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Autore

Nello Vittorio Maruca

in archivio dal 20 apr 2011

03 dicembre 1937, Falerna - Italia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
L'umiltà è la mia forza.

24 luglio 2011 alle ore 14:46

Il Patimento

In quel quarantatrè, dai suoi albori
di quante tristi cose furon’ orrori,
quante anormali cose ebber processo
tutto in memoria bene m’è impresso.
Per quanto m’opri e sproni l’intelletto
su carta, certo, non può esser detto
quel ch’ho vissuto e con mio occhio visto
in quel periodo nero, infame e tristo.

Aleggiava miseria tutt’intorno
e pane non era più in nessun forno;
grano non era nè farina o pasta
e pochi i viveri distribuiti a testa.
La tessera  donava misero diritto
ad accedere a poco, grame vitto;
la fame in ogni dove era perenne,
da sofferenza vecchio era trentenne.

Prodotto non donava più la terra;
era periodo tristo, era la guerra!
Manco erba era agli argini di via
ch’er’estirpata che nascesse pria.
Di medicina, poi, non era traccia
e il patimento  si leggeva in faccia.
V’era ,soltanto, del poco chinino
che scarso lo teneva il tabacchino.

Nessuno al piede più avea calzare,
nessuno panni aveva da indossare.
Occhio scavato, zigomo sporgente,
testa cadente, sguardo triste e assente.
Scalza la donna, macilenta e stanca
di cenci avea coperto spalla e anca;
gobba teneva e non avea vent’anni,
curve le spalle per i molti affanni.

Ovunque era sporcizia, era lordura,
di scarafaggi piena ogni fessura;
di cimice e di mosche era marea,
pulci e pidocchi ahimè! ognuno avea.
Necessità del corpo fisiologica
soddisfava in vaso di ceramica
la donna, il maschio, con corruccio
di cesso ne faceva ogni cantuccio.

Mesta sonava  la campana a lutto
per annunciare della guerra il frutto;
quel tocco come freccia il cuor passava,
piangea la donna, ahimè, chi non tornava.
Per quella guerra dal passo stanco e lento
altro Virgulto risultava  spento
e la speme che nutria la giovinetta
era infilzata dalla baionetta.

Di fame sofferente e di stanchezza
gente che perso avea casa e ricchezza
giungeva con scarsi panni addosso
ch’al sol vederla umano era commosso.
Siamo sfollati, venivano dicendo,
veniamo da lontano, veniamo da Trento.
Avevamo mestiere professione e arte
delle vostre miserie deh! Fateci parte.

Dacchè la guerra su nostra Terra regna
destino cattivo i nostri animi segna;
dacchè l’odio è calato come lampo
manco nella preghiera avemmo scampo.
E noi, che poveri eravamo non meno d’essi
in un abbraccio a loro stemmo commossi,
le nostre alle loro lacrime mischiammo
e l’un con l’altro un solo corpo fummo.

Di militi a cavallo e giacca a vento
era un esteso, grand’accampamento.
Militi stavano a guardia per cancello
e avevano disloco in area Polpicello,
Portavano divise lacere a stellette
e a pranzo sgranavano gallette
con poco vitto ch’era in scatolame,
per appagare  i morsi della fame.

In questo quadro triste e desolante
v’era qualcosa, però, di sublimante.
Era quel canto che s’innalzava al cielo
da dentro le baracche a verde telo.
Gl’inni di Patria che i militi intonavano
con orgoglio pel cielo veleggiavano
e nell’udirli: Grandezza del Divino!
Non era fame , nemmen tristo destino.

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