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in archivio dal 09 set 2016

Monica Fiorentino

03 ottobre 1976, Napoli - Italia
Segni particolari: Membro dell’Associazione Italiana Haiku.
"Vorrei che tutti leggessero non per diventare letterati o poeti ma perché nessuno sia più schiavo".
[G. Rodari]
Mi descrivo così: Scrivo haiku e racconti in versi. Miei haiku sono stati in giro per il mondo (Francia, Germania, Spagna, Svizzera,  Australia, America, Belgio, Bosnia Erzegovina, Grecia). Sul mio blog Lettera Ventuno è disponibile la raccolta “Haiku Sparsi - Versi in giro per la rete".
Mi trovi anche su:

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  • 16 settembre alle ore 11:40
    Il Canto di Ulisse

    Pietra nuda -
    fra petali di ciliegio
    una lucciola
     
    **
     
    Acquazzone.
    Gongolano sottili
    i pensieri
     
    **
     
    Ospite -
    sul vecchio campanile
    un pettirosso
     
    **
     
    Sfiorarsi di respiri_
    a coprirsi di brividi la pelle
    ed il cuore
     
    **
     
    Sogno_
    dondola fra i rami
    una piuma
     
    **
    Tulipani
    una pagina, l’altra
    Ed è subito sera
     
    **
     
    Campane -
    ballando al buio
    la pioggia
     
    **
     
    Saudade_
    all’ombra del crepuscolo
    un usignolo

    **
     
    Coriandoli.
    Coniuga il tempo
    febbraio
     
    **
     
    P.
    fra i tulipani s’infrange nell’amore,
    di passione il tuo nome
     
    **
     
    Συνένοχος
    του πάθους, στη σιωπή
    το τραγούδι σου
     
    **
     
     Jerusalem di luna.
     Sulla strada verso casa.
     I gigli e le rose.
     
    **
     
    Una farfalla
    sul bianco marmo.
    E’ colore
     
     
     
     
     
    ____________________________________________________________________
     
     
    “Un haiku, una poesia, che rappresenta un’emozione, un sentimento, un istante di Vita a divenire Eterno. Poche parole per donare intatto un mondo intero,  in grado di offrire ancora speranza, un sorriso, parole che abbiano dentro il senso della delicatezza, della bellezza, dell’anima, della riflessione, che portino il dono immenso dell’Entusiasmo! Sai cosa significa il termine Entusiasmo?” gonfiò il petto il lupo Brenno “Entusiamo, una parola stupenda, dal greco  enthusiasmós (ἐνθουσιασμός), formato da en (ἐν,in) con theós (θεός, dio) e ousía (οὐσία, essenza), letteralmente si potrebbe tradurre con “con Dio dentro di sé” oppure “Avere un Dio accanto”. Continuò “Le parole sono amore ed io voglio coccolarle, vezzeggiarle, carezzarle! Io voglio tramandare questo: parole a cavalcare i secoli Immortali, che portino intatto il loro messaggio d’Umanità, in quanto solidarietà, altruismo, passione, amore, entusiasmo appunto! Pare venga attribuita ad Hermes, il messaggero, “colui che fa da tramite”,  la scoperta del linguaggio e della scrittura cosicché gli uomini abbiano potuto  tradurre ciò che vi è d'infinito nei loro pensieri, la mediazione tra linguaggio e scrittura, silenzio e parola, parola capace di provocare un fremito! Perché sai cosa significa raccontare, far poesia? vuol dire trasmettere la propria “umanità!”
    “Da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera, dein secunda centum, deinde usque altera mille, deinde centum. Dammi mille baci, poi cento, poi ancora mille, poi di nuovo cento, poi senza smettere altri mille, poi cento”  batté le zampine la lontra Ofelia “Cantava un poeta. E nulla esiste di più vero!”
    “E’ questo l’amore! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia …dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sia, io sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Le cose che ti rendono Felice, rendono Felice anche me! Se tu sei Felice, io sono Felice!"  bisbigliò Criseide contemplandolo,  portando nello sguardo il dono della tenerezza.
     
    (18 maggio 2020)

     
  • 30 dicembre 2017 alle ore 16:51
    Jerusalem di luna

    Jerusalem di luna.
    La mia finestra sul mondo.
    I grilli e le rose.
    ***
    Contro il muro
    le nostre biclette -
    s'alza il vento
    ***
    Acquazzone_
    nude le mie labbra a vestirsi
    della tua bocca

     
  • 12 dicembre 2017 alle ore 19:20
    L'uomo con la chitarra

    Venezia di luna.
    La mia finestra sul mondo.
    I grilli e le rose.

    ***
     
    Foglie rosse,
    fra i versi di Neruda
    i nostri sensi     

     ***
     
    Neve.
    La tua bocca a sfogliare
    le margherite 

     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 27 novembre 2016 alle ore 11:38
    Interno Undici

    Acquazzone.
    Dondolano sottili
    i pensieri
     
    ***
     
    Jerusalem di luna.
    La mia finestra sul mondo.
    I grilli e le rose.
     
    ***
     
    Complice
    di passione, nel silenzio
    la tua bocca
     
     
     

     
  • 03 ottobre 2016 alle ore 11:19
    Treno per Lisbona

    Acquazzone.
    Dondolano sottili
    i pensieri
     
    Treno per Lisbona.
    La mia finestra sul mondo.
    I grilli e le rose.
     
    Scomposte_
    fra le mie gonne foglie d’acero
    le tue mani
     
    Fiori di pruno.
    Sulle Memorie di Adriano.
    Una libellula.
     
    Urla la luna_
    umido, si capovolge il cielo
    del nostro piacere
     
    Una farfalla
    sul bianco marmo.
    È colore

     
  • 09 settembre 2016 alle ore 10:30
    Ho conosciuto un angelo che si chiama Godot

    Acquazzone.
    Dondolano sottili
    i pensieri
     
    ***
     
    Luna_la guerra
    a piedi nudi un angelo
    piange le sue ali

    ***

    Complice
    di passione, nel silenzio
    la tua bocca
     

     
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  • 22 ottobre alle ore 7:11
    Il lupo Rodrigo

    Come comincia: C’era una volta un lupo dagli occhi viola, che perduta una zampa, anche se zoppo, non aveva mai smesso di cantare alla luna la sua poesia, nonostante il vociferare attorno “Però con quella zampa! Così conciato!” “Fa voltastomaco!” “Poverino!”
    “Sogno/ dondola fra i rami/ una piuma”  cantava lui, un passo dietro gli altri.
    “Ma se sei bellissimo!” sospirava Carmen, giovane lupa dagli occhi d’ambra, per cui Rodrigo era perfetto, forte, coraggioso, l’unico in grado di guardarla facendola sentire amata, invincibile.
    “Ma non vedi la mia zampa? sono così brutto!” guaiva lui “Non potrei mai salire la roccia, sarebbe un viaggio troppo lungo per me! Sono brutto, storpio!”
    E lei mordicchiandole giocosamente l’orecchio con le zanne, dinanzi alle sue paure rideva “Amore mio! Cucciolo!” scodinzolando “Rodrigo! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia …dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Se tu sei Felice io sono Felice!" ululava Carmen, facendogli dimenticare le malelingue.
    “L’Amore!” batteva le zampine commossa, la lontra Ofelia, seguita dal corvo Ovidio a zampettare tra le foglie “Animae duae, animus unus. Due vite, un’anima sola”.
    E lui cantava a quelle parole, ancora più forte,  giungendo con la sua poesia fino al cielo, lassù, in alto, in alto, oltre le nuvole, con la sua voce: melodia d’amore, d’impareggiabile bellezza. Cuore nel cuore della sua Carmen, radioso.

    ******************
    El lobo Rodrigo (Traducciónal español por Fabio Pierri)

    Érase una vez en lobo de ojos morados, que había perdido una pata. Aunque cojo, nunca dejaba de cantar su poesía a la luna, a pesar de los rumores que la rodeaban "¿Pero adónde va con esa pata? Ay, ¡qué bronceado!", “¡Da asco!", "¡Pobrecito!"
    "Sueño /se balancea entre las ramas / una pluma" cantaba èl, un paso detrás de los demás.
    "¡Pero si eres hermoso!", suspiraba Carmen, una joven loba con ojos color ámbar. Para ella, Rodrigo era perfecto, fuerte, valiente, el único capaz de mirarla haciéndole sentir amada e invencible.
    “Pero ¿no puedes ver mi pata? soy tan feo! ", murmuraba èl “Nunca podría escalar la roca, ¡sería un viaje demasiado largo para mí! ¡Soy feo, lisiado! ".
    Y ella, jugando, mordièendolo de su oreja con sus colmillos, viendo sus miedos reía y le decía "¡Mi amor! ¡Mi cachorro!”, meneando la cola “Rodrigo! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: donde tú si feliz yo soy Feliz, si tú si Feliz Yo soy Feliz!” aullaba Carmen, haciéndolo olvidar los chismes.
    "¡El amor!" golpeaba las patas, emocionada, la nutria Ofelia, seguida por el cuervo Ovidio correteando entre las hojas “Animae duae, animus unus.  Dos vidas, un alma”.
    Y el lobo cantaba esas palabras, aún más fuerte, llegando con sus poesìa desde el cielo, allá arriba, en alto, en alto, muy por encima de las nubes, con su voz: melodía de amor y de incomparable belleza. Corazón en el corazón de sus Carmen, radiantes.

     
  • 06 ottobre alle ore 14:45
    Il lupo Ermes

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Ermes.
    Dal carattere nobile e altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante della festosa danza dei fiori, del lieve respiro delle nuvole, del brillio della luna, perennemente col muso rivolto vero l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Acquazzone/ruotano nei campi/le margherite ricamava i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portare la sua poesia fino al cielo.
    Ferito da alcuni cacciatori di passaggio, che puntatogli contro un fucile l’avevano fatto ammutolire sotto i loro spari, perduta una zampa, Ermes non si era mai arreso e anche se zoppo, rialzandosi a fatica, non aveva mai smesso di cantare la sua poesia, ugualmente orgoglioso di riempire coi suoi versi il creato.
    “Così ridotto!” ciarlava il cicaleccio intorno “Quella zampa fa voltastomaco!” “Nessuno gli si accosterà!” “Come potrebbe?  è  lapalissiano!”
    “La Vita è il dono più prezioso, perché fare questo?” si era chiesto addolorato “Perché puntarci contro un fucile se non abbiamo fatto alcunché? Se non ci conoscono? Perché agire senza un briciolo di rispetto?” e docile e mite, lui sorrideva alle loro parole senza remore.
    E una notte girovagando per la Foresta intento a comporre nuovi haiku, il suo cuore trasalì nell’udire un grido fendere l’aria, e muovendosi caracollante verso il punto da cui era scaturita l’accorata richiesta di aiuto, il suo stupore fu enorme nello scorgere una farfalla da un’ala sola, aggrappata ad una ciliegia, gongolare nel letto del Fiume Fresco, attenta a non cadere in acqua.
    La creatura, affamata, scorta una grossa ciliegia, aveva fatto per mangiarla, quando, staccatosi dal ramo, il frutto era caduto nell’acqua sottostante e con esso incollata anche lei. 
    “Annegherò!” gridava spaventata la sventurata, che priva di un'ala per volare, non sapeva neppure nuotare “E' la mia fine!”
    “Non ha scampo!” trotterellò il cervo Temistocle, sparendo in un sol salto.
    “Chi l’aiuterà mai?!” borbottò il merlo Telemaco volando lontano.
    Ed Ermes scorgendola in serio pericolo, arrancò “Non aver paura! Quando sarò abbastanza vicino tu salta sulla mia zampa! Ora la tendo verso te, forza!”
    “Ma storpio com’è cadrà in acqua!” “E’ pazzo!”  “Sta rischiando per lei!”
    “No, vai via!” sbraitò la farfalla “Tu che porti una ferita dovresti capirmi, va via!”
    “Non ti lascio sola!” rispose lui “In-sie-me…cerca di afferrare la mia zampa!”
    Ma udendo le parole di lui attutite, ormai stravolta, la farfalla si strinse alla ciliegia ancor più stretta “Tu sei un lupo ed io una farfalla!”.
    “E cosa cambia? Non ti muovere o potresti peggiorare la situazione!” l’ammonì il lupo da una zampa rossa.
    “E’ matto?” “Perché sta aiutando Tersicore, la farfalla da un’ala sola?” “E’ brutta, storpia!”  “E’  meglio che si estingua!”
    Ma il lupo cosciente del rischio che lei stava correndo, senza porre tempo in mezzo si lanciò nel Fiume con tutte le sue energie.
    “Lupo!” gridò l’alce nero Patroclo “Con una zampa zoppa non puoi farcela, è una zavorra troppo pesante, devi liberartene!”.
    Ma Ermes continuò, bevendo acqua a sorsi “Sono qui! Sono qui, Tersicore!” chiamandola per nome.
    “Ciò che è destinato a te, troverà sempre il modo di raggiungerti!” batté le zampine la lontra Ofelia “E’ detto che due creature non possono incontrarsi neanche un giorno prima di quando saranno mature per il loro incontro. Mature, non secondo le loro preferenze, bensì nell’intimo, secondo i dettami!” strinse i denti in preghiera.
    “Amor Vincit Omnia, acciderbolina!” frullò le belle ali d’ebano il corvo Dalì “L’Amore Vince Tutto. Et taedet et amore ardeo, et prudens sciens. Non ne posso più e brucio d'amore, e lo so.”
    “Salta!” ringhiò il lupo col fiato corto “Salta sul mio muso! Fidati!”
    “Non potrà salvare quella Tersicore!” “Sbuffa acqua dalle zanne!” “E’ pazzo!”
    “Il destino è incontrare una creatura che non stavi cercando, per poi renderti conto di non aver mai desiderato niente di meglio al mondo!” balzò la volpe Calliope.
    “Fidati!” deglutì Ermes “Fiducia una parola nellissima, dal latino fides: indica il riconoscimento dell'affidabilità dell’altro. Simile a fidelis, fedele: chi risponde alla fiducia di cui gode nell’amore!” ululò “Tersicore, le spine che possiedi sono le tue ferite e servono per proteggerti, lo so, soltanto chi avrà la volontà e l’ardire di attraversare il tuo sangue potrà entrare nel tuo cuore e tu fidarti!” lui che zoppo, conosceva bene la stessa sorte.
    “Lui sta mettendo la tua Vita prima della sua!” trottò il baio Castore “La tua fame e la tua sete, prima della sua fame e della sua sete! Il tuo respiro prima!”
    “Ma non mi vedi?” strepitò la farfalla “Sono storta, brutta! Nessuno pronuncerà mai parole di lode nei tuoi confronti!”.
    “Ogni mare è ramingo. È una frase polidroma!” asserì l’orso Oliviero “Una frase perfetta da leggere in entrambi i sensi! Che a pensarci bene, sembra significare solitudine ma quanta compagnia, immensità, invece porta dentro!”.
    “Non crederti mai inadeguata!” soffiò il lupo “Non sentirti brutta, la tua ala rotta non farla divenire un ostacolo insormontabile, sii in armonia con te stessa, è la cosa più importante. Non lasciare che la paura ti zittisca, hai una voce, usala! Non ascoltare il chiacchiericcio intorno, sii sorda al giudizio altrui, quando è malevolo.
    La sensibilità è un pregio, quando non trovi le parole perché la timidezza ti fa abbassare lo sguardo, non farlo divenire una carenza, come fosse un difetto. Sensibilità: dal verbo “sentio” (sentire) e da “habilitas” (disposizione, attitudine). La sensibilità è la capacità di sentire, è stato detto. E per i latini questa era un’ habilitas, un’abilità, una dote, un talento, un qualcosa di positivo che si possiede (habilitas deriva a sua volta dal verbo habeo), quasi una consapevolezza di sé. Ma se la sensibilità diviene agli occhi altrui una debolezza, e anziché essere un’abilitas viene considerata il contrario, una sorta di “in-abilità”, vuol dire che l’arcobaleno si sta oscurando. Se sei obbligata a un’andatura malconcia, cosa dovrebbe cambiare rispetto a quella che sei? la tua forza, voluta tenacia, il sorriso che conservi nonostante tutto, sono questi a renderti ancora più speciale! Sei bellissima, così potente, eppure piccola e fragile. Il mosaico del tuo cuore dai mille pezzi infranti, ricomposti uno ad uno, è il più bel capolavoro che io abbia mai visto! Canta, canta forte, canta sempre, angelo caduto in volo, punta in alto, non fermarti mai, la tua Voce è la tua anima! Cerca di vedere dentro me, dolce bruja! Fidati! Non desidero altro che portarti a riva, salire sull’altura della Foresta di Vallefoglia e ammirare assieme cento, mille, milioni di lune! Quando ti porgo la mia zampa voglio dire: seguirò il tuo passo per lento o accelerato che sia, nella buona e nella cattiva sorte, in salute ed in malattia!”
    “Ma cosa ti spinge? Sono inguardabile!” ansimò lei.
    “Farfalla ‘o ssaje comm fà ‘o core quann s’è annammurato? Lo sai come fa il cuore quand è innamorato?” asserì la lontra, ricacciando indietro il pianto “Maior lex amor est sibi. L’amore è al di sopra di tutte le leggi!”.
    “Ciò che è destinato a te, troverà sempre il modo di raggiungerti! Nonostante tu possa fare di tutto per sfuggirvi, anche quando tutto ti sembrerà impossibile, improbabile, lontano! L’Amore non conosce misure, né restrizioni! Tersicore cerca di esautorare le tue errate convinzioni!” fece eco la nottola Cassiopea.
    “Salta!” sforzò la sua zampa storpia il lupo per mantenersi a galla.
    “Ma è così brutta!” “Cosa potrà mai dargli?” “Lui è un lupo e  lei una farfalla!”
    E la farfalla scorgendo il muso di lui vibrare irremovibile, inspirando forte l'odore del lupo, riconoscendolo buono, comprese come in quegli occhi fossero scritte le parole più belle e percependo il cuore avanzare, retrocedendo in un tumulto di emozioni incontenibili, balzò sul naso di Ermes nel clack del suo animo a schiudersi, scevro d’ogni paura, ogni protervia, facendosi portare a terra.
    “Grazie per avermi salvata!” sussurrò raggiante, protetta.
    “Tersicore!” mugghiò lui osservandola come nessun altro “Non devi ringraziarmi! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: se tu sei Felice, io sono Felice! Ora, lentamente molto lentamente scuoti la tua ala così che possa asciugarsi! Per fortuna ero nelle vicinanze e ancor più per fortuna, sei riuscita a fidarti di me! Il mio nome è Ermes!”
    “Ermes!” riprese lei “Non ero mai stata qui ed ho sottovalutato i pericoli che un lungo viaggio può procurare! In volo dalle Terre dell'Uzbekistan, dove sono nata, stanca e in preda alla fame, vedendo tanto buon cibo, non ho indugiato, e…sai come è finita!”.
    “E’ breve la Vita delle farfalle!” “Resterà solo!” “Non potranno mai avere una prole!” “Se ne pentirà!”
    E la luna spuntando adagio oltre le pale delle montagne, raccogliendo nella sua veste di gigli e fior d’arancio ogni singolo ansito di rugiada, racchiudendolo nei lembi delle sue gonne, tenendo fra le dita ben saldo un ramo di ulivo, illuminò lo sperone di roccia al suo passaggio, sorridendo al pipistrello Schopenhauer a portare lo splendore dell’alba dopo la notte.
    “Sogno/dondola fra i rami/una piuma” cantò la farfalla “La poesia che è un atto d’amore, Ermes! L’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore gratuito! L’Amore a prescindere, l’Amore che è l’unico respiro dell’Amore! Lupo, con la tua immagine e con il tuo amore, tu mi sei presente, sei qui ai margini dei miei pensieri senza andar via, io sono con te e tu con me, io ti porto dentro di me, ovunque io vada tu ci sei!”
    E lui annuì “Ubuntu: come potrei essere felice se tu non lo sei? Ubuntu nella cultura africana sub-sahariana vuol dire: "Io sono perché noi siamo”
    “Il destino è quel filo rosso, quell’incontro voluto dalle anime, prima ancora che i corpi possano incontrarsi!” trillò il pettirosso William, scoprendo all’orizzonte disvelarsi l’aurora “I legami voluti dal destino sono indistruttibili!”.
    E da allora Tersicore ed Ermes non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 22 aprile alle ore 7:48
    La Fiabastrocca del lupo Demetrio

    Come comincia: “Quest’anno par che la Primavera non
    voglia proprio arrivare …”
    non si faceva che vociferare
    fra gli animali della Foresta.
     
    “Il bel ciliegio non è sbocciato,
    e nemmeno i papaveri sono in Festa!”
     
    “Non ci sarà Primavera!” scosse il capo
     la bella Ipazia, lupa dagli occhi d’ambra,
    tossendo forte.
    “Un virus ha portato febbre
    e tosse a far male al petto,
    non sarà Primavera!”
    guardò i pettirossi far spallucce sui rami.
     
    “Il creato sta soffrendo!” sbraitò il cervo
    “Muto sta dormendo!”
     
    “Non credo…sarà così!”
    rispose Demetrio, giovane lupo
    dagli occhi viola, che zoppo girovagava
    per la Foresta ricamando la sua poesia.
     
    “Sogno/dondola nell’aria/una piuma”
    cantò lui accostandosi alla lupa
    “Nei sogni bisogna crederci!”
     
    “Che bella poesia!”
    sorrise lei di rimando.
     
    “La poesia è un atto d’Amore!”
    “L’Amore che abbiamo dimenticato!”
    “L’Amore gratuito! L’Amore a prescindere!”
    “L’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!”
    “L’Amore che ha bisogno di coraggio!”
    ripeté il lupo avanzando, retrocedendo
    in un tumulto di emozioni incontrollabili.
     
    “La Primavera verrà…” arrancò “Tutto finirà,
    #andraàtuttobene, ed il gelo si scioglierà
    a far luce, se ci crederemo veramente!”
    levò lui il muso.
     
     
     
     
    E trascinandosi caracollante
    giunse fin sulla roccia a contemplare
    lo sciabordio delle onde a divenire
    bianca spuma “Ce la faremo!”
    “La Primavera giungerà a salutare
    di gioia con la sua veste di primule
    il Generale Inverno!”
     
    “La Vita è il dono più prezioso
    perché questo? Perché?”
    mugghiò la lupa.
     
    “Nankurunaisa, credo sia una delle parole
    più belle del mondo, significa:
    con il tempo si sistema tutto! Ed io ne sono certo!
    Non dimenticarlo, Ipazia!”  
    la scaldò al tepore del suo fiato, il lupo.
     
    “Ce la faremo!
    Tutto passerà, a suo Tempo!
    Tutto ha il suo Tempo
      e giungerà anche quello giusto per noi!”
     
    “Guariremo!”
    sorrise la lontra mentre una lacrima
    di commozione le brillava fra le ciglia.
     
    “Ti credo, ci credo!”
     
    E dal mare un delfino
    salterellò facendo brillare d’argento le acque,
    giocando a far capriole con un pesce spada:
    Miracolo di Vita e d’Amore.
     
    “Si!” frullò le ali il colibrì Dante
     “In-sie-me…io non ti lascio solo!”
     
    “Si, je sto vicino a te!” annuì il lupo
    cullando nel suo cuore
    lo sguardo della lupa.
     
    E la luna spuntando
    d’improvviso dietro le pale delle montagne
    ad ammantare tutt’intorno,
    portando la nuova stagione,  aprì con la sua veste
    la Festa della Primavera.
     
     
     
     
     
    “Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia
    Se tu sei Felice, io sono Felice!"
    porse il Generale Inverno
    un ramo d’ulivo di raro splendore
    alla bella Primavera, facendo risplendere
    la notte di magia.
     
    “La Primavera è arrivata!” presero a cantare
    in un unico coro di Pace e d’Amore
    gli animali uscendo
    dai loro rifugi.
     
    “Non c’è più  febbre e la tosse è cessata!”
    raccolse il mare fra i suoi flutti
    la lieta novella.
     
    “Buona Primavera!” bisbigliò Ipazia
    “Idem, cara!” gli fece eco Demetrio.
     
     
    E da quella notte i due lupi non si
    separarono mai più, ed in poco tempo la pancia di lei
    crebbe gonfia del loro Amore,
    dando alla luce Vittoria
    lupacchiotta allegra e piena di Vita,
     per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 12 marzo alle ore 13:02
    Il lupo Pitagora

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro e una macchia nera sul muso, di nome  Pitagora.
    Dal carattere nobile ed altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante dei colori sfavillanti dei fiori nei campi, del respiro lieve dei ruscelli all’aria aperta, del brillio della luna, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Acquazzone/dondola fra i ciliegi/la primavera ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portare la sua poesia sempre più in alto, fino al cielo.
    Ferito ancora cucciolo da alcuni cacciatori di passaggio, che puntatogli contro un fucile, l’avevano fatto ammutolire sotto i loro spari, Pitagora ritrovatosi riverso al suolo sanguinante e storpio - perduta una zampa - si era trasformato in una creatura muta e solitaria sempre un passo dietro gli altri, cercando di non essere un peso per il suo branco.
    “La Vita è il dono più prezioso! Perché farci questo?” si era chiesto addolorato “Perché puntarci contro i loro fucili se non abbiamo fatto alcunchè? Se nemmeno ci conoscono? Perché agire senza alcun briciolo di rispetto?”
    E seppur storpio, arrancando a fatica, non aveva mai smesso di cantare la sua poesia, ugualmente orgoglioso di riempire coi suoi versi il creato “Sono vivo e posso muovermi, anche se con lentezza, e non mi fermerò di certo!”.
    “Ma così ridotto!” ciarlava il chiacchiericcio intorno “Quella zampa fa orrore!” “Quella macchia nera!” “Non potrà mai trovare una compagna!” “Così conciato no!” “Come potrebbe” “E’ lapalissiano!”
    Ma docile e mite, lui sorrideva alle loro parole, senza remore.
    E una notte girovagando per la Foresta, intento a soffiare nell’aria i suoi haiku, udendo all’improvviso una voce vibrare nel buio, il suo cuore mancò di un battito.
    “Che stupenda poesia! E’ un haiku! Complimenti!” si fece avanti una lupa dagli occhi d’ambra “Che meraviglia! Il mio nome è Gala!”
    “Grazie!” la salutò Pitagora, felice che la sua poesia le fosse piaciuta tanto “Gala!” continuò “Un nome bellissimo, che in greco antico significa Γαλάτεια Galateia, dal termine γάλα gala, "latte" e vuol dire "bianca", "lattea", "bianca come il latte", proprio come il tuo manto bianco!” sorrise lui, voltandosi adagio “Grazie per i tuoi complimenti!”.
    E la lupa avvicinatasi a lui, scorgendo sul suo muso quella macchia nera, squadrando la zampa zoppa, balzò all’istante, indietreggiando.
    E leggendo l’incredulità sul viso di lei, comprendendone il motivo, Pitagora chinò il capo “Sono contento che ti sia piaciuto, non tutti conosco gli haiku! Ma probabilmente, non mi avevi riconosciuto nel buio!” balbettò.
    Lui, con una macchia nera sul muso e una zampa storta, chiamato per quelle sue caratteristiche col nome di “Nero”  in maniera dispregiativa.
    “Hai amato così tanto il mio haiku, dal non esserti fermata nemmeno per un istante a chiederti chi ne fosse l’autore!” scodinzolò suo malgrado Pitagora, ben avvezzo a reazioni del genere.
    “Il lupo con una macchia nera!” “Il lupo con una zampa storpia!” “Quanto è brutto!” “Storpio e nero!” “Non è  gradevole a vedersi!” “E’ meglio starne alla larga!” sbarrò gli occhi la lupa, guardandolo da vicino.
    E facendo per andarsene Pitagora assentì “Grazie per aver amato il mio haiku, Gala! La poesia è il mio respiro, il mio sogno, ciò che mi rende felice! Nonostante per molti il mio fisico non sia quello idoneo, la poesia spezza ogni mia catena! Quando compongo il mio animo è libero, e anche se malfermo, con una macchia nera sul muso, brutto, inadeguato, mi ritrovo sano, veloce! Non esistono più fragori di fucile a scoppiare! Sillaba dopo sillaba ritrovo la Vita, i miei colori!” riprese il suo sentiero.
    E la lupa nel vederlo andar via, col cuore in gola, abbassò la coda, contrita.
    “Hai fatto bene!” “Quella zampa è rivoltante!” “I cacciatori lo hanno ridotto così!” “Fa paura!” “E’ sempre solo!” “E’ sempre in disparte!” “Fa orrore!” “Non lo si può guardare!”
    Ma allontanatosi di appena pochi metri, Pitagora udendo di colpo un urlo disperato fendere l’aria,  riconoscendo la voce di Gala, corse indietro in volata  col cuore in tumulto.
    “E’ la mia fine!” gridava la lupa “E’ la mia fine! Che qualcuno mi aiuti!”
    E giunto sul posto, lo stupore di lui fu enorme nello scoprire la sventurata intrappolata in una rete, nascosta da mano umana alle radici di una vecchia quercia, impaurita.
    “Sono caduta in questa trappola come una stupida! Come farò?” lo guardò lei, terrorizzata.
    E senza porre tempo in mezzo il lupo, accostatosi alla rete, le intimò la calma “Non muoverti, Gala! Non aver paura!” soffiò “Ci sono qui io!” modulò la voce con dolcezza “Sta ferma! Oppure sarà peggio!”
    “Uscire da questa trappola è impossibile!” continuò lei “I cacciatori in giro da queste parti mi uccideranno!” 
    “Sono qui io!” continuò Pitagora “Insieme possiamo farcela! Ora tenterò di aprire uno spiraglio fra le trame della rete, per fortuna non è molto stretta! Gli uomini ne usano di più inaccessibili, questa è piuttosto blanda! Tu segui quello che ti dico! Tranquilla!” la incoraggiò lui “Stai calma!”.
    E cercando di rasserenarla, levò in alto il muso recitando uno dei suoi haiku più belli, come gli accadeva sempre quando le parole lasciavano il posto alle emozioni, avanzando retrocedendo in un tripudio di sentimenti incontrollabili “Sogno/dondola tra i rami/una piuma” tentando di chetarla col dono della poesia.
    E nell’ascoltare quel canto d’amore, Gala sentì i suoi occhi inumidirsi di lacrime “Pitagora, scappa! Qui intorno è pieno di cacciatori! E se ci scorgono uccideranno anche te!” inghiottì “Tu col tuo passo non riusciresti mai a scappare in tempo!” scosse il capo nel vederlo al suo fianco mettere a repentaglio la sua stessa Vita, pur di trarla in salvo “Scappa!” ringhiò dimenandosi con foga ancora maggiore “Questa trappola è ben fatta non potrai mai riuscire a liberarmi! Corri via!”.
    E Pitagora sordo a quelle parole, destreggiandosi con fermezza, incurante della sua zampa storpia, utilizzando le zanne e gli artigli ben affilati, deglutendo, goffo, impacciato ma tenace, prese ad agire sulla rete tentando di aprire un varco, caparbio “Forza! Insieme! Insieme possiamo riuscirci! Per fortuna non sei ferita, spingi quando ti dico di farlo e non aver paura! Ci riusciamo!” desideroso solo di proteggerla e portarla in salvo.
    “Lui sta rischiando la sua Vita per te! Ti sta dimostrando il suo coraggio, mettendo la tua Vita prima della sua”
    “Coraggio viene dal latino coratĭcum o cor habeo, aggettivo derivante dalla parola composta cŏr, cŏrdis 'cuore' e dal verbo habere 'avere': avere cuore! E lui si sta esponendo per te, offrendo il suo cuore al fucile del cacciatore!” udì una Voce soave al suo orecchio Gala.
    E inspirando forte l'odore di lui, riconoscendolo buono, la lupa prese a strattonare con impeto, seguendo le sue indicazioni, con un misto di sudore e fatica, ingoiando la paura, collaborando.
    “Spingi quando ti dico di farlo!” prese a guidarla il lupo “Forza puoi farcela, Gala! Spingi! Ora!” col fiato corto, infaticabile “Spingi!”
    E ad un tratto, apertosi uno strappo fra le trame della rete, Pitagora lanciando a Gala uno sguardo d’intesa, senza proferire parola, lasciò che la lupa saltasse fuori in un sol balzo, sana e salva, dritta sulle zampe.
    “Grazie per avermi salvato la Vita!” si sciolse lei in un pianto liberatorio.
    “Di nulla! Non mi ero allontanato molto e per fortuna tu hai seguito alla lettera ciò che ti dicevo di fare, dandomi fiducia, senza ascoltare quelli che di tutto il mio pelo, vedono solamente la macchia nera che porto sul muso e la mia zampa zoppa, ed in base a ciò mi chiamano con disprezzo col nome di Nero!” le confessò sottovoce  “Quando quel nomignolo mi era stato dato alla nascita come vezzeggiativo!” grattò lui la nuda pietra.
    “La prossima volta stai più attenta!” guaì “La Vita è il dono più prezioso! Perché farci questo? Perché volerci uccidere? Non continuare a fare questo senza che abbiamo alcuna colpa!” gemé “Perché puntarci contro un fucile? Nascondere trappole?!” e accomiatandosi con un sorriso, fece per riprendere il suo sentiero.
    “Non andare via!” trasalì la lupa, facendo per fermarlo “Ecco…lupo prima di te, nessuno aveva mai prestato tanto valore al mio nome, sai? Gala si, significa bianca come il latte! E volevo dirti grazie per avermi aiutata col dono della poesia!” lo guardò tremante d’emozione.
    “Grazie a te per aver cullato il mio haiku nei tuoi pensieri, sono così pochi quelli che si fermano ancora ad amare la poesia! Specie poi i miei haiku! Per  molti, basta scorgere il colore della macchia che ho sul muso, oppure scorgere la mia zampa, per fuggire via senza pensarci due volte!”
    E lei chinando il capo sussurrò “Chi crea versi talmente belli non può non essere una creatura sensibile!” scodinzolò “La poesia è un atto d’Amore! L’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore a prescindere! L’Amore gratuito, l’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!” calò lo sguardo.
     “Ma cosa sta facendo!” “Quella lupa è folle!” “E’ pazza!” “Non vede quanto è brutto?” “Non sente repulsione?” “Quella zampa fa spavento!” “Non è maleodorante?!” “Che voltastomaco!”
    “Gala a te non provoca ripugnanza questa ferita? Non mi trovi brutto? Non pensi sia repellente?” buttò lui di un fiato “Non cogli un ché di raccapriccio?”  brillò fra le sue ciglia una lacrima “Ormai ci sono abituato! Ciò che provo non conta, i miei pensieri, i miei desideri, quello che sento dentro non interessa a nessuno, né alcuno vi pone ascolto! L’universo delle mie emozioni spesso resta inascoltato! Non è importante per gli altri! E’ così da tempo!”
    “Ecco perché è sempre così solo! Ecco il motivo per cui vive in disparte!” udì Gala nuovamente quella Voce al suo orecchio “Tu hai guardato oltre la sua zampa per tutti così disgustosa e quella sua macchia nera a colorargli il muso alla nascita! E per questo lui ti ha aperto il suo cuore! Tu ascoltalo!”
    E per tutta risposta, la lupa si chinò delicatamente a leccargli la ferita con cura, tratto a tratto, adagio, con premura, inalandone l’odore “Come fai a pensare di essere brutto…se sei così bello!”
    E lui guardandola così vicina, farfugliò “Gala…”
    “Lupo, vogliamo giungere fin sopra la roccia? Vuoi cantare da lassù la tua poesia?” lo guardò lei portando negli occhi il dono della tenerezza.
    “Beh, non so se potrei riuscirci, il mio passo è troppo lento!” bofonchiò lui “E se poi non…” aprendosi poi in un largo sorriso “Ma si! E se non dovessi farcela potrò dire almeno di averci provato!” strizzò lui l’occhio.
    E ridendo alla sua affermazione, la lupa salterellò “Insieme, Pi-ta-go-ra? Mi piacerebbe tantissimo...”
    E lui udendo per la prima volta il suo nome pronunciato dalla voce di lei, l’accolse dentro il suo cuore “Ti va davvero di salire l’altura e veder nascere la luna da lassù?  Sai, c’è un posto, un’angolazione, da cui è possibile poter ammirare appieno le Pale delle Montagne in tutta la loro smisurata bellezza, quando la luna si apre ad illuminare coi suoi raggi il creato! E’ lassù che vorrei giungere! Veramente lo vuoi?"
    “Ma sarà difficilissimo!” “Con una zampa così!” “Impossibile!” “Con quel fisico!” “Storpio! Brutto!” “Come potrebbe?” “Zoppo giungere fin là!”
    E insieme presero il cammino, dapprima con esitazione, poi sempre più sicuri, con maggior fermezza, energia, risolutezza, forti, incantevoli nelle movenze, cuore-muscoli, anima-fiato, inspirando la Vita a pieni polmoni. Sorreggendolo lei quando la salita diveniva più dura, attendendolo lungo le zone più impervie, uniti, ridendo a crepapelle, fermandosi a divorare la frutta dividendola festanti, un passo dopo l’altro.
    Fino a toccare insieme la vetta, all’unisono, in alto, in alto laddove il cielo s’apriva in tutta la sua maestosa, imponente magia.
    “In-sie-me!” brillò la voce del lupo, levando in alto il suo canto, facendo risplendere col proprio ululato la mezzanotte, riconoscendo nello sguardo di lei la paura, ma insieme la forza di essergli accanto, ritrovando nella sua tenerezza la propria poesia “Amor Vincit Omnia!” rivestì col suo verso la montagna “Grazie mia bellissima Gala!”
    “Tu non devi ringraziarmi, Pitagora! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia …dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Le cose che ti rendono Felice, rendono Felice anche me! Se tu sei Felice, io sono Felice!” ribadì la lupa tirandogli giocosamente l’orecchio con le zanne.
    “Felix qui quod amat defendere fortiter audet. Beato colui che ha l'ardire di difendere ciò che ama. Disse un tale. E quel tale, aveva ragione!” mugolò “Non andare mai più via, Pitagora!” guaì la lupa posando la fronte contro quella di lui “Non farlo mai, tu per me sei importante, Importante una parola bellissima: dal latino, portare dentro. Ed è proprio così. Io ti porto dentro di me, ovunque io vada tu ci sei. SEMPRE. … Ti fidi di me?”
    E lui sorridendo, ricambiando il suo amore nel muto linguaggio dei loro due cuori a fondersi in uno soltanto, soffiò “Seppure tu ti trovassi dinanzi un branco formato dai più bei lupi dei dintorni a farti la corte, si, sono sicuro tu sceglieresti sempre me! Invece di farmi sentire inadeguato, mi hai fatto entrare nel tuo cuore, cucciola, facendomi sentire insostituibile!”  
    E da quella notte i due lupi non si separarono mai  più, per sempre insieme, felici e contenti.
     
     
     
     
     

     
  • 04 marzo alle ore 8:24
    La lupa/La loba Evìta

    Come comincia: La lup Evìta
     
    C’era una volta, una giovane lupa dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Evìta.
    Perduta una zampa, lei non si era mai persa d’animo, e pure se storpia e malferma, obbligata a mangiare solo semi e bere tanta, tanta acqua, non aveva mai smesso di cantare la sua poesia alla luna, anche se con tono più basso, come la sua condizione le imponeva, ugualmente orgogliosa di riempire col suo canto il creato.
    “Però con quella zampa! Così conciata!” “Fa voltastomaco!” “Poverina!”  giungevano di quando in quando, voci al suo orecchio.
    “Sogno/ dondola fra i rami/ una piuma”  cantava lei, un passo dietro gli altri.
    “Ma d’inverno i semi scarseggiano, e se tu non ce la dovessi fare a trovarne sulla nuda pietra, e dovessi per questo cercarne altrove?”
    “Ma sulla roccia come si fa a vivere?”. E  Evìta per tutta risposta cantava facendo risplendere col suo canto il creato.
    “Alla festa della primavera, mi sembra, non sia mai stata invitata?”, e la lupa annuendo si destreggiava in gorgheggi ancora più brillanti.
    “E come potrebbe mai riuscire ad arrivarci?”, “Evìta?!” ,“Sarebbe un viaggio troppo lungo per lei!”, “Dovrebbe fermarsi troppo di frequente per dissetarsi!”,  “E poi come farebbe ad affrontare un viaggio così lungo?”
    “Poverina!” “Zoppa!” “E’ così’ brutta!” “Una strega!”
    “Ma se sei bellissima!” sospirava Dario, lupo dagli occhi d’ambra, per cui Evìta era perfetta, forte, coraggiosa, l’unica in grado di guardarlo facendolo sentire amato, invincibile.
    “Ma la mia zampa? anche se sono così brutta?” guaiva lei.
    E lui tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, dinanzi alle sue paure rideva “Amore mio! Cucciola!” scodinzolando. Facendole dimenticare le malelingue.
    “Evìta! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia …dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Se tu sei Felice io sono Felice!" ululava lui, cuore nel cuore, raggianti.
    “L’Amore!” batteva le zampine, commossa, la lontra Cordelia.
    E lei cantava a quelle parole ancora più forte,  giungendo con la sua poesia fino al cielo, lassù, in alto, in alto, oltre le nuvole, l’azzurro, fra i veli dell’aurora, con la sua voce: melodia d’amore, d’impareggiabile bellezza.

    ********************
    La loba Evìta

    Érase  una  vez, una  joven  loba con unos  ojos  morados  oscuros con mucho matices, llamada Evìta.
    A pesar de que había perdido una pata, ella nunca perdió el ánimo, y además, aunque era deformada y enferma, obligada a comer sólo semillas y tomar mucha agua, nunca había dejaba de cantar su poesìa a la luna, aunque lo hacía desde tonos bajas, tal como su condición le obligaba, pero igualmente orgullosa de llenar con su bel canto la creación.
    "¿Pero adónde va con esa pata? Ay, ¡qué pintas!", “¡Da asco!", "¡Pobrecita!" les alcanzaban, de vez en cuando, las voces a su oído.
    "Sueño /se balancea entre las ramas / una pluma" cantaba ella, un paso detrás de los demás.
    “Pero en el invierno las semillas son escasas, ¿y si no las encuentras sobre las rocas desnudas, y tienes que para buscar en otras?”
    “¿Qué tal se vive sobre la roca?” Y, por respuesta, Evìta cantaba, haciendo resplandecer la creación con su canto.
    “A la fiesta de la primavera, me parece, nunca fue invitada?”, y la loba asintía con la cabeza e se las apañaba con las palabras para cambiar discurso.
    “¿Cómo podría alguna vez ser capaz de llegar?”, “¿Evìta?”, “¿Sería un viaje demasiado largo para ella”, “Debería pararse con demasiada frecuencia para satisfacer su sed!”,  “¿Y luego cómo se enfrentan a un viaje tan largo?”
    “Probecita!” “Cojeara!”  “Ella es tan fea!”  “Una bruja!”
    "¡Pero si eres hermosa!" suspiraba Dario, lobo con ojos color ámbar. Para él, Evìta era perfecta, fuerte, valiente, la única capaz de mirarlo haciéndole sentir amado e invencible.
    "Pero ¿y mi pata? incluso si soy tan fea? ", murmuraba ella.
    Y él, jugando, tirándole de su oreja con sus colmillos, viendo sus miedos reía y le decía "¡Mi amor! ¡Cachorrita!”, meneando la cola. Haciéndolos olvidar los chismes.
    “Evìta! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: donde tú si feliz yo soy Feliz, si tú si Feliz Yo soy Feliz!” aullaba el, corazón en corazón, radiantes.
    "¡El amor!" golpeaba las patas, emocionada, la nutria Cordelia.
    Y la loba cantaba esas palabras aún más fuerte, llegando con sus poesìa desde el cielo, allá arriba, en alto, en alto, muy por encima de las nubes, entre los velos del el amanecer, con su voz: melodía de amor y de incomparable belleza.
     
    (Traducción  al español por Fabio Pierri)

     
  • 04 febbraio alle ore 7:36
    La lupa Aurora

    Come comincia: C’era una volta, una giovane lupa dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro di nome Aurora.
    Dal carattere nobile ed altruista, grande sognatrice, adorava lei dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante della festosa danza dei fiori nei campi, del respiro lieve delle nuvole all’aria aperta, del brillio della luna, perennemente col muso rivolto verso l’alto, persa nei suoi pensieri.
    Acquazzone/fra i fiori dell’alba/la primavera ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portare la sua poesia sempre più in alto, fino al cielo.
    Ferita ad una zampa da alcuni cacciatori di passaggio, che puntatole contro un fucile l’avevano fatta ammutolire sotto i loro spari, ritrovatasi riverso al suolo sanguinante e storpia, la lupa si era trasformata in una creatura muta e solitaria, sempre un passo dietro gli altri, cercando di non essere un peso per il suo branco.
    Ma anche se zoppa rialzandosi a fatica, non si era mai scoraggiata “La Vita è il dono più prezioso! Perché fare questo? Perché puntarci contro i loro fucili se non abbiamo fatto alcunché? Se nemmeno ci conoscono? Perché non provare alcun briciolo di rispetto?!”
    “Con quella zampa menomata!” “Poverina sarà difficilissimo muoversi per lei!” ciarlava il cicaleccio intorno “Salire l’altura!” “Quella ferita fa voltastomaco!” “Non potrà mai trovar compagnia così conciata!”
    Ma docile e mite, lei sorrideva alle loro parole senza remore, continuando a cantare al mondo i suoi haiku, senza riuscire a capacitarsi del motivo che spingesse l’uomo a vivere portando sottobraccio un bastone di ferro tonante a dispensare morte e penuria, distruggendo tutto ciò che aveva intorno, sconvolgendo le esistenze altrui, costringendo gli animali e veder bruciare intere zolle di terra, tranciando alberi senza ritegno e infestando cibo e acqua, senza conoscere che brevi, sporadici attimi di quiete.
    “Aurora!” balzò il bellissimo Picasso al suo fianco, scorgendola abbeverarsi alle sponde del Fiume Fresco “Che bello vederti! Proprio or, ora avevo composto un nuovo haiku nel mio cuore e volevo tu lo ascoltassi!”
    Lupo bellissimo dagli occhi d’ambra, Picasso, conosciutala ancora cucciola, intenti a divorare more dallo stesso cespuglio, ritrovatisi poi a ruzzolare insieme lungo la Valle, divertendosi, ridendo a crepapelle, aveva preso a seguirne il passo più lento, felice di starle accanto, condividendo lo stesso indomito amore per la poesia.
    “Pace/dondola fra i rami/una piuma” recitò di un fiato “Che te ne sembra?” restò il lupo col fiato sospeso, grattando la nuda pietra con gli artigli, sollevando gli occhi oltre l’orizzonte, fiutando come ogni notte l’odore dei cacciatori, cercando nel cielo il silenzio della pace.
    E lei drizzando le orecchie a punta nell’incalzare palpitante della voce di lui, scodinzolò “E’ un haiku bellissimo!” strusciò il proprio muso contro il suo  “Picasso i cacciatori un giorno capiranno, vedrai! La natura tornerà di nuovo a sbocciare libera in tutto il suo fulgore ed a meravigliarci con la sua magia, noi tutti potremo ancora riprendere a correre senza paura alcuna, e la poesia porterà nuovamente l’armonia!”
    E lui ritrovandosi negli occhi di lei, quel caldo color viola di tenacia acceso, chinò il capo “La poesia è un atto di pace, Verlaine!” tossì “Me lo hai insegnato tu! La poesia è un gesto d’Amore! L’Amore che abbiamo dimenticato! L’Amore gratuito, l‘Amore a prescindere! L’Amore che è l’unico respiro dell’Amore! L’Amore che ha bisogno di Coraggio! Coraggio una parola importante, dal latino coratĭcum o anche cor habeo, dalla parola composta cŏr, cŏrdis, 'cuore' e dal verbo habere 'avere': avere cuore!” guaì “L’Amore che è la parola che le contiene tutte!” mugghiò, felice nello scoprire ogni volta quanto a lei piacessero i suoi haiku. Lui che l’adorava quella lupa dallo sguardo disarmante, seppure zoppa, storpia, piena di graffi, ma dal cuore grande, coraggiosa, ribelle: la sua Aurora dalle innumerevoli cicatrici e la dolcezza infinita.
    E chiudendo gli occhi Picasso, carezzò adagio la zampa della lupa con cura infinita lungo tutta la sua ferita, ispirandone forte l’odore.
    “Ma quella zampa!”  “Cosa può trovarci in lei?” “Lui non è sincero!”
    “Aurora stanotte la luna è così bella dietro le Pale delle Montagne, a portare coi suoi raggi d’argento lo splendore dell’incanto, non trovi?!” sospirò frullando il naso “Un giorno gli Umani capiranno il valore del cielo, la sua magnificenza! Noi dobbiamo continuare a comporre poesia senza stancarci e quando la pace tornerà, troverà questi versi ricchi di libertà, purezza, gioia! La poesia è forza capace di unire, quella meraviglia che non si può spiegare!” gonfiò il petto “La pace brillerà ancora nella Foresta e non dovremo più difenderci, rinasceranno nuovi fiori e bellissime piume bianche verranno a segnare la fine di questo scempio di umana ignoranza, ridipingendo il creato! Ci sarà ancora Futuro!” la contemplò portando negli occhi il dono della tenerezza.  
    Quando d’improvviso voltando lo sguardo, il giovane lupo vide un luccichio nel buio prendere i bagliori di un fucile, seguito dall’urlo di un cacciatore nascosto fra la sterpaglia a tagliare l’aria feroce, puntando contro di loro “Lupi!”.
    E cercando di scappare spaventati, senza riuscire a proferire parola, il lupo udendo il fiato di Aurora annaspare al suo fianco, scosse il capo atterrito “Lupa attenta! Sta per sparare!” balzando su di lei, troppo lenta per riuscire a trarsi in salvo.
    “Picasso va via! Corri, non aspettare!” cercò di arrancare, ringhiandogli contro “Io sono solo un peso!”.
    “Sta rischiando la Vita per lei!” “Ma è stupido?” “Cosa fa?” “Lei è così brutta!” “Ma qualcuno lo faccia ragionare!”
    Ma lui accortosi del pericolo, scostando la lupa di riflesso, intuendo la traiettoria dello sparo la fece rotolare al lato opposto, sfidando l’esplosione su di sé, in prima linea, in un gesto di fiducia, speranza, amore.
    E ferito di striscio il lupo, percependo acre l’odore del proiettile sul suo corpo, levando la testa in cerca del cacciatore, col pelo bruciato e le fauci strette, verificò col cuore a mille, che anche lui stesse bene, umano dal cuore instupidito, sperando che nulla gli fosse successo nel compiere quel gesto stolto e insensato, irrispettoso del prezioso dono della Vita.
    E scoprendolo sano e salvo, col fucile ancora fumante tra le mani ma incolume, ululando il suo canto soave di pace al cielo, guardò lui fissarlo esterrefatto.
    “Picasso!” ululò la lupa distesa al suolo nel vedere lui ed il cacciatore guardarsi “Picasso ma perché hai fatto questo? Mettere a rischio la tua Vita per me, perchè?” si sollevò malferma.
    “Aurora, mia adorata! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia, dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sia, io sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Le cose che ti rendono Felice, rendono Felice anche me! Se tu sei Felice, io sono Felice!” cantò il lupo “Come avrei mai potuto permettere che ti fosse fatto del male?” soffiò, cuore nel cuore della sua amata.
    E guardando la carabina dinanzi a sé guaì “Un giorno udii un uomo leggere queste parole e sono rimaste per sempre dentro me ‘Ci sono cose da fare ogni giorno: lavarsi, studiare, giocare, preparare la tavola a mezzogiorno. Ci sono cose da fare di notte: chiudere gli occhi, dormire, avere sogni da sognare, orecchie per non sentire. Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra’. Non è meravigliosa?  La parola diviene poesia capace di provocare un fremito! Parole immortali a cavalcare i secoli, che portino il dono dell’Umanità, in quanto sinonimo di solidarietà, altruismo!”
    E il cacciatore dinanzi a quel gesto, calò la sua arma portandosi i pugni alle tempie “Cosa ho fatto? Ti ho ferito? Stai bene?” deglutì sgomento “Sono uno stupido! E oramai è troppo tardi!”
    Ma levandosi adagio il lupo scodinzolò “No, non è tardi! Non è mai troppo tardi per l’Amore!”  si drizzò sulle zampe, tremante, impaurito, ma illeso.
    E l’uomo col cuore in gola, raggiante, gli corse incontro, tendendo la mano libera per carezzargli la testa dolcemente “Potrai mai perdonarmi, scusarmi per il mio gesto?”
    E percependo calda la lingua del lupo leccargli il palmo in segno di pace, con gli occhi umidi di pianto, si ritirò all’istante lasciando la Foresta, fra la gioia e l’esultanza di tutti gli animali.
    “Amor gignit amorem: l’amore genera amore!” si schernì “In-sie-me nel bene e nel male, origina forza, fiducia!”.
    E Aurora zoppicando verso di lui col petto in tumulto, lo guardò come mai aveva fatto prima di allora “Grazie per aver rischiato la tua vita per me, io che sono così brutta, storpia, con questa mia zampa fetida, Picasso!” soffiò “Tu mi hai fatto comprendere quanto avere qualcuno accanto sia prezioso! Quanto essere amata sia la cosa più inestimabile del mondo! Amor Vincit Omnia! L’Amore Vince Tutto!” levando in un sol lungo ululato, il suo messaggio di amore al cielo “Io che sono così goffa, brutta! Tu che al mio fianco non potrai mai avere sguardi di invidia, non potrai mai sentirti ammirato perché hai accanto una lupa leggiadra, bella! Non potrai mai percepire la gelosia di altri lupi che ambiscono ad una compagna così affascinante!”.
    “Aurora non dirlo nemmeno! Come fai a pensare di essere brutta, se sei così incantevole! Come potrei fare a meno di te, smettere di camminare al tuo fianco, di aspettarti ogniqualvolta ti allontani, seguire il tuo passo, accompagnare il tuo sguardo! Tu che mi hai dato la gioia pura ed incondizionata dell’Entusiasmo, pure se come dici tu sei zoppa e storpia, ed Entusiasmo è una parola così importante, così speciale, deriva dal greco e vuol dire ‘Avere un Dio accanto’! Ed è propriamente così…io ti amo Aurora!”
    E lei mordicchiandole giocosamente l’orecchio con le zanne, attirandolo a sé annuì raggiante “Idem, mio dolce Picasso!”
    E da quella notte i due lupi non si separarono mai più, ed in poco tempo la pancia di lei crebbe piena del loro Amore, dando alla luce la piccola Rosalba, lupacchiotta allegra e piena di Vita, continuando insieme a far poesia, ricamando il creato con le trame dei loro versi, per sempre felici e contenti.

     
  • 02 febbraio alle ore 14:39
    La lupa Creusa

    Come comincia: Sull’altura due respiri, ululati. L’uno, all’altra al fianco: poesia di febbrile attesa. Caracollante il passo di lei, satura l’aria d’odori, zanne strette,  pieno il grembo d’Amore a schiudersi. Alba/dondola tra i rami/una piuma lui a consolarla, accompagnarla, una benedizione.
    Glicemia-sù, cuore-battito, capoverso-giù, glucosio-impellente. Nell’amplesso l’ardore all’apice, un sussulto “Continua!”. Indomabile seno di lupa a divenire terra. “Si disse che se potessimo comprendere un fiore sapremmo chi siamo e cos'è il  mondo” il seme di lui: germoglio. “Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia!” palpito nuziale, spartito il canto. Capriole e ritmo, spinta a venir fuori, radici e cielo: – la Vita.

     
  • 02 gennaio alle ore 8:30
    La lupa Audisia

    Come comincia: C’era una volta una giovane lupa, dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro di nome Audisia.
    Perduta una zampa ancora cucciola, ferita da alcuni cacciatori di passaggio che puntatole contro un fucile l’avevano fatta ammutolire sotto i loro spari, ritrovatasi riversa al suolo sanguinante e storpia, la piccola lupa si era trasformata in una creatura muta e solitaria sempre un passo dietro gli altri, cercando di non essere un peso per il suo branco.
    “La Vita è il dono più prezioso! Perché fare questo?” si era chiesta rialzandosi a fatica “Perché se non abbiamo fatto alcunché?” “Perché volerci uccidere? Non provare un briciolo di rispetto?”.
    Ma seppur storpia, con una zampa soltanto, anche se zoppa e malferma, lei non aveva mai smesso di riempire con il suo gioioso ululato il creato, componendo la sua poesia “Acquazzone/sul vecchio campanile/un pettirosso” ugualmente fiera.
    “Ma con una zampa sola!” vociferava il cicaleccio intorno “Una soltanto!” “Non è per niente un bello spettacolo!” “Quella zampa  fa voltastomaco solo a vedersi!” “Peccato!” “Non può affrontare lunghi percorsi!” “Poverina!” “Non andrà mai oltre!” “Che pena!” “Non potrà mai creare una famiglia sua!” “Come potrebbe mai avere dei cuccioli?” “Scherzi?!”.
    Ma per Tancredi, lupo dagli occhi d’ambra, tutto quel ciarlare appariva soltanto gratuito e insignificante. Audisia per lui era bellissima, speciale, la più bella lupa della Foresta, solo lei era in grado di guardarlo in quel modo, facendolo sentire amato, unico, invincibile, lei che aveva visto muoversi a fatica, anche con una zampa soltanto, arrancando senza mai fermarsi, condividendo insieme lo stesso indomito amore per la poesia.
    “Ma la mia zampa a te non provoca ribrezzo?” gli chiese una notte la lupa, col cuore a mille “Non t’importa che gli altri possano ritenerti pazzo, perché ti accompagni ad un essere così storpio, quando potresti ambire a ben altra compagnia?” guaiva.
    E lui tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, sorrise a quelle parole, per nulla toccato.
    “Non ti importa nemmeno se penseranno che ti sei accontentato, Tancredi?! Che potevi ambire a ben altra lupa! Non avrai mai sguardi di invidia, nessuno ti ammirerà guardando accanto a te una compagna così brutta!”.
    E lui mugghiando per tutta risposta, innamorato, rideva delle sue paure “Ma se sei bellissima…e altro non desidero che carezzare il tuo cuore e starti accanto per sempre! Cosa m’importa se il cammino è più lento e le Voci maligne? Ciò che desidero non si ha certo con la corsa sfrenata! E ciò che amo è solo potermi accoccolare nel tuo cuore e stringerti nel  mio!” perso d’amore.
    E l’animo della lupa radioso, dimenticava allora le malelingue altrui. In-sie-me nello stesso battito, in sincrono, per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     

     
  • 06 novembre 2019 alle ore 8:38
    La Fiabastrocca del lupo Gaspare

    Come comincia: “Ecco, ecco  è  già  Gran Festa!”
    “Ci si prepara in tutta fretta! Il 31 ottobre è arrivato!” si lustra le ali il pipistrello, che ha di gran moda il suo  bel mantello.
    “Presto! Presto!” fischietta il gatto a richiamare il bel corvo da lassù, pronti a riempier col loro canto la notte di magia. I ragnetti  tutti in fila ben  perfetti, ripetono a ritmo i lor sonetti!
    Ma della serata è lui tutto indaffarato, lo chef pluripremiato: “Per noi tutti Gaspare il lupo, preparerà la sua specialità!”
    Caduto in una tagliola, divenuto spettro troppo giovane, il lupo dagli occhi viola è lui, il cuoco eletto!
    “Per una Notte tutti vicini, tutti uniti dal cielo alla terra insieme in un sol canto, spettri, umani e animali!” s’alza l’ode alla luna, che dietro l’altura già freme ad aprir le danze.
    “Voglio preparare noci ricoperte di miele fresco colto dal fiore!” pensa il cuoco “Per questa Festa è l’ideale” frulla i baffi ed i pensieri.
    “Ottima idea!” scodinzola al suo fianco la bella Betsabea, lupa dagli occhi d’ambra “Prepariamo insieme il bel Dolce!”
    E sotto l’albero di noce raccogliendo dal suolo i buoni frutti, i due insieme, il ramo scuotono all’occorrenza “Spero bastino per tutti!” s’affanna lo chef  blasonato, guardando la compagna, attorniati di zucche al lor interno illuminate a fargli luce fra le tenebre “Bisogna far presto! Ce ne vogliono tante! La Festa è lunga e ricca d’invitati!” gherigli e gusci, gusci e gherigli a romper con le zanne s’alternano instancabili, destreggiandosi, confezionando i due lupi prelibate squisitezze, inzuppandoli nel miele fresco.
    E allo scoccar della mezzanotte fra gli applausi festanti, nel bel mezzo dell’oro fuso di miele denso, ecco la gran Sorpresa: Rosso Rubino il Re Melograno.
    “Auguri a tutti!!”  recita il lupo la sua poesia d’incanto “Auguroni!” ulula alla luna accanto alla dolce Betsabea, fra le noci croccanti, il suo haiku più bello “Segna già/ un melograno /novembre!”
     
     

     
  • 29 dicembre 2018 alle ore 17:41
    Il lupo Spartaco

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Spartaco.
    Dal carattere nobile ed altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del brioso ondeggiare dei fiori nei campi, del respiro lieve dei ruscelli all’aria aperta, del candido brillio della luna in cielo, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Nato con una macchia nera sul muso, il lupo dal pelo bianco, non era mai stato ben visto dagli altri animali della Foresta, che lo ritenevano troppo brutto per quella sua particolarità, e lasciato per questo, spesso solo ed in disparte, per nulla vinto, docile e mite lui sorrideva alle loro parole senza remore, componendo la sua poesia Acquazzone/ dondolano al chiaro di luna/i ciliegi ricamando nel suo cuore i propri haiku.
    Ed un giorno girovagando per la Foresta, contando le sillabe dei suoi versi, udendo una voce dietro di lui, vibrare affascinata, il suo cuore mancò di un battito, nello scorgere una lupa dagli occhi d’ambra scodinzolante “Che bellissima poesia! Complimenti lupo!”
    E Spartaco, goffo, voltandosi adagio, balbettò radioso “Grazie!”
    Felice che la sua poesia fosse piaciuta, lui, lupo bianco con una macchia nera sul muso, conosciuto da tutti per quella sua caratteristica, e chiamato per questo col nome di “Nero”,  in maniera dispregiativa.
    “Non fidarti mai del lupo che ha una macchia nera!” era sempre stata una delle Voci più ricorrenti nella Foresta “Stai alla larga dal lupo bianco, che sul muso porta una macchia nera!” sbarrò gli occhi in quell'istante la lupa, riconoscendolo, e Spartaco, leggendo nello sguardo di lei lo stupore, comprendendone il motivo, indietreggiò “Hai tanto amato il mio haiku,  dal non fermarti nemmeno a chiederti, chi ne fosse l’autore!”
    “Quella macchia nera!” era sempre stato il ritornello più ricorrente “Come è brutto!” “Al lupo, al lupo!”
    Ma lei, nel vedere il lupo abbassare le orecchie appuntite, dopo aver compreso di essere stato riconosciuto, sentì il cuore in subbuglio.
    “Non ascoltare ciò che dicono gli altri!” l'ammonì al suo orecchio una Voce “Spesso l’Importante non è visibile agli occhi!”
    E la lupa inspirando forte l'odore di lui, riconoscendolo buono, lo chiamò per nome, in un sol fiato “Spartaco! Grazie per il tuo haiku! Il mio nome è Nausicaa, e sono felice di fare la tua conoscenza!” .
    “Di nulla!” si fermò lui  “Grazie a te, Nausicaa per averlo ascoltato ed apprezzato, sono così pochi quelli che si fermano ancora ad ascoltare poesia! specie poi i miei haiku! molti guardando il colore della macchia che ho sul muso, e fuggono via senza pensarci due volte, per fortuna tu non lo hai fatto, e ancor più per fortuna, tu non hai creduto a quelli che di tutto il mio pelo bianco, vedono solo la macchia nera che porto, e in base a quella, mi chiamano con disprezzo col nome di Nero, quando questo nomignolo, mi era stato posto alla nascita come vezzeggiativo!” abbassò la coda contrito “Grazie per avere amato i miei haiku!” le sorrise.
    E lei chinando il capo, per tutta risposta, gli leccò dolcemente il muso, ricambiando il suo sorriso “Spartaco, tu sei il lupo poeta! Il tuo nome è conosciuto da tutti anche per questo! E la poesia non può essere un male!” scodinzolò, sotto lo sguardo esterrefatto di lui, continuando “La poesia è un gesto di pace, è un atto d’Amore!” soffiò col cuore in subbuglio lei, senza fermarsi “La poesia è l’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore a prescindere! L’Amore che è l’unico compenso dell’Amore!” si accoccolò contro il pelo di lui, senza considerarlo diverso “Me lo reciteresti un altro haiku?”
    Ed il lupo, accogliendola dentro il suo cuore, tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, annuì “Primavera/ ospite fra rami di ciliegio/un pettirosso”.
    Insieme Spartaco e Nausicaa, si diressero verso la stessa grotta, uno di fianco all’altra, scoprendosi a dividere il giaciglio, innamorati. E da allora non si separarono più, e vissero per sempre felici e contenti.