal momento.
    Parea dipinto, 
    sì talmente immobile com'era, da parer finto,
    tutt'uno, sopra l'esiguo scoglio che l'accoglieva.
    Turbato, com'un innamorato, ebbro d'ardore,
    ch'andava ad intonar la serenata ch'avea nel cuore.
    S'avesse avuto voce, per quel cantico d'amore!
    Regina della notte, al palesars'in cielo,
    enfasi e stupore, per l'astro incoronato d'alone luminoso,
    che riflettea sul mar barlumi luccicanti a pelo d'acqua,
    brillanti luccichii d'argento,
    sopr'al candido riverbero, delineante strana rotta.
    Rotta del desiderio... pensò l'Eccelso.
    E l'Angelo guardò la luna,
    pensando alla sua veste immacolata,
    perpetuo, il suo scrutare solitario,
    nel tempo suo, ch'andava a terminare,
    gioendo, di splendor ch'avrebbe perso,
    non soffermandosi, quell'attimo d'eterno.

  • 18 aprile alle ore 15:19
    CELESTIALE È

    Celestiale è 'l color della speme, mai muore,
    nutrita al levar del mattino,
    disacerba 'l rancor suffragato dal male,
    di candor fanciullesco s'avvolge.

    Emulando parvenza del mare,
    già sottratta in partenza al cielo ceruleo,
    estorce la tinta cangiante,
    nell'intenso desio di rinascer costante.

    Nel celeste mantel virginale
    si cela, nell'intento di trarne conforto,
    la preghiera che sale è sagace,
    cita l'inno a schiacciare il serpente.

    Celestiale è la nota d'intenso vibrare,
    ch'ancor s'ode, nel porre l'udito,
    quale musica astratta, nel cosmo sapiente,
    un sussurro vitale che prende, struggente.

    Linfa fresca infiamma le vene,
    nel tripudio di coglier respiro,
    nell'immenso fluir di quel canto ancestrale
    stimolante 'l coraggio interiore.

    Celestiale è l'amore che smuove ogni dove, 
     che v'è intriso, nell'intrinseco spazio,
    ch'ha certezza soltanto sentito nel cuore,
    quale magico incanto perpetuo e sgorgante.

    Immortal tale fonte primaria, di suono si tinge,
    negli armonici accordi che giungono all'io,
    gorgheggianti com'echi ch'espandono l'aere,
    risponde fervente 'l palpito d'un cuor nascente.

  • 18 aprile alle ore 15:18
    INVER NACQUI

    Atmosfera rarefatta, 
    galleggiando nel limbo ch'amavo assai tanto,
    protezione e piacere nel guscio racchiusa,
    fors'anche sarei mai, da lì, sgusciata.
    non assaporando però 'l profumo del tuo seno. 
    Inver nacqui dal grembo che scoprii materno,
    vidi la luce, nell'oscurità d'una notte bruna,
    abbandonando alfin quella mia culla 
    che senza sosta mi ninnava,
    in cui, beata, 
    ambivo alle carezze della mano delicata.
    Sonorità latente giungea a me soffusa,
    voce, come nenia, che m'acquietava
    e m'addormentava,
    facendomi sognar la bocca che narrava
    oppur cantava la soave ninna nanna.
    Dolci sensazioni d'un'epoca passata,
    d'una coscienza non ancor delineata,
    di cui 'l ricordo s'è perso già nascendo
    e manca a questo cuor ch'ancor t'acclama,
    ch'ancor accanto ti vorrebbe, mamma.

  • 18 aprile alle ore 15:14
    POESIA S'È FATTA VERA

    Sgargianti ali spiegate, 
    connubio di beltá e leggerezza
    il lor librarsi in aere.

    Soffusi fruscii eterei
    l'udito attento si percepisce.
    Vivi suoni melodici.

    Tal sciame inaspettato,
    poliedrico fermento di farfalle,
    aggrada l'occhio umano.

    E rende il cuor leggero.
    S'involan, in veste iridescente,
    leggiadre spose al vento.

    Figura immortalata,
    disarmante, ch'ispira, mai di morte,
    mero concetto di vita.

    Trabocca inver poesia,
    stranezza sol di pagine d'un libro,
    esige d'essere malia.

    Magia concreta... astratta...
    incanto scaturito d'improvviso
    rapisce sguardo assorto.

    Poesia s'è fatta vera.
    Versi, in atmosfera sublimante,
    rendon lode al poeta.

  • 18 aprile alle ore 15:12
    E POTER VOLARE ANCORA

    Voluttuosa spira dell'amore,
    rapenti alla sprovvista i sensi inermi,
    nella frazione d'un solo istante,
    ci eleva ai sette cieli, 
    rendendoci liberamente prigionieri
    fors'anche inconsapevoli pedine,
    nel suo bramoso gioco dell'ardore...
    ... e dell'ardire,
    attraverso sguardi dapprima sconosciuti,
    vicendevolmente seducenti e dissoluti.
    Trascinava, la carne, con istinto bestiale,
    alfin di prender e possedere,
    inibendo il desio di conceder fin in fondo,
    per appagar l'altrui piacere, 
    nel considerar il proprio ego.
    Fin quando, ingannevole l'amore,
    sa imbrogliare, insediandosi nel cuore,
    instillando con sapienza goccia antica
    sconvolgente l'io supremo 
    che coinvolge pur la mente, 
    nei pensieri convogliati verso l'altro.
    Scoprir con meraviglia di scordarsi di se stessi.
    Desideri di reciproche carezze
    e di baci appassionati nascon vivi,
    di contatti a fior di pelle, 
    nei suoi brividi estasianti,
    disgregando le paure preesistenti, persistenti.
    Voglia assidua delle mani sì congiunte,
    di specchiarsi nello sguardo conosciuto
    a cercar quel sentimento testé nato.
    E d'imprimere tal nome, dentr'al cuore sospirante.
    Di volar con ali immense, 
    fin a dove arriva il sogno ad occhi aperti,
    prim'ancor ch'arrivi il sonno, 
    fra le braccia beneamate.
    Di carpir desiati baci dalle labbra altrui dischiuse,
    per amarsi un'altra volta,
    nell'accordo delle anime in simbiosi,
    con l'intento d'onorare mero amore
    di due corpi coniugati nell'amplesso, 
    per poter volare ancora,
    in un vol che sa d'eterno.

  • Scusa sai, se m'arrampico su specchi,
    nel pensiero, epicentro di quei sogni ad occhi aperti,
    o m'inerpico in un mondo solo mio, dove sgorga fantasia,
    dove rievocar quel senso che s'assembla al mio desio,
    in cui vige l'armonia che s'ammanta d'autostima per me stessa
    e rispetto verso gli altri, che sian peccatori o Santi.
    Scusa tanto se mi levo prim'ancor che nasca il sole,
    assetata della luce dell'aurora,
    se mi lascio coccolare dalle braccia di Morfeo,
    solo nel chiaror di luna che m'osserva, nell'attesa che io dorma
    e nel sonno cerchi il faro che m'illumini il percorso,
    navigando poi in quel mare dell'ignoto che m'appare, all'imbrunire.
    Chiedo venia se tradisco lo sconforto che m'avvolge,
    con la speme ch'accompagna il mio domani,
    se i miei passi si rifiutan d'approdar al sentiero delle spine,
    lacerando ancor le carni, nel riaprire cicatrici di ferite,
    anelando ad un viottolo sterrato, ma sicuro, circondato sol di fiori,
    atti a profumar quest'esistenza che s'accorcia e allor pretende
    ch'incertezze sian dissolte dal suo tempo ch'ancor resta,
    che lo spreco non l'intacchi, apportando il suo degrado,
    dando agio a falsità di certe menti, che d'affanni sono prede deliranti,
    bieche vittime d'invidia senza pace, sol cercanti di colpire chi ricerca il suo valore ed ha stima di se stessa.
    Quel perdono chiedo adesso, se rimango quel che sono,
    dell'ingenuità ch'ho dentro che rifletto in ogni altro, ingenuamente,
    nel pensar ch'ognun si'al mio pari ed il male sia reietto da ogni cuore.
    Se nel mio c'è solo amore e dall'odio m'allontani,
    non scendendo a compromessi in contrasto col mio io,
    se m'infiammi per un bacio e mi perda in un abbraccio
    e perfetta non mi senta, ma volubile e guerriera,
    poi, talvolta, non ascolti la pazienza che mi parla, ma impulsiva io agisca, con veemenza, nel cercare la giustizia, pur errando, nel guardar solo da un lato e non dall'altro.
    Chino il capo, tal perdono sto anelando dal mio spirito divino,
    che mi possa incentivar nel mio cammino,
    precedendomi, com'ombra fa col sole,
    che d'orgoglio si pervada e di saggezza, nel capire questo stato di creatura, di materia anche forgiata, nella semplice abitudine d'esser donna... nata allora.

  • 18 aprile alle ore 15:08
    SOSPESA A UN FILO DI SETA

    Sospesa a un filo di seta, detergo l'aurora,
    togliendo quel velo notturno che copre il suo volto,
    vorrei che nascesse un po' prima del tempo.
    Farfalla improvviso, dal bozzolo uscita.

    Sorelle frementi m'accolgon tra loro, ruotandomi attorno,
    invidio il fregiarsi costante dell'ali sgargianti,
    s'un volo saccente, mischiante color su colori,
    regine onorate dai fiori, del mandorlo e il pesco.

    Leggiadro quel vibrar su stelo, poliedriche vesti,
    il misero baco ognor l'ha lasciato,
    s'è spento di trasformazione fatal desiderio,
    ha ucciso la femmina i biechi suoi panni.

    Dissolto s'è il filo di seta, s'è scinto il cordone,
    la fervida immagine rapito ha la donna,
    s'effigia dell'ali nascenti, a stregua dell'esser farfalla,
    di nascer or ora s'inoltra nel folle pretesto, per far quel che sente...

    Per far quel ch'è giusto.

  • 18 aprile alle ore 15:05
    SPIRAGLI

    Pudicizia, 
    dietr'al sipario d'una vita immacolata,
    sconfitta in modo repentino
    da spiragli dei tuoi occhi sibillini,
    ch'accendono lo sguardo muto,
    ch'annaspa a ricercar appigli,
    per non cedere oltremodo.
    Incutendo fervore, rossore,
    san confondere la mente,
    come fosser strali infuocati,
    erranti, guizzanti
    incontro al lor morire.
    Morire nei miei occhi.
    Scagliando onde d'amor frementi,
    fomentano appetiti,
    nel pieno d'imbrunire,
    tremule scaglie di mare,
    ingenue e trasparenti, 
    che corrono sognanti
    Incontro al lor morire.
    Morire nei miei sensi.
    Ceruleo il lor colore,
    fan sussultar il corpo,
    lambiscono i miei seni,
    sofferman tra le cosce,
    lievi carezze vogliose
    ch'ascendono al desiato nido,
    incontro al lor morire.
    Morire nel mio scrigno d'amore.

  • 18 aprile alle ore 15:03
    ANGELI BIANCHI... ANGELI NERI

    Contavi cieli, mentre precipitavi.
    In un battito di ciglia,
    cercavi, tra le nubi, Angeli bianchi.
    immaginando frullar d'eteree ali, 
    schizzar, come saette, in tuo soccorso.
    Cadevi, senz'appigli per fermarti,
    echi lontani di brusii che non capivi.
    Avresti voluto aiuto... 
    ... gridato, se non fosse stato vano.
    Piombavi tra le spire del serpente,
    ch'avea lasciato l'Eden da tempo immemorabile,
    sperando che mangiassi la tua mela.
    Eva t'avea tradito inesorabilmente,
    attirando per entrambi la punizione eterna.
    Gli specchi del tuo ego ean divenuti opachi
    ed esso s'ea dissolto in meri pochi istanti,
    abbandonando spoglia divenuta vuota.
    Verso l'abisso, andavi a completar il volo,
    accolto tra l'empie braccia del vile ingannatore,
    ch'avea, prima di altri, tradito il proprio Padre.
    Restio a udir la voce che ti richiamava,
    avei declinato la richiesta di perdono,
    invocando poi miseramente venia, 
    nel gettar l'ultimo sguardo spento al cielo,
    sperando ancor, prima d'essere dannato,
    di scrutar agognate, tremule sagome, 
    fluttuanti tra nubi candide,
    d'Angeli bianchi...
    sebben tu fossi sciente 
    che ti bramavan unicamente angeli neri.

  • 23 settembre 2015 alle ore 20:09
    RIMORSI

    Facile.
    Inaspettatamente,
    troppo facile.
    Più che rubare
    le caramelle
    a un bambino.
    Il suo amore
    era, dunque,
    così tenue?
    Donna arrendevole...
    incapace di lottare...
    Sono salva!
    Lui è solo mio!
    Gioirò.
    Griderò al vento.
    Danzerò alla luna.
    Dopotutto...
    ... ho vinto...
    Che cosa voglio,
    ancora?
    Tanto, 
    non mi basta?
    Malessere,
    nelle mie membra...
    Ombre nere,
    nella mia mente...
    sortite dall'inferno,
    la ottenebrano...
    Era così bella...
    Era così dolce...
    Creatura eterea,
    approdata,
    per errore, 
    sulla confusa Terra.
    Quanto male 
    perpetrato
    in nome dell'amore.
    Il dolore la consuma,
    fino a spegnerla,
    quale candela
    al calore della fiamma.
    Io... vincitrice...
    seppur
    un sapore amaro,
    di sconfitta,
    tormenti
    la mia bocca,
    quale veleno
    che brucia 
    le viscere 
    e la mente.
    Eccola...
    La sua veste nera...
    ... cade,
    come la sua vita
    e, quale bruco
    che si muta
    in farfalla,
    rivive
    a nuova Vita,
    in veste candida,
    per danzare 
    con gli Angeli.

  • 23 settembre 2015 alle ore 20:09
    FOGLIE D'AUTUNNO

    Il vento sibila
    tra le fronde
    ormai ingiallite
    e sembra cantare
    un mesto canto funereo.
    Le foglie rinsecchite,
    agonizzanti,
    si staccano
    e piroettano
    in sua balia,
    come danzatrici su punte gessate
    e, come soavi cigni morenti,
    si lasciano cadere,
    ebbre e silenziose,
    vittime del Tempo Sovrano,
    mutevole e spietato,
    rassegnate alla fine,
    oramai non più così lontana.
    L'una accanto all'altra,
    sorelle 
    accomunate da un unico destino,
    attendono inermi
    di essere spazzate via
    da rami di saggina
    e arse.
    Ma il vento, 
    solitamente dispettoso,
    si muove a pietà, 
    per loro.
    Le sue raffiche improvvise
    le separano,
    le sparpagliano,
    le sollevano dal suolo
    quasi gelido,
    trasportandole in alto,
    sempre di più,
    in quel cielo vivido e azzurro 
    che, sopra di loro,
    appariva irraggiungibile.
    Ora non lo è più.
    Lassù respirano la libertà
    e svolazzano come farfalle
    dalle ali dorate,
    perdendosi lontano,
    lontane dalle lingue di fuoco 
    che le attendevano,
    malefiche.
    Dal loro inferno.
    Il loro viaggio sarà breve.
    Il vento, presto,
    smetterà di soffiare,
    strappandole dall'incanto
    per rituffarle nella realtà
    e, nuovamente, 
    danzeranno per un poco,
    fino a scivolare, dolcemente,
    chissà dove,
    ma, forse, 
    la morte, allora,
    diverrà più benevola.

  • 23 settembre 2015 alle ore 20:07
    POESIA

    In una poesia ho scritto del nostro amore,
    l'ho decantato con le sublimi parole 
    che mi ha dettato il cuore.
    Rammento il tempo in cui invocai il Cielo, 
    con una supplichevole preghiera
    che, un Angelo, conducesse a me, 
    per dare un senso all'esistenza.
    Ora so che la mia supplica è stata esaudita, 
    dal momento che sei giunta a me, 
    donna della mia vita.
    L'amore mio, per te, è come il cielo, infinito e vero.
    Di passione, per te, sto vivendo, 
    donandoti il mio cuore, 
    cosicchè far nascere, di felicitá, un sorriso, 
    sul tuo amato viso.
    Un bacio, una carezza, immensa tenerezza,
    questa sará l'inestinguibile promessa della mia anima, 
    da adesso e per la vita.

    Un Angelo incitato, per grazia ricevuta, dal Cielo, 
    in quel febbraio sì triste e solitario.
    Un Angelo, a te, giunto non dalla Casa Eterna, 
    ma dalla Madre Terra, d'argentee ali, privo.
    Un Angelo estasiato da ciò che l'attendeva,
    che da un tuo solo sguardo, profondo e misterioso, 
    è stato affascinato e allor si è rivelato, di te, innamorato.
    Un Angelo che, per uno strano impulso, in te, amore mio, 
    subitamente ha creduto e, a te, così ha ceduto, 
    per la fiamma d'ardore, che fuoriusciva dal tuo cuore, 
    cosicché far tacere la sua sete d'amore.
    Non Angelo, ma donna, che è divenuta tua ben presto, 
    sfidando tutto il resto
    e, per questa svolta del destino, 
    in grado si è sentita di fare sua la tua vita.

    Iris Vignola - Horion Enky