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Poesie di Nello Vittorio Maruca

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  • 24 luglio 2011 alle ore 14:21
    Il Diavolo

    Spirito cattivo, spirito maligno
    ovunque volgi lo guardo il male alligna
    angelo da mente al bene inversa
    facitore d’ogni azion perversa.

    Resti alla posta qual cacciatore a lepre
    alletti col sorriso che il mal copre
    nascosto dietro siepe della calle
    colpisci a tradimento dietro le spalle.

    Cacciato sei dal Luogo dolce e beato
    perchè nel Paradiso malcostumato
    avverso a divina legge, avverso a Dio
    all’inferno buttato per pagare il fio.

    Un filo di paglia usi per legaccio,
    nessuno riesce a scioglierlo dal braccio 
    ch’è più forte esso di grossa catena,
    chi, ahime! l’incappa paga grossa pena.

    Sempre ten stai attento:Resti in agguato,
    nessuna pietà per il malcapitato:
    Riesci a penetrare nell’uman cervello
    e imponi, poi, ad esso grosso fardello.

    Quel povero disperato, malcapitato
    all’ultima stazione è arrivato
    che quantunque prosegue nel cammino
    mai più pace ha ma nero destino.

    Trappola tendi ad uomo onesto
    rendendolo depresso,schiavo e mesto.
    Alla potenza di Dio fa egli  appello
    alfin che mai più invadi il suo cervello.

    Spera con timore e con fervore
    che Dio invocato venga in suo favore;
    spera che dal cuor toglie il macigno
    che grosso hai deposto, perverso maligno.

    La grazia invoca all’Onnipossente
    che in vita gli è sempre presente.
    ma si discosta un poco da Dio beato
    perchè, da te, Maligno è ingannato.

    Il Dio ch’è amore, potenza e bene
    sollievo offre già alle sue pene.
    Gli dice che per Lui non sei nessuno
    e che soccorso porta a lui ed ognuno.

    Questa la speme che lo regge in vita
    perchè la pena che parea infinita
    dileguasi man mano che Egli invoca
    nella disgrazia sua che non è poca.

  • 24 luglio 2011 alle ore 12:56
    Il Cipresso

    E fu Giuseppe per quarant’anni ed oltre
    a far’inchini e salutar dappresso
    finchè  trovossi un dì su stessa coltre *
    accanto colui che prima era cipresso.
    Parve, indi, con stupore immenso
    d’avere inchino da sì alto fusto;
    anchilosato fu, disse: Che penso?
    No! cervello mio: Sei vecchio e guasto.

    E chiusi gli occhi,ch’era stanco assai,
    la destra penzoloni  giù dal  letto
    s’assopì pian pianino pensando ai guai
    ed alla vision ch’oggi fu oggetto.
    Così restossi: Tempo quanto nol seppe
    ma parvegli poi da tocco essere scosso
    mentre affettuosamente: Che fai o Peppe?
    Sentì stanco quel dire, quanto commosso.

    Per i suoi vitrei, da peso oppressi occhi
    forza non ebbe di guardar chi fosse,
    chi a voce lo chiamava e piccoli tocchi
    e debolmente pensava chi esser potesse.
    Fu il dì di poi, a mattino andato
    che disteso a letto a lui di presso
    scorge vetust’uomo, volto emaciato
    che credere stenta ch’esser sia lo stesso

    che per tant’anni ebbe ad inchinarsi.
    Quello lo guarda e stancamente dice:
    Ho, quì, nel petto di dolor dei morsi,
    stanco mi sento e d’essere infelice.
    Io non pensavo mai, Vossignoria,
    un giorno di trovarmi accanto a Voi,
    quest’oggi il cuore mio è in allegria
    ch’ha la fortuna d’essere con Voi.

    Prim’io voglianza avevo di morire
    che sempre fui più stanco e tribolato
    sper’ora, invece, manco di guarire
    ch’accanto Vossignoria sono appagato.
    Certo! Tu allato sempre sei vissuto
    e ancorchè steso resti consolato.
    Non me, però, da nobil stirpe nato
    sempre diverso fui, e non reietto.

    Vossignoria restate tale e quale
    con l’arroganza nelle vostre vene
    ma l’altezzosità più a nulla vale
    perchè acuisce solo le vostre pene.
    Da parte mia vi dico:Io vi perdono
    e mi prosterno a voi per quella gioia
    che il cuore mio ha ricevuto in dono
    d’avere accanto a sè vossignoria.

    * Intendi:sotto stesso tetto.

  • 24 luglio 2011 alle ore 11:35
    Fallo

    La vita mai grandi cose m’ha donato,
    anzi, tolto m’ha gl’affetti desiderati
    fors’anco  perch’io l’ho mal cercati
    o  che in altri è sentimento andato.

    Sotto quel tetto tanti ne crescemmo,
    mai in diverbio o discrepanza fummo;
    sol quando spiccammo volo in altrui
    loco lo bene scordammo nostro per l’altrui.

    A te son grato d’avere alla mia mente
    ridonato il senso che credevo andato,
    certo che face sia eternamente
    ricredomi  di  quanto avea pensato.

    Allor ch’attenta fosti al mio dolore
    le guance mi pervase grande calore:
    Il sangue pulsò forte nelle vene
    quando mi mostrasti il tuo gran bene.

    Tal sentimento avverte sol chi ama,
    chi di benevolenza ha sete e cura
    e, mai, in cuor suo ordito ha trama
    di rendere a alcun la vita dura.

    Qual dono fosse bello più che mai
    il comparir dinnanzi a Chi non è
    ed in ginocchio dire: Mamma,ormai,
    il bene che ci hai dato tutto c’è.

    Se non te, che d’opera riparatrice
    sei la più saggia, nessuno puote
    risanar sì grande fallo chè,noi, si dice
    ma dall’accostare il ben siam teste vuote.

    A te, l’arduo compito è affidato
    che ancora giovinetta ci hai vegliato;
    per noi hai rinunciato  parte di tua vita
    ma l’opera tua non è ancor finita.

  • 24 luglio 2011 alle ore 11:16
    PAPA'

    Sentivo dir di te, Padre, che c’eri
    a mamma che a Maria ardeva ceri,
    sentivo dir che stavi in lontan loco
    quando raccolti s’era accanto al fuoco.
    Parlar sentivo d’Africa Orientale:
    Speriamo, si pregava, ritorni per Natale.
    Mamma in ginocchio: A Dio, tua volontà,
    fa che torni a questi bimbi il lor papà.

    Fa che ritorni a noi il gran tesoro:
    Così, faceanci cantare tutti in coro,
    fa che ritorni a noi il dolce amore
    che qui l’aspetta il pezzo del suo cuore.
    Io non sapevo l’Africa che fosse
    nè capivo papà che dir volesse,
    ma un giorno don Arlia* nell’Omelia
    disse esser figlio alla Vergine Maria.

    Indi la mamma che m’avea per mano
    spiegommi che un papà l’ha ogni umano.
    Il tuo, mi disse, sta in altra Terra
    dove chiamato è a far la guerra.
    Ma tosto tornerà: Vedrai che bello!
    La casa allieterà come fringuello
    e mi descrisse, poi, la sua bellezza
    e il cuore mio fu colmo d’allegrezza.

    Fu nell’estate del quarantacinque
    che nelle braccia forti sue mi cinse,
    sul volto dipinto avea  l’amore,
    forte batteva il piccolo mio cuore.
    Seguirono,ricordo,giorni felici,
    Non tornarono più: Furon fugaci.
    Furono quando la mano sua possente
    davami il senso d’essere saliente.

    Erano tempi duri, era la fame;
    necessitava ricercare il pane.
    Lo facesti, Papà, coi bidoni in mano
    andando dalla casa ancor lontano.
    A cavalcioni stavi ai respingenti
    di quei vagoni merce traballanti
    chè posto non era su miglior convoglio
    per chi non possedeva portafoglio.

    Fosti amico duro ma sincero,
    ti dimostrasti uomo, un uomo vero,
    burbero padre fosti m’affettuoso
    e pur nell’austerità giammai odioso.
    Sotto finzione della noncuranza
    d’amor profondo segno era presenza.
    Lo sguardo torvo, l’animo benevolo
    piccolo sorriso tradiva finto nuvolo.

    Mi torna alla memoria il tuo dispero
    allorquando finir potevo in cimitero.
    Er’avvilito, confuso e desolato:
    Ah! Povero figlio mio, che sfortunato.
    Ma tutto è solo nella mia memoria;
    l’Anima tua s’è alzata in aria
    e il ricordo ch’è nel mio pensiero
    è che di Te, Padre, fui e sono fiero.

    *Parroco del Paese.

    In memorita di Papà

  • 21 luglio 2011 alle ore 18:29
    La Serenità

    La serenità non è roba palpabile
    tanto che cosa non è manco visibile,
    nemmanco è qualcosa d'acquistabile
    possederla, però, è anche possibile.

    Di quel che si ha bast'essere contento;
    ti basti il dieci, non cercare il cento,
    non t'irritar se forte soffia il vento
    mentre la pioggia speravi qual'evento.

    Non pensare quel che potea ma che non fu
    pensa, invece, piuttosto  quel che hai tu,
    non desiar di scala andar sempre più su
    fermati! guarda quant'altri a te son giù.

    Indi, restando immoto di serenità
    l'animo t'è pervaso chè sazietà
    ha per quel che il Ciel  gli ha dato
    e l'essere n'è tutto inebriato.

  • 10 luglio 2011 alle ore 23:04
    Ninnananna

    Galoppando il bianco giglio
    vien portandomi mio figlio.
    Mamma è quì, aspetto te,
    mamma è qui tutta per te.
    Sogno sempre il tuo visino,
    vedo te, o mio bambino.
    Qui, accanto al focolare
    mamma resta, sto a sognare.
    Resto e sogno il mio bel Re,
    resto qui, aspetto te.
    Nel mio sogno c'è la culla
    che ti dondola e trastulla.
    Nella culla fai la nanna
    amor grande della mamma.
    M'hai rapito già il cuore
    o mio grande, dolce amore.
    Fai la ninna, fai la nanna
    dolce bimbo della mamma
    ch'io ti veglio, ti sorveglio
    fino a quando resti sveglio.

  • 07 luglio 2011 alle ore 16:10
    CLXXIX

    Man delicata e ferma la tremante
    mia dolcemente trattiene e carezza
    e lisciare all'alma fonda dolcezza
    e lo core triste è men'ansimante.

    Cranio di pensieri tuttora è esente
    e l'alma lungi da qualsiasi ebbrezza
    che petto da tempo ha perso certezza
    e lo timore è ognora pressante.

    Lesta, però, la voce calda e dolce
    avverso lo tremor così m'appella:
    Madre Badessa oggi vuolti in cappella;

    tu sii leale che bugia a lei non molce
    poichè di sua bontà tutt'ella addolce,
    ma non sopporta mai alcuna falla.

  • 03 luglio 2011 alle ore 12:54
    Nonna e il Tugurio

    Vivevi siola con le tue galline
    in un locale buio e fatiscente
    indegno posto a ospitar la gente
    ma miglior loco sol per gente fine. * *Privilegiata

    Eri scarsa di soldi e d'ogni bene,
    non possedevi il becco d'un quattrino,
    di tanto in tanto due uova nel cestino
    ma non per te, per lenire le tue pene

    ma per meglio nutrire i nipotini
    ch'eran tanti  e, tutti piccolini.
    Ti sei involata in Ciel da quarant'anni
    e tristi ripensiamo ai tuoi malanni.

    Ora rivediamo la faccia tua patita
    e la mente ci riporta a quel tugurio:
    Se potessimo, nonna, ridonarti vita
    ti doteremmo di  reggia qual tugurio.

  • 26 giugno 2011 alle ore 21:43
    L'Avaro

    In loco del ver'Iddio, l'Onnipotente
    altro ne tiene i cuore il gran furfante:
    Lui disconosce il Padre, l'Onniveggente
    ma dei possedimenti è grand'amante.

    Sol la materia tiene a conoscenza,
    della spiritualità nulla curanza,
    vive contanto i beni di giorno in giorno
    e solo la roba, null'altro vede intorno.

    Produce vino ma lo vende a botte
    e delle mandrie vende latte e ricotte;
    olio! un cucchiaio per l'intero giorno,
    un tozzo di pane e cacio a mezzogiorno.

    Ha men la vista, quasi divien cieco,
    valersi dell'oculista è uno spreco.
    Schiavo della ricchezza ,n'ha arsura
    mentre il denaro lo presta a usura.

  • 25 giugno 2011 alle ore 13:15
    CII

    Una voce conosciuta e amica
    giungeci gradita al pian di sopra;
    è il postino d'imponente tempra,
    facciona gradevole e simpatica.

    Postino il padre di casata antica
    giacchè nonno e bisnonno l'opra
    dal dì primo che la posta è in opra
    casato sin da allor la pratica.

    Tre lettere porto stamattina,
    vengono da lontano, d'oltremare,
    e recano lo timbro di Terr' argentina.

    Una ha data di due mesi prima
     e di lor dice non volere, lì, oltre restare;
     e l'una e l'altreattestano lor stima.

  • 25 giugno 2011 alle ore 13:05
    CI

    Da tre notti, ormai, scivola il sonno
    dagl'occhi stanchi e lacrim'assenti
    mentre in teschio ruotano gl'eventi
    ch'anno ricolmo l'animo d'affanno.

    Lo rimescolare, però, genera senno
    e tutti quegl'eventi sconfinanti
    in demarcazione sono stagnanti
    e, mai, la linea, più, supereranno.

    Ogni colpevolezza s'è dissolta
    perchè non veritate nè certezza,
    sol fantasia della mia mente volta.

    Così, da ora, pur nel turbamento
    scarse notizie zii cui cas'avvezza
    serenerò quanto convien rimpianto.

  • 25 giugno 2011 alle ore 12:56
    XCIX

    Cattivi pensieri inducono danno,
    avverso d'essi il cervello è inerme,
    li seguita, asseconda, n'è conforme
    e cede solo quando essi sen vanno.

    L'onde, donna, s'inffrangono e rivanno,
    in seno tornano a volto difforme,
    mutate vesti sono d'altre forme
    finchè a spiaggia, ancor, infrangeranno

    Esse è natura che disfa e conforma
    perciò l'umano non capisce manco
    come montano nè come rintanano.

    L'umana mente tiene ben alta forma * * Intelligenza.
    e di pensieri che lo corpo è stanco
    se lo comanda quale nebbia sfumano.

  • 25 giugno 2011 alle ore 12:46
    C

    Se già cervello turbina tempesta,
    e se roveto dentro 'l petto pasce
    e pel malsana idea l'alma patisce
    ancor maggiore danno serpe in testa.

    Se vuolsi, indi, tenere riconquista
    necessitate vuole oltre non nasce
    spina, in core, che l'animo ferisce;
    così perduta pace senno riacquista.

    Non seminare ancora altro roveto
    e, fermi, volontà, macchina ingrata
    pria ancor che catapulti nel fossato.

    Scrolla di dosso lo triste passato,
    e più a serenità non porre veto
    lacrimando vita che sarebbe stata.

  • 23 giugno 2011 alle ore 23:28
    Paese Mio

    Accovacciato ai piedi di montagna
    posto è il paesino dei miei sogni;
    guarda il Tirreno da sopra la campagna,
    alle spalle coperto è di castagni.

    Imponente svetta Monte Mancuso
    ricco di faggio di verdescuro foglie,
    con ontano pregiato di grand'uso
    l'attenzione di hi lo guarda coglie.

    Di piante verdeggianti sempre verdi
    è circondato a mo' di mur di cinta,
    la gente l'accarezza di  suoi guardi
    innamorata di sua verde tinta.
    .
    Vanta tra nati di suo ventre uomini
    dotti,illustri  d'ogni sorta: dottori,
    speziali e imgegneri, sonanti nomi:
    prefetti, generali ed ispettori.

    Ora paesino mio dolce ed amato,
    i tempi son'andati del passato;
    tutti gl'illustri tuoi si son dissolti
    in casse chiuse e in neri pani avvolti.

    Vivono in te solo persone ingrate
    alla materia dal bene già sviate,
    son solo belve ed avvoltoi rapaci
    che d'amor patrio più non son capaci.

    Come appassita pianta dell'alloro,
    non più ridente come gl''anni d'oro,
    sol nell'orgoglio tuo mai svalutato
    rimani afflitto, là, dove sei nato.

  • 17 giugno 2011 alle ore 16:57
    L'Artigiano Insolente

    M''imbatto di tanto in tanto in uomo nero
    che mai nell'affermar le cose è veritiero;
    racconta le panzane e par sincero,
    quando lo scopri dice: No! Io non ero.
    Lui di professione è grand'artigiano
    e nel ricucir le pezze ha buona mano.
    Per lui il tempo , però, trascorre invano,
    mai consegna in tempo alcun pastrano.

    Il peggio non è tanto l'esser tardivo
    quanto il comportamente offensivo
    chè quandanco l'intervento è decisivo
    d'ogni sensibilità si resta privo.
    La sfrontatezza ch'a resta totale
    tanto ch'astrafottenza appare uguale,
    però, per lui, quel comportar resta normale
    tanto ch'afferma: Be! che c'è di male ?

    Si stringe forte per i nervi il petto
    e forte l'ira esplode al suo cospetto
    ma d'uomo, tosto, è lui sol un ometto
    che mi disarma col suo sorrisetto.
    Indi che fare con un tal villano?
    Gli stringo, disgustato, ahimè! la mano
    ma giacchè il pensiero vola all'uomo nano *
    l'abbraccio e dico: Aspetto il mio pastrano.

    * Da poco.

  • 17 giugno 2011 alle ore 16:33
    La Rosa Profumata

    Là, nell'angolo più bello
    dell'orto del mio ostello,
    sprigionata da una rosa
    che profuma ogni cosa

    un odore inebriante
    da più tempo è vagante.
    Son'ott'anni ch'è costante
    e non cede mai un istante.

    Al pari del suo odore
    è perenne pur l'ardore
    e così m'ha preso il cuore
    che ridonda pel suo amore.

    Tanti beni ho al cospetto
    e a ciscuno don'affetto;
    notte e dì, però, al mio petto
    uno solo ne tengo stretto.

    E' quel fiore inebriante
    che rubato m'ha cuore e mente,
    mai potrà esserm'assente:
    Morirebbero cuore e mente.

    Questa Rosa bella e fresca
    porta il nome di Francesca.

  • 16 giugno 2011 alle ore 21:54
    La Sfortuna

    Se di palazzi, case e appartamenti
    se di ville e terreni ubertosi
    e di estesi, proliferi prati erbosi,
    di greggi e mugghianti armenti
    avessi di tal possedenza poca contezza
    e se di seno fossi d'altra razza
    non potrei qui dire di mia stanchezza
    chè alcuno dire mai avrebbe osato
    cosa che male avrei poi sopportato
    e avrebbe al mio cospetto ebbrezza
    non certamente per sua contentezza
    ma per lo stato della mia altezza.
    Di ciò la dea bendata non mi fè dono
    indi sul dorso m'ho fulmine e tuono.

  • 16 giugno 2011 alle ore 21:46
    La Rondine e la Rana

    All'apparire del solstizio estivo
    vaga la rondine per il ciel sereno
    e tutt'intorno inonda del garrir festivo.
    Ora repenrte in alto, ora s'abbassa
    or brevemente librasi, ora il terreno
    volteggiando lambe con scattante mossa.
    Nella belletta posasi per la materia
    del costruendo nido e alla rana
    che nella fanghiglia sguazza solitara:
    Rotoli sozza e gracidi contenta
    e stai in cotanta puzzolente melma.
    In acqua , però, poi, mi rituffo ,attenta
    dice la rana; non tu che ne fai letto
    e giorno e notte ci rimani accolta.
    Mira il tuo sporco e ner'aspetto
    così t'accorgi che d'essa resti avvolta.

  • 16 giugno 2011 alle ore 21:31
    La Promessa

    Una barca gongolante 
    dalle vele biancheggianti
    è partita da levante
    tra le onde fluttuanti.

    A me viene lentamente
    a portare il pargoletto
    che aspetto trepidante
    di tenere sul mio petto

    per cantare la ninna nanna
    con l'amore d'una mamma,
    con l'affetto della nonna
    alla gemma, dolce fiamma.

    Quando, poi, il piccoletto
    addormito s'è sul petto
    nella cuna, caramente,
    lo distendo dolcemente.

    Stringo in mano la manina
    e contemplo il visino.
    L'accarezzo pian pianino
    e mi resto a lui vicina.

    Poi ripenso al vivo scritto
    indi giuro, indi prometto
    per il bene affisso in petto
    che sarà sorriso il pianto
    e allegrezza la tristezza.

  • 12 giugno 2011 alle ore 17:28
    La Preghiera

    A Te, Beata Madre, a Te che Figlia
    e Madre nel contempo sei, a Te Madre,
    a Te,stasera questa preghiera sia
    onde imminente al nostro Padre

    invii. Degno non sono d'invocarti,
    o Madre, ma so che carca di carità
    Tu sei e anche se più amarTi
    Ti dovrei sono certo che la mia viltà

    sotto l'Azzurro Manto svanirà.
    Ecco, Madre Celeste, la preghiera mia:
    Quando al buon Dio la morte piacerà
    donarmi non per uno ma per due sia.

    Ch'io a ritroso la strada, certo, faria
     se la compagna non fosse su mia via.
     

  • 12 giugno 2011 alle ore 17:07
    La Porcata

    Pria che ancor tre volte cantasse il gallo,
    senza d'aver motivo una sorella
    del consanguineo faceva  uno zimbello
    mentre la truce elevava a stella.
    Forse perch'egli tessere non conosce tela
    quella, di contro, tessere sa la trama.
    Indi, altra rotta ha fatto di sua vela
    donando alla magalda indegna fama.
    Il germano sciogliere tien difficil nodo
    perciò domanda aita ai tanti cari;
    ognuno gli risponde: Non è modo;
    ma tutti più di tanto son più che avari.

  • 12 giugno 2011 alle ore 16:52
    CLXXVIII

    In mezzo a due filari d'alti tigli
    diparte ampia strada pianeggiante
    di pietra calcarea biancheggiante
    che mena a gradini ampi e vermigli.

    Partonsi a lato due folti cespugli
    dal fusto e dal fogliame verdeggiante
    che al loco danno tono esilarante;
    torno sprigiona odor  labili gigli.

    Io son tremore tutto quant'intero
    giacchè mi trovo in quel post'austero
    che dire non saprei per qual mistero.

    Stretto per tremore al battistero
    m'accorgo sol'allor e parmi non vero
    d'essere in chiesa ai piè di un monastero.

  • 12 giugno 2011 alle ore 16:43
    CLXXVII

    In cima a un piccolo promontorio
    a lato di Piombino, là dove l'Isola
    del ferro par tocchi con mano, sola,
    imponente s'erge di bianc'avorio

    torre, magnifica opera scultoreo,
    cui arte somiglia Donatello scuola
    e di uomo che vita solo arte immola
    spicca, cui maestosità in circondario

    e nemmanco per miglia nessun altro
    perequa palazzo cui suo biancore
    di luminanza magnifica spessore.

    Piuttosto che tacer celera*cuore;
    come, altrimenti potrebbe, peraltro,
    se appresso sto a dolce, desiato amore?

    * Accelera

  • 07 giugno 2011 alle ore 22:44
    All'amato

    Quando su prato il fiorellin germoglia
    e il sole di primavera scalda e accresce
    così, per te, l'amore mio arde e si pasce
    e ingigantisce di te più la mia voglia.

    Il fiorellin che spoglio nasce su prato
    al sole che lo scalda, però, fa voto
    sciente che a carità  è da ignoto
    così lo calor ch'il nutre lo fa grato.

    Io t'ho dell'amor mio gratificato
    avendoti al cor la porta schiuso
    e l'essere tutto mi resta confuso
    e pure un poco, ahimè, amareggiato.

    Poichè lo foco ch'ò arde e consuma
    e ogni dì dì più s'innalza e avanza
    purtuttavia non scuote tua coscienza
    e al grand'amore mio non si costuma.

    L'amore m'ha invaso anima e corpo
    e gli occhi mi costringe a lungo pianto:
    Nemmanco tieni un poco di compianto
    e lasci incolto il rigoglioso orto.

    Non fare che si trasformi a malasorte
    e cingi l'amor mio a fort'abbraccio,
    non fare che un misero capriccio
    trasformi tant'ardare a triste sorte.

  • 06 giugno 2011 alle ore 22:07
    Reginella

    Eri piccola, eri bella
    eri tu la reginella.

    Or cresciuta sei più bella,
    resti sempre reginella.

    Poi, da grande sarai quella,
    sarai sempre reginella.

    Sarai sempre la più bella,
    resterai la reginella.

    Come fuori sei dentro bella
    fuori e dentro reginella.