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Poesie di Nello Vittorio Maruca

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  • 05 settembre 2012 alle ore 17:20
    CLXXXVI

    Calpestio di passi sono all’orecchio,
    fruscio di veste, mormorio di bocca
    e mentre dieci l’orologio scocca
    tutti i presenti danno a porta l’occhio

    allorché s’apre con leggero crocchio
    e vecchia suora dalla gamba stracca,
    indosso larga e misera casacca
    si ferma ai piè di letto e forma cerchio.

    S’inchina riverente in ver duchessa
    e poscia col suo far mesto e commosso,
    a testa china e con la voce bassa:

    A voi porta con me nostra Badessa
    triste nuova che nostr’Ordine ha scosso:
    Suora Brunetta da due giorni è cessa.

    Nulla valse d’erbe lunga mistura
    ché compiersi dovea fosca ventura.

  • 31 agosto 2012 alle ore 23:38
    Vivere

    Velocemente la puerizia passa
    che qual’ uccello in volo lesto spare,
    pure la gioventù che presto appare
    è come molle fior che presto appassa.

    Lesto il posto cede all’età matura
    che di triboli tanti si riveste
    e molte difficoltà appaiono leste
    che fendon corpo come legno scura *

    Il vivere, perciò, per nulla è lieto
    che mai tien dritto verso la sua meta,
    non librasi alto, no, come cometa
    chè di cotanto gaudio tiene veto

    ma serpeggiando va come strisciante,
    ora in fosso cadendo or da dirupo
    in cerca pasto d’affamato lupo
    e non è giorno che non sia ansimante.

    Il vivere non è, pertanto, affare;
    arriva, genera guai e poi scompare.

    * scure

  • 31 agosto 2012 alle ore 23:27
    Il Vento e la Quercia

    Ulula il vento, non si cheta, incalza,
    ora alberelli piega ora altri innalza,
    ora a dritta soffia e ora mena a manca
    e donde passa d’ogni cosa ammanca.

    Le foglie da su gli alberi divella
    in ciel le innalza e, poi, le mulinella
    indi le abbassa fino a fondo terra
    tante ne innalza ancora, altre sotterra.

    Ingagliardito di sì tal possanza
    verso l’annosa quercia, forte, avanza
    ma per quanto soffia, urla e si lamenta,
    per quante volte l’assalto ritenta

    della sua forza sente il fallimento.
    La quercia resta là, non ha spavento
    e del rabbioso vento par che rida
    mentre immobile accetta quella sfida.

    Rùgge, ora, il vento, freme, si tormenta,
    s’innalza, s’allontana, indi, ritenta,
    con furiosa lena, di poi, si scaglia
    ma a contatto di quercia si frastaglia.

    Son radicata qui da trecent’anni
    immagina se temo te e i tuoi danni;
    così la quercia sussurra  all’udito
    mentr’esso di tal possa inorridito

    sen corre via sbuffando, indebolito.

  • 31 agosto 2012 alle ore 23:25
    Pupa

    E dei sinceri giochi di bambini
    fummo e lei e io ingenui compagni
    così crescemmo un poco birichini
    tra i campi, a nascondino tra i castagni.

    Quando cresciuti, un poco, più grandetti
    ci ritrovammo a scuola, fanciulletti,
    poi giovinetti ancora tre anni fummo
    e  altri cinque poi assieme viaggiammo.

    Così finisce lei ciclo di studio
    mentr’io m’avvio in verso l’ateneo,
    gode ella del lavoro già il preludio
    ignara dal sapere ch’avrà gran neo.

    E sposa e va più in là, oltre confine,
    rigonfio cuore di speranza e amore,
    animo sincero, gentile e fine
    lungi pensar di perdere l’onore.

    Ma l’uomo ch’à, di pietra tiene cuore
    ch’appen che luce vede primo fiore
    con la minaccia a lei la strada impone
    dopo strenua lotta ed aspra tenzone.

    Così la trovo là, in ginocchione
    smunta da duol, piangenti gl’occhi,
    racconta lesta sua maledizione,
    m’affida per sua bimba due balocchi.

    Domani non sarò, figliola cara,
    deposta giacerò nella mia bara
    ma veglierò su te dal Paradiso
    onde i miei pianti sian per te sorriso.

    Aspetta, Pupa mia, teco son pur’ io,
    aspetta qui, un poco, il mio ritorno
    che certo mi ha mandato il gran buon Dio,
    vedrai, doman sarà diverso giorno.

    Quando che fui coi militi di torno
    stesa la ritrovai immersa a sangue,
    nel biglietto è scritto: Il cuore langue,
    meglio l’onore, figlia, che l’inferno.

    Potrai guardare dritto negli altrui occhi
    ch’ onor per frutto lascio e  due balocchi.

  • 19 agosto 2012 alle ore 19:04
    CLI

    Quando ai piè d’assolato fabbricato,
    sorpreso nel trovar donne e bambini,
    al centro mamma a carezzar piccini
    col viso sorridente, illuminato.

    Che d’importante, mamma, è capitato?
    perché tanta gente, tanti  piccini
    grida festose, tanti cherubini?
    gaudio chetato parmi qui  spostato.

    In poco ti racconto ciò ch’è stato,
    quanto fulmineo tutto s’è cambiato
    e io nemmanco  poco ho assimilato.

    Titolari del grande Caseificio
    al lavoro hanno dato commiato
    stanchi di proseguire  sacrificio.

  • 19 agosto 2012 alle ore 18:59
    CXLIX

    Se ci s’inoltra troppo in ginepraio
    a ritroso trovare urge sentiero
    che troppo manere* offusca pensiero
    e prima di sollievo spunta altro guaio.

    Se seme a dimora è messo in vivaio
    infradicia, muore ind’è rigenero
    e di rigoglio agricoltore è fiero
    e lo rende superbo e lo fa gaio.

    Se invece dimora fosse in un acquaio
    morrebbe d’acqua a prima turbolenza
    come l’ape perirebbe in un vespaio.

    Ind’ io che cascato sono in fossato
    sprono mia diligenza e intelligenza
    onde torni cervello quel ch’è stato.

    *rimanere

  • 20 giugno 2012 alle ore 22:34
    V

    In croce al posto di essere spergiuro
    Quei ch’affossar pote mondo sotterra,
    umil soggiace a man crudel che sferra
    frusta su Corpo gentil, docile e puro.

    E tutt’intorno s’annerisce: E’ scuro.
    Assordante boato scote la terra
    qual più mille cannon tonanti in guerra
    e squarcio corre per lo cielo oscuro.

    Ind’ Egli spirò ,e l’Alma da Suo petto
    uscio; trema lo Cielo ed è tremore
    di terra .Centuria tutta è terrore.

    Centurion, pur ei, ghiaccio da timore
    destra man porta su gelido petto
    e per slealtà di pria mostra terrore.

  • 20 giugno 2012 alle ore 22:29
    IV

    Comincia allo scoccare dei Suoi trenta
    anni l’ammaestramento itinerante
    e ovunque moltitudine è esultante
    chè sciancato al Suo dir dritto diventa.

    Tempesta non è o alta onda turbolenta
    che temi, né alcunchè altro esuberante
    giacchè cosa non è su  Lui imperante
    ma tutto è qual neve che sol paventa.

    I pani e anco i pesci centuplicava,
    su acque di laghi e mari camminava
    e furia d’acque e venti tacitava.

    In Cafarnao, loco opera messianica
    di Galilea, e storpi e ciechi sanava
    con amore grande e bontate unica.

    Gl’afflitti ver Lui amore nutrivano,
    di benedizioni lo colmavano
    ma avea contrari a Se scribi e sinedrio,
    malvagio Pilato e tutto l’imperio.

    Insultato, pestato e vilipeso,
    da sommario giudizio condannato
    ai carnefici senzadio è affidato
    e al legno ch’è aggravato rest’ appeso.

  • 20 giugno 2012 alle ore 22:22
    III

    E Betlemme è tutta quanta in lutto
    chè i pargoletti tutti, crudelmente,
    sono soppressi per  insana mente
    in ciò che sadico cuor non tien costrutto.

    Quando l’Onnipotente il marcio frutto
    da triste terra estirpa, finalmente,
    e lo relega dove niuno è niente
    a rintracciar nido d’altri distrutto

    a Nazaret di Galilea è la Famiglia
    donde al Giordano, Gesù, candido Figlio,
    da Giovanni è in acqua, cristianizzato.

    S’apre lo Cielo e dal candor di giglio
    colomba  Spirito Dio armonizzato,
    grido s’ode: Questo è mio diletto Figlio

    dal quale assai mi sono rallegrato.

  • 19 giugno 2012 alle ore 23:23
    II

    Della Giudea Erode è imperante
    e molti hanno subito intemperanza
    Nessuno presso lui tiene  speranza
    che per alcunchè mai fu impenitente.

    Al Re dei re non prostra reverente
    sconoscendo, cosi , somma potenza
    decreta, anzi, a nome di tracotanza
    stroncar la vita del Santo lattante..

    Per un divino avviso in sogno avuto
    s’incammina Giuseppe in ver l’Egitto
    con alma in pena e  lo core trafitto

    per di Nutrice patire e Figlioletto
    sognando Palestina e caldo letto
    lungi da imposto quanto vil tributo.

    Per impervio sentiero sconosciuto
    avanza a lume di parlare muto
    seguito dalla docile asinella
    con Dio e Santa Regina sulla sella.

  • 19 giugno 2012 alle ore 23:21
    I

    Tutto di bianco intorno è ricoperto
    e ancor la neve cala volteggiando
    mentre leggero, il vento sibilando
    vola la neve nell’andare incerto.

    Con l’ansia in petto,a passo svelto e certo,
    di porta in porta Giuseppe va bussando
    ed un lettuccio per Maria invocando,
    in loco pur modesto  ma coverto.

    Ma non è locandiere a dare ascolto
    ch’ogni cantuccio dell’albergo è pieno;
    indi, posto può tener su paglia e fieno.

    Colui che delle stelle è ancora più alto
    nasce nel letto di una mangiatoia
    ma per Giuseppe e per Maria è piena gioia.

    Al  caldo del  respiro, nella stalla,
    docile bue l’ accoglie e l’asinella
    che di Natività  sono gaudenti
    non  quali quadrupedi incoscienti

    ma animali bipedi intelligenti,
    che forzan loro mantici ansimanti.
    onde donare tepore agli astanti.

  • 18 giugno 2012 alle ore 18:48
    Inno ai Genitori

    E’ tempo dell’Avvento e in nostri
    cuor qualcosa di nuovo ora germiglia,
    lo sentiam Gianni e Lida amabil figlia
    stasera che pensosi miriam gli Astri

    che di brillanza son men di Voi lustri.
    D’antica quercia porta seco foglia
    lieve venticel che spinge e invoglia
    trarre dai cuori e tingere d’inchiostro

    fogli , per dire a Voi, nostri pilastri,
    un grazie per il Vostro grand’affetto,
    per le attenzioni e i sacrifici tanti

    che, da quando noi ancora maldestri,
    elargito ci avete a tutto effetto
    venerandoci qual fossimo santi.

    Grazie per tutto, nostra diletta mamma,
    e a te, padre, per lo core che infiamma.

  • 18 giugno 2012 alle ore 18:42
    Il Derelitto

    Nasce, e malasorte già gli dona pena.
    Ignudo ancora, di cure bisognoso
    suo destino, ahimè, è tristo e doglioso
    ché già negati sono e pranzo e cena.

    Necessita affetto quanto a spiaggia rena
    ma già s’avvia nel suo andar penoso
    dal primo giorno, all’eterno riposo
    ch’il padre è orso e nutrice iena.

    Misantropo l’uno e impietosa l’altra
    ond’appagare loro brutale gusto
    donano, crudelmente, danno ingiusto

    a creatura che l’Essere augusto,
    col Suo immenso volere savio e giusto,
    volta celeste large qual tiepida coltra.

    Tanto Mano divina avea disposto
    ma fallaci menti umane portan guasto
    a soddisfa di loro grand’egoismo
    ch’amore han sol per l’io dell’egoismo.

  • 11 giugno 2012 alle ore 21:27
    LXXXII

    La fortuna raggiunta non l’ha tocco
    e manco la nutrice reso altera,
    umili  son rimasti in loro sfera
    palesando cervel dotto, non allocco.

    Le faccende campestri non dan sbocco
    che persona appassiona e rende fiera
    pur  se  l’impegna da mattina  a  sera
    e l’animo addolcisce e rende becco

    Quando, però, l’impegno arduo sospinge
    necessita all’occhio, *che altrove volge,
    l’energia che da  quella  parte  pinge.

    Indi l’ometto ch’è due fuochi in mezzo
    adverso  lo  più  imponente  s’indulge
    tralasciando, alquanto, quell’altro rozzo.

  • 25 maggio 2012 alle ore 8:29
    XCII

    Riveli essere  nutrito di quanto
    abbiamo, noi tutti, fin qui, operato.
    Certo che tal dottrina hai  palesato
    pure nelle materie dell’altro canto.

    Se  di  cotanta  foga  tieni  manto
    e l’altre discipline tanto amato
    ogni commento viene commiatato  *
    che non si può conoscer più di tanto.

    Per  latino e greco son’appagato
    avendo chiuso con  buon contributo,
    pur impietosamente tartassato.

    Al docente che tanto m’ha spremuto
    del suo lavoro dato a gran mercato
    in fondo posso dire essergli grato.

    * licenziato

  • 25 maggio 2012 alle ore 8:07
    XCI

    Governatore, poi, di  Garfagnana
    plaga dell’Appennino tosco –emiliano,
    la regge per tre anni a forte mano
    pur mai infierendo a condotta malsana

    di colpevoli per ignoranza umana.
    A Ferrara, indi, dell’orto a guardiano
    di casetta dal sudore nostrano
    dall’eloquente scritta, quanto strana.

    Non agogna toccar potere alcuno,
    lontan dal culto di lusso e ricchezza
    solo  necessità  lo  fa qualcuno.

    Pur’immischiato a malaffar di corte
    di tutta l’esistenza  è una  certezza:
    povero resta da nascita a  morte.

  • 21 maggio 2012 alle ore 23:04
    CXVII

    Così com’arduo è ritrovare l’ago
    nel pagliaio in tale misura puranco
    agevole parmi che non sia manco
    rincontrare beltà per quanto vago.

    Tanti festeggiamenti : Io non svago
    che tutto dì e la notte intera arranco
    per le strade, vie, viuzze e, pure stanco
    l’andare mio avanza da girovago.

    Ad ogni  bancarella faccio sosta,
    chiedo di  beltà, se mai fosse accosta,
    spiego le fattezze: No, è la risposta.

    Indietro ritorno col mio occhio veglio,
    più la ricerco più trovar la voglio,
    più il tempo passa più ricerca doglio.

  • 20 maggio 2012 alle ore 21:56
    Il Trombatore

    Quel saccente “Cacasenno”
    nella smania di far danno
    come sempre, pur quest’anno
    ha imbastito altro inganno.
    con l’arte del tranello
    sospinge il “comparello”
    buttarsi all’impazzata
    a tentare la traversata;
    indi assieme a scarpetta
    avvelena la polpetta.
    Acquattato tra le spine
    te, avversario, tiene a mira
    e tra rovi e tra spine
    è con ansia che respira
    Ha puntato, al petto strette,
    tutte quante le doppiette
    pronto a far partir le frecce.

    Se assurgi e siedi in trono,
    a dispetto del “nostromo”
    mi costringi a farti un dono:
    La promessa fo su strada
    della sicula contrada.
    Se sarà tuo il successo
    venir meno non m’è concesso
    di donar quel ch’ò promesso.
    Se, però, ahimè non t’ergi
    e resti fermo e non emergi
    della sicula contrada
    la promessa è ritirata.

    Se assurgi oppur non ergi
    il saccente serpentello  * *furbetto
    fuoriesce di cervello.
    Indi sii vigile e lesto
    giacchè chiusi i luoghi adatti
    al ricovero dei matti
    altro posto non l’accetta
    e perciò con furia matta
    spranghe impugna e doppietta
    qual suo ultimo rimedio
    a placare rabbia e tedio

  • 15 maggio 2012 alle ore 17:33
    La Mendace

    Emendati, pavido, per il male
    che vai facendo e possa nel prosieguo
    di vita altera frenare spirale
    e coscienza del male sia diniego.

    Non hai forse tu udito mai la voce
    di nutrice che da dentro il sepolcro
    prega e t’invita  non esser mordace
    ma dell’amore estimatrice e fulcro?

    Da dentro lo scuro avello t’invoca,
    ti scongiura d’ essere meno dura
    con chi ti fu assai tenero e t’evoca
    il focolare e t’evoca le mura

    dove entrambi furo, dove nutriro.
    Il focolare che tutti scaldava,
    le mura annerite tra cui crebbero
    quando in Africa suo pensier  vagava.

    Se la muta voce ancora non  odi
    soglia non varcare di Casa di Dio
    che i pensieri tutti sono presenti
    a Lui che legge persino dentro l’io.

  • 15 maggio 2012 alle ore 17:04
    La Morte

    Se crudeltate è Morte o s’e pietate
    nessuno fino a ora l’ha mai saputo.
    Sol si conosce che con sforzo alcuno
    il forte leone abbatte e l’agnellino
    e non si cura del ricco  potente
    e nemmanco del misero e meschino
    e tutti stende senza alcun rimpianto
    e da sulla  terra elimina ognuno.

    Là, dove giunge, non fa differenza
    né di regnanti o poveri accattoni;
    per essa tutti quanti sono uguali
    e in egual maniera ghermisce ognuno.
    Dinnanzi ad essa cede l’attacchino
    come s’inchina pure il re supremo.
    La secolare quercia strugge ed ingoia
    e il sacro fusto d’odoroso alloro.

    Non vale per fermarla oro o argento,
    ignora il signore e il poverello:
    Non guarda in faccia ne s’é brutto o bello
    e il debole risucchia senza sforzo
    comanco il forte atterra con un soffio.
    Alfine  non è che affilata falce
    che stende l’erba tutta sulla propria
    ombra e inerte la ridona alla madre

    Terra forse onde rinasca in vigoria
    o allontanare dal terreno tormento..
    Nessuno,invero, sa perché ghermisce;
    se  per insita crudeltà o per pietà.
    Un solo Libro tratta l’argomento
    ma il contenuto arduo è interpretare.
    Solo chi tiene fede e spera in Dio
    sa e conosce ciò che non capisco io.

  • 12 maggio 2012 alle ore 18:50
    LIII

    A sera un poco di sconforto adduce
    mamma  e lacrima cola sulle linde
    gote confuse  tra le chiome bionde
    mentr’altra nel stanc’occhio già riluce.

    Il dispero nell’alma non fa luce
    anzi poco chiarore scuro rende
    ma da nostra volontà anco discende
    pensiero che  lo core a pace induce. 

    La nostra sorte, mamma,è stata nera
    per volere dell’Essere supremo,
    è  stata  nera , sì , più  della  cera.

    Nessuno può, però, darle chiarore;
    sol Lui che regge barca col Suo remo
    potrebbe, se volesse, ridar splendore.

  • 22 aprile 2012 alle ore 13:26
    La Festa della Madonna

    Quest’oggi, quattro ottobre,
    suoni intorno sono e canti,
    vicino non son’ombre
    e i cuori paion contenti.
    Oggi è festa della Vergine,
    della Vergine Maria
    e sia grandi che piccine
    sono in massima euforia.
    Tutt’allegrezza è intorno,
    la gente si sollazza,
    sol’io da qualche giorno
    carco sono di tristezza.
    Mi piange dentro il cuore,
    sentomi afflitto e solo,
    lunghe trascorron le ore,
    dai piedi mi sfugge il suolo.
    Quel vaso di cristallo
    mancante è di più fiori.
    Sta sopra al piedistallo
    ma è come fosse fuori.
    E’ bello e rilucente
    ma  pare ombrato e vecchio:
    Gli manca la sua gente:
    Lo vedo nello specchio.
    Tre sono rimasti fuori
    da quel cristallo puro.
    Son tre, son tre amori
    che l’animo rendon scuro.
    In un cantuccio:In casa,
    credendo d’esser sola
    la faccia triste,or rosa,
    or pallida, or viola,
    solcata dalle lacrime
    piange una donna sola.
    Si contorce, si comprime,
    sola parla, sola ragiona.
    Alza gli occhi all’improvviso
    e mi fissa desolata,
    mentre asciuga il dolce viso
    dice:Ahimè! Che sfortunata.
    Chiude gli occhi e chiede
    muta:Ma perchè, perché,perché!?
    Guardo in Cielo e muto chiedo:
    Ma perché,Maria,perché!?
    Dai lor figli tutti quanti
    circondati son gli amici,
    vanno avanti,indietro,avanti
    coi parenti: Sono felici.
    Per il fare di certuni
    io, però, non son contento,
    tutti affetti restan vani
    pel lor scarso sentimento.
    Dea Fortuna da me è scosta
    canco pure per mala sorte
    questo giorno solo resto
    con due figli e la consorte.
    Lei non sa, la Dea bendata,
    che se un figlio manca in casa
    la sua mamma è addolorata
    e vien tetra ogni cosa.
    Questo giorno tanto bello
    da quel vaso di cristallo
    di bei figli mancan tre:
    Due Regine e un gran Re.

  • 06 aprile 2012 alle ore 0:40
    LII

    Perché la Scuola riapra i suoi battenti
    Abbiamo ben tre mesi a noi davanti;
    quanto a lavori d’orto sono tanti,
    potremo tranquillamente ire avanti.

    Or non abbiamo di che fare stenti,
    che pure sappiamo degli espedienti,
    dobbiamo rimaner soltanto attenti
    a non errare come l’anno avanti.

    Sul pianoro davanti al casamento
    pianteremo i migliori nostr’ortaggi
    dando l ‘acqua a dose e giusto momento.

    Perché pure s’è caldo o  soffia il vento
    pria che il sole dona i cocenti raggi
    cesso  dev’essere  l’irrigamento.

  • 06 aprile 2012 alle ore 0:08
    LI

    Mettiamo lesto ogni cosa a suo posto
    per dar domani piglio alla fatica
    ch’esser solerti molto magnifica
    l’opera di chi fa bene e anco presto.

    Vivere nel campo, figlio, è l’opposto
    di soggiornare  nella casa antica
    tra tanti conoscenti e gent’amica
    e grida di bimbo e frignare mesto.

    Di tutto quello,qui, nulla più avremo,
    compagno solo il cinguettio d’uccello
    e lo frinire di  cical  terremo.

    Il tavolo sta meglio all’altro lato,
    distante da cucina e da lavello
    meno lo spazio che viene occupato.

  • 25 marzo 2012 alle ore 22:04
    L'Abisso

    In vetta mi restavo all’alto monte
    dalle pareti lisce,strapiombate
    e tutt’intorno v’era un fosso nero
    per quanto che potea vista mirare.
    Solo mi stavo lì,senza speranza
    tremante per lo freddo e di paura;
    membra anchilosate,solo tormento,
    il corpo mal reggevano le gambe,
    la vista si spegneva lentamente.
    Il cuore, di vita, nel petto dava
    segno per forte e veloce pulsare.
    Tremante,stordito,impaurito per tempo
    restai quando, qual fulmine,aprironsi
    le porte del cervello e dolce, soave
    di luce luminosa a braccia aperte
    avvolte dal Divino, azzurro Manto
    la Celeste Maria m’appar di fronte.
    In abbraccio mi stringe dolce e caldo
    e mi porta per lo sereno cielo,
    a braccia aperte a mò di rondinella
    oltre l’abisso periglioso e nero
    su spianato ,odoroso,erboso prato.
    Guardo, non è più .Nel nulla è dissolta.
    ed io all’alto Cielo volto lo guardo
    per scampato periglio e serenità
    che avevo, così , pregai: Veneranda
    Madre!O Divina!. Un respiro vicino:
    Era mia moglie:Tutto fu un sogno.