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Autore

Luca Brusati

in archivio dal 13 feb 2007

13 dicembre 1979, Vigevano (PV)

segni particolari:
Nessuno degno di nota.

mi descrivo così:
Amante della Spagna, dei viaggi e delle culture estranee all'Italia.

05 giugno 2007

Pub

Intro: La routine soffocante può indurre alla fuga, verso la propria salvezza. Ma prima è doveroso affrontare la realtà, da uomini. E ciò può scatenare paure, ma anche terribili sorprese...

Il racconto

L’idea o meglio l’interrogativo gli venne mentre scendeva le scale. E se fosse stato un giorno diverso? No, non poteva esserlo in realtà. Intendiamoci: avrebbe potuto esserlo se avesse voluto ma così, senza nessuno sconvolgimento da parte sua, poteva giusto immaginare e sognare. Sapeva già cosa lo attendeva: l’ufficio con le sue mille carte sulla scrivania e il telefono che non si sarebbe mai stancato di suonare. E se avesse cambiato percorso? Se avesse sbagliato strada solo per una mattina? Guardò il cielo azzurro dell’estate. All’orizzonte si intravedevano nuvole e per un attimo si sentì felice: poteva quasi ammirare l’orizzonte da quel punto, senza i soliti palazzi che ostruivano la sua vista e i suoi sogni. Un leggero vento soffiava da est. I rumori della città gli giungevano però distanti quasi come fossero al di la di un vetro spesso.

 

Camminava. Si rese conto della velocità dei suoi pensieri perché in realtà aveva fatto pochi metri da casa sua. Sembrava passata un’eternità. Un’eternità di sogni. Decise. Quello sarebbe stato il suo giorno; l’inizio di un nuovo futuro. Un futuro in cui non ci sarebbero più stati né ufficio né moglie né nulla. Il cuore gli batteva forte nel petto. La decisione era presa ma attuarla non sarebbe stato facile. Non ricordava quale poeta o scrittore avesse scritto un giorno “tra il primo pensiero di un’azione terribile e il suo compiersi l’intervallo è come un sogno notturno popolato di fantasmi e di paure”. Chiunque l’avesse detto era la sua frase, senza dubbio. Come avrebbe cominciato? Telefonare a sua moglie per dirle che non sarebbe più tornato era troppo difficile per lui. Non era umanamente possibile; si erano lasciati sulla soglia di casa da dieci minuti e tutto era stato come al solito. Terribilmente di routine. Abbandonare tutto ora sarebbe stato un azzardo e un gioco assurdo. Si chiese se ne sarebbe valsa la pena e si rispose di no. - “In fondo ho tutto ciò che voglio qui” - pensò.
Ma cosa voleva davvero? Vivere una vita come aveva sempre fatto o cambiare verso il nulla, verso l’estraneo? Non riusciva più a camminare ora. Era come immobile anche spiritualmente. Se non prendeva una decisione in poco tempo sarebbe rimasto lì paralizzato, nel bel mezzo di un marciapiede. La gente che passava di fianco a lui sembrava non accorgersi di nulla. Sicuramente però lo stavano osservando. Fermo in mezzo al marciapiede con la bocca semiaperta e con espressione da idiota stampata sul viso. Gli sembrava di sentire i loro pensieri: - “Poverino, così giovane e già malato”, “Ubriaco”, “Non è che si sente male?”-

Un sussulto lo fece muovere. Ricominciò a camminare ma non sentiva più nulla nella mente. Era confuso e sentiva anche freddo ora. Sentiva solo che il vento aveva cominciato a soffiare sempre più forte e che il cielo andava via via oscurandosi.

Un temporale. Un temporale d’estate. La voce del cielo che si faceva sentire o lo riportava all’ordine. O forse lo stava spronando. Ma ancora il tuono non si sentiva. La gente intorno a lui cominciò ad affrettare il passo; tra pochi minuti il cielo avrebbe lasciato cadere un oceano. Forte e violento. Terribile e distruttivo. Cosa stava pensando fino a cinque secondi prima non lo ricordava più. Aspettava solo un segno o un qualcosa che gli facesse tornare in mente qualcosa che aveva pensato di fare fino a poco prima. Non riusciva a capire, non riusciva più a respirare bene. Piangeva e non se ne accorgeva. La gente ora stava correndo come impaurita o trasportata di forza dal vento che ora soffiava impetuoso mentre un’enorme nuvola nera era sopra di lui. Ma il tuono dov’era? Dov’era?

Erano ormai più di cinque ore che si era rinchiuso in quel pub. Aveva ordinato una pinta dopo l’altra, all’inizio quasi con timore e vergogna ma poi l’alcool gli aveva sciolto i movimenti e i pensieri. Non gli importava molto del fatto che non aveva mai bevuto di mattino. Lo stomaco comunque aveva retto. Almeno fino a quel momento. Sul viso aveva stampato un sorriso e nella bocca si sentiva la lingua come anestetizzata. Osservava dalla grande vetrata la gente che correva con gli ombrelli per strada. Si perché stava piovendo. Ma il tuono dov’era? Non poteva più sentirlo ormai. La musica del pub, le voci degli altri avventori e le porte chiuse non permettevano un collegamento con il mondo di fuori. Sembrava come il primo spettatore di un film muto. E poi all’improvviso si ricordò di tutto. Era ubriaco ma non per questo meno lucido. Doveva andare a casa e dirlo. Tutto doveva finire per cominciare qualcosa di nuovo.

Ritornò a casa in un attimo e salì le scale di corsa. Non sapeva bene cosa le avrebbe detto per giustificarsi. Ma lo avrebbe detto di sicuro. Aprì la porta e vide il vuoto. Lo doveva capire, avrebbe dovuto capirlo. Solo una lettera con mille giustificazioni e mille lacrime. E fu allora che finalmente sentì il tuono.

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