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Lady P

in archivio dal 29 mag 2012

02 ottobre 1961, La Spezia - Italia

17 ottobre 2018 alle ore 13:17

Puoi lasciare il cappello

Il racconto

«Sei pazzo?»
«Certo...di te»
Lo sguardo di John era serio e non ammetteva nessun tipo di replica»
«Io... uno spogliarello?»
«Certo, perchè no?»
«Ma come ti viene in mente un’assurdità simile?»
 
Il mio sogno.
Lo avevo immaginato tante volte, una musica di sottofondo ed esibirmi per il mio uomo, avevo da sempre in mente tutti i gesti, i ritmi differenti, il reggicalze slacciato di scatto e le calze scivolate via piano piano, i movimenti scanditi dalla musica, gli sguardi imparati a memoria probabilmente dalla vita scorsa, ancora imballati in un cellofan di ritrosia e inadeguatezza.
Non ne avevo mai avuto il coraggio, e ora, proprio ora che l’età non mi avrebbe di certo aiutata e tantomeno il fisico notevolmente appesantito, qualcuno mi stava platealmente chiedendo di fare uno spogliarello per lui.
Che vergogna... di certo non avrei potuto farlo, la pancia, i fianchi ormai non più sodi, le gambe non più così agili mi suggerivano solo il senso del patetico.
Che bello, però.
Con un guizzo John fu al pc, e trovò uno degli spezzoni più famosi del cinema italiano. La grandissima Loren e Mastroianni e il loro mitico abatjour.
«Comincia, su... sto aspettando, non vedo l’ora di ammirarti» sussurrò come un soffio dipingendo con un dito il mio seno.
Lo guardai quasi stizzita, perchè mi provocava in quel modo? Non poteva immaginare quale voglia repressa per anni, quale ingordigia mi stava facendo annusare, nemmeno il miele per un orso, nemmeno un’oasi nel più asciutto dei deserti... piantala!
«Fa freddo» conclusi guardandolo con sfuggente vaghezza.
«Dal tuo sguardo non si direbbe – si limitò a replicare – ma accontenterò la signora e accenderò la stufetta. Tu comincia a ballare, vedrai che un po’ alla volta ti scaldi»
Mi piaceva ballare, lo avevamo fatto diverse volte nelle tiepide serate di settembre e il suo animo attento aveva di certo notato come più che una danza per me fosse sempre una sorta di esibizione. Dei sensi, della femminilità, del desiderio. Voglia di essere guardata, in ogni caso, e ammirata, nonostante tutto, Probabilmente il mio corpo non più di certo aggraziato era percepito dai miei sensi in maniera diversa.
Possibile che fosse così anche per i suoi occhi?
 
«E’ lenta»
Non si spazientì, e l’incrocio degli sguardi e delle pelli lo fece sintonizzare esattamente nel mio punto di rottura.
Il mio respiro era sospeso, ed ebbe quasi un rantolo soffocato già dalle prime note.
Era lui.
«Questo andrà bene» sussurrò sedendosi mollemente sul divano.
Rispose solo il mio corpo, ribellandosi ed esplodendo alle note di Cocker. Un colpo basso, mi entrava nei pori come l’inchiostro nella carta assorbente.
Aprii l’armadio quasi imbambolata, ormai in preda del sogno che si stava materializzando nonostante me, e tirai fuori un vecchio cappello,  ogni nota mi lambiva i fianchi assolutamente incurante delle loro dimensioni.
 
Scatenata.
Non avrei potuto definirmi altrimenti.
L’iniziale ritrosia si era completamente sciolta e non so da dove zampillava una nuova me. Ero fatta di musica e sesso, nessun altro elemento era presente nel mio corpo, tutto il resto era precipitato non so come in un’altra galassia.
Sfrenata.
I sogni che si avverano forse lo sono sempre, probabilmente l’attesa non fa che amplificarli.
Tirai la prima calza come una fionda sul suo viso, e la seconda direttamente sul suo sesso che pulsava al di là di ogni mio sogno degli anni passati.
Rimasi sui tacchi a spillo a gambe nude, mentre facevo oscillare la gonna accarezzando la mia intimità con un ardire che mai avevo sperimentato. Che mi faceva quell’uomo?
Il fuoco danzava, non io, e un pezzo alla volta sciolsi ogni velo con una sensualità molto diversa da quella che avevo immaginato, l’ardore aveva preso il posto anche della stessa malizia e si era tramutato in erotismo allo stato puro, sembrava lo avessi fatto da sempre, forse qualche oscuro demone si era impossessato dei miei sogni più perversi.
John era abbagliato, la mia eccitazione portata all’estremo dallo sguardo di lui, tra le nostre pupille un filo così spesso da poterci camminare sopra.
Pazzi funamboli fuori di testa! Ballavo nuda nel gelo, solo una stufetta ad aria calda in una stanza enorme, ma le note frustavano i miei sensi come un gatto a nove code, e finalmente le sue mani si allungarono di colpo ad afferrarmi, in bilico tra piacere e tortura.
Avevo ormai solo il perizoma e una minuscola canottiera di pizzo, mi ero per un attimo fermata ma la musica era in loop e lo spettacolo doveva continuare.
Puoi lasciare il cappello, e lo avevo, un borsalino nero di panno trovato chissà dove, non avrei potuto non indossarlo.
Le mani fecero il resto, e la pelle, e i nostri sessi affondati di colpo l’uno nell’altro.
Musica sesso e noi, mischiati in un cocktail di furibonda e giocosa ingordigia, a divorarci affamati di tutto, il cappello per terra e un infinito ripetersi delle note di un film di tanti anni fa.
Ora il film ero io.
I sogni avevano lasciato il posto al divampare ansimante dei fuochi, e l’epicentro di me era scivolato di colpo in un vortice di appagante realtà.
Lo avevo fatto davvero... oh sì, lo avevo fatto, senza vergogna pudore o incertezze, solo con la gioia di darmi esaltarmi e donare.
Il pavimento freddo era un giaciglio perfetto per una sera fatta di contrasti così forti, il suo sesso nel mio come tante volte ma questa era davvero speciale, quella bocca caldissima a risucchiare i miei umori e divorare ogni cosa di me, quell’orgasmo così potente, così diverso ed esploso e il mio sesso gonfio fino a scoppiare, nella sua bocca o avvolgendo il suo corpo come una morsa di carne.
Non scorderò quella sera neppure tra un secolo.
In quell’attimo stesso ebbi la certezza che avrei potuto realizzare qualunque cosa avevo nella mia vita sognato, talvolta è sufficiente trovare un’anima che scruti la tua per aprirla del tutto, e il tempo che passa spesso è solo un alibi o una nostra noiosa manìa.
E per la cronaca, il cappello è ancora di là.

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