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Poesie di Nello Vittorio Maruca

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  • 30 dicembre 2012 alle ore 16:08
    La Tignola

    A che ti serve la casa regale
    se in cor ti serbi la vecchia tignola?
    Se ogni boccon ti resta nella gola
    allora per te il soldo a cosa vale?

    Fa che il tuo petto più  verme non roda
    ed al suo posto custodisca amore
    così più non avrà nessun dolore
    e l’afflitt’alma alfin di quiete goda.

    Non vedi ancor la fine di sentiero?
    Girati e guarda quanto n’hai percorso,
    conoscerai, così, quanto n’hai corso.
    Al sommo Iddio allora vada il pensiero,

    china dinanzi a Se volgi la prece
    onde cassi i mali dacchè ti fece;
    sii sincera, però, non trarne alcuno
    che sol per uno ti lascia a digiuno.

    Digli che di mestiere fai l’alchimia
    e che nel petto tuo regna l’infamia.

  • 30 dicembre 2012 alle ore 16:03
    Attesa

    Quando partisti mi dicesti: A presto,
    ma già passato è un lustro dacché aspetto
    e al morir del dì più deluso resto
    per non potere al mio stringer tuo petto.

    Al tuo distacco non mi dicesti :Addio
    e tante speme mi lasciasti accese,
    invece sono rimasto solo, sol’io
    come chi manna aspetta a braccia tese.

    Ognun che acquista paga le sue spese
    e a casa porta in busta le sue attese,
    non io che da anni pago senz’acquisto
    sperando nell’ausilio  del buon Cristo.

  • 30 dicembre 2012 alle ore 15:49
    L

    Crebbi in questa umile casa solatia
    e lieta vissi in sì cotanta quiete
    e d’altro dentro non tenevo sete,
    ma sol’idea leale, in mente volatia.

    Finchè lo cuor d’amore non si patia
    tranquille fur giornate dolci e quiete;
    e già toccato avea tutte mie mete
    chè mai serenità fu avversa e restia.

    Ma poi che lo buon uomo mi fu tergo
    e nel suo petto lo cuor mio traslava
    caddi in dolce,  musicale letargo

    trovandomi repente in quella valle
    là dove l’alma tutta  incatenava,
    scosta tenendola d’amato colle.

    Poi la speranza, in fumo, s’è dissolta
    per qui condurmi triste un’altra volta.

  • 30 dicembre 2012 alle ore 15:42
    XLIX

    Dall’ora mattutina all’ora tarda
    senza sosta, manco a dare di bocca,
    segue il giovane l’asina alla barda
    che la forte erta affretta e l’ombra arrocca.

    L’ultimo raggio il sol nel mar ritarda
    e dona luce all’imperiosa rocca
    mentr’egli l’occhio all’orticello attarda,
    l’asina si foraggia dalla sacca.

    Quasi un saluto volge al caseggiato
    mentre ogni cosa affretta pel ritorno,
    chè già lo sole in mare s'è annegato.

    Da domani più solo non rimarrai
    che giorno e notte ti staremo intorno
    e di nostra compagnia sempre godrai.

  • 28 dicembre 2012 alle ore 21:02
    LXXIX

    Nella materia che segue: Geografia
    la dissertazione non muta faccia,
    simile a precedente d’acqua è goccia,
    le altre discipline son radiografia.

    L’insegnamento è rigido, in cortesia
    e a voce calma, ferma ed a braccia
    conserte i docenti seguono traccia
    chiedendo connotazione a discrasia. (1)  mescolanza

    Durante i minuti di ricreazione
    i commenti tra noi volano in cielo,
    ch’ognuno pone una supposizione.

    Se la mente frugasse il nostro intimo
    squarcerebbe da li nostri occhi  il  velo
    ricordo dir del Preside per primo;

    chè quel primiero giorno ben lo disse
    di non  tenere  velo ch’offuscasse.

  • 28 dicembre 2012 alle ore 20:56
    LXXVIII

    E , giunge, intanto, l’ora dedicata
    a storia , senza spazio e riflessione
    già le Guerre d’Europa e Napoleone;
    per noi, però , è già storia recondita.

    L’illustrazione avuta è arricchita,
    potete dare buona spiegazione
    che non sussiste tema d’intensione;  (1) Significato ulteriore
    se vigili, sarà buona riuscita.

    Dinnanzi venti giorni a migliorare
    poi avrete che dire di Spagna e Francia,
    Belgio, Germania e loro guerreggiare;

    pure di Rivoluzione francese
    dall’inizio alle  Napoleone ascese.
    esame  dei fatti, pure, di Grecia.

  • 28 dicembre 2012 alle ore 20:51
    LXXVII

    Parrebbe tal discorso una minaccia
    ma chi ha parlato conosciamo appieno,
    sappiam che in petto è di bontà strapieno;
    tutto nasce, per non ridur la marcia.

    Cinque soli  minuti di  bonaccia,
    ripartiremo col greco: E’sereno.
    Tratterem d’Omero che avete in seno,
    staremo qualche giorno faccia a faccia.

    Poi passeremo all’interrogazione.
    chi, indi, necessita  chiarificare
    non abbia nessuna  esitazione.

    E’ ora il migliore tempo a masticare
    domani, poi, non si potrà, più, dire
    di mancanza di tempo ad imparare.

  • 21 dicembre 2012 alle ore 21:39
    VIII

    Cheta tuo pianto, Maria, io son risorto
    ma asceso ancora non sono in Casa
    augusta  e or ,che tu di tanto persuasa,
    dona di tuo sapere agli altri apporto.

    Corre la Santa Vergine ver l’orto
    ma di brillanza pura Figura invasa,
    con la faccia di splendore pervasa
    appare vivo e non con viso morto.

    Abbraccia la Mamma con affetto il Figlio,
    stringe lo Figlio al petto la sua Mamma
    indi Giovanni cinge Madre e Figlio.

    Ritornate o Voi cari ai vostri affari,
    Io salgo lesto da Colui che infiamma
    e che bontate spande senza pari.

    Piange la Santa Vergine e s’affligge
    e tra le sante braccia Egli la regge:
    Vai santa Donna, torna alla Tua arte;
    lo sai , non son di quì, ma d’altra parte.

    Il Padre mio m’attende in alto Loco,
    non posso rimaner nemmanco un poco,
    presto sarò di nuovo in questo luogo
    onde lenir l’umano dal suo giogo.

  • 21 dicembre 2012 alle ore 21:37
    VII

    Ché cercate , donne, in funereo loco
    Chi da morte risorto è tra i viventi?
    Ricordo più non hanno vostre menti
    quanto predisse con parol di foco?

    Il dire Suo tenea peso univoco
    quando  preannunciava gl’avvenimenti
    ma seguaci e tutt’altri foste assenti
    e  forte grido Suo fuvvi assai fioco

    Muoviti, annuncia la lieta notizia !.
    non tardar’oltre, va, ricerca Pietro:
    Così, incita Maria, l’Angelo bianco.

    Turbata di tal dire torna indietro
    e nuova porta all’Apostolo stanco
    di cotanto avvenimento a dovizia.

  • 19 dicembre 2012 alle ore 21:14
    VI

    Corre lo buon  Giuseppe da Pilato
    ad implorare la divina Spoglia
    che inumarla in sicuro loco ha voglia
    e astergere di addenso Sangue beato.

    In  tel di candido lino pregiato,
    poi che da peso croce Corpo spoglia
    l’avvolge, e con pie donne insiem lo veglia
    finchè in tomba vien con pietà traslato.

    Il dì di poi del sabato, all’albore,
    all’avello Maria trovasi presso
    ma la pietra, però, manca all’accesso,

    quindi, con l’altre assiem varca l’ingresso
    tremolante di paura e a capo basso,
    ma non ha traccia del Divin  Signore.

  • 19 dicembre 2012 alle ore 21:13
    V

    In croce al posto di essere spergiuro
    Quei ch’affossar pote mondo sotterra,
    umil soggiace a man crudel che sferra
    frusta su Corpo gentil, docile e puro.

    E tutt’intorno s’annerisce: E’ scuro.
    Assordante boato scote la terra
    qual più mille cannon tonanti in guerra
    e squarcio corre per lo cielo oscuro.

    Ind’ Egli spirò, e l’Alma da Suo petto
    uscio; trema lo Cielo ed è tremore
    di terra .Centuria tutta è terrore.

    Centurion, pur ei, ghiaccio da timore
    destra man porta su gelido petto
    e per slealtà di pria mostra terrore.

  • 19 dicembre 2012 alle ore 21:11
    IV

    Comincia allo scoccare dei Suoi trenta
    anni l’ammaestramento itinerante
    e ovunque moltitudine è esultante
    chè sciancato al Suo dir dritto diventa.

    Tempesta non è o alta onda turbolenta
    che temi, né alcunchè altro esuberante
    giacchè cosa non è su  Lui imperante
    ma tutto è qual neve che sol paventa.

    I pani e anco i pesci centuplicava,
    su acque di laghi e mari camminava
    e furia d’acque e venti tacitava.

    In Cafarnao, loco opera messianica
    di Galilea, e storpi e ciechi sanava
    con amore grande e bontate unica.

    Gl’afflitti ver Lui amore nutrivano,
    di benedizioni lo colmavano,
    ma avea contrari a Se scribi e sinedrio,
    malvagio Pilato e tutto l’imperio.

    Insultato, pestato e vilipeso,
    da sommario giudizio condannato
    ai carnefici senzadio è affidato
    e al legno ch’è aggravato rest’ appeso.

  • 11 dicembre 2012 alle ore 18:12
    III

    E Betlemme è tutta quanta in lutto
    chè i pargoletti tutti, crudelmente,
    sono soppressi per  insana mente
    in ciò che sadico cuor non tien costrutto.

    Quando l’Onnipotente il marcio frutto
    da triste terra estirpa, finalmente,
    e lo relega dove niuno è niente
    a rintracciar nido d’altri distrutto

    a Nazaret di Galilea è la Famiglia
    donde al Giordano, Gesù, candido Figlio,
    da Giovanni è in acqua, cristianizzato.

    S’apre lo Cielo e dal candor di giglio
    colomba  Spirito Dio armonizzato,
    grido s’ode: Questo è mio diletto Figlio

    dal quale assai mi sono rallegrato.

  • 11 dicembre 2012 alle ore 18:10
    II

    Della Giudea Erode è imperante
    e molti hanno subito intemperanza
    Nessuno presso lui tiene  speranza
    che per alcunchè mai fu impenitente.

    Al Re dei re non prostra reverente
    sconoscendo, cosi , somma potenza
    decreta, anzi, a nome di tracotanza
    stroncar la vita del Santo lattante..

    Per un divino avviso in sogno avuto
    s’incammina Giuseppe in ver l’Egitto
    con alma in pena e  lo core trafitto

    per di Nutrice patire e Figlioletto
    sognando Palestina e caldo letto
    lungi da imposto quanto vil tributo.

    Per impervio sentiero sconosciuto
    avanza a lume di parlare muto
    seguito dalla docile asinella
    con Dio e Santa Regina sulla sella.

  • 11 dicembre 2012 alle ore 18:08
    I

    Tutto di bianco intorno è ricoperto
    e ancor la neve cala volteggiando
    mentre leggero il vento sibilando
    vola la neve nell’andare incerto.

    Con l’ansia in petto, a passo svelto e certo,
    di porta in porta Giuseppe va bussando
    ed un lettuccio per Maria invocando,
    in loco pur modesto  ma coverto.

    Ma non è locandiere a dare ascolto
    ch’ogni cantuccio dell’albergo è pieno;
    indi, posto può tener su paglia e fieno.

    Colui che delle stelle è ancora più alto
    nasce nel letto di una mangiatoia
    ma per Giuseppe e per Maria è piena gioia.

    Al  caldo del  respiro, nella stalla,
    docile bue l’ accoglie e l’asinella
    che di Natività  sono gaudenti
    non  quali quadrupedi incoscienti

    ma animali bipedi intelligenti,
    che forzan loro mantici ansimanti.
    onde donare tepore agli astanti.

  • 28 novembre 2012 alle ore 16:29
    Dal Dentista

    Tanta la gentilezza che m’avvolse
    che assai confuso mi rimasi alquanto
    e non capii perché così m’accolse
    chi non degnava altri più di tanto.

    Allorquando mi fui, poi, all’altro accanto
    che già saldato avea da tempo il conto,
    la mente mi s’aprì presto, qual lampo,
    udendo: esser pur io seme del campo.

    Questo non è l’ambiente che tu pensi
    ma, di contro, è una fabbrica di soldi
    che pure fuor di tempo trovi i saldi
    e patteggiare puoi pure i compensi.

    Il suo mestiere bene egli conosce
    ma meglio ancor lo fa se lo compensi
    che senza soldi, sai, perde li sensi
    ma al solo puzzo *  più nulla capisce.

    Non esser, quindi, pigro di tua mente,
    nell’elargire mostrati eccedente
    che assai maggiore avrà di dente cura
    ed ancora più s'ente di fattura. 

    * sentore

  • 28 novembre 2012 alle ore 16:23
    Amore di Donna

    Della sua infedeltà, donna, sapesti
    e muta il patimento in cuor tenesti
    e proseguisti a seminare amore
    e a lungo celasti il tuo dolore.

    Dell’altrui duolo pur ti caricasti,
    mai affaticata o stanca ti mostrasti
    e grande donna sempre fosti in tutto
    e nel lavor trovsti tu costrutto.

    Se stato anco solo quest’atto fosse
    e nessun altro mai fatto n’avessi
    sol per l’amore tuo che mai si cesse
    e per bontate ch’altri ebbero eccessi

    meriteresti posto in una icona
    a simboleggiar madre e moglie buona
    ed affermare che non è circostanza
    mostrare che l’amore sia abbastanza.

    Enumerar tue qualità non posso
    ch’assai furo che parrebbero eccesso;
    una sol cosa, voglio, però, dire:
    Da chi fu mai capito il tuo patire?

  • 28 novembre 2012 alle ore 16:21
    Il Ciligio di Buddha

    Sin dagli albori del mio cambiamento
    quasi volendo suggellar l’evento
    in terra ricca a dimorar ti posi
    ed altezzoso là cresci e riposi.

    Scelsi quel posto donde il mar t’è a fronte
    che levante mirar puoi e pur  ponente
    e dove in mare il ciel si perde tondo
    quasi a volere ch’abbracciassi il mondo.

    Non hai di che lagnarti per la casa
    chè te lo sol di mane a sera veglia
    poi, di notte, pur se di nubi ascosa
    qualche suo raggio luna a te convoglia.

    Seme innestato t’ho del Risvegliato *
    e dei canestri tutto t’ho imbrigliato
    ché sono di esso re, l’illuminato
    e te puranco in esso ho rispecchiato.

    Nol sai che il gruppo s’è cresciuto alquanto
    che ne contiamo più, ormai, di cento?
    Siam tutti rigogliosi e ben pasciuti
    chè di sapere  Buddha ci ha imbevuti.

    Sol di una cosa siam desiderosi:
    gustare appieno i frutti tuoi succosi,
    non essere di essi ancora geloso,
    donali solo a me che son goloso.

    *Buddha

  • 28 novembre 2012 alle ore 16:15
    Se io potessi

    Or s’io potessi dir quel che non dico
    e se potessi far quel che non faccio
    e se mio nome non fosse d’affaccio
    pei posteri re sarei, e non mendico.

    La bocca dice ciò che cuor disdice,
    contraria è mano a ciò ch’istinto detta,
    così reprime il petto ogni vendetta
    e il vero  copre velo di vernice.

    Se fossi, invece, l’uomo che vorrei
    e se tenessi ciò ch’ora non tengo
    e se oprassi così, com’io sostengo,
    pel popolo insuperabile sarei.

    Se in sala tonda lesto mi portassi,
    in man qualcosa dal parlare muto
    che sempre d’uomo fu ed è temuto
    e se a occhi chiusi tutti li mirassi

    statua d’argilla certo guadagnerei
    e questo nome che in nulla tien fama
    poi ogni lingua ne terrebbe brama
    ch’appeso a frondosa quercia penderei.

  • 05 novembre 2012 alle ore 21:42
    XLVIII

    Per chi l’abitudine a faticare
    non tiene faticosa diviene ogni
    fatica , pur se scarsa a concretare,
    chè  possa ama lavoro no bisogni.

    Perciò stanchi, la sera, al desinare
    avendo esplicitato lor disegni
    hanno motivo di lungo parlare
    divisi lor pensieri tra due regni. *
    Presto domattina caccio l’asina
    di stalla, sarò qui, dalla campagna
    ancor pria che dissolta sia la brina.

    Poiché fatica vera è mattiniera
    viaggerò da mane fino alla sera,
    fino all’imbrunire che il sole segna.

    *Casa e campagna.

  • 05 novembre 2012 alle ore 21:39
    XLVII

    Dovendo noi donarci alla campagna
    restare non possiamo più al villaggio
    che il lavoro di campo molto impegna
    e duro sarebbe susseguir viaggio.

    Il  caseggiato in cima alla montagna,
    la stalla  e pur  il  piccolo  maneggio,
    con l'asino,  la pecora  e  la cagna
    necessitano aver nostro retaggio.

    Per rimanere scevri di pensieri
    e secondare giusti  desideri
    possiamo cominciar sin da domani.

    Ora i nostr’interessi  son’altrove
    e poiché nostre vie son altre e nuove
    seguitiam queste e non pensieri vani.

  • 05 novembre 2012 alle ore 21:36
    XLVI

    In totale assenza di conoscenza
    l'effetto di fatica è ottimale,
    e di favo  e  di pisello  è n'avanza,
    di patate la messe meno male.

    La terra  ha fruttato molta sostanza,
    che a bisogno  di casa  è basilare
    e se non fosse stata tant'essenza
    duro sarebbe il verno a superare. .

    La volontà infine è ripagata
    che pure mancanti d'ogni esperienza
    la terra tanta grazia ci ha donata.

    Ora mi sento molto più sicuro,
    perciò non dono più molta importanza
    ch’ad  arare  terra sono maturo.

  • 05 novembre 2012 alle ore 21:33
    XLV

    Volenteroso pei lavor di campo,
    scarsissimo, però, di conoscenza
    non meno di lui, ch’è pur d’altro stampo,
    la retta donna di grande costanza..

    Se avessimo di soldi meno avvampo
    non avremmo di certo l’esigenza
    correre a dritta e manca nel contempo
    a districarci fuori d’esperienza.

    Dalla realtà, però,  non si  rifugge,
    allor facciamo quel che Iddio comanda
    chè da  sua volontà nessuno sfugge.

    I solchi disposti son serpeggianti,
    non mal,  poichè verzura non domanda
    che siano dritti, storti o pianeggianti.

  • 21 ottobre 2012 alle ore 21:22
    CLXIII

    Quando ai miei occhi il molo si para
    tutte cose, tosto,  cervel connette
    e ognuna al posto giusto rimette
    e quel di prima e quel di poi separa.

    Di dosso scrolla ogni residua tara,
    mentre occhio contempla, mente riflette
    e d’ottobre mi porta a quella notte
    e a nonno steso in quella fredda bara.

    Tutto annienta la tormenta: uomini,
    animali, gli alberi, case  e  cose
    e son lutti miseria e sofferenza.

    Ma  carità che non tiene confini
    pietosa, il manto della sua clemenza
    sul nostro capo, per pietate, pose.

  • 05 settembre 2012 alle ore 17:23
    CLXXXIV

    Or lo cervello mio è lucido e sveglio
    e son l’orecchie attente ad ogni dire
    e gl’arti sollevati dal patire,
    soltanto peso tengo ancor su ciglio.

    Lo corpo tutto va incontro al meglio
    che libero ora tutt’è nel suo agire
    e nessun membro più sento soffrire,
    ma  ancora sol vista creami scompiglio.

    Tra  carezze di possidente nobil
    donna e mamma, ancora a lungo resto
    ad occhio chiuso ma, a mente aperta

    cui forte volontà ciglia disabil
    spinge alzarsi, onde lasciare scoverta
    vista, desiosa il dolce volto mesto

    mirar di nutrice, d’ansia coverta,
    qual etere di nubi tetre attorta.