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Poesie di Nello Vittorio Maruca

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  • 31 gennaio alle ore 21:55
    (13) Le fave di frate Giovanni

    Tra i dodici fedeli di Francesco
    è l’asceta baggian padre Giovanni,
    che viene per oblio  preso d’affanni
    nel dì che il capomastro è per rinfresco.
     
    E’ solito recarsi sotto  il pesco,
    lì presso radicato da molt’anni,
    onde a volte stende laceri panni,
    mentre quel dì, però, si gode ‘l fresco.
     
    Quando è in cucina, lì, presso le fave,
    s’avvede  allor di spento focolare,
    e afflitto per non poter rimediare:
     
    a mani giunte, e il grigio capo basso
    misura la cucina a lesto passo,
    sperando che Maria ne colga l’ave.
     

  • 27 gennaio alle ore 18:03
    (12) La Provvidenza

    Ed è  Giacomo di Tarsia, barone
    di Belmonte, a fornir primo strumento
    a erezione del sacro Monumento; 
    ma appresso è  grande torma di persone.
     
    Tutti  a costruenda chiesa hanno passione,
    ma più per Lui, che ad alma  altrui è alimento,
    seguon  perciò Francesco ‘n piacimento
    in sbrigativa , avviata costruzione.
     
    Vivon l’esempio d’Egli, che mai sosta,
    dalle pie donne all’uomo di campagna,
    e mai nessun si ferma e né si lagna;
     
    né  damigella docile e modesta,
    né fine nobildonna di palagio,
    tanto che quanto prima era miraggio
     
    a uomo,  divin Mano, tosto consegna.
     
     
     

  • 27 gennaio alle ore 11:15
    (11) Apparizione frate

    Crescendo di fidi vieppiù costanza
    comincia elevazione nuova chiesa,
    ma quando già costruzione è intrapresa,
     frate, aspetto di retta costumanza,
     
    volto a Francesco:  qual  è la causanza
    di sì piccola  pianta a vasta impresa?
    Disfa il già fatto, e vai sopra area estesa,
    come io di lato a altro segno distanza.
     
    A Lui Francesco di rimando dice:
    come posso mirare più alta impresa
    se altrui pietà, tutta è fidata spesa?
     
    Non ti curar , vai avanti, senza indugio,
    c’è Provvidenza ch’è grande rifugio:
    Ella dirotti qual seguir pendice.
     
    E, parso com’era, così dispare.
     
     

  • 25 gennaio alle ore 20:46
    (10) Vita comune primi compagni

    Dapprima vita  ducono ‘n assenza
    di  specifiche norme  e, sol preghiera,
    li unisce in cappella mattina e sera,
    scarsi di cibo e di calzari senza.
     
    Seguono di Francesco la sua essenza,
    mentre ancor sempre più è fitta la schiera
    di quanti pura nutrono chimera
    di fissare costante lor presenza.
     
    Di anacoreta sale gregazione,
    indi s’ingrande ancora l’oratorio,
    con celle di preghiere e dormitorio.
     
    E’ padre Baldassare  a dare apporto,
    e sviluppar ‘n preci ‘l Francescano  orto
    per quanti in Dio tengono devozione.
     
     

  • 23 gennaio alle ore 15:37
    (9) I primi compagni

    Vengono  ver  Lui alcuni forestieri,
    svelando desio a Dio vita sacrare, 
    e chiedono con Lui poter restare
    ond’essere di fede condottieri.
     
    Fiuta  Francesco ‘n tre, scopi sinceri,
    che ‘n tutto Egli bramano d’imitare,
    perciò li tiene al freddo focolare
    quei degni, ‘n petto, onesti e veritieri.
     
    Primo s’asside ‘l frate Fiorentino,
    poi quel che tiene il nome di Alipatti,
    terzo è Nicola, ‘l frate cosentino.
     
    Giacché  la quiete regna in loro petti,
    son lindi quale fiori ‘n primavera,
    dolci lor volti, qual nitida sera.
     
     
     

  • 22 gennaio alle ore 21:35
    (8) Ricerca nuovo antro

    Allo spirar di lustro d’eremita,
    cerca Francesco  speco ‘n loco interno,
    onde meglio largire preci a Eterno
    e non sprecar manch’attimo di vita.
     
    Ai piè di monte sopra alta salita,
    nascosto ad occhio di frascame a esterno,
    a lato rivo  da mormorio eterno
    è antro, lungo sei palmi e quattro dita.
     
    Per l’uomo  di Sua mole è assai piccino,
    indi Francesco  poco allunga e larga,
    onde pensiero a Ciel da lì cosparga.
     
    Non tien lenzuolo né coperta o fuoco,
    per casa e letto tien solo quel loco,
    con dura pietra per sedia e cuscino.
     
     
     

  • 21 gennaio alle ore 21:21
    (7) In solitudine

    L’Eremita Francesco, onde emulare
     l’Orme d’immenso Creatore, vollesi
     allontanare dai mortali pesi,
    e  prima che fossero al casolare:
     
    più non potrò star con Voi al focolare;
    fate  i vostri lavori tant’attesi,
    che io devo allestire molti maggesi
    e il Cielo di preci dovrò inondare.
     
    Avrò eremo, e vivrò isolata vita
    per non donare a Dio mai dispiacere,
    e non cercherò mai ombra né  braciere.
     
    L’erbe terrò per pasto qui vicine,
    e mai costumerò stalle o cascine,
    ma speco onde a Dio dar prec’infinita. 
     
     

  • 20 gennaio alle ore 17:45
    (6) Partenza per luogo natio

    Di torno d’Assisi, nobile Terra,
    di Monte Luco sono a romitorio,
    loco per alma assai consolatorio,
    dove le pene svelle e bene afferra.
     
    Scavati pochi palmi sotto serra
    è cheto sito,assente mormorio,
    Francesco è lì in prego propiziatorio,
    pria che sia di ritorno  alla Sua Terra.
     
    Quindi la comitiva, il quarto giorno,
    verso il cenobio va benedettino,
    posto su sacro Monte di Cassino.
     
    Francesco  è con i monaci a pregare,
    che lo spingono e invocano a restare;
    non vuole:  Dio gli serba altro governo. 
     
     
     

  • 18 gennaio alle ore 14:50
    (5) Viaggio verso Assisi

    Devota frotta principia cammino
    In verso d’Assisi lontano loco,
    rancando  anfratti, ‘n cor fervor di fuoco,
    franchi d’avere loro buon destino.
     
    E, poi, che sono di Roma al confino,
    pensano visitare il Santo loco,
    donde fede s’ingrande poco a poco,
    spinti per volere di Dio, uno e trino.
     
    Iva Francesco a capo ai genitori
    nel di mondo città dominatrice,
    donde è crucciato d’intensi fervori
     
    per la sontuosità cardinalizia,
    ch’Egli vede quale grande ingiustizia
    per Chiesa che sa in povertà vittrice.
     
    Deplora il porporato per lussuosa
    sua veste prelatizia.
     

  • 17 gennaio alle ore 17:36
    (4) Ritorno da S. Marco Argentano

    Quando poi è assolta votiva promessa
    Francesco alla Sua terra è di ritorno,
    a mente linda, scevra di distorno
    rammenta genitor terra promessa.
     
    Certi che si  tratti  d’idea indefessa
    forzano menti a nullare frastorno,
    convinti che vano sarebbe storno,
    che ante Fanciullo idea , di Dio è premessa.
     
    Appronta Vienna li poch’indumenti,
    nelle bisacce son scarsi alimenti,
    indi col Figlioletto, sì, favella:
     
    mentre che Ciel darà chiaro mattino,
    saremo per Assisi già ‘n cammino,
    e a guidarci sarà  divina Stella.
     
     
     

  • Quando la luce del giorno a ponente
    annega e all’intorno è priva visione,
    Francesco di badia  bussa a portone,
    che a spalancar pensa mesto serviente.
     
    Così di Dio, Lui, seguace valente,
    il dì di poi veste con devozione
    panni votivi con consolazione
    d’alma e a Dio dà cuore d'amor cocente.
     
    Non è opera che non assolva a modo,
    sempre ‘n preghiera, sempre ginocchioni,
    di Sua presenza ne hanno tutti godo.
     
    I suoi prodigi onorano ‘l Convento,
    sia che legumi cuocia ‘n sol momento,
    oppur  che  ‘n saio rechi ardenti carboni.
     

  • 14 gennaio alle ore 20:19
    (2) Viaggio per cenobio di S. Marco

    Iddio l’Onnipotente buon Creatore
    di pia Vienna le dolci preci accoglie,
    perciò d’infausto mal radici scioglie,
    e ‘n petto di famiglia dà calore. 
     
    Appare a Francesco frate Minore
    e sì favella: quando buio il ciel scioglie
    e  pria che dì, di raggi il sole coglie
    dai a  genitor, desio nostro Signore.
     
    Si vada presto verso di un convento,
    ad appagar promessa a voto dato,
    sia che diman sia calma o spiri vento.
     
    Di buon mattino padre, madre e figlio
    vanno a cenobio  per esser fidato
    a padre Guardiano, virgulto Giglio.
     
     
     

  • 13 gennaio alle ore 17:35
    (1) Patriarca dei Minimi

    Frutto di preci e d’infinito amore,
    nasce Francesco in solitario loco,
    e alma materna scalda più di fuoco
    e fuori salta gaio paterno cuore.
     
    Ma, poi che cresce, sottentra timore
    colpa bubbon ch’avanza poco a poco,
    e ancora più pressante è quell’invoco
    all’ Eccelso divin Predicatore.
     
    O Taumaturgo d’eletto Pensiero,
    se di santa Mano cancrena mondi
    e di tal  grazia me meschina inondi,
     
    Figliolo, Tuo saio avrà per anno intero;
    Tu! Santo d’Assisi ‘n povertà  avvolto
    ond’essere di Cristo in Cielo accolto
     
    ricevi mia  prece, umile e verace,
    ond’ansia cheti e cor di madre tace.
     
     
     

  • Tento cantare di Te, inver, gran Santo,
    Lodi che ‘n terra Ti coprir di gloria,
    Sapendo ch’arduo è nunciare  tal canto,
    Volgo mio guardo ‘n cielo, verso  Maria,
    Certo che solo Ella, Materno Manto,
     Guida la mano a tant’ immensa storia;
     Che la mia mente pensa a quanti furo
     Provare a dire di Te, eccelso e puro.

     
     
     

  • 12 gennaio alle ore 12:08
    Privilegio

     
    L’affaccio da balcone di mia reggia
    colma lo sguardo d’amena natura;
    m’appar veliero  che tra onde veleggia
    appena miro vista oltre mie mura.
     
    Se volto a destra donde è fenditura,
    laddove cielo e mare paion tutt’uno
    emerge rosso di miglior scultura,
    la cui magia la regge soltanto  Uno.
     
    Tale piacente luogo attira ognuno,
    ma sol pochi fortuna privilegia
    che per i più non è spazio veruno,
    ché aria pulita sol per pochi aleggia.
     

  • 11 gennaio alle ore 21:27
    Eri appen sbocciato fiore

    Eri appen sbocciato fiore,
    sul bel viso era il candore;
    campeggiavi accanto al giglio
    quinto lume di me figlio.
     
    Al galoppo corre il tempo,
    e si sperde come il lampo,
    ma con gli anni resti quella
    qual lucente in cielo stella.
     
    Cuore nobile e verace,
    mente linda e perspicace,
    lesta in far svelta nel dire
    sei paziente nel patire.

    Per le doti mal cantate
    di scadente, vecchio vate,
    non capace a miglior dono
    a te vo’chieder perdono.
     
    Non mi scuso e t’assicuro
    che il mio dire è vero e puro
    e nel cuor malato e triste
    dir migliore non esiste.

    Tuo splendor non è mutato
    perché in petto è imprigionato,
    nostro amore mai è svilito
    ch’esso è in te per l’infinito.
     
     

  • 08 gennaio alle ore 12:32
    Amore

    In quel ridente dì di primavera
    quando la luce già cedeva a sera
    là, nel fiorito prato tutt’odore
    sbocciò l’immenso ed inatteso amore.
     
    Nacque nel petto, prepotente e lesto,
    per la dolcezza del tuo viso mesto
    e qual scalpello che marmo modella
    torno mio cor scolpì figur tua bella.
     
    Giunse, così, spontaneo, all’improvviso,
    indi le labbra fur tutto un  sorriso
    e il patimento cui l’alma languiva
    l’incanto del tuo dir lesto  leniva.
     
    Or son tant’anni che mi sei d’apporto
    e resto all’ombra del grande conforto,
    ed ogni volta che il dolor mi smuove
    la gentil tua movenza lo rimuove.
     
    Se non avessi te,  mio dolce bene,
    d’inferno patirei le tante pene;
    ringrazio il grande Dio, l’Onnipotente,
    d’avermi  dato te luce fulgente.
     

  • 27 maggio 2014 alle ore 16:16
    Terra languente

    Terra diletta de li Padri antichi,
    Terra d’illustri e nobili casati,
    Terra d’apprezzati e dotti antenati,
    Terra di colli e di monti aprichi.
     
    Terra di faggi ed ontani infiniti,
    Terra d’azzurro mar, d’onda schiumosa,
    Terra verdeggiante ed ubertosa,
    Terra d’ulivi e rampicanti viti.
     
    Dolce mia Terra! Terra! Terra mia!
    Tutte le doti tue sono languenti
    per susseguire di tristi eventi,
    colpa di spettri ch’ ànno in petto alchimia.
     
    Sprofondi sempre più nel tuo languore,
    più ‘l tempo scorre e più la melma s’alza,
    e la soglia del dolor sempre più incalza
    e lo splendore tuo scema colore.
     
    Oggi, però, ‘l sole di sua luce inonda,
    delle passate nebbie è tutto sogno
    e chete son del mare le sue onde:
    donale, podestà, ora, il tuo segno.

     
     

  • 27 ottobre 2013 alle ore 12:58
    Il Fato

    Or quando il danno la tua vita tange
    ed a nessuno puoi addurne il danno,
    al fato riportar puoi tutte frange
    che sol’esso a vita dà sì tant’inganno.
     
    Non ti curar, perciò, di danno e inganno,
    prosegui per la via irta e spinosa
    ché quello da portare è il tuo affanno;
    nato non sei a condurre vita gioiosa.
     
    Né conviene tener cruccio entro core,
    né a fato  convien pensiero donare
    ché quando mala sorte salta fore
    contro essa nullo pote nulla fare.
     

  • 27 ottobre 2013 alle ore 12:53
    La Resa

    Iella da ragazzino ebbi per mano
    e grandicello pur per man mi tenne
    e, poi, quando mia gioventute venne,
    puranco allora mio reagir fu vano.
     
    Allorquando scansare essa volevo,
    più fortemente a presa mi teneva
    e ancora più forte a essa mi stringeva
    mentr’io contro essa sempre più mordevo.
     
    Stretto mi tenne da bambino a vecchio,
    mai seppi chi m’ aggravò di tal malocchio,
    or che m’appresto a varco d’ultimo guado
    lascio  che vada come ad essa aggrada.

     

  • 06 agosto 2013 alle ore 11:38
    L'Avaro

     
    In loco del vero Iddio, Onnipotente
    altro ne tiene in cuore il gran furfante:
    lui disconosce il Padre, Onniveggente
    ma dei possedimenti è grand’amante.
     
    Sol  la materia tiene a conoscenza,
    di  spiritualità  non ha  curanza.
    Va contando i beni di giorno in giorno
    e sol roba, null’altro vede intorno. 
     
    Produce  vino che lo vende a botte,
    e di mandrie cede latte e ricotte.
    Olio! un cucchiaio per l’intero giorno,
    un tozzo di pane e cacio a mezzogiorno
     
    Ha men la vista, quasi divien cieco.
    Valersi dell’oculista è uno spreco.
    Schiavo della ricchezza, n’h’arsura
    mentre il denaro lo presta a usura.

     
     

  • 28 luglio 2013 alle ore 19:52
    Sentimento d'Amore

    La vita che sol triboli mi ha dato,
    l’amor qual sentimento mi ha insegnato
    e poiché soltanto in bene essa spendo
    nato son io per morire cantando.
     
    Sono, pertanto, grato al divin Padre
    d’avermi dato in uso strada madre,
    che se anche ho sudato in suo percorso
    molte di pene  ho scosso di sul dorso.
     
    Sono in attesa, ora, dell’ultimo atto,
    mentre pago canto l’appreso motto:
    Padre celeste, Iddio dell’Universo
    fa che Ti giunga, in prece, ogni mio verso.
     
     
     
     

  • 22 luglio 2013 alle ore 12:48
    L'ingannevole

    Al nefasto giudicio che mi fu tema
    afflitto mi dipartii e senza speme.
    Fu il dispero, tutto mi fu nero
    spiraglio alcuno non vedea, invero.
    Conobbi l’impotente debolezza,
    nullo e nessuno davami certezza.
    Nel Tempio mi trovai degl’Alemanni
    come deporre i tanti, molti affanni.
    Andò per tempo, non ricordo quanto,
     
    da Croce, la vista, all’Azzurro Manto.
    D’automa movenza fu all’ accender cero,
    col cuor lo feci palpitante e nero.
    La fiammella tremula, pencolante
    poscia per l’alma mia fu illuminante.
    Parea un varco mi si fosse aperto
    in mezzo quel che grande era sconcerto.
     
    Poi, di nuovo, cupa desolazione
    e immensa ancora fu disperazione.
    Col cuore infranto, stanco, sconfortato
    in casa mi trovai, da trasportato.
    Mentre mi riportavo al luogo mesto 
    fu il pensier mio determinato e desto
    a ripassar in quel ch’è Sacro Luogo
    onde scrollarmi del pesante giogo.
     
     E, lì, rimasi infreddolito e stanco
    con quella spina che pungeami il fianco;
    lo guardo riandò su l’Effige Santa
    e poi portossi alla Donna Santa,
    e mentre la guardavo la pregavo
    e nella prece tutto mi donavo
    e mi pareva d’essere ascoltato
    e mi pareva d’esser consolato.
     
    E più guardavo quell’Effige Santa:
    abbi fiducia, abbine sì tanta,
    e più parea che cenno mi facesse
    quasi che dir qualcosa mi volesse.
    L’Effige ch’è in Croce mi rispose,
    in testa Maria la Mano santa pose
    e quel ch’accadde, poi, non parmi vero:
    Schiarito fu, quel ch’era tutto nero.
     
    Ed il sorriso ritornommi in viso,
    lievi sentii le spalle, senza peso;
    leggero dentro, senz’alcun tormento
    un guardo, un grazie volsi al Firmamento.
    Schiacciato fu il diagnosticato prima
    poichè riposto avea tutta mia stima
    al Creator di tutto, al Redentore
    che sa donare gioia ad ogni cuore.
     
    Quanto l’Onnipotente è umile e verace
    tanto sei, uomo, tronfio e fallace.
     
     
     

  • 11 luglio 2013 alle ore 22:20

    Sin dagli albori del mio cambiamento quasi volendo suggellar l’evento in terra ricca a dimorar ti posi ed altezzoso là cresci e riposi. Scelsi quel posto donde il mar t’è a fronte che levante mirar puoi e pur ponente e dove in mare il ciel si perde tondo quasi a volere ch’abbracciassi il mondo. Non hai di che lagnarti per la casa chè te lo sol di mane a sera veglia poi, di notte, pur se di nubi ascosa qualche suo raggio luna a te convoglia. Seme innestato t’ho del Risvegliato * e dei canestri tutto t’ho imbrigliato ché di esso sono l’illuminato re e, puranco, in esso ho rispecchiato te. Nol sai che il gruppo s’è cresciuto alquanto che ne contiamo più, ormai, di cento? Siam tutti rigogliosi e ben pasciuti chè di sapere Buddha ci ha imbevuti. Sol di una cosa siam desiderosi: gustare appieno i frutti tuoi succosi, non essere di essi ancora geloso, donali solo a me che son goloso. *Buddha Sin dagli albori del mio cambiamento quasi volendo suggellar l’evento in terra ricca a dimorar ti posi ed altezzoso là cresci e riposi. Scelsi quel posto donde il mar t’è a fronte che levante mirar puoi e pur ponente e dove in mare il ciel si perde tondo quasi a volere ch’abbracciassi il mondo. Non hai di che lagnarti per la casa chè te lo sol di mane a sera veglia poi, di notte, pur se di nubi ascosa qualche suo raggio luna a te convoglia. Seme innestato t’ho del Risvegliato * e dei canestri tutto t’ho imbrigliato ché di esso sono l’illuminato re e, puranco, in esso ho rispecchiato te. Nol sai che il gruppo s’è cresciuto alquanto che ne contiamo più, ormai, di cento? Siam tutti rigogliosi e ben pasciuti chè di sapere Buddha ci ha imbevuti. Sol di una cosa siam desiderosi: gustare appieno i frutti tuoi succosi, non essere di essi ancora geloso, donali solo a me che son goloso. *Buddha

  • 14 maggio 2013 alle ore 14:02
    XCIV

    Se vero è che chi semina raccoglie
    diversamente non può, quindi, porsi
    avere  i  pomi  e non puranco  i  torsi
    chi  del  dovere  le fatiche coglie.

    Se, poi, del bene l’indirizzo sceglie
    l’intimo non è tocco da rimorsi
    e pensier la mente non nutre inversi
    che se ribelli, senno annulla e scioglie.

    L’unità di misura è certo colma
    e,  lo contenitore non  è  raso
    se a fatica si dona corpo ed alma.

    Indi, temere non avere 'l colmo
    lo può lo portoghese d’ozio invaso,
    non chi di pregio grande quanto l’olmo.