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in archivio dal 08 feb 2008

Lisa Pietrobon

04 novembre 1984, Castelfranco Veneto (TV)
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  • 06 maggio 2012 alle ore 23:41
    Annamaria

    Tutto è andato. Ma non io.
    Dici è male, tu
    che hai perso la memoria.
    Cosa parli, ancora?
    Non eravam felici. Io si.
    Hai proprio perso
    la memoria.

    Segni indelebili gli istanti
    che sapere non dovrei
    pensieri che non vorrei e
    risate, tante, tutte quante.
    Io ero felice.
    Solo… Lo sapevo
    non ci sarebbe stato il tempo
    si sarebbe alzato il vento
    spazzando via le giovinezze di me e te,
    giovinette, e di altri gaglioffoni. Sì,
    come polvere
    ramazzata fuori sulla strada.

    Io ero felice e ancora
    lo sono, e ancora lo so
    che passerà il vento,
    che spazzerà e ruberà
    lacrime e sorrisi che
    non porta via il tempo.

    Da dove vieni, nostalgia?
    Fuori tempo, su di giri
    ma mi guidi sempre a casa.
    Grazie.
    Dove vai tu?
    Con le tue scarpe rotte e la gonna
    da furlana. Vai, diritta, ma
    hai occhi vuoti, cara
    occhi di porcellana
    che non vedono un bel niente e scambi
    il riflesso del mondo
    per te stessa.
    Hai perso, hai dimenticato,
    sei partita senza me.

    Corri pure su quei campi, corri,
    ma hai sempre occhi
    di porcellana.

     
  • 07 marzo 2012 alle ore 12:32
    Elisio

    Estati andate in poche gocce
    di rimpianti. Storie dette dal fondo
    di un bicchiere. Mille occhi catturati
    di persone e bestie ma solo i tuoi
    ricordo. E le braccia e le gambe
    e la tua bocca e i cieli che ho visto
    solo con te sapevano di mare.

    Solo il mare sa riempire i miei vecchi occhi
    volti al sole, scottati di paura.
    Pietre siamesi fragili e piene.
    Che cosa aspetto?

    Solo la terra può riempire queste mani
    non fiori o lacrime o bottiglie.
    Solo terra per pulire, generare
    amare. Il tuo pensiero
    scioglie i miei passi sempre
    meno fieri, ancora più stanchi.

    Sulle onde di burrasca ho lasciato la mia pena
    e il bacio del sole odora di qualcuno
    che non conosco più. Quel cielo
    di tempesta ha vinto ed io aspetto
    che venga di nuovo per perdere
    ancora una volta.

     
  • 25 marzo 2009
    Mercenario

    T'odo vagar sereno
    tra i pensieri miei in burrasca;
    s'ammansisce il palpitar feroce,
    la notte stende la sua intima veste.

    Fiuto i tuoi passi aggirarsi
    sicuri, lesti, natii gesti.
    Come mare ti accolsi, e tu, vento
    nel profondo mi spezzasti.

    La tua visita è inganno, ferita,
    peste. Mercenario viaggiatore
    soddisfatto dal sogno, appagato
    dal desiderio in ogni veste;
    Morfeo, atteso compagno d'inarrivabil gesta.

     
  • 23 settembre 2008
    L'affanno

    Il giorno recidivo procede(va)
    urlante nel muto desiderio
    del sole. Questo, all'orizzonte
    si spegne(va) piano

     
  • E' triste la nebbia.
    Sul far della sera,
    sembra tutto racchiuso dentro una sfera.

     

    I braccianti si ritirano dai campi
    a capo chino, stanchi.
    Le donne cominciano a preparare la cena.
    I bimbi, terminano le loro lezioni . I vecchi,
    dondolano su qualche sedia scricchiolante.

     

    Ognuno fa quel che deve,
    lo fa.
    Solo io me ne sto sull'albero di fichi
    a cogliere i frutti.

     
  • 15 febbraio 2008
    Amaromare

    Imperturbabile, rincorre la vita
    come fine di ogni gioco.
    Lamento, scrosciante, in fuga.

     
  • 15 febbraio 2008
    Odissea, 2005

    Schegge e sole...
    a trafiggere pelle indurita
    dai mari.


    Supplice di una terra,vaga,
    l'anima errante;
    consumato Odisseo,
    sradicato viandante ramingo.

     
  • Maledetto assemblaggio di carni palpitanti,
    croce dello spirito e dell’esistenza
    che ci traghetti verso la perdita e la perdizione,
    che ci illudi e ci trattieni,
    che ci sfiati e ci servi,
    taci!

     

    A fatica ho saputo cos’ero poiché
    sempre te vidi,
    con timore respirai la libertà
    serrata nelle prigioni della tua materia, ma
    mai,
    mai temetti le tenebre
    giacché incontrai prima il profondo
    della mia anima.

     
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  • Come comincia: Questo venerdì sera ho una cena di lavoro. Odio queste liturgie post moderne in cui il poveraccio di turno viene abbindolato dopo essere stato preso per la gola con squisitezza culinarie, ma devo farlo.
    Si tratta di chiudere una trattativa, così da poter aprire un cantiere per la costruzione di sei palazzine  in un’area periferica della città. Già. È questo il mio lavoro. Faccio l’impresario. Costruisco. E poi vendo.
    Ho iniziato come geometra, poco dopo avere finito di studiare, schifando quello che facevo e le persone che mi circondavano, aspettando il momento giusto per cambiare aria e giurando che mai, mai sarei finito come loro. Sicuro, mai come loro.
    Invece. La famiglia. I figli. I soldi. Tutto il mondo si è preso gioco di me, così anch’io ho giocato, come i bimbi con i Lego, poggiando mattoni su mattoni, sapendo benissimo che non serviva a niente, sapendo benissimo che ogni edificio che costruivo era un altro traguardo del potere, sapendo benissimo che ogni gettata di cemento su di una terra era allontanarmi di un passo alla volta da me stesso.
    Poi, un giorno, non ci ho pensato più. La famiglia. I figli. I soldi. Mi è sembrato che tutto quello di cui avevo bisogno, che la felicità, stava dalla parte in cui mi ero messo. Che dipendeva da me e dal mio lavoro. Nulla più di questo. Non ho mai accettato le etichette della nuova classe dirigente, del benessere figlio degli anni ’80. Mi sono imborghesito nella forma ma non nella sostanza, anche se non mi sono mai concesso di andare oltre a questo piccolo baluardo di quello che rimane dell’orgoglio, perché, sapevo che al di là c’era l’abisso della mia intelligenza e non mi sarei potuto permettere di cadervi a picco. Allora non mi fermo mai a riflettere, il mio mestiere è lavorare, lavorare, lavorare, senza guardarmi indietro, senza avere paura, cercando di non cadere mai in nessuna trappola che metta a rischio i frutti di più di trent’anni di fatica. L’intelligenza è una trappola, la coscienza è una trappola e forse tutte e due assieme sono un marchingegno mortale per il millenario processo di evoluzione della specie umana. Così, finisce che mi fermo sempre sulla soglia dei miei pensieri. Senza coscienza. Con poco intelligenza e riversata in strategie imprenditoriali, e capita anche che mi senta felice qualche volta.
    Non so cosa mi prende e perché mi sto concentrando su questo. Talvolta sono estremamente lucido, tanto da spaventarmene. Sicuramente è perché oggi è venerdì, un giorno che detesto. Per di più devo concludere un affare e mi scoccia non poco: mio padre e il padre di mio padre mi hanno inculcato che non si comincia mai nulla di venerdì, che porta male, ma non ho alternative e, in fondo, non sono mai stato superstizioso e ho sempre creduto che non fosse saggio lasciarsi condizionare da queste medievali credenze popolari.

     

    ***

    Imbocco con l’automobile il vialetto del luogo in cui sono stato invitato e noto una bella villa tra gli alberi, è una vecchia casa padronale di campagna recentemente ristrutturata, uno di quei luoghi in cui la gente con i soldi può compiacersi della propria posizione sociale che gli consente di non doversi mischiare alle persone normali, in un comune venerdì sera, in un volgarissimo ristorante.
    Mi aspettavo una cena formale ma noto, con un misto di piacere e disgusto, che si tratta di un ricevimento, certamente per una qualche ricorrenza di cui io non sono stato informato, al quale sono stato invitato esclusivamente per sbrigare alla svelta delle fastidiose pratiche lavorative. Meglio. Almeno potrò coltivare la mia voglia di solitudine confondendomi tra gli ospiti, girovagando tra i bicchieri e i vassoi, fingendo di essere perfettamente a mio agio e sorridendo, di tanto in tanto, a qualche signora e a noiosi conoscenti con cui scambierò brevi convenevoli.
    Negli affari il mio modo di essere ha funzionato sempre alla grande, probabilmente perché le persone con cui tratto hanno creduto che fosse tutta una tecnica mirata a darmi un contegno che incutesse soggezione e suscitasse rispetto e fiducia, ma la realtà è che sono sempre stato per i fatti miei perché non sopporto le ritualità di questa classe borghese putrida fino all’osso ma luccicante e perfetta nel presentarsi in società. Come una Napoli ripulita della monnezza in occasione del turismo estivo.
    Non li ho mai sopportati, anche se pare mi sia unito a loro.

    Tra il buffet dei secondi e quello dei dolci mi apparto in una piccola sala con il mio futuro socio e col notaio, dove, in pochi minuti, sbrighiamo gli impicci di lavoro. Firmo un pacchettino di carte, un poche le firma lui e brindiamo alla nascita del nuovo complesso residenziale.
    Mentre l’altro sorride nell’avvicinarmi il bicchiere per il brindisi penso che sono sempre più stanco dell’iconografia della ricchezza.
    Nemmeno il tempo di sorseggiare il vino e una ragazzina, senza preavviso, apre la porta dello studiolo rivolgendo poche parole al mio nuovo affiliato, suo padre, che si affretta ad allontanarsi in direzione del buffet dove è richiesta la sua presenza ma non prima di avermi indicato con l’indice della mano libera dal prosecco, invitando la figlia ad intrattenersi con me.
    “Avrai sicuramente un sacco di cose di cui parlare con questo signore, sai, è stato ad uno di quei concerti lì, roba da hippie, Woodcock… Woodroof…, vero?”, balbetta incerto e sollecito.
    Sento che la mia faccia si sta contraendo in una smorfia pietosa mescolata ad assenso mentre mi accorgo che la ragazzina prende ad osservarmi come fossi una bestia rara.
    “Woodstock, papà. Si dice Woodstock”, lo sguardo rassegnato mentre biascica poche parole in direzione del padre già oltre la soglia.
    “Eccola” penso io “un’altra ragazzina ricca che non sa come vivere i soldi e riversa tutta la sua passione sugli anni ’70 che, in fin dei conti, le permettono di essere fricchettona e, allo stesso tempo, mantenere tutti i suoi fottuti soldi in tasca”. Questo penso, e non so se ridere o avere lo scoramento.
    Me la ritrovo davanti con gli occhi sgranati. Mi fissa ancora come fossi una bestia rara. Avrà avuto si e no diciott’anni. Era carina. Non so come non l’avessi notata, così stravagante, variopinta e disinvolta, ci sembrava veramente uscita da un qualche giornale sbiadito dell’epoca. In mezzo a quell’ammasso di carne, siliconata e modaiola, che sono gli invitati dell’altra sala, in effetti, era difficile non notarla. Ghigno, tra me e me, al pensiero delle frasi scambiate sottovoce tra le dame della nuova imprenditoria “Guarda che stracciona! Con tutti i soldi che ha pare una zingara”, “Fosse mia figlia le svuoterei l’armadio mentre dorme e darei tutto alla Caritas!”, “Buona famiglia o no sono sicura che è uno di quei drogati del parco!” e potrei continuare ad elencare malignità. Sono solo supposizioni , certo, ma dubito che il livello discorsivo ai tavoli possa essere molto più elevato. E quale pretesto migliore di una ricca ragazzina hippie per sputare sentenze senza correre rischi? Certe cose non cambiano mai.
    Anch’io di primo acchito sono stato malevolo quando in verità, questo caleidoscopio che ho di fronte, mi ispira anche simpatia.
    “Veramente? Veramente è stato a Woodstock?” mi chiede ansiosa di essere illuminata.
    “Si. No. Cioè, non a Woodstock, a Monterrey…”
    “Sta in Messico, vero? Lo conosco. ’67?”, mi interrompe.
    “Già. ‘67”.
    Lei, espressione d’attesa.
    Anch’io, espressione d’attesa.
    “Bhè, non mi racconta niente? È stato un festival pazzesco, il primo di tutti i festival, c’hanno suonato tutti…”
    “Si, infatti, li ho visti tutti i concerti. Tre giorni indimenticabili”.
    Continua a guardandomi aspettando qualcosa da me.
    Ricambio lo sguardo.
    “Io darei qualsiasi cosa per tornare indietro a quegli anni per un solo giorno, e neanche ero nata, e ora, lei, che c’era ed ora è qui con me, non mi dice niente?”, sbotta la diciottenne spazientita.”
    “È che… è stato così tanto tempo fa, l’hai detto, non eri ancora nata!”.
    “Si è drogato vero?” mi sorride indagatrice.
    Sorrido pure io.
    “Lei non mi sembra per niente uno che è stato hippie. Uno che ha fatto il ’68. Si, insomma… la  vedo in forma e non mi aspettavo che fosse così uno che ha vissuto tutti quegli eccessi”. Si accorge subito che è stata troppo diretta, arrossisce, ma io, nonostante l’atteggiamento riservato, non sono uno che se la prende facilmente o che bada troppo a questioni formali.
    “Grazie” rispondo “anche se non sono sicuro che, il tuo, volesse essere un complimento”.
    “Io devo sapere”, ribatte lei sgranando gli occhi.
    “Tutto era come era realmente e niente era realmente come sembrava” l’apostrofo secco prima di andarmene.
    “Ma come?” ribadisce per l’ultima volta.
    “Mi dispiace molto ma devo proprio andare” balbetto mentre sento delle scosse che mi trafiggono il petto e mi costringono a fermarmi. “Ci saranno altre occasioni per incontrarsi e ti prometto che la prossima volta ti racconterò dei concerti. Ah, bella la tua gonna”, mi complimento con questa ragazzina estrosa e curiosa prima di uscire, alludendo alla sottana ricamata di rosso e oro, in vero stile hippie.
    “L’ho trovata in un mercatino di Londra. Magari era di qualcuna che stava a Monterrey!” dice guardandomi divertita.
    “Magari!”. Stringo la maniglia ed esco dalla stanza. Saluto velocemente gli ospiti  e me ne vado.
    Una volta salito in macchina, nell’abitacolo, mi sento finalmente protetto, al riparo dalla sensazione opprimente che iniziavo ad avvertire già dall’ultima conversazione.
    Non l’avevo percepito ma ora mi sento scosso dall’ansia e mi accorgo di non riuscire a liberarmene.
    Respiro profondamente, accasciato sul sedile con gli occhi chiusi e dopo un paio di minuti sono di nuovo a posto. Compiaciuto, quasi mi complimento con me stesso per la puntualità con cui si è manifestato l’improvviso malore fornendomi così l’occasione per svignarmela in fretta dal ballo mascherato della celebrità.
    Giro la chiave, metto in moto, imbocco nuovamente, ma in senso inverso, il vialetto d’ingresso alla villa e mi dirigo verso casa dove mi attende tutto quello che mi mette tranquillo e mi renderà libero dalle riflessioni di questa serata, quello che mi accoglie e mi completa, tutto ciò che mi fa sentire protetto.
    Accendo lo stereo. My Generation. The Who.

    Il vortice della memoria si apre sotto i miei piedi e come un baratro inghiotte me con tutto ciò che mi circonda, mi trascina nei meandri sperduti e dimenticati della mente, scuotendomi ma avvolgendomi caldamente, rassicurandomi, facendomi sentire in un posto sicuro come solo i ricordi possono essere.
    Ho in testa immagini confuse di quegli anni, flash e spezzoni, sensazioni, parvenze, fotogrammi. Mentirei se affermassi di averli impressi chiaramente. Certamente stanno lì, nelle fondamenta della mia intimità ma la mente è traditrice e quel periodo è stato troppo intenso e pieno e vivo e vero e veloce, ma anche troppo sperimentale e nuovo e psichedelico e inafferrabile e, persino lento a volte, per poterne conservare una percezione esatta. Nessuno può avere questa presunzione nei confronti della propria memoria e a maggior ragione se la memoria deve scavare tra macerie che probabilmente non sono mai state niente di integro.
    “Se qualcuno ricorda gli anni ’70 è perché non c’era”. Sono pienamente d’accordo. E chi c’era era impegnato a cercare di riordinare tutto per potergli dare una forma. Impossibile. Non solo perché qualsiasi tipo di droga circolava abbondantemente e con facilità ma anche perché la gente è stata investita da una quantità di stimoli inimmaginabile. Per quanto i benpensanti si ostinino, con una benda sugli occhi, a non volerlo riconoscere, in un ventennio si è cambiato il mondo, s’è vestito a nuovo e s’è mostrato, come mai prima, in quella veste ammaliatrice e affascinante che a noi oggi sembra normale ma che ha scombinato chi, fino a poco prima, era costretto dentro a schemi che si ripetevano, vecchi e ciechi, da troppi decenni.
    Siamo stati liberi. Così tanto da averne addirittura perso il senso.
    Abbiamo fatto la rivoluzione. Così profondamente da arrivare a ripudiarla.
    Abbiamo fatto l’amore. Per la prima volta e con chi ci pareva a noi.
    Abbiamo avuto il rock’n’roll e qui non c’è nient’altro da aggiungere. Il rock’n’roll.
    Non voglio dire della politica, sarebbe spegnere la magia riducendola a schieramenti opposti. Certo che c’appassionava! Amavamo essere politici ma questo, checche se ne dica, non c’entra nulla con la libertà. La libertà, cos’è, l’ho già chiarito. Più il rock’n’roll, certo.

    Un ragazzo di colore vestito in maniera sgargiante, con una fascia sulla fronte e tanti capelli sta facendo con la chitarra cose che non ho mai, mai, mai sentito.
    Ora la stende sul palco e ci si inginocchia davanti. Sembra la stia scopando, la chitarra. Sta scopando con la chitarra!
    Tira fuori da una tasca dei fiammiferi e le da fuoco alimentandolo con della benzina. Poi la prende e inizia a sbatterla a terra fino a romperla.
    Non ho mai visto ne sentito nulla del genere. Mi sa che anche questo è rock’n’roll.

    Ho succhiato la vita fino al midollo e poi l’ho risputata, stanco e provato. Provato e stanco dall’aver vissuto così tanto e intensamente. Forse è per questo che ora la mia vita, se posso definirla tale, è tanto piatta e borghese. O forse no.
    Non ne parlo mai. Non ci penso, nemmeno. Magari perché tutti quei “quand’ero…”, “ai miei tempi…”, “quando facevo…” mi sbattono addosso la mia vecchiaia e, dal momento che è tutto talmente bello e confuso, nei miei ricordi, non ho intenzione di riordinarlo e analizzarlo. Mi sembra tutto tanto distante, eppure così vivo, dentro di me, talmente fondamentale… Come ho fatto a seppellirlo?
    La verità è che non ne parlo mai, non ci penso, nemmeno, per non concedermi di guardare indietro, se lo facessi dovrei prendere gli ultimi trentacinque anni, gettarli nel cesso e scappare, scappare lontano, lontano, lontanissimo, senza mai voltarmi.
    Non ne parlo mai e non ci penso, nemmeno, perché altrimenti dovrei scontrarmi con il fallimento che sono, di quello delle mie idee, dei miei sogni e più in generale del fallimento del mondo intero.
    Eccomi. Sono caduto nella trappola della memoria. Nella trappola dell’età. Nel tranello del ricordare.
    Quegli anni sono come un sogno in cui però io c’ero e voglio conservarli nella mente come tali. Sono stato già disilluso abbastanza da quello che è venuto dopo. Probabilmente è sempre stata questa, anche allora, la realtà che vedo oggi, il modo di funzionare dei meccanismi umani, economici e sociali. Probabilmente è sempre stato un mondo triste. Gli anni ’60 e ’70 sono stati una parentesi colorata, piena di idee e pace e fumo e fiori e di rock’n’roll, certo, per pochi privilegiati casualmente nati sotto giusta congiuntura. Una parentesi. Una sporcheria. Gli anni ’60 e ’70 sono stati una sporcheria. Però meravigliosa. E dato che, nonostante il vintage, non ne è rimasto nulla, quello che ho lo custodisco, geloso e fiero, per non dimenticarlo mai. Anche se non ne parlo mai e non ci penso, nemmeno.

    Una ragazza si avvicina ridente e mi fa scivolare in mano un quadratino colorato. Dice “Prendi, è la chiave del paradiso”.
    Mi metto il quadretto sotto la lingua e lo lascio sciogliere.
    È bellissimo.
    Gli occhi suoi, gli occhi del paradiso non li ho scordati più.

    Incrocio. Semaforo rosso. Sono costretto a fermarmi e il flusso dei ricordi si interrompe riportandomi, prepotentemente, allo stato di coscienza vigile.
    Ho percorso già più di metà tragitto ed entro una decina di minuti potrei essere a casa. Non mi va di andarci subito pertanto decido di non fare la solita strada ma di prendermela comoda, di allungare il percorso in modo da stare ancora un poco con i miei pensieri, oggi, che li ho ritrovati, faccio fatica a staccarmene. Già.
    Non ne parlo mai. Non ci penso, nemmeno, perché sono una trappola. Già. È che oggi devo sentirmi vivo e voglio immergermi nel pozzo della memoria.
    Già.
    Verde.

    Quella notte l’ho impressa a vuole. Nella mia testa vuole dire maturità. Libertà. Vita. Avevo diciannove anni ed erano afose giornate di inizio estate. Avevo lasciato da poco, e con disappunto dei miei genitori, un lavoro ingrato ma avevo dei risparmi, così raccattai i miei due soldi e le quattro cose che mi sarebbero potute servire e me ne andai senza preavviso.
    Due amici, curiosi e irresponsabili quanto me mi attendevano sotto casa a bordo di uno scassato furgoncino che a vederlo non gli si davano due lire ma che, invece, ci ha portato in capo al mondo.
    Non c’era ancora stato niente di quella rivoluzione di cui tutti mormoravano a mezza voce o che sbandieravano nelle piazze ma si captava perennemente un fermento nell’aria di qualcosa che doveva accadere. Si era inevitabilmente in odore di ribellione, di cambiamento, di libertà ed io non ne ero certo rimasto immune. Tutto dentro me si scontrava ferocemente con quello che stava fuori e mi sentivo montare dentro la rabbia, la necessità di giustizia, la consapevolezza di poter modificare ciò che non mi piaceva e ciò che non potevo giustificare.
    L’estate più grandiosa di ogni tempo. 1967.
    In qualche modo – credo che usare la parola rocambolesco potrebbe illustrare bene la situazione- riuscimmo ad arrivare negli Stati Uniti. Percorremmo chilometri di strade immerse nel nulla, strisce di terra che non si capiva da dove iniziassero e dove finissime. Non si capiva se sarebbe realmente potute finire. Strade impolverate che sapevano di ricchezza e di saggia irresponsabilità. E poi arrivammo in Messico. Il Messico… e chi se l’immaginava che da un paesino di provincia della bassa veneta mi sarei trovato all’altro capo del mondo?
    Al festival ci siamo stati per puro caso, come se la strada ci avesse portato lì e proprio lì. Nessuno di noi sapeva neanche che cos’era un festival, non ne erano mai esistiti prima. Migliaia di persone, di giovani, riversati su un prato ad ascoltare della musica, la loro musica. Woodstock è venuto dopo, tutto è venuto dopo. Tre giorni. Monterrey. Io c’ero. Ed entrando da quei cancelli ho creduto di entrare un poco anche nella storia.

    Un graffio sulla schiena. Sì, è così. Sembra una tipa schiva e timida nonostante i pantaloni a zampa dorati la facciano luccicare. Sembra una ragazza timida, e invece, quando apre bocca ci graffia lungo la schiena facendoci venire i brividi.
    Strisciando, come un blues.
    Non ho mai sentito un dolore più straziante.
    Mi hanno detto che si chiama Janis Joplin.

    Abbiamo perso la verità dopo allora, ne sono certo. Io stesso l’ho persa e per avere il coraggio di guardarmi allo specchio tutte le mattine devo fare finta che, prima di queste maledette palazzine che costruisco, in me, non ci sia stato nient’altro. Solo per avere il coraggio di esistere. Per avere il coraggio di esistere devo fingere di non essere esistito mai.
    Mi da il vomito il mondo in cui vivo: mi ha abbracciato stretto, mi ha sedotto, mi ha illuso e poi mi ha sputato fuori. Mi ha spiegato che cos’è la libertà e poi se l’è ripresa un tanto ogni giorno senza che nemmeno me n’accorgessi. Il mondo mi ha dato grinta e gli strumenti per combatterlo e per fare valere la giustizia  e poi si è ritirato dal terreno di scontro. Mi ha insegnato ad amare e poi si è dimenticato di continuare le lezioni con le generazioni successive. Il mondo mi ha plasmato e poi non mi ha voluto più. Ho avuto il rock’n’roll, e quello, da lì dentro le viscere dove s’è sistemato, chi lo leva più?
    Temo che queste siano solo le conclusioni tardive di un uomo che si trova, ormai, alle porte della vecchiaia senza avere fatto i conti con quello che è stato.
    La verità è che se siamo a questo punto è solo colpa nostra, di noi, che c’eravamo, che diciamo di averci creduto e di essere stati disillusi da pretese troppo al di là del reale ma sappiamo benissimo che non è questo. È che ad un certo punto ci siamo stufati di crederci, tutto qui.
    O forse è solo la vita che si prende il meglio e restituisce solo quello che sappiamo cogliere tra una piega e l’altra. Ed io credo di aver saputo cogliere poco.
    Avrei potuto essere molto di più.

    People try to put us down, just because we get around.
    Things they look awful cold, I hope I die before I get old.
    This is my generation.

    Sono stanco.
    Penso a mio padre. A quanto poco abbia realmente capito di me in tutti quegli anni passati a farci la guerra. Penso a quanto si sia spaccato la schiena, in fabbrica, per permettere a me e ai miei fratelli di studiare e di avere delle opportunità migliori di quelle che ha avuto lui e a quanto, nonostante l’amore, siamo stati distanti, a quante incomprensioni non sono state risolte e a quanto tardi sia ora, anche solo per avere dei rimpianti. Penso a quanto sono diventato simile a lui malgrado l’unico saldo proposito della mia vita fosse non esserlo mai. Mai. Già. Quante volte ho detto mai.
    Penso a tutte le volte avrei voluto fosse fiero di me e delle poche cose che la mia giovinezza aveva da offrire senza riuscirci mai. Ora lo sarebbe, ora si. Sono infelice, ma rispettabile.
    Mi si parano minacciose, davanti agli occhi, le immagini dei miei due figli. Cosa sono io per loro? Cosa ho fatto io per loro? Mi assale la paura di non avere dato abbastanza amore, di non averli capiti, di essermi concentrato solo sulla mia non-esistenza, su quella illusione borghese del benessere che poi non è altro che il nulla travestito da denaro. Ho paura di essere per loro quello che mio padre è stato per me. Credendo di insegnar loro come si fa a vivere non ho fatto altro che fortificare le mura che mi asserragliano da troppi anni. Ho creduto di far loro del bene, dandogli quello che mi hanno insegnato essere importante ma mi sono dimenticato quali sono le cose che io ho imparato essere importanti. Ho paura di avergli dato tutto quello contro cui ho lottato. Non può bastare. Ho sbagliato tutto.
    Ho perso tutto, eppure avevo così tanto. Ho perso, e ora che me ne sono accorto mi rendo conto di avere tra le mani solo detriti.
    Sono il re del monopoli.
    Non sono nemmeno l’ombra dell’uomo che sarei potuto essere.
    Dov’è finito il coraggio? Quand’è finita la vita? Dov’è il rock’n’roll? Io voglio tutto. Me lo voglio riprendere.

    Era questo quello che volevi sapere, ragazzina?

    I pensieri mi attraversano il cervello velocemente, scappano alcuni, ma quando imbocco la strada di casa svaniscono e quasi subito ricomincio ad avvertire l’ansia fastidiosa che s’era impadronita di me al ricevimento e che sta facendo accelerare i battiti del cuore.
    Riesco a parcheggiare ma, questa volta, per riprendermi, mi ci vogliono quindici minuti buoni. Sento delle fitte al torace e alle braccia. Questa volta è stato peggiore di prima ma superata la difficoltà mi scordo rapidamente del male e mi avvio verso il portone dove infilo la chiave, entro, bevo un bicchiere d’acqua in cucina e salgo le scale verso la camera da letto.
    Devo andare al bagno e cerco di fare piano per non svegliare mia moglie che dorme beata sicuramente da molto. Mia moglie. L’unico  amore della mia vita, una delle mie poche certezze, a dispetto di ogni povero clichè contemporaneo.
    Infilatomi sotto le coperte mi avvicino al suo corpo che mi infonde un piacevole calore che sa odore di sonno e la sicurezza di essere, finalmente, salvo da tutti i miei demoni, al mio posto. A casa.
    Scivolo rapidamente nel sonno, dimentico dei dispiaceri, delle preoccupazioni e delle paure, cullato dalle immagini di una giovinezza che ho tentato di reprimere ma che, malgrado tutto, continua a infiammarmi l’anima.

    ***

    Alle 04:26 del mattino arriva l’ambulanza chiamata da mia moglie che al telefono ha detto di avere sentito i miei lamenti e movimenti agitati. Arrivano anche i miei figli che rientrano dalla serata e si preoccupano molto nel ritrovarsi dinnanzi lo spettacolo del loro padre in pericolo di vita.
    Mi trasportano all’ospedale e in un paio d’ore riescono a riportare i miei valori nella norma.
    Sono disteso in uno scomodo letto di degenza con la maschera per l’ossigeno e una flebo attaccata al braccio sinistro.
    Infarto.
    Sapevo che mi avresti fatto visita prima o poi, vecchio bastardo.
    Ho 60 anni.
    Dovranno decidere se operarmi o meno e i medici mi intimano di tenere uno stile di vita più disteso e rilassato. Di prendere una pausa dal lavoro, magari.
    I miei famigliari dicono che è un periodo di forte stress per me e che può essere la causa del malore, ma io so che non è questo.
    So io cos’è stato.
    I dottori mi prescrivono riposo e si raccomandano che faccia attenzione alla mai salute ma non ho intenzione di dar loro retta.
    Non mi sento così bene da tanti anni.
    Io lo so cos’è successo. So cosa devo fare.
    Devo ricordarmi come si fa a vivere e ricominciare a farlo, e dopo questa notte non credo ci metterò molto a rinfrescarmi la memoria. Mi guarderò allo specchio e finalmente ritroverò  quello che credevo di avere perso. Potrò darmi alle persone che mi amano.
    Sono libero. Libero dalla schiavitù che avevo imposto alla mia coscienza
    Questa notte sono nato, di nuovo.
    Non potevo chiedere di meglio.
    Rock’n’roll.

     

     

     
  • Come comincia: Ricordi?
    Quand’eravamo ragazzi, a volte, prendevamo la bici, la domenica pomeriggio, e andavamo a infilarci su per ripide stradine di montagna in cerca del posto perfetto da cui guardare il panorama della valle senza trovarlo mai. Ci fermavamo ad un certo punto della nostra “biciclettata” vinti dal caldo e dalla fatica e tu dicevi “Facciamo una pausa”. Tiravi fuori dalle tasche un pezzo di fumo e con l’accendino davi inizio alla scrematura, poi, con mani sapienti, ribaltavi il tutto in una Smoking Gold farcita con la mista e il filtro che, nel frattempo, io preparavo. Tu mi mostravi ammirato un panorama che non c’era ma che a noi, ugualmente, sembrava bellissimo, vuoi per la stanchezza, vuoi per l’immaginazione che andava a rimpiazzare l’effettiva mancanza di un belvedere, vuoi per l’hascisc che, volenti o nolenti, non tardava a fare il suo effetto e a rapire, a piccole dosi, le nostre menti.
    Ricordi, vero? Sono certo di si.
    Ci sono state milioni di volte in cui il tuo sguardo si soffermava fisso su qualcosa e io ero convinto di leggervi i tuoi pensieri, chiari come in un foglio di carta scritto in stampatello a caratteri grandi.
    Quelle volte che tu, d’estate, arrivavi sotto casa mia e sghignandoti, mi mostravi l’alone di sudore di sudore sotto l’ascella, testimone di una giornata di fatica, fiero come il guerriero che porta al villaggio gli scalpi dei nemici. Quelle volte eri il migliore.
    Io ricordo anche di quando ti alzavi e prendevi a cantare dimenandoti nel mezzo dei nostri amici senza metterci molto a contagiarli con la tua dilagante allegria. Trascinavi le persone attorno a te nella spirale psichedelica e affascinante dei tuoi pensieri senza nemmeno immaginare il fascino che esercitavi.
    Sono sicuro che anche tu te le ricordi queste cose.
    Ricordo così tanto di te, di noi, che potrei riempire un libro con le tue storie.
     
    Quand’ero più giovane ogni tanto prendevo la bici e venivo a trovarti, sfidando il sole cocente d’agosto o le intemperie invernali, macinando i tre o quattro chilometri che ci separavano.
    Avevo sempre molta voglia di stare assieme e raccontarti qualcosa anche se non potevi rispondere.
    Lasciavo la bicicletta fuori dal cancello e mi avviavo verso il tuo posto, mi sedevo lì accanto e tra una sigaretta e l’altra, una birra e l’altra e talvolta anche tra una canna e l’altra, stavo a farti compagnia per qualche ora. Quasi sempre facevo scivolare qualche foglio di carta con scritti alcuni pensieri nel vaso accanto ai fiori e mi sentivo un po’ meglio allontanandomi per  tornare a casa.
    Presa la bici e iniziata la pedalata una canzone mi martellava la testa e rimbalzava da una parte all’altra del cervello, inghiottendomi. Sempre. Ogni volta che me ne andavo da te.
    So, so you think you can tell Heaven from Hell, blue skies from pain. Can you tell a green field from a cold steel rail? A smile from a veil?
    Do you think you can tell? And did they get you trade your heroes for ghosts?
    Hot ashes for trees? Hot air for a cool breeze?
    Cold comfort for change? And did you exchange
    a walk on part in the war for a lead role in a cage? How I wish, how I wish you were here. We're just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year,
    running over the same old ground. What have we found? The same old fears,
    wish you were here.
    Questi versi mi martellavano il cervello e mi rendevano faticosa la pedalata. Le lacrime mi toglievano la vista e la lucidità e il respiro si faceva affannoso.
    E’ che tu questo non te lo puoi ricordare. Non lo puoi ricordare perché te ne eri già andato. Questo non lo sai. Tu non la conoscevi nemmeno la strada che facevo per venirti a trovare. Non la conoscevi nemmeno la strada per il camposanto.

     
  • Come comincia: Da ragazza ebbi qualche problema nell’adattarmi al resto del mondo. Non amavo passare il mio tempo in compagnia e quando ero sola non sapevo come impiegarlo, così capitava che stessi per ore seduta in divano o distesa sul mio letto a fissare il vuoto e a non pensare a niente. Non amavo la compagnia e non concepivo un modello di vita sociale e comunitaria.
    L’isolarmi non era dettato da esigenza di solitudine, da disagi particolari o da una forma di ribellione e affermazione di sé silenziosa e assente. Io, semplicemente, non avevo pensieri e non avevo interessi, non me ne fregava niente di niente. L’unica azione che compivo direttamente era non provare nulla.
    Io ero niente e fui niente per molto tempo, fino a che mia madre non iniziò a preoccuparsi seriamente per me.
    Nell’estate dei miei quindici anni, una mattina di giugno fui colta di sorpresa, cosa che non mi era mai successa, dalle parole secche di mamma “Lidia, la fioraia, ha bisogno di una mano per questi mesi e, visto che ormai sei grande e in questo periodo non devi andare a scuola, le ho detto che saresti felice di lavorare con lei. Inizi lunedì”.
    Non ribattei, come al solito, perché non ero abituata a farlo, ma ero sconcertata e preoccupata all’idea di dover lavorare. Decisi che non avrei fatto storie, avrei cominciato e dopo un paio di giorni avrei trovato un modo per dileguarmi e tornare alla nullità cui ero abituata.
    In famiglia non c’erano assolutamente problemi economici, sono figlia unica, e l’attività di papà, avvocato penalista, ci faceva stare bene. Non avevo bisogno di lavorare, quindi doveva esserci qualcosa sotto a questa sparata di mamma.
    Che fossi una ragazza dal carattere insolito non l’ho nascosto. Non avevo amici o amiche e non ne volevo ma ho tralasciato che pure il mio aspetto fisico era particolare: alta, molto sgraziata e molto magra, tanto che non avevo ancora avuto il menarca. Non che fossi anoressica o cose del genere ma mangiavo come un uccellino, quel poco per tenermi in vita, perché non trovavo alcun piacere nel cibo e, ora, azzarderei dire, nemmeno nella vita.
    Mamma era in pena per me e credette che la trovata del lavoro potesse dare una scossa alla propensione verso il nulla che mi stava inghiottendo.
    Il lunedì seguente, il mio primo giorno di lavoro, fu terribile. Fai questo, fai quello, sposta questo, porta quello, parla con questo e quello. Credevo di impazzire. Parlare con la gente? Io? Cercai di mettere subito le cose in chiaro con Lidia: non avevo nessuna intenzione di lavorare a contatto con il pubblico e se proprio aveva bisogno di me sarei rimasta volentieri nel retrobottega a sistemare i fiori e a creare qualche composizione anche se la mia esperienza non era ancora sufficiente. Lei passò sopra al tono un poco arrogante che avevo usato dimostrando una grande comprensione per il mio disagio e disse che andava bene. Non avevo abbandonato i propositi di svignarmela alla prima occasione ma Lidia era stata così gentile che non ebbi il coraggio di insistere con la tracotanza e andarmene.
    Trascorsero un paio di settimane ma la situazione non si sbloccava, nonostante fosse estate e la gente fosse in vacanza, lavoro ce n’era in abbondanza e io dovevo svolgere le mie mansioni con cura in modo che Lidia non facesse brutta figura con le clienti abituali che le commissionavano le composizioni floreali.
    A me non fregava niente di niente, non avevo alcun pensiero. Cominciavo ad odiare questo posto che mi costringeva, seppur minimamente, a relazioni sociali, a imparare qualcosa e a dovermene interessare. Mi obbligava a pensare e io non volevo.
    Quello che però mi teneva lì erano i fiori. Non li avevo mai considerati prima di allora, come tutto quello che mi circondava del resto, ma mi resi conto fin da subito che erano in grado di esercitare su di me un grande potere. Le prime mattine non riuscivo a sopportare l’odore acre che mi riempiva le narici e si spandeva ben oltre la soglia della fioreria dove ogni giorno mi recavo puntuale, alle nove precise, nonostante continuassi a tenere a mente i progetti di fuga. Mano a mano però che i giorni passavano e che abituavo i sensi ai nuovi sentori, la diffidenza iniziale verso le piante lasciava il passo ad una più benevola considerazione della natura e dei suoi frutti e più passava il tempo più mi sentivo a mio agio e rilassata.
    Chi non è avvezzo all’esercizio della mente si ritrova spesso a decifrare ciò che lo circonda con strumenti rozzi e talvolta capita che non riesca ad andare molto oltre i primordi del ragionamento. Per me era così. Io non sapevo come si faceva, non mi fregava niente di niente ma era più forte dato che inaspettatamente, alcune volte, mentre lavoravo, mi scoprivo a riflettere su questi fiori che in fondo in fondo non mi dispiacevano ma, anzi, mi affascinavano.
    Succedevano quindi, in quel periodo, due o tre cose, in me, che non avevo mai provato prima: pensavo e qualcosa mi piaceva, aveva catturato i miei sensi atrofizzati. Emozioni e sensazioni che mi erano completamente estranee.
    Il tempo quell’estate fu per gran parte della stagione piovoso, non troppo da rovinare la fioritura ma abbastanza da gettare un alone malinconico su quelle giornate di lavoro tanto da non poter rimanere immune alla forza inquieta del pensare.
    Mi sentivo spiazzata e sconosciuta a me stessa, questi cambiamenti mi stavano trasformando e non sapevo come avrei dovuto reagire, se si fossero dovute comunicare le proprie sensazioni o se invece pur tenendole per sé potessero essere visibili, magari fisicamente, anche ad altri. Il mio mutamento interiore, in effetti, lo era: nel primo mese, senza quasi rendermene conto, il caratteristico appetito da uccellino andava aumentando di giorno in giorno e misi su un paio di chili che riempivano i fianchi poco femminili e longilinei che erano stati, finora, parte di ciò che sapevo di me e che ora, invece, andavano a ingrossare le fila delle cose che, in me, stavano cambiando e non conoscevo.
    In questo primo periodo principiavo ad avere coscienza di quello che stava succedendo ma mi mancava la pratica per saperlo gestire così, ne avevo appena una vaga percezione.
    Una mattina piovosa di metà luglio, con la solita puntualità, mi recai in fioreria. Con mia grande sorpresa era aperta da molto e Lidia sembrava essere all’opera già da un bel po’. Entrando nella mia zona, il retrobottega dove si componevano le creazioni (che nonostante i miglioramenti di carattere non avevo intenzione di abbandonare per dedicarmi ai contatti diretti con i clienti), notai che qualcuno era attivo probabilmente da molto e realizzava meravigliose composizioni quasi certamente per un matrimonio.
    La sensazione di fastidio e invasione del mio spazio da cui fui assalita in un primo momento si spense immediatamente alla vista di una signora anziana che lavorava con attenzione a spuntare e sfogliare, a combinare e legare, tanto che non potei trattenermi dall’avvicinarmi con curiosità per ammirare il suo operato.
    L’anziana signora lavorava così laboriosamente che si accorse della mia presenza solo molti minuti dopo il mio arrivo. Nel frattempo io l’osservavo rapita, catturata da gesti sapienti e carichi d’amore. L’amore. Era forse la prima volta che questa parola mi affiorava alla mente ed era, con ogni probabilità, pure la prima volta che ne percepivo l’esistenza. In un batter d’occhi mi lasciai trasportare in un mondo affascinante e sconosciuto che oggi, come mai prima, mi attraeva a sé con una forza misteriosa.
    La vecchietta sistemava ogni fiore al giusto posto, ogni abbinamento di colore era perfetto ma, soprattutto, le combinazioni dei profumi svelavano l’essenza del suo lavoro.
    “Avvicinati cara, vieni qui”. Non aggiunse nulla, mi prese sotto la sua ala e prendemmo a lavorare fianco a fianco per tutto il giorno. Quando le sembrava che stessi sbagliando, la signora mi richiamava con delle lievi ammonizioni o con dei consigli ma non proferimmo quasi parola per l’arco dell’intera giornata. Lei non si profuse in spiegazioni e insegnamenti ma l’esperienza che portava con sé era quasi palpabile ed ebbi la sensazione, come, che sgorgasse, con energia incontenibile, da lei a me.
    Quante cose stavano cambiando! Quanto stavo imparando a conoscere! Quante cose mi ero persa fino a quel momento!
    Quel giorno di mezza estate fu la prima e unica volta che vidi la signora Amalia che, come seppi da Lidia di lì a pochi giorni, era convalescente da una brutta caduta che le aveva procurato la rottura del femore destro. Lidia mi disse anche che la signora Amalia era stata una vivaista molto appassionata e che le aveva insegnato tutto quello che sapeva. Era una donna taciturna e particolare, amava solamente i fiori e le piante a cui aveva dedicato l’esistenza senza occuparsi di nient’altro.
    La figura di questa donna anziana nella mia mente si era ritagliata uno spazio in cui confluivano tutto ciò che stavo imparando in fioreria e tutto quello che mi sarebbe piaciuto diventare. Mi dispiacque di non averla vista mai più ma mi sentii comunque molto arricchita dal pomeriggio trascorso insieme in cui imparai ad assaporare tutta la vitalità che riesce a contenere ogni singolo fiore.
    Nel frattempo, la mia abilità di fiorista andava aumentando di giorno in giorno rivelando attitudini creative che non immaginavo nemmeno di possedere e una sensibilità notevole verso la natura e il rispetto di essa. I bouquet erano la mia specialità e ormai, già dalla fine di luglio, le clienti affezionate si affidavano a me per i mazzi da tenere in casa e quelli da regalare.
    Quell’estate misi su otto chili. Il mio corpo si era irrobustito, le spigolosità della magrezza stavano lasciando il posto a curve morbide e femminili e persino il cibo iniziava a conquistarmi con dei sapori cui prima non prestavo attenzione. Ai primi di settembre ebbi la prima mestruazione.
    Mamma era felicissima di tutti i cambiamenti che avevano compiuto su di me l’estate di lavoro e la sua idea di mandarmi da Lidia e papà, da allora, ogni tanto mi regala un mazzetto di bucaneve, i miei preferiti. I primi a spuntare alla fine dell’inverno.
    A volte mi capita di pensare a quel periodo di vuoto e buio in cui non mi fregava niente di niente e non posso fare a meno di credere che i fiori mi hanno restituito la vita, o meglio, i fiori mi hanno dato la vita e mi hanno insegnato l’amore. Sono nata a quindici anni, d’estate. L’estate che lavorai con i fiori.

     
  • 03 aprile 2008
    L'uomo delle stelle

    Come comincia: Una volta ho conosciuto un tipo. Molto tempo fa.
    Era un tipo bassoccio per i miei gusti, di media statura ma atletico e muscoloso, con un ciuffo di capelli biondi che gli copriva mezzo volto. Diceva di venire da un paesino dei dintorni ma capii subito che non era vero.
    La prima volta che lo vidi indossava una polo azzurra a righe e dei pantaloni estivi al ginocchio; pareva proprio che fosse di quel paese dal nome buffo a pochi chilometri da qui, ma ancora una volta, guardandolo, ebbi la sensazione che non fosse così.
    Me lo ricordo perché pensai che fosse buffo e che mi ispirava simpatia ed in genere, è molto difficile che sia così, per me, a colpo d’occhio.
    Da quel nostro primo incontro, con il trascorrere dell’inverno, della primavera e di tutte le stagioni e le mezze stagioni, le sue uscite si infittirono sempre di più e così, capitò che diventammo amici, o meglio, lui diventò amico dei miei amici e questa era un’ottima scusa per mascherare l’immediata sintonia che c’era tra noi.
    Era molto strano. Non saprei spiegare con esattezza l’idea che mi ero fatta di lui nei primi tempi: non riuscivo a capacitarmi di come fosse, non riuscivo a comprenderlo, ma non potevo fare a meno di sentirmi irresistibilmente curiosa e attratta. Ricordo che pensai che non fosse del tutto normale. Si, insomma, normale secondo gli standard, se mai dovessero essercene, ma anche questo era parte di quella sensazione che mi faceva credere che non fosse di qui.
    Prima di dire qualsiasi cosa ti fissava dritto per uno, due, tre, cinque secondi e dopo essere stati trafitti da quegli occhi ci si aspettava di venire affondati dalle parole che avrebbero seguito gli sguardi ed invece lui, come se niente fosse, se ne usciva con quella sua voce dal tono sempre canzonatorio e divertito, ma anche un distante e a tratti tetro, e parlava come uno qualsiasi, ma con qualcosa in più. Come tutti noi, ma un po’ migliore. C’era sempre un non so che di magnetico in come discorreva lui. In quel suo modo tutto particolare e sorridente. In quel suo modo tutto gesti e risa. Da quel suo mondo leggermente surreale e meraviglioso.
    Lui non era di qui perché non era come noi. Aveva un’aurea.
    Ricordo di avere pensato più volte che fosse una persona irrimediabilmente triste. Una persona che soffriva.
    Raccontava delle storie, questo me lo ricordo bene. Raccontava delle storie bellissime. Di persone che si erano reincarnate in animali, tipo cavalli o anche formiche, e siccome erano state previdenti nell’avvisare famigliari e amici di prestare attenzione se avessero mai dovuto vedere equini  che sbattevano la testa con gli alberi, con questo accorgimento erano riusciti a rincontrarsi, anche molte vite dopo. O anche di nuotatori che avevano finito con l’innamorarsi delle boe che segnavano loro la via, in mare. Ah, e poi ce n’era una, di carte da gioco, magiche, con le quali era impossibile perdere, ma solo se si giocava a scopone, briscola e tressette.
    Ecco, raccontava mille storie, ne era una fabbrica sempre in piena produzione, ce n’era una per ogni scemenza che veniva detta, ma dato che sembravano solo storie dopo essersi fatti una risata, tutti le dimenticavano.
    Capitò così che diventammo amici. Io ero attirata dalle sue storie come da una forza ancestrale.
    Volevo sapere. Volevo i suoi segreti.
    Io lo sapevo che non veniva da quel paesino. Lo sapevo che non era di qui. E sapevo anche, invece, che le storie erano vere.
    C’era la magia.
    Non so com’è, ma c’era.
    Aveva gli occhi color del mare ma con una puntina di cielo.
    Aveva i capelli color del sole ma con una puntina di terra.
    Un giorno ce ne stavamo a passeggiare nel parco quando lui iniziò a raccontare. Parlò e lo ascoltai.
    – Ero lusingata di avere, per una volta, l’esclusiva di una storia perché, anche se quando favoleggiava mi lanciava sempre qualche occhiata, come se sapesse che io sapevo, non era mai capitato così, come quel giorno, di starcene per i fatti nostri. Non c’era niente di sessuale in quello che capitava tra noi, non ci eravamo nemmeno mai toccati, era solo “corrispondenza”, ad un qualche livello superiore.-
    Gesticolava e si muoveva, lo faceva sempre.
    Risi, a crepapelle.
    Poi mi guardò di nuovo, con quegli occhi color del mare ma con una puntina di cielo e lasciò che lo toccassi. Mi permise di scostargli i capelli dalla fronte e io capii.
    “Sono l’uomo delle stelle” mi disse piano ad un orecchio e in quell’istante ne vidi il colore nei suoi occhi e nei suoi capelli e nella sua bocca e nelle mani.
    Se ne andò e non lo vidi mai più. Rimasi solo con l’odore sulle mani e con l’eco di quelle parole nelle orecchie.
    Sono l’uomo delle stelle.
    Lo sapevo. Ma non ho fatto in tempo a rispondere.
    Poi ogni tanto guardo su… E qualche altra volta sto attenta a cavalli e formiche, non si sa mai…

     
  • Come comincia: Janis. Ad alta voce. Era sempre stato così.
    Come se le avessero appicicato un’etichetta, a chiamarla in quel modo e quando si era sentita smarrita e persa, per ritrovarsi non doveva fare altro che pronunciare, ad alta voce, il nome con cui l’avevano battezzata, i suoi genitori ed una sfilza di fratelli, in una piccola chiesa, con abiti e pizzi confezionati in casa, come si usava allora.
    Janis. Ad alta voce.
    Ecco la strada di casa. Janis. Ad alta voce.
    Non si trattava solo del fatto del nome o del fatto che venisse pronunciato ad alta voce, questo era solo il giochetto che le piaceva fare per darsi importanza. Janis. Era la voce la parte bella del rito. Era la voce la strada di casa. Perché tutto quello che era, è racchiuso lì. La voce, ecco cos’era. E poi il nome.
    Janis. Ad alta voce.
    Ma forse non era nemmeno solo il fatto della voce. Era il modo in cui usciva dallo stomaco, avvolgente e roca, stranziante, e sensuale, e stridula a volte, ma piena e carica. Tenera e delicata, come le carezze di due amanti. Era la passione. Quella passione che premeva sulle viscere e la faceva urlare e dimenare e piangere e amare e cantare.
    Janis. Janis. Ad alta voce.
    C’era stati periodi durante i quali portare le chiappe davanti allo specchio e guardare il proprio corpo nudo era peggio della più feroce delle torture. Sarebbe stato meglio potersi strappare la pelle di dosso e rimirare il sangue sgorgare sul pavimento. Periodi in cui l’unico pensiero era scappare scappare scappare.
    Janis. Con il blues che non ti dava respiro. Con un blues da far rizzare i peli quando è stata la tua voce a raccontarlo. A cantarlo.
    Janis. Ad alta voce.
    Distesa su quella sudicia poltrona, non credo che i suoi pensieri raggiungessero quello stato in cui riescono a prendere forma. Credo, piuttosto, che per l’inquietudine che non le lasciava respiro e la attanagliava piacevolmente a sé in una spirale di abissi ed euforie, di forme e colori indefiniti ma allo stesso tempo smaglianti, trascinasse la sua mente verso luoghi spaventevoli e amati, scivolando, e scivolando scivolando scivolando scivolando.
    Passione, amore, morte. Malgrado l’odio. Malgrado l’amore. Malgrado il dolore e le profondità infinite della rabbia. Malgrado tutto. Like a ball and chain.
    Janis. Janis. Ad alta voce.
    Distesa su quella sudicia poltrona, però le forze ti abbandonavano, vero Janis?
    Stavi male, lo so. Stavi solo aiutandoti un po’. Come si può. Lo so.
    Così la voce non c’era. Non c’era più nulla. Nemmeno Janis.
    Nemmeno Janis. Ad alta voce.
    Non c’era più nulla.
    Stavi male, lo so. Stavi solo aiutandoti un po’. Come si può. Lo so.
    Come si può.

     
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