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Poesie di Nello Vittorio Maruca

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  • 06 giugno 2011 alle ore 21:27
    Piccola Stella

    Fulgido fiore al par di violetta
    candida più del candor di giglio,
    profumatissima qual fior di tiglio;
    e tant'altre qualità hai pargoletta.

    Quanto profumo e qual da giovinetta
    custodirai nel tuo diletto petto?
    Quanti steli piegheranno al tuo cospetto
    se già cotanta ricchezza hai piccoletta?!

    Se in terra ubertosa è allignato
    querciuolo che sviluppa dritto e robusto
    qual in altro terreno può dirsi arbusto
    meglio o al par di quello là maturato?

    In fronte a esso ognun s'affloscia
    e reggere non pote al suo cospetto
    chè se un arbusto già splendido nasce
    già tutte qualità racchiude in petto.

    Scarso è lo mio dir per te, o bella
    Ilenia, perchè dire di splendida Stella
    non può chiunque a tavolo s'accosta
    ma chi ha cervello assai e niente crosta.

  • 06 giugno 2011 alle ore 16:23
    Punti di Vista

    Scrive un Nobel che pur stando in punta
    di piedi mai vide il Signore Iddio
    passare per le vie.
    E allora bisognerebbe arrampicarsi 
    in cima al sicomero per vedere
    il Signore se mai passi.
    Di contro, posso dire, inchinandomi
    umilmente al Grande del novecento,
    che pur senza sforzarmi di stare in punta
    di pidi o arrampicarmi sugli alberi
    l'Onnipotente lo incontro tutti i giorni
    e in ogni luogo, nelle grandiose
    opere da Lui compiute e nei miracoli
    che perpetua, da sempre, ogni giorno.

  • 06 giugno 2011 alle ore 16:15
    Lo Zufolo

    Un suono che lontano m'è nel tempo
    odo vibrare, un dì, in lontananza,
    mi balza alla memoria come lampo
    la melodia, da bimbo, a con oscenza.

    Lento m'avvio e silenzioso alquanto
    lungo un sentiero ciottoloso e stretto
    donde perviene l'idilliaco canto
    del dolce, conosciuto zufoletto.

    Un pastorello appena quindicenne
    a ridosso sdraiato d'un folto cespuglio,
    all'ombra di frondosa quercia perenne
    meglio l'intona di pecoraio veglio.

    Per ogni suono che mi dona il vento
    energico a volte, altre debolmente
    nella mente dei bei ricordi sento
    che mi portano indietro, dolcemente.

    Mi sovvengono i momenti del pregresso
    tempo; giorni contenti, d'abbandono
    scorcio che non so il poco nè l'eccesso
    ma tutto è solo un pregevole dono.

    Rivedo l'innocente fanciullezza
    quando a piedi scalzi, sanguinanti
    s'insegue una rozza palla di pezza
    e dell'ingenuo gioco, s'è contenti.

    M'appare, poi, l'acceso focolare,
    la nonna con in grembo la conocchia
    che con garbo la lana sta a filare
    e che l'avvoltola al fuso in maestria.

    Suona , zufolo dolce! non cessare;
    fammi scaldare avanti quel camino,
    nel vetusto casolar fammi restare,
    non fare ch'io riprenda il mio cammino.

    Spandi le note ancor per la campagna,
    fammi addormire al suono del tuo canto,
    fa che  tua melodia mi sia compagna
    e che al risveglio trovoti al mio fianco.

  • 04 giugno 2011 alle ore 16:10
    La Speranza

    Se fortemente speri avere
    ciò che non hai,
    se con mente vagando vai
    sinceramente,
    se desiderio ch'è in te
    è puro e vero,
    se il vagheggiar
    rivolto è a Dio,
    aspettativa, desiderio
    tutto s'avvererà;
    chè questo sogno Dio
    mai eluderà.

  • 04 giugno 2011 alle ore 15:56
    La Rondinella

    Rondinella della prim'aurora
    che ilo hai piantato nel mio cuore
    nel tuo altro n'ho fissato con ardore
    e ancora d'allora,operano ognora.
    Della stagione fredda *al perdurare,
    lasciandomi nel nido, solo solo,
    spiegasti l'ali tue a lungo volo
    nella spema di presto ritornare.

    Volasti sopra burrascosi mari
    col groppo in gola, lacrimando gl'occhi,
    poi, a lungo combattesti con allocchi
    martire innocente di sicari.
    Cadendo, infine , sotto i colpi inflitti
    fosti traslata in nido di rapace
    là dove mai il tuo cuore ha avuto pace
    e i dolci sentimenti furon reietti.

    Rondine rimanesti, però, fida
    giacchè natura tua è dolce e buona,
    merita esser posta in una icona
    ch'amore porti anche a gente infida.
    Diventi reginetta di nidiata
    che pigola, ti chiama e tanto t'ama,
    al contro dell'allocco, lingua di lama,
    possiedi bontà grande, rinomata.

    Di anni ne tocco ora quasi trentotto,
    tu ne registri appena trentatrè,
    d'allora ne son trascorsi ventitrè:
    saremmo uniti, senza quel complotto!
    La divisione nostra è solo carnale
    chè dentro t'ho nel petto mio trafitto
    mentr'io men resto nel tuo petto eretto
    e l'immensa passione resta totale.

    Io t'ho presenre il giorno tutt'intero,
    la notte m'addolcisci col tuo sogno,
    ti resti giorno e notte nel mio regno
    come regante resta nel suo impero.
    Ricordi il finto nido? Era piccino.
    Uno n'ho costruito più grandetto
    onde capienza ha di grande letto
    nella speme d'averti un dì vicino.

    Al lato n'ho intrecciato uno più bello
    ch'aspetta ospitare tuoi rondinelli
    ch'anno, ho saputo, toni dolci e belli
    come il tuo viso delizioso e snello.
    I quattordici d'anni appena avea
    toccato quando spedisti il triste scritto
    che tutto tengo in mente quell'editto
    che imposto fu da gente vile e rea.

    Ed anelavi del mio certo aita,
    col pensiero di rondine sincera,
    speravi  che al giungere della sera
    la trepidazione fosse finita.
    La missiva, ahimè! tardi pervenne;
    ma s'anco giunta fosse immentinente
    niente potuto avrei, niente e poi niente
    tant'alte superare eran transenne.

    Dopo aver posto copia dentro al cuore
    l'ho bene in uno scrigno conservata
    e tutta in mente, tutta l'ho fissata:
    Ogni parola grida: Amore, amore.
    Con dolore grande e tanta volontà
    m'astengo dal venire fino laggiù
    potrei, la povertà ch'avea or non è più,
    non licemi, però, darti altr'ansietà.

    D'amarti, amore, non sarò mai stanco
    e aspetto sempre che mi vieni a fianco
    e nella speme vivo del ritorno
    alfin che cessi questo gran frastorno.

    * Della miseria

  • 02 giugno 2011 alle ore 10:10
    CLXIV

    Così m'appresso al medico di bordo,
    all'Ammiraglio dal viso radiante,
    a lor comincio a dir della mia gente
    e dei passati anni il mio ricordo.

    Racconto del rumoreggiare sordo
    di quella notte di vento ruggente
    dei natali, di me adolescenrte,
    del mio paesino presso Medfordo *        Medford

    Immediati corsero li riscontri
    e tutte cose furon veritiere
    e tosto, ancor prima dello scadere

    del dì di poi, tutto quanto dossiere  *  Dossier
    pronto pria dell'accender di lumiere,
    ebbi con l'Autorità ben tre incontri.

    Riconosciuto degli USA cittadino
    ricomincio il doveroso cammino
    per essere tra voi, onesta gente
    a notiziare di gent'eminente.

  • 02 giugno 2011 alle ore 9:55
    CLV

    Bel giovane d'aspetto signorile
    passo deciso, modo disinvolto
    a noi s'appresta e con dire sciolto:
    Chi tra voi è la signora Gentile?

    Dovevo essere quì già in aprile
    ma da tanto mala sorte m'ha distolto
    che sentier già corso è altra volta volto
    e da coste Uruguaiane sono in Cile.

    Ma son contento d'essere quà giunto
    che molt'altri passati sono per armi,
    altri seviziati in fetido recinto. *               * Carcere

    Quando,ormai, da stanchezza vinto
     e della triste fine già convinto
    una scialuppa giunge a ripescarmi.

  • 02 giugno 2011 alle ore 9:46
    CXLVI

    Nessuna nuova m'ha portato luce
    che quando parea ch'aurora era vicina
    e spiraglio apparia quale lucina
    disgrazia blocco a mezz'aria induce.

    Necessita tempo acchè pace adduce
    nell'anima di gente assai piccina*          * Umile
    che in bisogno a ognun resta vicina
    e loro operato più d'oro riluce.

    Or mi confà con mente sol'agire
    e tralasciar di petto ogni desio
    che senno a ragionar porta a capire.

    Meglio stare seduto a tavolino,
    aspettare ch'evento compia cammino
    restandomi a pregare Il Somm'Iddio.

  • 02 giugno 2011 alle ore 9:36
    CXLII

    Col cuore che trabocca fuor dal petto
    è di buon'ora in chiesa parrocchiale,
    sperando che ricorra buon finale
    vorrebbe trovarsi al prior cospetto

    che sol levare pote bubbon'infetto
    spargendo sua benedizion speciale,
    che rigenera e guarisce d'ogni male
    e che a senno leva ogni difetto.

    Quando pensieri viaggiano a galoppo
    pure per mente ch'è d'alt'intelletto
    puranco picciola cosa divien troppo.

    Così la mente del misero Votto
    che d'angoscia resta ora congesta
    diviene pigra al par che pria è lesta.

  • 02 giugno 2011 alle ore 9:23
    CXLI

    A passo leggero, cadenzato e lento
    monaco domenicano a veste bianca,
    barba lunga e andatura stanca
    movesi ver me in fruscio di vestimento.

    I lenti passi a mala pena sento
    e sol lo scricchiolio della mia panca
    fa sì che lo mio udito si rinfranca,
    così ravviva in core lo lenimento..

    Movenza delicata, fare cortese
    la mia tra le sue mani va carezzando
    e lievemente un sussurro manda:

    Il padre priore, il frate venerando
    che il peso vive delle tue attese
    domani appagherà la tua domanda. 

  • 30 maggio 2011 alle ore 22:24
    La Forza dell'Afflizione

    Se di male e di tormento nel percorso
    di sua vita non avesse conoscenza
    lui, di certo, l'uomo dico non saprebbe
    cosa e come è la pazienza, per mancanza
    d'essa, quindi, corto pure d'esperienza
     m'ancor peggio, maggiormente, di speranza.
    Or si sa, il patimento è qualcosa
    d'avvilente ma pur anco, e par non vero,
    dona in dono la virtù della pazienza.
    Indi, allor si concatena l'esperienza
    alla speranza che dà forza e resistenza
    nel periglio, nel tormento e nel travaglio.,

  • 30 maggio 2011 alle ore 22:13
    La Chiesetta

    Se prima c'era solo una madonna * * Statua
    uno stipo, un messale e un altare,
    una finestra a mò di campanile
    senza nè sclala, senza nè colonna
    or t'assicuro, letterato altero, **** Nobile
    molte di cose ha la chiesa, invero.

    Da Eccellenza, il Vescovo in persona
    fu consacrata il dì otto dicembre
    e affidata al popolo votato
    rappresentato dall'uomo fidato
    che sono certo, per innato istinto
    non abbandona caso pria ch'estinto.

    Indi gli spettri Catroppa e Pantano
    dalla chiesetta, ormai, restan lontano
    chè il loco sacrato è ai cristiani
    e nei dintorni più mai saran villani.
    Nè il demone potrà fare più presa
    giacchè il devoto con Gesù ha intesa.

    Presto il suono sudrà della campana
    che dal colle eco farà al monte e al piano.
    Presto saranno i fari illuminati
    così come volevi Tu e gl'antenati.
    Ancora il vento grida e si lamenta
    ma in chiesa troneggia la sua Santa
    che benedice noi ogni momento
    e i CADUTI del Sacro Monumento.

  • 30 maggio 2011 alle ore 15:52
    Il Vento

    Sia ch'è libeccio, grecale oppur levante,
    aliseo, scirocco oppure ponente
    o austro o maestrale o tramontana;

    che sia leggero, moderato o forte,
    violento, fresco, tiepido o freddo
    o ch'esso sia caldo, umido o asciutto

    nessuno può toccarlo nè vederlo
    ma ognuno n'ha presenza imposta
    e ne avverte l'ululato e il fischio.

    Ma mai persona sa dond'esso nasce
    nè mai persona sa dove perisce.

  • 30 maggio 2011 alle ore 15:41
    Il Tentativo

    Dimodochè su carta venga fissa
    pens'affidare incombenza a un esperto;
    chi meglio di un prossimo se rimessa
    potrebbe di più foggiarla a mio concerto?

    Quand'all'altezza sono al suo abituro
    facciomi scosto e lascio passare
    figura melensa dal vestito scuro
    che quatta su quell'uscio va a posare.

    Tosto la mente torna ai tempi andati,
    alle storture vicine, alle lontane,
    ai dispiaceri, agli anni amareggiati
    e folgorato son dell'azioni insane.

    Per quella melensa, perfida nobildonna
    ch'attizza il focolar del dissapore
    sol col riporto su cenciosa gonna
    di consanguinea che ne gust'odore.

    Così non entro più nella dimora,
    mi resto, come sempre, nel di fuora.
    Lungi dall'astio, l'ira e la perfidia
    lascio squassare loro nell'invidia.

  • 30 maggio 2011 alle ore 15:28
    Il Natale

    Suono giunge indistinto in lontananza
    e poco a poco parmi che s'avanza.
    M'accosto lentamente alla finestra,
    le flebil note annunciano un'orchestra.
    Dal cielo a fiocchi lenta cade la neve
    e su ogni cosa posa piano, lieve
    mentre l'orchestra sempre più vicina
    di Cristo ci ricorda e di Maria Regina.
    Le dolci note sono della zampogna
    che a valle scende giù dalla montagna,
    accompagnata dal suon della chitarra
    ci dice che Gesù è sceso in terra.
    Il manto bianco a vista si disperde
    e tutt'intorno ha ricoperto il verde.
    Il vento porta il mugolio del cane,
    il tocco festoso delle bronzee campane.
    La mamma ruota in casa indaffarata
    a preparar frittate e pignoccata,
    a friggere baccalà nella padella
    e lenticchie a condir nella scodella.
    Per la famiglia questa è la gran festa;
    tutti siam dentro:Il nonno in testa.
    Nella modesta casa a due stanzette
    siam tutti intorno al fuoco:I diciassette.
    Ora si sente il sibilo del vento
    quasi fosse dell'orchestra altro strumento;
    la zampogna prosegue il suo cammino
    e noi contenti intorno al tavolino.
    Quel che di questa festa è più importante
    è la serenità che intorno spande.
    Nel cuor d'ognuno cessa ogni doglianza
    poichè pervaso di dolce speranza.
    Di tutte le ricorrenze è la più grande
    ed è per l'Universo la più imponente
    giacchè di quest'oggi è la lieta novella
    del Redentore nato in una stalla.
    Richiamati dai delicati canti
    degli Angeli del cielo scesi gaudenti
    lo venerano i pastori trepidanti
    e i re magi del lontano oriente.

  • 28 maggio 2011 alle ore 18:45
    Felicità

    Non  persona che non l'abbia pronunciata,
    non persona che non l'abbia ricercata
    e non persona cui non faccia gola
    ché né umam né cosa può, se non essa sola
    donare contentezza e appagamento
    giacché sol'essa di tanto può far vanto
    e di quanto  più belle essere cose
    superando la dolcezza delle Muse.

    Per sett'ant'anni io l'ho ricercata
    e manco un poco d'essa ho mai trovato.
    Forse è manchevolezza tutta mia
    o forse vive solo in fantasia.

  • 28 maggio 2011 alle ore 18:38
    La donna impudente

    Se all'inizial pudore ritornasse,
    se alle virtù perdute risalisse,
    se di bellezza minor sfoggio facesse,
    se minor uso della lingua avesse,
    se insita l'umanità in essa fosse,
    se il senso di famiglia più alto tenesse
    e se quando altri parla lei tacesse,
    se fulcro in tutto esser non volesse,
    se non per se ma più per gli altri fosse,
    se dei malori suoi poco dicesse
    e con l'amore i dissapori superasse,
    se il sorriso sulle labbra più tenesse
    e se le sue fattezze meno mostrasse
    e mente a maggior rflession ponesse,
    se nel guardare le minuzie trascurasse
    e se l'altrui duolo suo lo facesse
    e delle sue miserie men conto tenesse
    e non i difetti altrui ma i suoi vedesse
    e all'umanità più amor mostrasse,
    se tutte queste doti racchiudesse
    della casa regina ad essere tornasse.

  • 28 maggio 2011 alle ore 14:39
    La Vita

    La vita comincia, così,  con un vagito,
    pianto diviene nel corso e poi tormento,
    finisce,desolata, in triste lamento.

  • 28 maggio 2011 alle ore 14:36
    L'Onnipotente

    Ebbi contatto con Apollonio il dotto
    così nomato per il suo intelletto,
    in men di una ora resemi assai edotto
    di quanto l'uomo debbagli rispetto.

    Spiegommo della Luna, Marte e Venere,
    dei ritrovati della scienza in genere,
    della grandezza del suo ingegno disse
    e d'uomo, quasi, a cencio mi ridusse.

    Esterrefatto fui, non ebbi voce:
    A sentir lui Gesù è niente in croce
    ch'è più grande lui, il perspicace,
    che non Colui ch'è morto per la pace.

    Avvilito, perplesso e conturbato
    nell'ascoltar l'orrendo postulato
    la testa china, il cervello andato
    m'accosto pian pianino all'altro lato.

    Era sereno il cielo, il sol splendeva,
    la vegetazione verde, il fior rideva;
    era la primavera ormai presente
    tempesta alcuna non prevedea veggente.

    All'improvviso lampo squarcia il cielo,
    coperto tosto vien da nero velo,
    pioggia scrosciante a catenella scende,
    fragor di vento, nullo altro rumore rende.

    E' buio tutt'intorno, è notte fonda,
    freddo sudore dalla fronte gronda;
    m'aggrappo ad Apollonio sommo dotto
    che perso ha la baldanza nell'aspetto.

    A Dio il pensiero vola ed è consolo
    chè sento d'essere forte,non più solo.
    Su Apollonio è fobica espressione
    ch'è compianto a misero testone.

  • 28 maggio 2011 alle ore 14:16
    Ninnananna

    Sul trenino dell'amore
    viaggia un pezzo del mio cuore.
    Il trenino stanco, stanco
    or s'appresta al suo traguardo
    mentre il mio furtivo sguardo
    cade all'orologio lento
    che par dica: Non è ora;
    ci vuol tempo: Un poco ancora.
    Con tripudio dentro al petto
    resto lì, resto ed aspetto,
    ogni tanto avverto il tocco
    corro, cerco qualche balocco,
    lo ripongo a un angolino
    in omaggio al mio piccino
    che con gli occhi della mente
    già lo vedo, finalmente,
    nel suo caro piagnucolare
    mentre leggo al focolare.
    Poi gli parlo, nell'orecchio
    gli sussurro dolce canto
    che al petto resta incanto
    del materno grande amore 
    ch'è tutt'uno col mio cuore.

  • 24 maggio 2011 alle ore 18:04
    Disgrazia

    Quest'oggi il nervosismo è culminato,
    per questo ogni fatica ho trascurato,
    dopo avere girovagato alquanto
    entro deluso nella stanza accanto..
    Quel cjhe quest'oggi quì è capitato
    è avvenimento che va raccontato
    alfin che sappia chi ci ruota intorno
    della confusion che regna e del frastorno.

    Abbia pietà di nuova circostanza
    e prenda dell'ambiente nuova coscienza
    onde non abbia lui ad adirarsi
    e non costringa altri a morsicarsi.
    Approda, cheto cheto a dirigenza
    uomo discreto dai capelli senza;
    non un mugugno mai, non una lagna,
    convive la miseria e si rassegna.

    Al contrario, però, vive quest'io
    che pur con nostalgia,fuori d'astio
    mi contorcio,mugugno e pur mi lagno
    tanto che cancrena l'ho financo in sogno.
    Guardo, lì, seduta a tavolino
    donna vestita d'abito di lino
    che al posto di cercare d'operare
    dilettasi sulla sedia a dondolare

    Lumacone somiglia a movimenti:
    Lenta nel fare, lenta in spostamenti.
    Con il lavoro pare ci si culla.
    a fine giorno non conclude nulla.
    Delle tante disgrazie è la più magna
    che capitata m'è tra nuca e collo,
    meglio se assente fosse alla bisogna
    ch'è personaggio di corto cervello.

    L'è di coronamente buon compagno
    che in tela incagliato pare sia di ragno.
    Prende, pone, riprende e poi ripone,
    s'arrovella si strugge e non compone.
    Dai gesti, dal parlare dal comportare
    i due al mio cervello fanno pensare:
    Bisognerebbe metterli in struttura
    ove potere offrire sicura cura.

    Stanco di permanenza in sì squallido
    loco mestamente m'avvio allo stanzone
    donde mi par proviene una canzone;
    accanto alla finestra è uomo gelido
    che al collo cinghia tiene penzoloni
    mentre reggesi con mano i pantaloni.
    M'accosto, al saluto mi risponde:
    Hai visto al monte che bell'alte onde?

    Brillano gli occhi tremano le mani;
    presto men vo dicendo: Addio, a domani.
    Nel corridoio restano tre, in crocchio,
    che prima mai incontrato avea mio occhio.
    Uno in altezza supera la norma
    e dall'aspetto parmi non sia in forma,
    mi dà conferma di mia impressione
    al saluto, la sua truce espressione.

    Dei rimasnenti due uno s'inchina,
    l'altro lancia coriandoli e farina;
    in aria li sparpaglia e volan via
    mentre gli astanti invocano Maria.
    Sbigottito del far di quei signori
    accedo alla sala di lettura
    ove di doglianza carca e malumori
    trovo persona di scarsa cultura.

    In serbo tiene solo sconoscenza,
    superbia, arroganza ed indignanza
    d'intemperanza tien comportamento,
    e mostra di suo volto abbrutimento.
    Delle manchevolezze mie non dico:
    Quello che faccio spesso lo modifico.
    Dico soltanto che non son quel ch'ero
    mi scordo quel ch'ò detto e se pur c'ero.

    Arricchito di sì tant''indigenza
    lesto mi torno all'usuale permanenza
    convinto che l'ambiente mio disabile
    è, comunque, degli altri più agibile.

  • 20 maggio 2011 alle ore 22:46
    Potenza

    Sono credente , sì, ma non fervente
    e sublimante vedo il prepotente.
    Se fossi più credente e più fervente
    in alto vedrei solo l'Onnipotente.

    Più in basso, meno forte e simil niente
    vedrei l'essere duro e imponente;
    saprei per certo,ch'è essere indigente
    e che mai fu importante nè potente.

    La fede incerta, poca e barcollante
    volge lo sguardo mio all'arrogante
    assiso in vetta grande troneggiante,
    la mente a tal pensiero va vagante.

    Scritto in pagina di Libro rilevante
    è che l'essere umano è barcollante,
    il trono cui è assiso è traballante,
    nullo è,quello che pare essere gigante.

    Torna il pensiero mio alle passate cose,
    torna ove veduto avea boccciol di rose;
    rincontra il pensier mio l'allegre spose
    ch'or le vede stanche e assai nervose.

    Quelle figure d'allor meravigliose
    agli occhi sono immagini dogliose,
    qualcosa son che cercano vogliose
    e di trovarla appaiono ansiose.

    Muta cani scorta cavaliere egregio
    a cavalcioni d'un destriero bigio,
    ognuno s'inchina a detto personaggio
    mentre sul suo cavallo è di passaggio.

    Rintocco di campana s'ode mogio
    in quella sera del mese di maggio;
    annuncia la fine del signor'egregio
    e dice che grandezza è sol miraggio.

    Significa che di Grande ve n'è Uno
    e la potenza Sua non l'ha nessuno;
    chiunque può pensare esser qualcuno
    ma in fondo resta solo come ognuno.

  • 20 maggio 2011 alle ore 22:23
    Porcara

    Vuoi per mola, per faccia ed andatura,
    per volgarità d'animo e costumanza,
    per trivialità di far la sua pastura** Vive
    da porcara,dei porci ha stessa usanza.

    Il puzzo che sprigiona è di puzzola,
    più di vipera ha dente avvelenato;
    subdolo insetto al pari di tignola
    cui l'operare il male è gusto innato.

    Di cattiveria pregno il suo giaciglio,
    tutt'intorno l'aria puzza del Maligno
    e nemmen l'incenzo dato a gran sparpaglio
    riesce a profumare quel volto arcigno.

    Spregevole più di Circe per tranelli
    ch'avea, però,corpo snello e bello
    e tramutava in porci questi e quelli
    onde tenere Ulisse nel suo ostello.

    A differenza ha vita orripilante,
    maestra nel ferire esseri in norma,
    nessun per essa mai fu spasimante
    mancante essa di modi ,d'arte e forma.

    Indegna d'aver uomo per amante
    il corpo rotolò nella fanghiglia;
    sol qualche porco fu suo biascicante
    essendo nell'interno tutta poltiglia.

    Se maggior uso dello specchio avesse,
    se riuscisse a contemplarsi dentro,
    se sol di coscienza a conoscenza fosse
    vedrebbe la lordura cui sguazza al centro.

    Or parmi serio dire di che qui dico:
    Il suo mestiere è quello di porcara
    ma per i porci non è periodo amico
    e, fatta soprintendente resta porcara.

    D'umano parmi sì, ch'abbia qualcosa:
    E' un grav'atteggiamento a lavandaia;
    No! Per la categoria è offesa a iosa
    in quanto oggetto dell'immondezzaio.

  • 20 maggio 2011 alle ore 22:03
    Randagi

    Fummo perch'eravamo quand'ancor
    eran vitali, focosi e fermi Lor;
    or più non siamo perchè saremmo solo
    se confissi rimasti fossimo in suolo
    e fosse in noi presenza vista di Loro
    e nostre ovazioni al Ciel fossero coro;
    contenti ancor vivremmo com'allora,
    quel ch'eravamo allor saremmo ancora.

    Ma più non è e più mai potrà
    ch'ognun disperso s'è dritto sentiero,
    colui che s'accompagna mai vorrà
    che si ritrovi quel sentier primiero.
    China la fronte a ciò che allor  piace,
    imbelli seguitiam l'altrui volere,
    ad altra volontà noi si soggiace
    non intelleto uman ma sol di fere.

  • 20 maggio 2011 alle ore 12:23
    Parole chiave.

    Tre le parole chiave dell'umanità:
    Fede, speranza, carità.
    La fede è virtù prima di cristianità
    cui convinzione è divinità;
    indica fiducia la speranza
    e nell'impossibilità resta presenza;
    la carità è amore per ciascuno,
    disponibilità per tutti e per ognuno.