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Poesie di Nello Vittorio Maruca

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Nello Vittorio Maruca

  • 19 dicembre 2012 alle ore 21:11
    IV

    Comincia allo scoccare dei Suoi trenta
    anni l’ammaestramento itinerante
    e ovunque moltitudine è esultante
    chè sciancato al Suo dir dritto diventa.

    Tempesta non è o alta onda turbolenta
    che temi, né alcunchè altro esuberante
    giacchè cosa non è su  Lui imperante
    ma tutto è qual neve che sol paventa.

    I pani e anco i pesci centuplicava,
    su acque di laghi e mari camminava
    e furia d’acque e venti tacitava.

    In Cafarnao, loco opera messianica
    di Galilea, e storpi e ciechi sanava
    con amore grande e bontate unica.

    Gl’afflitti ver Lui amore nutrivano,
    di benedizioni lo colmavano,
    ma avea contrari a Se scribi e sinedrio,
    malvagio Pilato e tutto l’imperio.

    Insultato, pestato e vilipeso,
    da sommario giudizio condannato
    ai carnefici senzadio è affidato
    e al legno ch’è aggravato rest’ appeso.

  • 11 dicembre 2012 alle ore 18:12
    III

    E Betlemme è tutta quanta in lutto
    chè i pargoletti tutti, crudelmente,
    sono soppressi per  insana mente
    in ciò che sadico cuor non tien costrutto.

    Quando l’Onnipotente il marcio frutto
    da triste terra estirpa, finalmente,
    e lo relega dove niuno è niente
    a rintracciar nido d’altri distrutto

    a Nazaret di Galilea è la Famiglia
    donde al Giordano, Gesù, candido Figlio,
    da Giovanni è in acqua, cristianizzato.

    S’apre lo Cielo e dal candor di giglio
    colomba  Spirito Dio armonizzato,
    grido s’ode: Questo è mio diletto Figlio

    dal quale assai mi sono rallegrato.

  • 11 dicembre 2012 alle ore 18:10
    II

    Della Giudea Erode è imperante
    e molti hanno subito intemperanza
    Nessuno presso lui tiene  speranza
    che per alcunchè mai fu impenitente.

    Al Re dei re non prostra reverente
    sconoscendo, cosi , somma potenza
    decreta, anzi, a nome di tracotanza
    stroncar la vita del Santo lattante..

    Per un divino avviso in sogno avuto
    s’incammina Giuseppe in ver l’Egitto
    con alma in pena e  lo core trafitto

    per di Nutrice patire e Figlioletto
    sognando Palestina e caldo letto
    lungi da imposto quanto vil tributo.

    Per impervio sentiero sconosciuto
    avanza a lume di parlare muto
    seguito dalla docile asinella
    con Dio e Santa Regina sulla sella.

  • 11 dicembre 2012 alle ore 18:08
    I

    Tutto di bianco intorno è ricoperto
    e ancor la neve cala volteggiando
    mentre leggero il vento sibilando
    vola la neve nell’andare incerto.

    Con l’ansia in petto, a passo svelto e certo,
    di porta in porta Giuseppe va bussando
    ed un lettuccio per Maria invocando,
    in loco pur modesto  ma coverto.

    Ma non è locandiere a dare ascolto
    ch’ogni cantuccio dell’albergo è pieno;
    indi, posto può tener su paglia e fieno.

    Colui che delle stelle è ancora più alto
    nasce nel letto di una mangiatoia
    ma per Giuseppe e per Maria è piena gioia.

    Al  caldo del  respiro, nella stalla,
    docile bue l’ accoglie e l’asinella
    che di Natività  sono gaudenti
    non  quali quadrupedi incoscienti

    ma animali bipedi intelligenti,
    che forzan loro mantici ansimanti.
    onde donare tepore agli astanti.

  • 28 novembre 2012 alle ore 16:29
    Dal Dentista

    Tanta la gentilezza che m’avvolse
    che assai confuso mi rimasi alquanto
    e non capii perché così m’accolse
    chi non degnava altri più di tanto.

    Allorquando mi fui, poi, all’altro accanto
    che già saldato avea da tempo il conto,
    la mente mi s’aprì presto, qual lampo,
    udendo: esser pur io seme del campo.

    Questo non è l’ambiente che tu pensi
    ma, di contro, è una fabbrica di soldi
    che pure fuor di tempo trovi i saldi
    e patteggiare puoi pure i compensi.

    Il suo mestiere bene egli conosce
    ma meglio ancor lo fa se lo compensi
    che senza soldi, sai, perde li sensi
    ma al solo puzzo *  più nulla capisce.

    Non esser, quindi, pigro di tua mente,
    nell’elargire mostrati eccedente
    che assai maggiore avrà di dente cura
    ed ancora più s'ente di fattura. 

    * sentore

  • 28 novembre 2012 alle ore 16:23
    Amore di Donna

    Della sua infedeltà, donna, sapesti
    e muta il patimento in cuor tenesti
    e proseguisti a seminare amore
    e a lungo celasti il tuo dolore.

    Dell’altrui duolo pur ti caricasti,
    mai affaticata o stanca ti mostrasti
    e grande donna sempre fosti in tutto
    e nel lavor trovsti tu costrutto.

    Se stato anco solo quest’atto fosse
    e nessun altro mai fatto n’avessi
    sol per l’amore tuo che mai si cesse
    e per bontate ch’altri ebbero eccessi

    meriteresti posto in una icona
    a simboleggiar madre e moglie buona
    ed affermare che non è circostanza
    mostrare che l’amore sia abbastanza.

    Enumerar tue qualità non posso
    ch’assai furo che parrebbero eccesso;
    una sol cosa, voglio, però, dire:
    Da chi fu mai capito il tuo patire?

  • 28 novembre 2012 alle ore 16:21
    Il Ciligio di Buddha

    Sin dagli albori del mio cambiamento
    quasi volendo suggellar l’evento
    in terra ricca a dimorar ti posi
    ed altezzoso là cresci e riposi.

    Scelsi quel posto donde il mar t’è a fronte
    che levante mirar puoi e pur  ponente
    e dove in mare il ciel si perde tondo
    quasi a volere ch’abbracciassi il mondo.

    Non hai di che lagnarti per la casa
    chè te lo sol di mane a sera veglia
    poi, di notte, pur se di nubi ascosa
    qualche suo raggio luna a te convoglia.

    Seme innestato t’ho del Risvegliato *
    e dei canestri tutto t’ho imbrigliato
    ché sono di esso re, l’illuminato
    e te puranco in esso ho rispecchiato.

    Nol sai che il gruppo s’è cresciuto alquanto
    che ne contiamo più, ormai, di cento?
    Siam tutti rigogliosi e ben pasciuti
    chè di sapere  Buddha ci ha imbevuti.

    Sol di una cosa siam desiderosi:
    gustare appieno i frutti tuoi succosi,
    non essere di essi ancora geloso,
    donali solo a me che son goloso.

    *Buddha

  • 28 novembre 2012 alle ore 16:15
    Se io potessi

    Or s’io potessi dir quel che non dico
    e se potessi far quel che non faccio
    e se mio nome non fosse d’affaccio
    pei posteri re sarei, e non mendico.

    La bocca dice ciò che cuor disdice,
    contraria è mano a ciò ch’istinto detta,
    così reprime il petto ogni vendetta
    e il vero  copre velo di vernice.

    Se fossi, invece, l’uomo che vorrei
    e se tenessi ciò ch’ora non tengo
    e se oprassi così, com’io sostengo,
    pel popolo insuperabile sarei.

    Se in sala tonda lesto mi portassi,
    in man qualcosa dal parlare muto
    che sempre d’uomo fu ed è temuto
    e se a occhi chiusi tutti li mirassi

    statua d’argilla certo guadagnerei
    e questo nome che in nulla tien fama
    poi ogni lingua ne terrebbe brama
    ch’appeso a frondosa quercia penderei.

  • 05 novembre 2012 alle ore 21:42
    XLVIII

    Per chi l’abitudine a faticare
    non tiene faticosa diviene ogni
    fatica , pur se scarsa a concretare,
    chè  possa ama lavoro no bisogni.

    Perciò stanchi, la sera, al desinare
    avendo esplicitato lor disegni
    hanno motivo di lungo parlare
    divisi lor pensieri tra due regni. *
    Presto domattina caccio l’asina
    di stalla, sarò qui, dalla campagna
    ancor pria che dissolta sia la brina.

    Poiché fatica vera è mattiniera
    viaggerò da mane fino alla sera,
    fino all’imbrunire che il sole segna.

    *Casa e campagna.

  • 05 novembre 2012 alle ore 21:39
    XLVII

    Dovendo noi donarci alla campagna
    restare non possiamo più al villaggio
    che il lavoro di campo molto impegna
    e duro sarebbe susseguir viaggio.

    Il  caseggiato in cima alla montagna,
    la stalla  e pur  il  piccolo  maneggio,
    con l'asino,  la pecora  e  la cagna
    necessitano aver nostro retaggio.

    Per rimanere scevri di pensieri
    e secondare giusti  desideri
    possiamo cominciar sin da domani.

    Ora i nostr’interessi  son’altrove
    e poiché nostre vie son altre e nuove
    seguitiam queste e non pensieri vani.

  • 05 novembre 2012 alle ore 21:36
    XLVI

    In totale assenza di conoscenza
    l'effetto di fatica è ottimale,
    e di favo  e  di pisello  è n'avanza,
    di patate la messe meno male.

    La terra  ha fruttato molta sostanza,
    che a bisogno  di casa  è basilare
    e se non fosse stata tant'essenza
    duro sarebbe il verno a superare. .

    La volontà infine è ripagata
    che pure mancanti d'ogni esperienza
    la terra tanta grazia ci ha donata.

    Ora mi sento molto più sicuro,
    perciò non dono più molta importanza
    ch’ad  arare  terra sono maturo.

  • 05 novembre 2012 alle ore 21:33
    XLV

    Volenteroso pei lavor di campo,
    scarsissimo, però, di conoscenza
    non meno di lui, ch’è pur d’altro stampo,
    la retta donna di grande costanza..

    Se avessimo di soldi meno avvampo
    non avremmo di certo l’esigenza
    correre a dritta e manca nel contempo
    a districarci fuori d’esperienza.

    Dalla realtà, però,  non si  rifugge,
    allor facciamo quel che Iddio comanda
    chè da  sua volontà nessuno sfugge.

    I solchi disposti son serpeggianti,
    non mal,  poichè verzura non domanda
    che siano dritti, storti o pianeggianti.

  • 21 ottobre 2012 alle ore 21:22
    CLXIII

    Quando ai miei occhi il molo si para
    tutte cose, tosto,  cervel connette
    e ognuna al posto giusto rimette
    e quel di prima e quel di poi separa.

    Di dosso scrolla ogni residua tara,
    mentre occhio contempla, mente riflette
    e d’ottobre mi porta a quella notte
    e a nonno steso in quella fredda bara.

    Tutto annienta la tormenta: uomini,
    animali, gli alberi, case  e  cose
    e son lutti miseria e sofferenza.

    Ma  carità che non tiene confini
    pietosa, il manto della sua clemenza
    sul nostro capo, per pietate, pose.

  • 05 settembre 2012 alle ore 17:23
    CLXXXIV

    Or lo cervello mio è lucido e sveglio
    e son l’orecchie attente ad ogni dire
    e gl’arti sollevati dal patire,
    soltanto peso tengo ancor su ciglio.

    Lo corpo tutto va incontro al meglio
    che libero ora tutt’è nel suo agire
    e nessun membro più sento soffrire,
    ma  ancora sol vista creami scompiglio.

    Tra  carezze di possidente nobil
    donna e mamma, ancora a lungo resto
    ad occhio chiuso ma, a mente aperta

    cui forte volontà ciglia disabil
    spinge alzarsi, onde lasciare scoverta
    vista, desiosa il dolce volto mesto

    mirar di nutrice, d’ansia coverta,
    qual etere di nubi tetre attorta.

  • 05 settembre 2012 alle ore 17:20
    CLXXXVI

    Calpestio di passi sono all’orecchio,
    fruscio di veste, mormorio di bocca
    e mentre dieci l’orologio scocca
    tutti i presenti danno a porta l’occhio

    allorché s’apre con leggero crocchio
    e vecchia suora dalla gamba stracca,
    indosso larga e misera casacca
    si ferma ai piè di letto e forma cerchio.

    S’inchina riverente in ver duchessa
    e poscia col suo far mesto e commosso,
    a testa china e con la voce bassa:

    A voi porta con me nostra Badessa
    triste nuova che nostr’Ordine ha scosso:
    Suora Brunetta da due giorni è cessa.

    Nulla valse d’erbe lunga mistura
    ché compiersi dovea fosca ventura.

  • 31 agosto 2012 alle ore 23:38
    Vivere

    Velocemente la puerizia passa
    che qual’ uccello in volo lesto spare,
    pure la gioventù che presto appare
    è come molle fior che presto appassa.

    Lesto il posto cede all’età matura
    che di triboli tanti si riveste
    e molte difficoltà appaiono leste
    che fendon corpo come legno scura *

    Il vivere, perciò, per nulla è lieto
    che mai tien dritto verso la sua meta,
    non librasi alto, no, come cometa
    chè di cotanto gaudio tiene veto

    ma serpeggiando va come strisciante,
    ora in fosso cadendo or da dirupo
    in cerca pasto d’affamato lupo
    e non è giorno che non sia ansimante.

    Il vivere non è, pertanto, affare;
    arriva, genera guai e poi scompare.

    * scure

  • 31 agosto 2012 alle ore 23:27
    Il Vento e la Quercia

    Ulula il vento, non si cheta, incalza,
    ora alberelli piega ora altri innalza,
    ora a dritta soffia e ora mena a manca
    e donde passa d’ogni cosa ammanca.

    Le foglie da su gli alberi divella
    in ciel le innalza e, poi, le mulinella
    indi le abbassa fino a fondo terra
    tante ne innalza ancora, altre sotterra.

    Ingagliardito di sì tal possanza
    verso l’annosa quercia, forte, avanza
    ma per quanto soffia, urla e si lamenta,
    per quante volte l’assalto ritenta

    della sua forza sente il fallimento.
    La quercia resta là, non ha spavento
    e del rabbioso vento par che rida
    mentre immobile accetta quella sfida.

    Rùgge, ora, il vento, freme, si tormenta,
    s’innalza, s’allontana, indi, ritenta,
    con furiosa lena, di poi, si scaglia
    ma a contatto di quercia si frastaglia.

    Son radicata qui da trecent’anni
    immagina se temo te e i tuoi danni;
    così la quercia sussurra  all’udito
    mentr’esso di tal possa inorridito

    sen corre via sbuffando, indebolito.

  • 31 agosto 2012 alle ore 23:25
    Pupa

    E dei sinceri giochi di bambini
    fummo e lei e io ingenui compagni
    così crescemmo un poco birichini
    tra i campi, a nascondino tra i castagni.

    Quando cresciuti, un poco, più grandetti
    ci ritrovammo a scuola, fanciulletti,
    poi giovinetti ancora tre anni fummo
    e  altri cinque poi assieme viaggiammo.

    Così finisce lei ciclo di studio
    mentr’io m’avvio in verso l’ateneo,
    gode ella del lavoro già il preludio
    ignara dal sapere ch’avrà gran neo.

    E sposa e va più in là, oltre confine,
    rigonfio cuore di speranza e amore,
    animo sincero, gentile e fine
    lungi pensar di perdere l’onore.

    Ma l’uomo ch’à, di pietra tiene cuore
    ch’appen che luce vede primo fiore
    con la minaccia a lei la strada impone
    dopo strenua lotta ed aspra tenzone.

    Così la trovo là, in ginocchione
    smunta da duol, piangenti gl’occhi,
    racconta lesta sua maledizione,
    m’affida per sua bimba due balocchi.

    Domani non sarò, figliola cara,
    deposta giacerò nella mia bara
    ma veglierò su te dal Paradiso
    onde i miei pianti sian per te sorriso.

    Aspetta, Pupa mia, teco son pur’ io,
    aspetta qui, un poco, il mio ritorno
    che certo mi ha mandato il gran buon Dio,
    vedrai, doman sarà diverso giorno.

    Quando che fui coi militi di torno
    stesa la ritrovai immersa a sangue,
    nel biglietto è scritto: Il cuore langue,
    meglio l’onore, figlia, che l’inferno.

    Potrai guardare dritto negli altrui occhi
    ch’ onor per frutto lascio e  due balocchi.

  • 19 agosto 2012 alle ore 19:04
    CLI

    Quando ai piè d’assolato fabbricato,
    sorpreso nel trovar donne e bambini,
    al centro mamma a carezzar piccini
    col viso sorridente, illuminato.

    Che d’importante, mamma, è capitato?
    perché tanta gente, tanti  piccini
    grida festose, tanti cherubini?
    gaudio chetato parmi qui  spostato.

    In poco ti racconto ciò ch’è stato,
    quanto fulmineo tutto s’è cambiato
    e io nemmanco  poco ho assimilato.

    Titolari del grande Caseificio
    al lavoro hanno dato commiato
    stanchi di proseguire  sacrificio.

  • 19 agosto 2012 alle ore 18:59
    CXLIX

    Se ci s’inoltra troppo in ginepraio
    a ritroso trovare urge sentiero
    che troppo manere* offusca pensiero
    e prima di sollievo spunta altro guaio.

    Se seme a dimora è messo in vivaio
    infradicia, muore ind’è rigenero
    e di rigoglio agricoltore è fiero
    e lo rende superbo e lo fa gaio.

    Se invece dimora fosse in un acquaio
    morrebbe d’acqua a prima turbolenza
    come l’ape perirebbe in un vespaio.

    Ind’ io che cascato sono in fossato
    sprono mia diligenza e intelligenza
    onde torni cervello quel ch’è stato.

    *rimanere

  • 20 giugno 2012 alle ore 22:34
    V

    In croce al posto di essere spergiuro
    Quei ch’affossar pote mondo sotterra,
    umil soggiace a man crudel che sferra
    frusta su Corpo gentil, docile e puro.

    E tutt’intorno s’annerisce: E’ scuro.
    Assordante boato scote la terra
    qual più mille cannon tonanti in guerra
    e squarcio corre per lo cielo oscuro.

    Ind’ Egli spirò ,e l’Alma da Suo petto
    uscio; trema lo Cielo ed è tremore
    di terra .Centuria tutta è terrore.

    Centurion, pur ei, ghiaccio da timore
    destra man porta su gelido petto
    e per slealtà di pria mostra terrore.

  • 20 giugno 2012 alle ore 22:29
    IV

    Comincia allo scoccare dei Suoi trenta
    anni l’ammaestramento itinerante
    e ovunque moltitudine è esultante
    chè sciancato al Suo dir dritto diventa.

    Tempesta non è o alta onda turbolenta
    che temi, né alcunchè altro esuberante
    giacchè cosa non è su  Lui imperante
    ma tutto è qual neve che sol paventa.

    I pani e anco i pesci centuplicava,
    su acque di laghi e mari camminava
    e furia d’acque e venti tacitava.

    In Cafarnao, loco opera messianica
    di Galilea, e storpi e ciechi sanava
    con amore grande e bontate unica.

    Gl’afflitti ver Lui amore nutrivano,
    di benedizioni lo colmavano
    ma avea contrari a Se scribi e sinedrio,
    malvagio Pilato e tutto l’imperio.

    Insultato, pestato e vilipeso,
    da sommario giudizio condannato
    ai carnefici senzadio è affidato
    e al legno ch’è aggravato rest’ appeso.

  • 20 giugno 2012 alle ore 22:22
    III

    E Betlemme è tutta quanta in lutto
    chè i pargoletti tutti, crudelmente,
    sono soppressi per  insana mente
    in ciò che sadico cuor non tien costrutto.

    Quando l’Onnipotente il marcio frutto
    da triste terra estirpa, finalmente,
    e lo relega dove niuno è niente
    a rintracciar nido d’altri distrutto

    a Nazaret di Galilea è la Famiglia
    donde al Giordano, Gesù, candido Figlio,
    da Giovanni è in acqua, cristianizzato.

    S’apre lo Cielo e dal candor di giglio
    colomba  Spirito Dio armonizzato,
    grido s’ode: Questo è mio diletto Figlio

    dal quale assai mi sono rallegrato.

  • 19 giugno 2012 alle ore 23:23
    II

    Della Giudea Erode è imperante
    e molti hanno subito intemperanza
    Nessuno presso lui tiene  speranza
    che per alcunchè mai fu impenitente.

    Al Re dei re non prostra reverente
    sconoscendo, cosi , somma potenza
    decreta, anzi, a nome di tracotanza
    stroncar la vita del Santo lattante..

    Per un divino avviso in sogno avuto
    s’incammina Giuseppe in ver l’Egitto
    con alma in pena e  lo core trafitto

    per di Nutrice patire e Figlioletto
    sognando Palestina e caldo letto
    lungi da imposto quanto vil tributo.

    Per impervio sentiero sconosciuto
    avanza a lume di parlare muto
    seguito dalla docile asinella
    con Dio e Santa Regina sulla sella.

  • 19 giugno 2012 alle ore 23:21
    I

    Tutto di bianco intorno è ricoperto
    e ancor la neve cala volteggiando
    mentre leggero, il vento sibilando
    vola la neve nell’andare incerto.

    Con l’ansia in petto,a passo svelto e certo,
    di porta in porta Giuseppe va bussando
    ed un lettuccio per Maria invocando,
    in loco pur modesto  ma coverto.

    Ma non è locandiere a dare ascolto
    ch’ogni cantuccio dell’albergo è pieno;
    indi, posto può tener su paglia e fieno.

    Colui che delle stelle è ancora più alto
    nasce nel letto di una mangiatoia
    ma per Giuseppe e per Maria è piena gioia.

    Al  caldo del  respiro, nella stalla,
    docile bue l’ accoglie e l’asinella
    che di Natività  sono gaudenti
    non  quali quadrupedi incoscienti

    ma animali bipedi intelligenti,
    che forzan loro mantici ansimanti.
    onde donare tepore agli astanti.