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in archivio dal 20 apr 2011

Nello Vittorio Maruca

03 dicembre 1937, Falerna - Italia
Segni particolari: Nessuno
Mi descrivo così: L'umiltà è la mia forza.

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  • giovedì alle ore 14:50
    (5) Viaggio verso Assisi

    Devota frotta principia cammino
    In verso d’Assisi lontano loco,
    rancando  anfratti, ‘n cor fervor di fuoco,
    franchi d’avere loro buon destino.
     
    E, poi, che sono di Roma al confino,
    pensano visitare il Santo loco,
    donde fede s’ingrande poco a poco,
    spinti per volere di Dio, uno e trino.
     
    Iva Francesco a capo ai genitori
    nel di mondo città dominatrice,
    donde è crucciato d’intensi fervori
     
    per la sontuosità cardinalizia,
    ch’Egli vede quale grande ingiustizia
    per Chiesa che sa in povertà vittrice.
     
    Deplora il porporato per lussuosa
    sua veste prelatizia.
     

     
  • mercoledì alle ore 17:36
    (4) Ritorno da S. Marco Argentano

    Quando poi è assolta votiva promessa
    Francesco alla Sua terra è di ritorno,
    a mente linda, scevra di distorno
    rammenta genitor terra promessa.
     
    Certi che si  tratti  d’idea indefessa
    forzano menti a nullare frastorno,
    convinti che storno sarebbe indarno,
    che ante Fanciullo idea , di Dio è premessa.
     
    Appronta Vienna li poch’indumenti,
    nelle bisacce son scarsi alimenti,
    indi col Figlioletto, sì, favella:
     
    mentre che Ciel darà chiaro mattino,
    saremo per Assisi già ‘n cammino,
    e a guidarci sarà  divina Stella.
     
     
     

     
  • Quando la luce del giorno a ponente
    annega e all’intorno è priva visione,
    Francesco di badia  bussa a portone,
    che a spalancar pensa mesto serviente.
     
    Così di Dio, Lui, seguace valente,
    il dì di poi veste con devozione
    panni votivi con consolazione
    d’animo, che più accosto a Dio è anelante.
     
    Non è opera che non assolva a modo,
    sempre ‘n preghiera, sempre ginocchioni,
    di Sua presenza ne hanno tutti godo.
     
    I suoi prodigi onorano ‘l Convento,
    sia che legumi cuocia ‘n sol momento,
    oppur  che  ‘n saio rechi ardenti carboni.
     

     
  • domenica alle ore 20:19
    (2) Viaggio per cenobio di S. Marco

    Iddio l’Onnipotente buon Creatore
    di pia Vienna le dolci preci accoglie,
    perciò d’infausto mal radici scioglie,
    e ‘n petto di famiglia dà calore. 
     
    Appare a Francesco frate Minore
    e sì favella: quando buio il ciel scioglie
    e  pria che dì, di raggi il sole coglie
    dai a  genitor, desio nostro Signore.
     
    Si vada presto verso di un convento,
    ad appagar promessa a voto dato,
    sia che diman sia calma o spiri vento.
     
    Di buon mattino padre, madre e figlio
    vanno a cenobio  per esser fidato
    a padre Guardiano, virgulto Giglio.
     
     
     

     
  • sabato alle ore 17:35
    (1) Patriarca dei Minimi

    Frutto di preci e d’infinito amore,
    nasce Francesco in solitario loco,
    e alma materna scalda più di fuoco
    e fuori salta gaio paterno cuore.
     
    Ma, poi che cresce, sottentra timore
    colpa bubbon ch’avanza poco a poco,
    e ancora più pressante è quell’invoco
    all’ Eccelso divin Predicatore.
     
    O Taumaturgo d’eletto Pensiero,
    se di santa Mano cancrena mondi
    e di tal  grazia me meschina inondi,
     
    Figliolo, Tuo saio avrà per anno intero;
    Tu! Santo d’Assisi ‘n povertà  avvolto
    ond’essere di Cristo in Cielo accolto
     
    ricevi mia  prece, umile e verace,
    ond’ansia cheti e cor di madre tace.
     
     
     

     
  • Tento cantare di Te, inver, gran Santo,
    Lodi che ‘n terra Ti coprir di gloria,
    Sapendo ch’arduo è nunciare  tal canto,
    Volgo mio guardo ‘n cielo, verso  Maria,
    Certo che solo Ella, Materno Manto,
     Guida la mano a tant’ immensa storia;
     Che la mia mente pensa a quanti furo
     Provare a dire di Te, eccelso e puro.

     
     
     

     
  • 12 gennaio alle ore 12:08
    Privilegio

     
    L’affaccio da balcone di mia reggia
    colma lo sguardo d’amena natura;
    m’appar veliero  che tra onde veleggia
    appena miro vista oltre mie mura.
     
    Se volto a destra donde è fenditura,
    laddove cielo e mare paion tutt’uno
    emerge rosso di miglior scultura,
    la cui magia la regge soltanto  Uno.
     
    Tale piacente luogo attira ognuno,
    ma sol pochi fortuna privilegia
    che per i più non è spazio veruno,
    ché aria pulita sol per pochi aleggia.
     

     
  • 11 gennaio alle ore 21:27
    Eri appen sbocciato fiore

    Eri appen sbocciato fiore,
    sul bel viso era il candore;
    campeggiavi accanto al giglio
    quinto lume di me figlio.
     
    Al galoppo corre il tempo,
    e si sperde come il lampo,
    ma con gli anni resti quella
    qual lucente in cielo stella.
     
    Cuore nobile e verace,
    mente linda e perspicace,
    lesta in far svelta nel dire
    sei paziente nel patire.

    Per le doti mal cantate
    di scadente, vecchio vate,
    non capace a miglior dono
    a te vo’chieder perdono.
     
    Non mi scuso e t’assicuro
    che il mio dire è vero e puro
    e nel cuor malato e triste
    dir migliore non esiste.

    Tuo splendor non è mutato
    perché in petto è imprigionato,
    nostro amore mai è svilito
    ch’esso è in te per l’infinito.
     
     

     
  • 08 gennaio alle ore 12:32
    Amore

    In quel ridente dì di primavera
    quando la luce già cedeva a sera
    là, nel fiorito prato tutt’odore
    sbocciò l’immenso ed inatteso amore.
     
    Nacque nel petto, prepotente e lesto,
    per la dolcezza del tuo viso mesto
    e qual scalpello che marmo modella
    torno mio cor scolpì figur tua bella.
     
    Giunse, così, spontaneo, all’improvviso,
    indi le labbra fur tutto un  sorriso
    e il patimento cui l’alma languiva
    l’incanto del tuo dir lesto  leniva.
     
    Or son tant’anni che mi sei d’apporto
    e resto all’ombra del grande conforto,
    ed ogni volta che il dolor mi smuove
    la gentil tua movenza lo rimuove.
     
    Se non avessi te,  mio dolce bene,
    d’inferno patirei le tante pene;
    ringrazio il grande Dio, l’Onnipotente,
    d’avermi  dato te luce fulgente.
     

     
  • 27 maggio 2014 alle ore 16:16
    Terra languente

    Terra diletta de li Padri antichi,
    Terra d’illustri e nobili casati,
    Terra d’apprezzati e dotti antenati,
    Terra di colli e di monti aprichi.
     
    Terra di faggi ed ontani infiniti,
    Terra d’azzurro mar, d’onda schiumosa,
    Terra verdeggiante ed ubertosa,
    Terra d’ulivi e rampicanti viti.
     
    Dolce mia Terra! Terra! Terra mia!
    Tutte le doti tue sono languenti
    per susseguire di tristi eventi,
    colpa di spettri ch’ ànno in petto alchimia.
     
    Sprofondi sempre più nel tuo languore,
    più ‘l tempo scorre e più la melma s’alza,
    e la soglia del dolor sempre più incalza
    e lo splendore tuo scema colore.
     
    Oggi, però, ‘l sole di sua luce inonda,
    delle passate nebbie è tutto sogno
    e chete son del mare le sue onde:
    donale, podestà, ora, il tuo segno.

     
     

     
  • 27 ottobre 2013 alle ore 12:58
    Il Fato

    Or quando il danno la tua vita tange
    ed a nessuno puoi addurne il danno,
    al fato riportar puoi tutte frange
    che sol’esso a vita dà sì tant’inganno.
     
    Non ti curar, perciò, di danno e inganno,
    prosegui per la via irta e spinosa
    ché quello da portare è il tuo affanno;
    nato non sei a condurre vita gioiosa.
     
    Né conviene tener cruccio entro core,
    né a fato  convien pensiero donare
    ché quando mala sorte salta fore
    contro essa nullo pote nulla fare.
     

     
  • 27 ottobre 2013 alle ore 12:53
    La Resa

    Iella da ragazzino ebbi per mano
    e grandicello pur per man mi tenne
    e, poi, quando mia gioventute venne,
    puranco allora mio reagir fu vano.
     
    Allorquando scansare essa volevo,
    più fortemente a presa mi teneva
    e ancora più forte a essa mi stringeva
    mentr’io contro essa sempre più mordevo.
     
    Stretto mi tenne da bambino a vecchio,
    mai seppi chi m’ aggravò di tal malocchio,
    or che m’appresto a varco d’ultimo guado
    lascio  che vada come ad essa aggrada.

     

     
  • 06 agosto 2013 alle ore 11:38
    L'Avaro

     
    In loco del vero Iddio, Onnipotente
    altro ne tiene in cuore il gran furfante:
    lui disconosce il Padre, Onniveggente
    ma dei possedimenti è grand’amante.
     
    Sol  la materia tiene a conoscenza,
    di  spiritualità  non ha  curanza.
    Va contando i beni di giorno in giorno
    e sol roba, null’altro vede intorno. 
     
    Produce  vino che lo vende a botte,
    e di mandrie cede latte e ricotte.
    Olio! un cucchiaio per l’intero giorno,
    un tozzo di pane e cacio a mezzogiorno
     
    Ha men la vista, quasi divien cieco.
    Valersi dell’oculista è uno spreco.
    Schiavo della ricchezza, n’h’arsura
    mentre il denaro lo presta a usura.

     
     

     
  • 28 luglio 2013 alle ore 19:52
    Sentimento d'Amore

    La vita che sol triboli mi ha dato,
    l’amor qual sentimento mi ha insegnato
    e poiché soltanto in bene essa spendo
    nato son io per morire cantando.
     
    Sono, pertanto, grato al divin Padre
    d’avermi dato in uso strada madre,
    che se anche ho sudato in suo percorso
    molte di pene  ho scosso di sul dorso.
     
    Sono in attesa, ora, dell’ultimo atto,
    mentre pago canto l’appreso motto:
    Padre celeste, Iddio dell’Universo
    fa che Ti giunga, in prece, ogni mio verso.
     
     
     
     

     
  • 22 luglio 2013 alle ore 12:48
    L'ingannevole

    Al nefasto giudicio che mi fu tema
    afflitto mi dipartii e senza speme.
    Fu il dispero, tutto mi fu nero
    spiraglio alcuno non vedea, invero.
    Conobbi l’impotente debolezza,
    nullo e nessuno davami certezza.
    Nel Tempio mi trovai degl’Alemanni
    come deporre i tanti, molti affanni.
    Andò per tempo, non ricordo quanto,
     
    da Croce, la vista, all’Azzurro Manto.
    D’automa movenza fu all’ accender cero,
    col cuor lo feci palpitante e nero.
    La fiammella tremula, pencolante
    poscia per l’alma mia fu illuminante.
    Parea un varco mi si fosse aperto
    in mezzo quel che grande era sconcerto.
     
    Poi, di nuovo, cupa desolazione
    e immensa ancora fu disperazione.
    Col cuore infranto, stanco, sconfortato
    in casa mi trovai, da trasportato.
    Mentre mi riportavo al luogo mesto 
    fu il pensier mio determinato e desto
    a ripassar in quel ch’è Sacro Luogo
    onde scrollarmi del pesante giogo.
     
     E, lì, rimasi infreddolito e stanco
    con quella spina che pungeami il fianco;
    lo guardo riandò su l’Effige Santa
    e poi portossi alla Donna Santa,
    e mentre la guardavo la pregavo
    e nella prece tutto mi donavo
    e mi pareva d’essere ascoltato
    e mi pareva d’esser consolato.
     
    E più guardavo quell’Effige Santa:
    abbi fiducia, abbine sì tanta,
    e più parea che cenno mi facesse
    quasi che dir qualcosa mi volesse.
    L’Effige ch’è in Croce mi rispose,
    in testa Maria la Mano santa pose
    e quel ch’accadde, poi, non parmi vero:
    Schiarito fu, quel ch’era tutto nero.
     
    Ed il sorriso ritornommi in viso,
    lievi sentii le spalle, senza peso;
    leggero dentro, senz’alcun tormento
    un guardo, un grazie volsi al Firmamento.
    Schiacciato fu il diagnosticato prima
    poichè riposto avea tutta mia stima
    al Creator di tutto, al Redentore
    che sa donare gioia ad ogni cuore.
     
    Quanto l’Onnipotente è umile e verace
    tanto sei, uomo, tronfio e fallace.
     
     
     

     
  • 11 luglio 2013 alle ore 22:20

    Sin dagli albori del mio cambiamento quasi volendo suggellar l’evento in terra ricca a dimorar ti posi ed altezzoso là cresci e riposi. Scelsi quel posto donde il mar t’è a fronte che levante mirar puoi e pur ponente e dove in mare il ciel si perde tondo quasi a volere ch’abbracciassi il mondo. Non hai di che lagnarti per la casa chè te lo sol di mane a sera veglia poi, di notte, pur se di nubi ascosa qualche suo raggio luna a te convoglia. Seme innestato t’ho del Risvegliato * e dei canestri tutto t’ho imbrigliato ché di esso sono l’illuminato re e, puranco, in esso ho rispecchiato te. Nol sai che il gruppo s’è cresciuto alquanto che ne contiamo più, ormai, di cento? Siam tutti rigogliosi e ben pasciuti chè di sapere Buddha ci ha imbevuti. Sol di una cosa siam desiderosi: gustare appieno i frutti tuoi succosi, non essere di essi ancora geloso, donali solo a me che son goloso. *Buddha Sin dagli albori del mio cambiamento quasi volendo suggellar l’evento in terra ricca a dimorar ti posi ed altezzoso là cresci e riposi. Scelsi quel posto donde il mar t’è a fronte che levante mirar puoi e pur ponente e dove in mare il ciel si perde tondo quasi a volere ch’abbracciassi il mondo. Non hai di che lagnarti per la casa chè te lo sol di mane a sera veglia poi, di notte, pur se di nubi ascosa qualche suo raggio luna a te convoglia. Seme innestato t’ho del Risvegliato * e dei canestri tutto t’ho imbrigliato ché di esso sono l’illuminato re e, puranco, in esso ho rispecchiato te. Nol sai che il gruppo s’è cresciuto alquanto che ne contiamo più, ormai, di cento? Siam tutti rigogliosi e ben pasciuti chè di sapere Buddha ci ha imbevuti. Sol di una cosa siam desiderosi: gustare appieno i frutti tuoi succosi, non essere di essi ancora geloso, donali solo a me che son goloso. *Buddha

     
  • 14 maggio 2013 alle ore 14:02
    XCIV

    Se vero è che chi semina raccoglie
    diversamente non può, quindi, porsi
    avere  i  pomi  e non puranco  i  torsi
    chi  del  dovere  le fatiche coglie.

    Se, poi, del bene l’indirizzo sceglie
    l’intimo non è tocco da rimorsi
    e pensier la mente non nutre inversi
    che se ribelli, senno annulla e scioglie.

    L’unità di misura è certo colma
    e,  lo contenitore non  è  raso
    se a fatica si dona corpo ed alma.

    Indi, temere non avere 'l colmo
    lo può lo portoghese d’ozio invaso,
    non chi di pregio grande quanto l’olmo.

     
  • 14 maggio 2013 alle ore 13:57
    XCIII

    In aula sono sempre molto attento
    chè ciò al referente ridonda orgoglio,
    e di cure dando altre materie il meglio
    ogni spiegazione diviene evento.

    Se nel donare egli resta contento
    chi acquisisce deve restare  sveglio
    ch’altrimenti potrebbe usare il taglio
    per l’incurante che lo segue a stento.

    Donato ho quanto in mente  ben fissato 
    sperando portare lustro ai docenti
    e ripagar, così ,  loro operato.

    Dell’illustrazione son soddisfatti
    per quanto di materia  ed argomenti;
    di quanto a conoscenza , stupefatti.

     

     
  • 01 maggio 2013 alle ore 10:39
    Lacrime di sangue

    Il cuore piange lacrime di sangue
    chè più chi gli è in amore a esso punge,
    l’animo, anch’esso, tristemente langue
    chè non è segno d’amor che a esso giunge.

    Pria che su terra lor fossero in vista
    per lor animi e cuor furo in sussulto,
    quando che furo, poi, discesi in pista
    spesso per loro in gola fu singulto.

    Or da quercioli son cresciute querce,
    ma pur stamane ho fatto l’altro sforzo
    ver loro ch’anno per noi anime lerce
    e mio livore ancor contengo e smorzo.

    L’amor ch’è in petto, si, subisce pene,
    ma non arretra, no, perché vessato
    canco  pure  maggior sprigiona bene
    anche per chi per lui è crudo e ingrato.

     
  • 14 aprile 2013 alle ore 18:37
    LXXXVII

    Avendo sciorinato esperta dottrina
    pago e lesto s’accinge  a rincasare
    che di buona nuova vuole spalmare
    colei ch’arrabatta in campo e cucina:

    Per quiete vuole dir come cammina
    e non  cantare  di  se  e  se vantare
    e manco per poco pettegolare
    ma serenar di casa sua regina.

    Sicura, figlio, del tuo buono andare,
    forte serpeggiami un presentimento
    che dire vorrei ma non so spiegare.

    E’ come  se al finire di dritta via
    calasse un improvviso oscuramento
    e tu  perissi, indi,  nell’oscura via.

     
  • 14 aprile 2013 alle ore 18:30
    LXXXVI

    Cinque interruzioni furon mirate
    quasi ad ingarbugliare la matassa,
    ma dolcier’ esperto rammenta glassa
    pur se mille di torte ha impasticciate.

    Così le sospensioni indirizzate,
    a modo ed arte, restare repressa
    lingua e turbare del cranio la massa
    non han le braci spento m’attizzate.

    La continuazione è da lì ripresa
    trovando il professore sbalordito
    di tanta dottrina sì tant’appresa.

    La bronzeo vilucchio all’andito appesa
    avverte che lo tempo s’è partito,
    e attività verrà doman riaccesa.

     
  • 10 aprile 2013 alle ore 19:15
    LXXXV

    E’ come se quell’aula fosse vuota,
    nessuno sogna di dare disturbo
    a rispetto ai docenti di gran garbo.
    Comincia, allora, a dir donde ti ruota.

    Con la perspicacia che lo connota
    dice di Garibaldi, senza conturbo
    e ogni cosa racconta a tutto verbo
    e in particolari si tuffa e nuota.

    Indi comincia col Rinascimento
    e in civiltà letteraria e artistica
    sovrabbonda d’ ampio ragionamento.

    Qual’avvocato che accora l’arringa
    e nel dir tiene sciolta, stilistica
    forma, è così, d’egli, la sua lusinga.

     
  • 10 aprile 2013 alle ore 19:08
    LXXXIV

    Vorrei avere da te l’impressione
    di questi mesi dati a sgolamento
    sperando aver dato sostentamento
    ma ora dilla  tu, però, la  lezione.

    Comincia a dar di Storia ogni ragione
    di Garibaldi  e del Rinascimento
    parla dando, fin’oggi, il compimento;
    di tutto dona specificazione.

    La prima giornata è di torchiatura,
    ma ne saranno altre, ancora più dure
    acciocchè  non cadiate a bocciatura.

    Quanto, perciò, facciamo non è dispetto
    ma arricchire voi di doti e culture
    perché v’abbiamo a massimo rispetto.

     
  • 10 aprile 2013 alle ore 19:03
    LXXXIII

    Si dona, allora, quasi tutto a scuola,
    pone massim’impegno all’istruzione
    e, brevemente  fa ripetizione:
    materie rivede, setaccia e scola

    I’intelligenza  sveglia, in  alto  vola,
    indi ,  rinsalda l’ insita passione
    e ancor maggior’impegno in essa pone
    che gaudio dona ed animo consola.

    Preordinato  a  stretta  spremitura
    non meno spasmodicamente attende
    disciogliere aggroviglio all’orditura.

    Il cuore in petto lesto balza al suono
    del nome quando, da cattedra scende
    docente brioso, dall’aspetto buono.

     
  • 29 marzo 2013 alle ore 19:04
    LXXXI

    Intanto Votto dona di se il meglio,
    costantemente, in aula, attento resta,
    un sol pensiero nuota nella testa:
    Di mamma e del casato esser l’orgoglio.

    Nei fatti di campagna resta sveglio
    e in quello che allestisce mai fa sosta
    e a ogni necessità, tosto, s’appresta.
    In diligenza non paventa uguaglio.

    L’abil coltivatore poco invidia,
    conosce strame per formar letame
    e  di  coltura tutte cose  studia.

    Pur se piacevolmente d’esso ha fame
    il ritmo al lavoro deve scemare
    che la coscienza esige altro dettame.