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Racconti di Monica Fiorentino

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  • 22 aprile alle ore 7:48
    La Fiabastrocca del lupo Demetrio

    Come comincia: “Quest’anno par che la Primavera non
    voglia proprio arrivare …”
    non si faceva che vociferare
    fra gli animali della Foresta.
     
    “Il bel ciliegio non è sbocciato,
    e nemmeno i papaveri sono in Festa!”
     
    “Non ci sarà Primavera!” scosse il capo
     la bella Ipazia, lupa dagli occhi d’ambra,
    tossendo forte.
    “Un virus ha portato febbre
    e tosse a far male al petto,
    non sarà Primavera!”
    guardò i pettirossi far spallucce sui rami.
     
    “Il creato sta soffrendo!” sbraitò il cervo
    “Muto sta dormendo!”
     
    “Non credo…sarà così!”
    rispose Demetrio, giovane lupo
    dagli occhi viola, che zoppo girovagava
    per la Foresta ricamando la sua poesia.
     
    “Sogno/dondola nell’aria/una piuma”
    cantò lui accostandosi alla lupa
    “Nei sogni bisogna crederci!”
     
    “Che bella poesia!”
    sorrise lei di rimando.
     
    “La poesia è un atto d’Amore!”
    “L’Amore che abbiamo dimenticato!”
    “L’Amore gratuito! L’Amore a prescindere!”
    “L’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!”
    “L’Amore che ha bisogno di coraggio!”
    ripeté il lupo avanzando, retrocedendo
    in un tumulto di emozioni incontrollabili.
     
    “La Primavera verrà…” arrancò “Tutto finirà,
    #andraàtuttobene, ed il gelo si scioglierà
    a far luce, se ci crederemo veramente!”
    levò lui il muso.
     
     
     
     
    E trascinandosi caracollante
    giunse fin sulla roccia a contemplare
    lo sciabordio delle onde a divenire
    bianca spuma “Ce la faremo!”
    “La Primavera giungerà a salutare
    di gioia con la sua veste di primule
    il Generale Inverno!”
     
    “La Vita è il dono più prezioso
    perché questo? Perché?”
    mugghiò la lupa.
     
    “Nankurunaisa, credo sia una delle parole
    più belle del mondo, significa:
    con il tempo si sistema tutto! Ed io ne sono certo!
    Non dimenticarlo, Ipazia!”  
    la scaldò al tepore del suo fiato, il lupo.
     
    “Ce la faremo!
    Tutto passerà, a suo Tempo!
    Tutto ha il suo Tempo
      e giungerà anche quello giusto per noi!”
     
    “Guariremo!”
    sorrise la lontra mentre una lacrima
    di commozione le brillava fra le ciglia.
     
    “Ti credo, ci credo!”
     
    E dal mare un delfino
    salterellò facendo brillare d’argento le acque,
    giocando a far capriole con un pesce spada:
    Miracolo di Vita e d’Amore.
     
    “Si!” frullò le ali il colibrì Dante
     “In-sie-me…io non ti lascio solo!”
     
    “Si, je sto vicino a te!” annuì il lupo
    cullando nel suo cuore
    lo sguardo della lupa.
     
    E la luna spuntando
    d’improvviso dietro le pale delle montagne
    ad ammantare tutt’intorno,
    portando la nuova stagione,  aprì con la sua veste
    la Festa della Primavera.
     
     
     
     
     
    “Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia
    Se tu sei Felice, io sono Felice!"
    porse il Generale Inverno
    un ramo d’ulivo di raro splendore
    alla bella Primavera, facendo risplendere
    la notte di magia.
     
    “La Primavera è arrivata!” presero a cantare
    in un unico coro di Pace e d’Amore
    gli animali uscendo
    dai loro rifugi.
     
    “Non c’è più  febbre e la tosse è cessata!”
    raccolse il mare fra i suoi flutti
    la lieta novella.
     
    “Buona Primavera!” bisbigliò Ipazia
    “Idem, cara!” gli fece eco Demetrio.
     
     
    E da quella notte i due lupi non si
    separarono mai più, ed in poco tempo la pancia di lei
    crebbe gonfia del loro Amore,
    dando alla luce Vittoria
    lupacchiotta allegra e piena di Vita,
     per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 12 marzo alle ore 13:02
    Il lupo Pitagora

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro e una macchia nera sul muso, di nome  Pitagora.
    Dal carattere nobile ed altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante dei colori sfavillanti dei fiori nei campi, del respiro lieve dei ruscelli all’aria aperta, del brillio della luna, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Acquazzone/dondola fra i ciliegi/la primavera ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portare la sua poesia sempre più in alto, fino al cielo.
    Ferito ancora cucciolo da alcuni cacciatori di passaggio, che puntatogli contro un fucile, l’avevano fatto ammutolire sotto i loro spari, Pitagora ritrovatosi riverso al suolo sanguinante e storpio - perduta una zampa - si era trasformato in una creatura muta e solitaria sempre un passo dietro gli altri, cercando di non essere un peso per il suo branco.
    “La Vita è il dono più prezioso! Perché farci questo?” si era chiesto addolorato “Perché puntarci contro i loro fucili se non abbiamo fatto alcunchè? Se nemmeno ci conoscono? Perché agire senza alcun briciolo di rispetto?”
    E seppur storpio, arrancando a fatica, non aveva mai smesso di cantare la sua poesia, ugualmente orgoglioso di riempire coi suoi versi il creato “Sono vivo e posso muovermi, anche se con lentezza, e non mi fermerò di certo!”.
    “Ma così ridotto!” ciarlava il chiacchiericcio intorno “Quella zampa fa orrore!” “Quella macchia nera!” “Non potrà mai trovare una compagna!” “Così conciato no!” “Come potrebbe” “E’ lapalissiano!”
    Ma docile e mite, lui sorrideva alle loro parole, senza remore.
    E una notte girovagando per la Foresta, intento a soffiare nell’aria i suoi haiku, udendo all’improvviso una voce vibrare nel buio, il suo cuore mancò di un battito.
    “Che stupenda poesia! E’ un haiku! Complimenti!” si fece avanti una lupa dagli occhi d’ambra “Che meraviglia! Il mio nome è Gala!”
    “Grazie!” la salutò Pitagora, felice che la sua poesia le fosse piaciuta tanto “Gala!” continuò “Un nome bellissimo, che in greco antico significa Γαλάτεια Galateia, dal termine γάλα gala, "latte" e vuol dire "bianca", "lattea", "bianca come il latte", proprio come il tuo manto bianco!” sorrise lui, voltandosi adagio “Grazie per i tuoi complimenti!”.
    E la lupa avvicinatasi a lui, scorgendo sul suo muso quella macchia nera, squadrando la zampa zoppa, balzò all’istante, indietreggiando.
    E leggendo l’incredulità sul viso di lei, comprendendone il motivo, Pitagora chinò il capo “Sono contento che ti sia piaciuto, non tutti conosco gli haiku! Ma probabilmente, non mi avevi riconosciuto nel buio!” balbettò.
    Lui, con una macchia nera sul muso e una zampa storta, chiamato per quelle sue caratteristiche col nome di “Nero”  in maniera dispregiativa.
    “Hai amato così tanto il mio haiku, dal non esserti fermata nemmeno per un istante a chiederti chi ne fosse l’autore!” scodinzolò suo malgrado Pitagora, ben avvezzo a reazioni del genere.
    “Il lupo con una macchia nera!” “Il lupo con una zampa storpia!” “Quanto è brutto!” “Storpio e nero!” “Non è  gradevole a vedersi!” “E’ meglio starne alla larga!” sbarrò gli occhi la lupa, guardandolo da vicino.
    E facendo per andarsene Pitagora assentì “Grazie per aver amato il mio haiku, Gala! La poesia è il mio respiro, il mio sogno, ciò che mi rende felice! Nonostante per molti il mio fisico non sia quello idoneo, la poesia spezza ogni mia catena! Quando compongo il mio animo è libero, e anche se malfermo, con una macchia nera sul muso, brutto, inadeguato, mi ritrovo sano, veloce! Non esistono più fragori di fucile a scoppiare! Sillaba dopo sillaba ritrovo la Vita, i miei colori!” riprese il suo sentiero.
    E la lupa nel vederlo andar via, col cuore in gola, abbassò la coda, contrita.
    “Hai fatto bene!” “Quella zampa è rivoltante!” “I cacciatori lo hanno ridotto così!” “Fa paura!” “E’ sempre solo!” “E’ sempre in disparte!” “Fa orrore!” “Non lo si può guardare!”
    Ma allontanatosi di appena pochi metri, Pitagora udendo di colpo un urlo disperato fendere l’aria,  riconoscendo la voce di Gala, corse indietro in volata  col cuore in tumulto.
    “E’ la mia fine!” gridava la lupa “E’ la mia fine! Che qualcuno mi aiuti!”
    E giunto sul posto, lo stupore di lui fu enorme nello scoprire la sventurata intrappolata in una rete, nascosta da mano umana alle radici di una vecchia quercia, impaurita.
    “Sono caduta in questa trappola come una stupida! Come farò?” lo guardò lei, terrorizzata.
    E senza porre tempo in mezzo il lupo, accostatosi alla rete, le intimò la calma “Non muoverti, Gala! Non aver paura!” soffiò “Ci sono qui io!” modulò la voce con dolcezza “Sta ferma! Oppure sarà peggio!”
    “Uscire da questa trappola è impossibile!” continuò lei “I cacciatori in giro da queste parti mi uccideranno!” 
    “Sono qui io!” continuò Pitagora “Insieme possiamo farcela! Ora tenterò di aprire uno spiraglio fra le trame della rete, per fortuna non è molto stretta! Gli uomini ne usano di più inaccessibili, questa è piuttosto blanda! Tu segui quello che ti dico! Tranquilla!” la incoraggiò lui “Stai calma!”.
    E cercando di rasserenarla, levò in alto il muso recitando uno dei suoi haiku più belli, come gli accadeva sempre quando le parole lasciavano il posto alle emozioni, avanzando retrocedendo in un tripudio di sentimenti incontrollabili “Sogno/dondola tra i rami/una piuma” tentando di chetarla col dono della poesia.
    E nell’ascoltare quel canto d’amore, Gala sentì i suoi occhi inumidirsi di lacrime “Pitagora, scappa! Qui intorno è pieno di cacciatori! E se ci scorgono uccideranno anche te!” inghiottì “Tu col tuo passo non riusciresti mai a scappare in tempo!” scosse il capo nel vederlo al suo fianco mettere a repentaglio la sua stessa Vita, pur di trarla in salvo “Scappa!” ringhiò dimenandosi con foga ancora maggiore “Questa trappola è ben fatta non potrai mai riuscire a liberarmi! Corri via!”.
    E Pitagora sordo a quelle parole, destreggiandosi con fermezza, incurante della sua zampa storpia, utilizzando le zanne e gli artigli ben affilati, deglutendo, goffo, impacciato ma tenace, prese ad agire sulla rete tentando di aprire un varco, caparbio “Forza! Insieme! Insieme possiamo riuscirci! Per fortuna non sei ferita, spingi quando ti dico di farlo e non aver paura! Ci riusciamo!” desideroso solo di proteggerla e portarla in salvo.
    “Lui sta rischiando la sua Vita per te! Ti sta dimostrando il suo coraggio, mettendo la tua Vita prima della sua”
    “Coraggio viene dal latino coratĭcum o cor habeo, aggettivo derivante dalla parola composta cŏr, cŏrdis 'cuore' e dal verbo habere 'avere': avere cuore! E lui si sta esponendo per te, offrendo il suo cuore al fucile del cacciatore!” udì una Voce soave al suo orecchio Gala.
    E inspirando forte l'odore di lui, riconoscendolo buono, la lupa prese a strattonare con impeto, seguendo le sue indicazioni, con un misto di sudore e fatica, ingoiando la paura, collaborando.
    “Spingi quando ti dico di farlo!” prese a guidarla il lupo “Forza puoi farcela, Gala! Spingi! Ora!” col fiato corto, infaticabile “Spingi!”
    E ad un tratto, apertosi uno strappo fra le trame della rete, Pitagora lanciando a Gala uno sguardo d’intesa, senza proferire parola, lasciò che la lupa saltasse fuori in un sol balzo, sana e salva, dritta sulle zampe.
    “Grazie per avermi salvato la Vita!” si sciolse lei in un pianto liberatorio.
    “Di nulla! Non mi ero allontanato molto e per fortuna tu hai seguito alla lettera ciò che ti dicevo di fare, dandomi fiducia, senza ascoltare quelli che di tutto il mio pelo, vedono solamente la macchia nera che porto sul muso e la mia zampa zoppa, ed in base a ciò mi chiamano con disprezzo col nome di Nero!” le confessò sottovoce  “Quando quel nomignolo mi era stato dato alla nascita come vezzeggiativo!” grattò lui la nuda pietra.
    “La prossima volta stai più attenta!” guaì “La Vita è il dono più prezioso! Perché farci questo? Perché volerci uccidere? Non continuare a fare questo senza che abbiamo alcuna colpa!” gemé “Perché puntarci contro un fucile? Nascondere trappole?!” e accomiatandosi con un sorriso, fece per riprendere il suo sentiero.
    “Non andare via!” trasalì la lupa, facendo per fermarlo “Ecco…lupo prima di te, nessuno aveva mai prestato tanto valore al mio nome, sai? Gala si, significa bianca come il latte! E volevo dirti grazie per avermi aiutata col dono della poesia!” lo guardò tremante d’emozione.
    “Grazie a te per aver cullato il mio haiku nei tuoi pensieri, sono così pochi quelli che si fermano ancora ad amare la poesia! Specie poi i miei haiku! Per  molti, basta scorgere il colore della macchia che ho sul muso, oppure scorgere la mia zampa, per fuggire via senza pensarci due volte!”
    E lei chinando il capo sussurrò “Chi crea versi talmente belli non può non essere una creatura sensibile!” scodinzolò “La poesia è un atto d’Amore! L’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore a prescindere! L’Amore gratuito, l’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!” calò lo sguardo.
     “Ma cosa sta facendo!” “Quella lupa è folle!” “E’ pazza!” “Non vede quanto è brutto?” “Non sente repulsione?” “Quella zampa fa spavento!” “Non è maleodorante?!” “Che voltastomaco!”
    “Gala a te non provoca ripugnanza questa ferita? Non mi trovi brutto? Non pensi sia repellente?” buttò lui di un fiato “Non cogli un ché di raccapriccio?”  brillò fra le sue ciglia una lacrima “Ormai ci sono abituato! Ciò che provo non conta, i miei pensieri, i miei desideri, quello che sento dentro non interessa a nessuno, né alcuno vi pone ascolto! L’universo delle mie emozioni spesso resta inascoltato! Non è importante per gli altri! E’ così da tempo!”
    “Ecco perché è sempre così solo! Ecco il motivo per cui vive in disparte!” udì Gala nuovamente quella Voce al suo orecchio “Tu hai guardato oltre la sua zampa per tutti così disgustosa e quella sua macchia nera a colorargli il muso alla nascita! E per questo lui ti ha aperto il suo cuore! Tu ascoltalo!”
    E per tutta risposta, la lupa si chinò delicatamente a leccargli la ferita con cura, tratto a tratto, adagio, con premura, inalandone l’odore “Come fai a pensare di essere brutto…se sei così bello!”
    E lui guardandola così vicina, farfugliò “Gala…”
    “Lupo, vogliamo giungere fin sopra la roccia? Vuoi cantare da lassù la tua poesia?” lo guardò lei portando negli occhi il dono della tenerezza.
    “Beh, non so se potrei riuscirci, il mio passo è troppo lento!” bofonchiò lui “E se poi non…” aprendosi poi in un largo sorriso “Ma si! E se non dovessi farcela potrò dire almeno di averci provato!” strizzò lui l’occhio.
    E ridendo alla sua affermazione, la lupa salterellò “Insieme, Pi-ta-go-ra? Mi piacerebbe tantissimo...”
    E lui udendo per la prima volta il suo nome pronunciato dalla voce di lei, l’accolse dentro il suo cuore “Ti va davvero di salire l’altura e veder nascere la luna da lassù?  Sai, c’è un posto, un’angolazione, da cui è possibile poter ammirare appieno le Pale delle Montagne in tutta la loro smisurata bellezza, quando la luna si apre ad illuminare coi suoi raggi il creato! E’ lassù che vorrei giungere! Veramente lo vuoi?"
    “Ma sarà difficilissimo!” “Con una zampa così!” “Impossibile!” “Con quel fisico!” “Storpio! Brutto!” “Come potrebbe?” “Zoppo giungere fin là!”
    E insieme presero il cammino, dapprima con esitazione, poi sempre più sicuri, con maggior fermezza, energia, risolutezza, forti, incantevoli nelle movenze, cuore-muscoli, anima-fiato, inspirando la Vita a pieni polmoni. Sorreggendolo lei quando la salita diveniva più dura, attendendolo lungo le zone più impervie, uniti, ridendo a crepapelle, fermandosi a divorare la frutta dividendola festanti, un passo dopo l’altro.
    Fino a toccare insieme la vetta, all’unisono, in alto, in alto laddove il cielo s’apriva in tutta la sua maestosa, imponente magia.
    “In-sie-me!” brillò la voce del lupo, levando in alto il suo canto, facendo risplendere col proprio ululato la mezzanotte, riconoscendo nello sguardo di lei la paura, ma insieme la forza di essergli accanto, ritrovando nella sua tenerezza la propria poesia “Amor Vincit Omnia!” rivestì col suo verso la montagna “Grazie mia bellissima Gala!”
    “Tu non devi ringraziarmi, Pitagora! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia …dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Le cose che ti rendono Felice, rendono Felice anche me! Se tu sei Felice, io sono Felice!” ribadì la lupa tirandogli giocosamente l’orecchio con le zanne.
    “Felix qui quod amat defendere fortiter audet. Beato colui che ha l'ardire di difendere ciò che ama. Disse un tale. E quel tale, aveva ragione!” mugolò “Non andare mai più via, Pitagora!” guaì la lupa posando la fronte contro quella di lui “Non farlo mai, tu per me sei importante, Importante una parola bellissima: dal latino, portare dentro. Ed è proprio così. Io ti porto dentro di me, ovunque io vada tu ci sei. SEMPRE. … Ti fidi di me?”
    E lui sorridendo, ricambiando il suo amore nel muto linguaggio dei loro due cuori a fondersi in uno soltanto, soffiò “Seppure tu ti trovassi dinanzi un branco formato dai più bei lupi dei dintorni a farti la corte, si, sono sicuro tu sceglieresti sempre me! Invece di farmi sentire inadeguato, mi hai fatto entrare nel tuo cuore, cucciola, facendomi sentire insostituibile!”  
    E da quella notte i due lupi non si separarono mai  più, per sempre insieme, felici e contenti.
     
     
     
     
     

  • 04 marzo alle ore 8:24
    La lupa/La loba Evìta

    Come comincia: La lup Evìta
     
    C’era una volta, una giovane lupa dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Evìta.
    Perduta una zampa, lei non si era mai persa d’animo, e pure se storpia e malferma, obbligata a mangiare solo semi e bere tanta, tanta acqua, non aveva mai smesso di cantare la sua poesia alla luna, anche se con tono più basso, come la sua condizione le imponeva, ugualmente orgogliosa di riempire col suo canto il creato.
    “Però con quella zampa! Così conciata!” “Fa voltastomaco!” “Poverina!”  giungevano di quando in quando, voci al suo orecchio.
    “Sogno/ dondola fra i rami/ una piuma”  cantava lei, un passo dietro gli altri.
    “Ma d’inverno i semi scarseggiano, e se tu non ce la dovessi fare a trovarne sulla nuda pietra, e dovessi per questo cercarne altrove?”
    “Ma sulla roccia come si fa a vivere?”. E  Evìta per tutta risposta cantava facendo risplendere col suo canto il creato.
    “Alla festa della primavera, mi sembra, non sia mai stata invitata?”, e la lupa annuendo si destreggiava in gorgheggi ancora più brillanti.
    “E come potrebbe mai riuscire ad arrivarci?”, “Evìta?!” ,“Sarebbe un viaggio troppo lungo per lei!”, “Dovrebbe fermarsi troppo di frequente per dissetarsi!”,  “E poi come farebbe ad affrontare un viaggio così lungo?”
    “Poverina!” “Zoppa!” “E’ così’ brutta!” “Una strega!”
    “Ma se sei bellissima!” sospirava Dario, lupo dagli occhi d’ambra, per cui Evìta era perfetta, forte, coraggiosa, l’unica in grado di guardarlo facendolo sentire amato, invincibile.
    “Ma la mia zampa? anche se sono così brutta?” guaiva lei.
    E lui tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, dinanzi alle sue paure rideva “Amore mio! Cucciola!” scodinzolando. Facendole dimenticare le malelingue.
    “Evìta! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia …dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Se tu sei Felice io sono Felice!" ululava lui, cuore nel cuore, raggianti.
    “L’Amore!” batteva le zampine, commossa, la lontra Cordelia.
    E lei cantava a quelle parole ancora più forte,  giungendo con la sua poesia fino al cielo, lassù, in alto, in alto, oltre le nuvole, l’azzurro, fra i veli dell’aurora, con la sua voce: melodia d’amore, d’impareggiabile bellezza.

    ********************
    La loba Evìta

    Érase  una  vez, una  joven  loba con unos  ojos  morados  oscuros con mucho matices, llamada Evìta.
    A pesar de que había perdido una pata, ella nunca perdió el ánimo, y además, aunque era deformada y enferma, obligada a comer sólo semillas y tomar mucha agua, nunca había dejaba de cantar su poesìa a la luna, aunque lo hacía desde tonos bajas, tal como su condición le obligaba, pero igualmente orgullosa de llenar con su bel canto la creación.
    "¿Pero adónde va con esa pata? Ay, ¡qué pintas!", “¡Da asco!", "¡Pobrecita!" les alcanzaban, de vez en cuando, las voces a su oído.
    "Sueño /se balancea entre las ramas / una pluma" cantaba ella, un paso detrás de los demás.
    “Pero en el invierno las semillas son escasas, ¿y si no las encuentras sobre las rocas desnudas, y tienes que para buscar en otras?”
    “¿Qué tal se vive sobre la roca?” Y, por respuesta, Evìta cantaba, haciendo resplandecer la creación con su canto.
    “A la fiesta de la primavera, me parece, nunca fue invitada?”, y la loba asintía con la cabeza e se las apañaba con las palabras para cambiar discurso.
    “¿Cómo podría alguna vez ser capaz de llegar?”, “¿Evìta?”, “¿Sería un viaje demasiado largo para ella”, “Debería pararse con demasiada frecuencia para satisfacer su sed!”,  “¿Y luego cómo se enfrentan a un viaje tan largo?”
    “Probecita!” “Cojeara!”  “Ella es tan fea!”  “Una bruja!”
    "¡Pero si eres hermosa!" suspiraba Dario, lobo con ojos color ámbar. Para él, Evìta era perfecta, fuerte, valiente, la única capaz de mirarlo haciéndole sentir amado e invencible.
    "Pero ¿y mi pata? incluso si soy tan fea? ", murmuraba ella.
    Y él, jugando, tirándole de su oreja con sus colmillos, viendo sus miedos reía y le decía "¡Mi amor! ¡Cachorrita!”, meneando la cola. Haciéndolos olvidar los chismes.
    “Evìta! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: donde tú si feliz yo soy Feliz, si tú si Feliz Yo soy Feliz!” aullaba el, corazón en corazón, radiantes.
    "¡El amor!" golpeaba las patas, emocionada, la nutria Cordelia.
    Y la loba cantaba esas palabras aún más fuerte, llegando con sus poesìa desde el cielo, allá arriba, en alto, en alto, muy por encima de las nubes, entre los velos del el amanecer, con su voz: melodía de amor y de incomparable belleza.
     
    (Traducción  al español por Fabio Pierri)

  • 04 febbraio alle ore 7:36
    La lupa Aurora

    Come comincia: C’era una volta, una giovane lupa dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro di nome Aurora.
    Dal carattere nobile ed altruista, grande sognatrice, adorava lei dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante della festosa danza dei fiori nei campi, del respiro lieve delle nuvole all’aria aperta, del brillio della luna, perennemente col muso rivolto verso l’alto, persa nei suoi pensieri.
    Acquazzone/fra i fiori dell’alba/la primavera ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portare la sua poesia sempre più in alto, fino al cielo.
    Ferita ad una zampa da alcuni cacciatori di passaggio, che puntatole contro un fucile l’avevano fatta ammutolire sotto i loro spari, ritrovatasi riverso al suolo sanguinante e storpia, la lupa si era trasformata in una creatura muta e solitaria, sempre un passo dietro gli altri, cercando di non essere un peso per il suo branco.
    Ma anche se zoppa rialzandosi a fatica, non si era mai scoraggiata “La Vita è il dono più prezioso! Perché fare questo? Perché puntarci contro i loro fucili se non abbiamo fatto alcunché? Se nemmeno ci conoscono? Perché non provare alcun briciolo di rispetto?!”
    “Con quella zampa menomata!” “Poverina sarà difficilissimo muoversi per lei!” ciarlava il cicaleccio intorno “Salire l’altura!” “Quella ferita fa voltastomaco!” “Non potrà mai trovar compagnia così conciata!”
    Ma docile e mite, lei sorrideva alle loro parole senza remore, continuando a cantare al mondo i suoi haiku, senza riuscire a capacitarsi del motivo che spingesse l’uomo a vivere portando sottobraccio un bastone di ferro tonante a dispensare morte e penuria, distruggendo tutto ciò che aveva intorno, sconvolgendo le esistenze altrui, costringendo gli animali e veder bruciare intere zolle di terra, tranciando alberi senza ritegno e infestando cibo e acqua, senza conoscere che brevi, sporadici attimi di quiete.
    “Aurora!” balzò il bellissimo Picasso al suo fianco, scorgendola abbeverarsi alle sponde del Fiume Fresco “Che bello vederti! Proprio or, ora avevo composto un nuovo haiku nel mio cuore e volevo tu lo ascoltassi!”
    Lupo bellissimo dagli occhi d’ambra, Picasso, conosciutala ancora cucciola, intenti a divorare more dallo stesso cespuglio, ritrovatisi poi a ruzzolare insieme lungo la Valle, divertendosi, ridendo a crepapelle, aveva preso a seguirne il passo più lento, felice di starle accanto, condividendo lo stesso indomito amore per la poesia.
    “Pace/dondola fra i rami/una piuma” recitò di un fiato “Che te ne sembra?” restò il lupo col fiato sospeso, grattando la nuda pietra con gli artigli, sollevando gli occhi oltre l’orizzonte, fiutando come ogni notte l’odore dei cacciatori, cercando nel cielo il silenzio della pace.
    E lei drizzando le orecchie a punta nell’incalzare palpitante della voce di lui, scodinzolò “E’ un haiku bellissimo!” strusciò il proprio muso contro il suo  “Picasso i cacciatori un giorno capiranno, vedrai! La natura tornerà di nuovo a sbocciare libera in tutto il suo fulgore ed a meravigliarci con la sua magia, noi tutti potremo ancora riprendere a correre senza paura alcuna, e la poesia porterà nuovamente l’armonia!”
    E lui ritrovandosi negli occhi di lei, quel caldo color viola di tenacia acceso, chinò il capo “La poesia è un atto di pace, Verlaine!” tossì “Me lo hai insegnato tu! La poesia è un gesto d’Amore! L’Amore che abbiamo dimenticato! L’Amore gratuito, l‘Amore a prescindere! L’Amore che è l’unico respiro dell’Amore! L’Amore che ha bisogno di Coraggio! Coraggio una parola importante, dal latino coratĭcum o anche cor habeo, dalla parola composta cŏr, cŏrdis, 'cuore' e dal verbo habere 'avere': avere cuore!” guaì “L’Amore che è la parola che le contiene tutte!” mugghiò, felice nello scoprire ogni volta quanto a lei piacessero i suoi haiku. Lui che l’adorava quella lupa dallo sguardo disarmante, seppure zoppa, storpia, piena di graffi, ma dal cuore grande, coraggiosa, ribelle: la sua Aurora dalle innumerevoli cicatrici e la dolcezza infinita.
    E chiudendo gli occhi Picasso, carezzò adagio la zampa della lupa con cura infinita lungo tutta la sua ferita, ispirandone forte l’odore.
    “Ma quella zampa!”  “Cosa può trovarci in lei?” “Lui non è sincero!”
    “Aurora stanotte la luna è così bella dietro le Pale delle Montagne, a portare coi suoi raggi d’argento lo splendore dell’incanto, non trovi?!” sospirò frullando il naso “Un giorno gli Umani capiranno il valore del cielo, la sua magnificenza! Noi dobbiamo continuare a comporre poesia senza stancarci e quando la pace tornerà, troverà questi versi ricchi di libertà, purezza, gioia! La poesia è forza capace di unire, quella meraviglia che non si può spiegare!” gonfiò il petto “La pace brillerà ancora nella Foresta e non dovremo più difenderci, rinasceranno nuovi fiori e bellissime piume bianche verranno a segnare la fine di questo scempio di umana ignoranza, ridipingendo il creato! Ci sarà ancora Futuro!” la contemplò portando negli occhi il dono della tenerezza.  
    Quando d’improvviso voltando lo sguardo, il giovane lupo vide un luccichio nel buio prendere i bagliori di un fucile, seguito dall’urlo di un cacciatore nascosto fra la sterpaglia a tagliare l’aria feroce, puntando contro di loro “Lupi!”.
    E cercando di scappare spaventati, senza riuscire a proferire parola, il lupo udendo il fiato di Aurora annaspare al suo fianco, scosse il capo atterrito “Lupa attenta! Sta per sparare!” balzando su di lei, troppo lenta per riuscire a trarsi in salvo.
    “Picasso va via! Corri, non aspettare!” cercò di arrancare, ringhiandogli contro “Io sono solo un peso!”.
    “Sta rischiando la Vita per lei!” “Ma è stupido?” “Cosa fa?” “Lei è così brutta!” “Ma qualcuno lo faccia ragionare!”
    Ma lui accortosi del pericolo, scostando la lupa di riflesso, intuendo la traiettoria dello sparo la fece rotolare al lato opposto, sfidando l’esplosione su di sé, in prima linea, in un gesto di fiducia, speranza, amore.
    E ferito di striscio il lupo, percependo acre l’odore del proiettile sul suo corpo, levando la testa in cerca del cacciatore, col pelo bruciato e le fauci strette, verificò col cuore a mille, che anche lui stesse bene, umano dal cuore instupidito, sperando che nulla gli fosse successo nel compiere quel gesto stolto e insensato, irrispettoso del prezioso dono della Vita.
    E scoprendolo sano e salvo, col fucile ancora fumante tra le mani ma incolume, ululando il suo canto soave di pace al cielo, guardò lui fissarlo esterrefatto.
    “Picasso!” ululò la lupa distesa al suolo nel vedere lui ed il cacciatore guardarsi “Picasso ma perché hai fatto questo? Mettere a rischio la tua Vita per me, perchè?” si sollevò malferma.
    “Aurora, mia adorata! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia, dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sia, io sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Le cose che ti rendono Felice, rendono Felice anche me! Se tu sei Felice, io sono Felice!” cantò il lupo “Come avrei mai potuto permettere che ti fosse fatto del male?” soffiò, cuore nel cuore della sua amata.
    E guardando la carabina dinanzi a sé guaì “Un giorno udii un uomo leggere queste parole e sono rimaste per sempre dentro me ‘Ci sono cose da fare ogni giorno: lavarsi, studiare, giocare, preparare la tavola a mezzogiorno. Ci sono cose da fare di notte: chiudere gli occhi, dormire, avere sogni da sognare, orecchie per non sentire. Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra’. Non è meravigliosa?  La parola diviene poesia capace di provocare un fremito! Parole immortali a cavalcare i secoli, che portino il dono dell’Umanità, in quanto sinonimo di solidarietà, altruismo!”
    E il cacciatore dinanzi a quel gesto, calò la sua arma portandosi i pugni alle tempie “Cosa ho fatto? Ti ho ferito? Stai bene?” deglutì sgomento “Sono uno stupido! E oramai è troppo tardi!”
    Ma levandosi adagio il lupo scodinzolò “No, non è tardi! Non è mai troppo tardi per l’Amore!”  si drizzò sulle zampe, tremante, impaurito, ma illeso.
    E l’uomo col cuore in gola, raggiante, gli corse incontro, tendendo la mano libera per carezzargli la testa dolcemente “Potrai mai perdonarmi, scusarmi per il mio gesto?”
    E percependo calda la lingua del lupo leccargli il palmo in segno di pace, con gli occhi umidi di pianto, si ritirò all’istante lasciando la Foresta, fra la gioia e l’esultanza di tutti gli animali.
    “Amor gignit amorem: l’amore genera amore!” si schernì “In-sie-me nel bene e nel male, origina forza, fiducia!”.
    E Aurora zoppicando verso di lui col petto in tumulto, lo guardò come mai aveva fatto prima di allora “Grazie per aver rischiato la tua vita per me, io che sono così brutta, storpia, con questa mia zampa fetida, Picasso!” soffiò “Tu mi hai fatto comprendere quanto avere qualcuno accanto sia prezioso! Quanto essere amata sia la cosa più inestimabile del mondo! Amor Vincit Omnia! L’Amore Vince Tutto!” levando in un sol lungo ululato, il suo messaggio di amore al cielo “Io che sono così goffa, brutta! Tu che al mio fianco non potrai mai avere sguardi di invidia, non potrai mai sentirti ammirato perché hai accanto una lupa leggiadra, bella! Non potrai mai percepire la gelosia di altri lupi che ambiscono ad una compagna così affascinante!”.
    “Aurora non dirlo nemmeno! Come fai a pensare di essere brutta, se sei così incantevole! Come potrei fare a meno di te, smettere di camminare al tuo fianco, di aspettarti ogniqualvolta ti allontani, seguire il tuo passo, accompagnare il tuo sguardo! Tu che mi hai dato la gioia pura ed incondizionata dell’Entusiasmo, pure se come dici tu sei zoppa e storpia, ed Entusiasmo è una parola così importante, così speciale, deriva dal greco e vuol dire ‘Avere un Dio accanto’! Ed è propriamente così…io ti amo Aurora!”
    E lei mordicchiandole giocosamente l’orecchio con le zanne, attirandolo a sé annuì raggiante “Idem, mio dolce Picasso!”
    E da quella notte i due lupi non si separarono mai più, ed in poco tempo la pancia di lei crebbe piena del loro Amore, dando alla luce la piccola Rosalba, lupacchiotta allegra e piena di Vita, continuando insieme a far poesia, ricamando il creato con le trame dei loro versi, per sempre felici e contenti.

  • 02 febbraio alle ore 14:39
    La lupa Creusa

    Come comincia: Sull’altura due respiri, ululati. L’uno, all’altra al fianco: poesia di febbrile attesa. Caracollante il passo di lei, satura l’aria d’odori, zanne strette,  pieno il grembo d’Amore a schiudersi. Alba/dondola tra i rami/una piuma lui a consolarla, accompagnarla, una benedizione.
    Glicemia-sù, cuore-battito, capoverso-giù, glucosio-impellente. Nell’amplesso l’ardore all’apice, un sussulto “Continua!”. Indomabile seno di lupa a divenire terra. “Si disse che se potessimo comprendere un fiore sapremmo chi siamo e cos'è il  mondo” il seme di lui: germoglio. “Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia!” palpito nuziale, spartito il canto. Capriole e ritmo, spinta a venir fuori, radici e cielo: – la Vita.

  • 02 gennaio alle ore 8:30
    La lupa Audisia

    Come comincia: C’era una volta una giovane lupa, dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro di nome Audisia.
    Perduta una zampa ancora cucciola, ferita da alcuni cacciatori di passaggio che puntatole contro un fucile l’avevano fatta ammutolire sotto i loro spari, ritrovatasi riversa al suolo sanguinante e storpia, la piccola lupa si era trasformata in una creatura muta e solitaria sempre un passo dietro gli altri, cercando di non essere un peso per il suo branco.
    “La Vita è il dono più prezioso! Perché fare questo?” si era chiesta rialzandosi a fatica “Perché se non abbiamo fatto alcunché?” “Perché volerci uccidere? Non provare un briciolo di rispetto?”.
    Ma seppur storpia, con una zampa soltanto, anche se zoppa e malferma, lei non aveva mai smesso di riempire con il suo gioioso ululato il creato, componendo la sua poesia “Acquazzone/sul vecchio campanile/un pettirosso” ugualmente fiera.
    “Ma con una zampa sola!” vociferava il cicaleccio intorno “Una soltanto!” “Non è per niente un bello spettacolo!” “Quella zampa  fa voltastomaco solo a vedersi!” “Peccato!” “Non può affrontare lunghi percorsi!” “Poverina!” “Non andrà mai oltre!” “Che pena!” “Non potrà mai creare una famiglia sua!” “Come potrebbe mai avere dei cuccioli?” “Scherzi?!”.
    Ma per Tancredi, lupo dagli occhi d’ambra, tutto quel ciarlare appariva soltanto gratuito e insignificante. Audisia per lui era bellissima, speciale, la più bella lupa della Foresta, solo lei era in grado di guardarlo in quel modo, facendolo sentire amato, unico, invincibile, lei che aveva visto muoversi a fatica, anche con una zampa soltanto, arrancando senza mai fermarsi, condividendo insieme lo stesso indomito amore per la poesia.
    “Ma la mia zampa a te non provoca ribrezzo?” gli chiese una notte la lupa, col cuore a mille “Non t’importa che gli altri possano ritenerti pazzo, perché ti accompagni ad un essere così storpio, quando potresti ambire a ben altra compagnia?” guaiva.
    E lui tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, sorrise a quelle parole, per nulla toccato.
    “Non ti importa nemmeno se penseranno che ti sei accontentato, Tancredi?! Che potevi ambire a ben altra lupa! Non avrai mai sguardi di invidia, nessuno ti ammirerà guardando accanto a te una compagna così brutta!”.
    E lui mugghiando per tutta risposta, innamorato, rideva delle sue paure “Ma se sei bellissima…e altro non desidero che carezzare il tuo cuore e starti accanto per sempre! Cosa m’importa se il cammino è più lento e le Voci maligne? Ciò che desidero non si ha certo con la corsa sfrenata! E ciò che amo è solo potermi accoccolare nel tuo cuore e stringerti nel  mio!” perso d’amore.
    E l’animo della lupa radioso, dimenticava allora le malelingue altrui. In-sie-me nello stesso battito, in sincrono, per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     

  • 06 novembre 2019 alle ore 8:38
    La Fiabastrocca del lupo Gaspare

    Come comincia: “Ecco, ecco  è  già  Gran Festa!”
    “Ci si prepara in tutta fretta! Il 31 ottobre è arrivato!” si lustra le ali il pipistrello, che ha di gran moda il suo  bel mantello.
    “Presto! Presto!” fischietta il gatto a richiamare il bel corvo da lassù, pronti a riempier col loro canto la notte di magia. I ragnetti  tutti in fila ben  perfetti, ripetono a ritmo i lor sonetti!
    Ma della serata è lui tutto indaffarato, lo chef pluripremiato: “Per noi tutti Gaspare il lupo, preparerà la sua specialità!”
    Caduto in una tagliola, divenuto spettro troppo giovane, il lupo dagli occhi viola è lui, il cuoco eletto!
    “Per una Notte tutti vicini, tutti uniti dal cielo alla terra insieme in un sol canto, spettri, umani e animali!” s’alza l’ode alla luna, che dietro l’altura già freme ad aprir le danze.
    “Voglio preparare noci ricoperte di miele fresco colto dal fiore!” pensa il cuoco “Per questa Festa è l’ideale” frulla i baffi ed i pensieri.
    “Ottima idea!” scodinzola al suo fianco la bella Betsabea, lupa dagli occhi d’ambra “Prepariamo insieme il bel Dolce!”
    E sotto l’albero di noce raccogliendo dal suolo i buoni frutti, i due insieme, il ramo scuotono all’occorrenza “Spero bastino per tutti!” s’affanna lo chef  blasonato, guardando la compagna, attorniati di zucche al lor interno illuminate a fargli luce fra le tenebre “Bisogna far presto! Ce ne vogliono tante! La Festa è lunga e ricca d’invitati!” gherigli e gusci, gusci e gherigli a romper con le zanne s’alternano instancabili, destreggiandosi, confezionando i due lupi prelibate squisitezze, inzuppandoli nel miele fresco.
    E allo scoccar della mezzanotte fra gli applausi festanti, nel bel mezzo dell’oro fuso di miele denso, ecco la gran Sorpresa: Rosso Rubino il Re Melograno.
    “Auguri a tutti!!”  recita il lupo la sua poesia d’incanto “Auguroni!” ulula alla luna accanto alla dolce Betsabea, fra le noci croccanti, il suo haiku più bello “Segna già/ un melograno /novembre!”
     
     

  • 29 dicembre 2018 alle ore 17:41
    Il lupo Spartaco

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Spartaco.
    Dal carattere nobile ed altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del brioso ondeggiare dei fiori nei campi, del respiro lieve dei ruscelli all’aria aperta, del candido brillio della luna in cielo, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Nato con una macchia nera sul muso, il lupo dal pelo bianco, non era mai stato ben visto dagli altri animali della Foresta, che lo ritenevano troppo brutto per quella sua particolarità, e lasciato per questo, spesso solo ed in disparte, per nulla vinto, docile e mite lui sorrideva alle loro parole senza remore, componendo la sua poesia Acquazzone/ dondolano al chiaro di luna/i ciliegi ricamando nel suo cuore i propri haiku.
    Ed un giorno girovagando per la Foresta, contando le sillabe dei suoi versi, udendo una voce dietro di lui, vibrare affascinata, il suo cuore mancò di un battito, nello scorgere una lupa dagli occhi d’ambra scodinzolante “Che bellissima poesia! Complimenti lupo!”
    E Spartaco, goffo, voltandosi adagio, balbettò radioso “Grazie!”
    Felice che la sua poesia fosse piaciuta, lui, lupo bianco con una macchia nera sul muso, conosciuto da tutti per quella sua caratteristica, e chiamato per questo col nome di “Nero”,  in maniera dispregiativa.
    “Non fidarti mai del lupo che ha una macchia nera!” era sempre stata una delle Voci più ricorrenti nella Foresta “Stai alla larga dal lupo bianco, che sul muso porta una macchia nera!” sbarrò gli occhi in quell'istante la lupa, riconoscendolo, e Spartaco, leggendo nello sguardo di lei lo stupore, comprendendone il motivo, indietreggiò “Hai tanto amato il mio haiku,  dal non fermarti nemmeno a chiederti, chi ne fosse l’autore!”
    “Quella macchia nera!” era sempre stato il ritornello più ricorrente “Come è brutto!” “Al lupo, al lupo!”
    Ma lei, nel vedere il lupo abbassare le orecchie appuntite, dopo aver compreso di essere stato riconosciuto, sentì il cuore in subbuglio.
    “Non ascoltare ciò che dicono gli altri!” l'ammonì al suo orecchio una Voce “Spesso l’Importante non è visibile agli occhi!”
    E la lupa inspirando forte l'odore di lui, riconoscendolo buono, lo chiamò per nome, in un sol fiato “Spartaco! Grazie per il tuo haiku! Il mio nome è Nausicaa, e sono felice di fare la tua conoscenza!” .
    “Di nulla!” si fermò lui  “Grazie a te, Nausicaa per averlo ascoltato ed apprezzato, sono così pochi quelli che si fermano ancora ad ascoltare poesia! specie poi i miei haiku! molti guardando il colore della macchia che ho sul muso, e fuggono via senza pensarci due volte, per fortuna tu non lo hai fatto, e ancor più per fortuna, tu non hai creduto a quelli che di tutto il mio pelo bianco, vedono solo la macchia nera che porto, e in base a quella, mi chiamano con disprezzo col nome di Nero, quando questo nomignolo, mi era stato posto alla nascita come vezzeggiativo!” abbassò la coda contrito “Grazie per avere amato i miei haiku!” le sorrise.
    E lei chinando il capo, per tutta risposta, gli leccò dolcemente il muso, ricambiando il suo sorriso “Spartaco, tu sei il lupo poeta! Il tuo nome è conosciuto da tutti anche per questo! E la poesia non può essere un male!” scodinzolò, sotto lo sguardo esterrefatto di lui, continuando “La poesia è un gesto di pace, è un atto d’Amore!” soffiò col cuore in subbuglio lei, senza fermarsi “La poesia è l’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore a prescindere! L’Amore che è l’unico compenso dell’Amore!” si accoccolò contro il pelo di lui, senza considerarlo diverso “Me lo reciteresti un altro haiku?”
    Ed il lupo, accogliendola dentro il suo cuore, tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, annuì “Primavera/ ospite fra rami di ciliegio/un pettirosso”.
    Insieme Spartaco e Nausicaa, si diressero verso la stessa grotta, uno di fianco all’altra, scoprendosi a dividere il giaciglio, innamorati. E da allora non si separarono più, e vissero per sempre felici e contenti.