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in archivio dal 15 dic 2011

Martina S.

06 luglio 1989, Napoli
Segni particolari: "Ma come vorrei avere da guardare ancora tutto/come i libri da sfogliare/e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare" [F. Guccini]
Mi descrivo così: "Sicché, per buona parte della vita, avrei raccolto/dato nome, amorosamente messo in serbo.../neppure delle nuvole o delle bolle di sapone/- che per un poeta sarebbe già bello;/ma qualcosa di più inconsistente ancora:/delle effervescenze." [C. Sbarbaro]

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  • 29 maggio 2013 alle ore 20:11
    Corolle d'ambra

    Per la mia gioia basta un sussulto d’attesa
    risorta, quando cedendo, speranze
    e bisogni, tornano in onda, trascinano piano.
    Ma le tue dita correggono mira, forza, equilibrio, le tue dita
    disciolte in canali da bere, tue perle d’argento, al
    collo, alle reti, che porti ai capelli, che alzi dal mare.

    E corolle d’ambra, mio traguardo,
    per incendiarmi il cuore.

    Alle mie ossa basta una piccola casa lontana
    da tutto ciò che mi abita: tristezza, malinconia,
    nostalgia sottile. Scavano tunnel
    di rara ampiezza, svuotano terra, fendono
    roccia, fanno braci all’aperto sotto un cielo
    viola, è una gara al disfacimento, è
    un’opera d’arte che tira via il sangue.

    Ma le tue dita sapranno innalzare
    colonne e recinti per questo dolore,
    il mio aguzzino già curvo, ma in piedi, impietrito,
    ormai secco, discinto, disfatto e coperto di terra
    fino alla bocca.

    Le tue dita roventi di fiamma
    spengono incendi di
    pelle e parole.
    E tu berrai al sole la
    freschezza mite di un
    nuovo cielo trasparente.

    Corolle d’ambra, vero inizio,
    verranno a baciarmi il cuore.

     
  • 22 maggio 2013 alle ore 16:34
    Così

    Così pian piano
    l'entusiasmo giovanile si smorza:
    io cresco, la gente intorno a me si riduce.
    E da qualunque cellula del mio corpo io
    la guardi, la prospettiva mi dona crepe e vuoti,
    a dismisura.

     
  • 22 maggio 2013 alle ore 13:51
    L'esistenza

    Il sonno di tutte le ere che premono
    livide sugli occhi di latta,
    secchi, ogni battito di
    palpebra è punta e
                                           cruna.

    Spilli incastrati ai respiri
    passano la pupilla di nera crosta,
    non vita, non vetro, un unico
    buco di luce ed elemosina d’ossigeno
    ed una sola alcova di paglia già
                                          occupata.

     
  • 22 maggio 2013 alle ore 13:50
    Non era propriamente amore

    Non era propriamente amore quello che
    cercavi, ma hai steso il
    braccio verso il comodino ed è
    stato tutto ciò che hai trovato accanto
    agli occhiali. L’hai presa per
    buona, pillola del mattino
    per tenere a bada la pressione ed il
    cuore sotto controllo ed hai
    considerato una possibile assuefazione
    che potesse porre fine ai tuoi sintomi
    debilitanti.
    L’hai resa tenera con dell’acqua
    all’inizio, poi con del liquore, dimenticando
    gli effetti collaterali che si spargono
    polvere di gesso sui vestiti lasciati ai piedi
    del letto ogni volta che le calzi vicino.
    Alla fine in preda ad uno sfogo
    epidermico e gran prurito hai
    dovuto rinunciare a quella cura
    che si sarebbe potuta rivelare pur fatale.

    È così che si spezzano i
    cuori,
    sbagliando blister e
    confondendo gli scaffali.

     
  • 22 maggio 2013 alle ore 13:46
    Agave

    Agave, mito e corteccia, imprimi
    il tuo volto su carta di vetro,
    e poi coi taglienti bordi
    conficcami i polsi e i pensieri.
    Null’altro avrei cercato
    fra le carte, nei sudati spogli
    domenicali, scavando fra gli
    archivi ed i tarli impressionati
    sulle cassapanche della tua memoria.
    Sotto le spire di fuoco
    della stagione intrisa d’umori
    la tua vena della fronte
    fa pulsare a ritmo
    le mie dita
    sui quaderni.

    Hanno fatto tanta strada per vederti
    queste poche cose che ti porto e che
    mi hanno abitato, per contatto trafitte
    dalle spine dell’irrefutabile tua sorte.

    Agave, mito a foglia carnosa,
    tu crei colonne d’aria coi capelli
    d’ambra e la corolla, sfidi
    le vertigini e sei immune
    a ogni riparo. Se cresci, forte,
    avrai acqua nuova e più luce, ma
    crescendo tu vai incontro al mio
    destino.

    Ed io sono il figlio che vieta
    e tu la madre di fibra micidiale
    strumento.

     
  • 09 marzo 2012 alle ore 21:27
    Gli eterni ritorni

    Gli eterni ritorni
    son muri son grotte
    di fango maestose
    che coprono platani
    teneri, carnosi,
    distesi ai miei piedi,
    son vischio, son rose,
    ma gelide, erose
    dai tarli tremendi
    dei troppi ritardi.
    Gli eterni ritorni
    son carri in discesa
    ed a valle, nascoste
    nel buio, le spine a
    carezza scoscesa
    s’attaccano al cuore
    di dura corazza
    (bambola di pezza
    a cui strappi ogni
    volta la testa).
    Gli eterni ritorni
    han sfumati i contorni
    e l’inizio e la fine
    e memoria perduta
    di navi, giacigli,
    giocolieri, figli.

    Di vite claudicanti
    paghiamo tutti i fii, tra
    palestre d’emozioni e
    foreste d’addii.

     
  • 16 dicembre 2011 alle ore 0:19
    I miei occhi

    Il mio amore per

    te sa di rose. In

    un lontano brumaio di

    terrore sarebbe stato

    in tutte le cose, ma la

    rivoluzione è solo ricordo

    delle arche, ora fiorite,

    e sarebbe incivile

    provarne malinconia.

    O forse anche allora avrei

    avuto nostalgia di un

    passato chiamato moderno

    e non è moderno neanche

    il contingente, ai miei occhi

    assetati di noia, di niente.

     
  • 15 dicembre 2011 alle ore 23:55
    Dentro il pantano

    Ci sono le ciarlerie futili, gli

    spazi vuoti, le passeggiate inumane,

    i vetri rotti e le vitali appese ai

    chiodi arrugginiti. Le pareti

    scomposte filtrano luce che bagna la

    stanza, appena un po’ umida.

    C’è l’ottone che accompagna la

    marcia, un manico d’ombrello

    dentro il pantano, la loro presenza

    annunciata da un’ombra di fango.

    C’è una ragione dentro il colletto

    della camicia buona che non so

    lavare via, il ricordo di un viaggio

    programmato da molte vite, una

    fotografia di te umana, mite.

     

    Ma bisogna spiegare senza dire, e

    bisogna che ci sia la giusta

    distanza dentro

    questa nostra piena identità.

     
  • 15 dicembre 2011 alle ore 23:45
    Rami di rovi

    Ho visto labbra serrate

    che celano dubbi aprirsi,

    socchiudersi bagnate / di rugiade

    spaccare mattini di pietra

    come gusci di noci, spaccare

    le vene nelle tempie come

    insetti secchi, sbadigliare

    nuvole di fiato ed insoddisfazione,

    tossire muschio e

    naftalina. Fra i boschi, nelle

    sere umide, l’aria è troppo

    piacevole in tua compagnia, un

    polmone ha la sindrome

    dell’abitudine. Eppure io le

    ho viste : labbra serrate

    che celano domande aprirsi,

    socchiudersi umide / di brina

    spaccare notti insonni

    come scorze di granchi, spaccare

    cuori di pietra come

    funghi velenosi.

     

    Le tue belle

    braccia son

    rami di rovi.