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in archivio dal 29 apr 2015

Stefano Diotallevi

21 giugno 1963, Ascoli Piceno - Italia

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  • 26 maggio 2015 alle ore 8:16
    "BOTTO'", PAPA'!

    La finestra è la stessa
    e un cielo d’ovatta si sbriciola lento
    oggi come allora.
    “Bottò! Papà”
    erano bottoni bianchi senza peso
    e il vento giocava con loro
    e le braccia di mio padre
    la mia sedia
    col naso sul vetro.
    Lo stesso silenzio candido,
    lo stesso stupore…
    “Bottò! Papà”
    bottoni bianchi, impazziti e lenti
    che danzano a milioni su un oceano di ricordi…
    Bianchi, grandi, piccoli e tutti quanti
    bottoni candidi, nuovi, mai visti…
    e la bocca spalancata, come l’infisso,
    all’improvviso…

     la mano aperta di mio padre
    a coglierne uno…
    bianco…
    d’acqua in men che non si dica.
    “Bottò! Papà”
    e che cadano ancora inverni candidi
    a seppellire l’asfalto logoro
    e tutti i piccoli pensieri scuri…
    ogni anno più adulti.
    “Bottò! Papà”
    un sorriso tenero e un bacio bianco
    come la neve.

    28/02/2005

    Stefano Diotallevi
     

     
  • 26 maggio 2015 alle ore 8:13
    SORRISI

    Avessi la forza di rendervi l’emozione dei sorrisi,
    avrei imparato a catturare le nuvole, il sole tra esse, il verde, le onde del mare e quel fuoco ocra, giallo e rosso che incendia i miei boschi alla fine di ottobre.
    Il sorriso di una donna in amore
    è come l’acqua di torrente nel deserto,
    come la pioggia all’inferno.
    Di tutto quanto posseggo farei falò così da avere solo la pallida sensazione del calore emanato dalle labbra delle donne, quando sorridono.
    Perché sorridono con gli zigomi, alti, grevi, rotondi, arrossati. Perché attorno hanno i capelli a cadere sparsi, o cortissimi a donare luce agli occhi verdi come i fiumi, azzurri di mare o neri come il limbo in cui precipitiamo quando non ci fissano.
    Così amo e maledico le donne e, in special modo, i sorrisi delle donne perché con loro esse si porgono lievi e infallibili, e ci annunciano il tempo dell’amore, della pelle, degli odori. Quegli odori che, indelebili, ci portiamo a spasso per il mondo a far finta di non aver mai annusato.
    I sorrisi delle donne sono bellissime lacrime che lavano le rughe, autentici lampi che illuminano un vivere fatto di misere penombre.
    Quando le nebbie si addenseranno io vi chiamerò
    e avrò ancora un cielo blu da porre a sfondo delle tue labbra,
    morbide e truci… come l’amore.

    10/11/2001 Stefano Diotallevi
     

     
  • 26 maggio 2015 alle ore 8:12
    SEI BELLA

    Sei bella,
    quando il sole inonda la stanza e ti avvolge la schiena,
    sul seno, rivolta, con l’inchiostro dei capelli sul cuscino.
    Bella,
    con le calze nere, solo quelle,
    china sulla stufa, rotonda e snella.
    Sei bella, da morirne,
    quando spengo il fuoco negli occhi di fiume
    e distendi le gambe
    e cingi le mie,
    quando infilzo la spada
    e placo i deliri sul cuore…
    Sei bella… ma non è amore.

    16/03/2003
     
      Stefano Diotallevi
     

     
  • 04 maggio 2015 alle ore 18:46
    SIBILLA

    SIBILLA

    E’ meglio che tu sparisca!!!
    Potrei amarti da perdere il senno,
    oltre la misura di una vita compita…
    la saggezza dell’età,
    quando le docili abitudini addomesticano il vivere.
    Sparisci! O azzannerò i tuoi piedi e mi nutrirò dal tuo seno,
    avviluppati, stretti nella zattera dorata alla deriva, privi di parole.
    Scappa! Ti amerò senza futuro, nella gabbia più adorna e cieca
    che già inonda i miei occhi di solitudine.
    Nella grotta dentro i monti sarò avvinghiato ai tuoi fianchi
    e fisserò lo sguardo tuo sulle volte di calcare,
    squarcerò il sacro silenzio con gli urli d’amore
    e avrò il volto di mille palazzi, il sorriso di tutti gli amanti.
    Lì, ci ameremo senza ritegno, per questa vita che scivola tra le mani.
    Fuggi, Sibilla dagli occhi di fiume,
    il mio sguardo sferza la tua vetta,
    e tu, ignara, accendi e plachi i miei anni,
    intrisi del vivere…
    a due passi dal verde del bosco.

    03/07/2003 Stefano Diotallevi

     
  • 29 aprile 2015 alle ore 11:11
    Autunno

    C'è che il sole non arroventa più i sensi,
     piove.
    Il cuore è umido, amore che non sento, il rosso d'ottobre dilava il verde,
    prologo di legna, di vino, di neve.
    C'è che un po' del tuo pallore riemerge, distinto, tra le mie rughe, il mattino;
    il mio ghigno tronfio scruta avvizzito la diuturna noia,
    piove.
    C'è che teneramente mi volgo indietro e sovrappongo l'ebano al biondo, il castagno al rame, l'azzurro al verde....
    e continua a piovere, così, metodicamente a piovere..... sui miei sogni intirizziti.
    Pestiamo l'uva per il nuovo vino, così brindo ai nuovi colori!
    Un urlo immane esplode roco dal cuore stretto.......
    E fuori piove
     
     
    04/10/2000
     
    Stefano Diotallevi

     

     
  • 29 aprile 2015 alle ore 11:01
    A Giulia

    Quando sarai grande
    ricorda di accendere la stufa
     per scaldare i tuoi sogni.
    L’incendio dei boschi, in autunno,
    il gelo nel cuore,
    il bianco d’inverno,
    il sole d’estate,
    il vento la notte…
    tutti insieme, abbacinanti
    a scolpirti le rughe sul viso.
    Ricordati di non odiare
    anche quando sarai carponi
    e avranno deriso il tuo amore.
    Prendi fiato
    e gonfia il torace solo di sana umiltà…
    sì, quella che fende le offese
    e dispiega il tappeto di nuovi sogni puliti.
    Quel punto all’orizzonte
    ti apparirà più nitido e i marosi crescenti
    ti innalzeranno sopra tutte le accuse
    che non senti di meritare.
    Avrai notti d’asfalto e mattini fradici di pianto
    quando sentirai che tutto l’amore dato
    proverà ad ucciderti…
    Sto vivendo per esserci,
    quel  giorno
    ci sarò, lo giuro,
    e le mie lacrime di oggi
    saranno il tuo sorriso ritrovato.
    Governo la vecchia stufa di ghisa
    all’ombra di un sole che non sa più scaldarmi.
    Livido e solo… ti aspetto,
    figlia mia.
     
     
    Montefortino (AP) 20/11/2005
     
     
    Stefano Diotallevi

     
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  • 26 maggio 2015 alle ore 8:28
    L'ESTATE DEI MORTI

    Come comincia: Solo il cielo prelude all’inverno, neanche il vento agita le foglie morte; c’è il dolce tepore di un clima da blusa e scarpe da tennis.
    E’ la temperatura ideale per aggredire il foglio bianco, o forse, per tentare di farlo. Si è sempre troppo pieni di cose da fare e ogni cosa da fare pare sia li, puntualmente li, a ricordarci di essere fatta, conclusa, archiviata. Come in una vita che ingrana per tappe, per piccoli e grandi doveri, quasi a consolidare un metodo per scavalcarli tutti, tutti quanti periodicamente riproposti ogni volta.
    Oggi no, non è così, o meglio, è pur sempre così, ma oggi sono fermo sotto questo tiepido cielo di piombo ad assaporare i minuti, senza orari e tutte le piccole e grandi cose da fare possono e devono attendere, lontane da me quanto basta perché possa tornare, dopo la pausa, a cavalcarle come uno ski-lift che risale la china bianca appena discesa.
    Sono in clinica, appoggiato alle bianche pareti di una clinica, metà privata e metà sovvenzionata dalla A.U.S.L. locale; e io vi albergo metà perché vorrei conoscere lo stato del mio testicolo destro un po’ ballerino e metà perché desidero provare il rischio d’annoiarmi pensando, posto che pensare, seppur oziando, non è mai un esercizio improduttivo.
    Ero li intento a snocciolare i minuti e gustare i pensieri quando bussa alla porta della mia camera bianca una signora dall’età indefinibile, certo non più giovane, vestita e acconciata con estremo decoro. Entra e mi dice di essere della “Missione”, poi, resasi conto del mio gentile silenzio ma anche della mia curiosità rimasta totalmente inappagata, inizia un discorso in un italiano poco probabile non privo di inflessioni dialettali del sud.
    Le parole e soprattutto una domanda sortivano l’effetto da lei sperato:
    - Tu bestemmi? –
    Io, punto nella coscienza e un po’ imbarazzato:
    - Si, purtroppo qualche volta mi è successo –
    E lei, perso l’imbarazzo iniziale, ritrovava dopo la mia confessione una certa loquacità ora più argomentata:
    -  Non devi bestemmiare! Padre Pio mi ha ridato la vista e io ora vado in giro a carpire voti per il Signore, per il bene, perché oggi il mondo è del male, del diavolo! Non si deve bestemmiare! Ogni bestemmia è uno schiaffo al Signore! –
    Bene, pensavo, ogni rispetto per questa signora è dovuto, tanto più che conduce “porta a porta” una campagna elettorale per il bene, per il Signore, e, forse lei lo ignora, proprio mentre il mondo intero è in spasmodica attesa di sapere se George W. Bush, il texano dal bicchiere facile, vedrà riconfermato il dovere di guidare la più grande potenza mondiale verso la conquista di nuovi paesi, da ricondurre, a suon di bombe, entro gli argine della democrazia. Paesi tutti rigorosamente arabi e grandi produttori di petrolio nonché, proprio per questo e chissà mai per quale alchimia ancora allo studio del Pentagono, luoghi di ricovero e nascondigli per i più grandi dittatori e terroristi internazionali.
    Per Diana! La vecchina arzilla, linda e tirata a lucido, era piombata nella mia stanza bianca della clinica bianca semi privata per pagare un debito al Signore, assicurando un voto al Signore! Il concetto era questo e quando faccio per offrirle almeno un caffè, memore di quanto certe “invasioni” nei letti di degenza siano mosse più da raccolte di denaro che da nobili propositi, lei candidamente fa per congedarsi dicendo che non ha davvero bisogno di nulla. Poi, con una certa energia, mi fa promettere di non bestemmiare più dinanzi all’immancabile foto del Santo di Pietrelcina.
    In effetti, pensandoci sopra, si bestemmia, almeno per quanto ho avuto modo di vedere e di sentire, per una sorta di abitudine maldestra che nasconde una grave impotenza. Troppo spesso e in ambienti privi di cultura, la bestemmia compone la frase, ne fa parte, è il fulcro della stessa, a volte non è neanche più un rafforzativo. Costituisce una specie di slang, diviene così foneticamente indispensabile per la costruzione di un periodo da esporre, per rappresentare una forte emozione, ma mai un concetto. Credo ciò nasconda un’intima avversione contro tutto e contro tutti, una protesta invereconda ed ignobile adusa ad una certa parte del popolo (ammesso che la parola “popolo” significhi ancora qualcosa). La bestemmia è come un percing da esposizione orale per i più abbietti di spirito. Essa, oltre ad offendere, sempre più senza motivo, Dio, il nostro o qualunque fosse, non è neanche più l’estrema ricerca di Dio, non rappresenta più neppure l’umana ira per un torto, per una sofferenza, per un peso piombatoci addosso che non sentiamo di meritare. Un po’ come se a certi rozzi d’animo avessero dato, oltre al “Grande Fratello”, la licenza di bestemmia libera e senza confini, tanto per far si che continuino a parlarsi tra loro, senza dirsi una parola, uno sull’altro, come cani che abbaiano, senza possibilità ne’ voglia alcuna d’uscita.
    La vecchina pulita e ordinata ha un suo credo che compie con un vocabolario limitato e austerità di concetti, ma non senza purezza d’animo e granitica riconoscenza verso il Santo che le ha ridato la vista. Lei continua a parlarmi ed io ogni tanto annuisco, riemergendo dai miei pensieri. Lei non sa quanti idioti pascolano il mondo e forse non immagina quanto più pericolosi e più vicini alla sua idea di “diavolo” e di “male” siano proprio quelli che con mezzi mediatici ipertecnologici oggi si ergono a condottieri di guerre contro gli “eserciti del male”. Sono poveri cretini dalla genetica improvvisata, quasi sempre disadattati sociali reintegrati per il rotto della cuffia grazie a laute iniezioni di perbenismo curiale e a valanghe di dollari. Senza ombra di dubbio incapaci di abbozzare qualsiasi ipotesi di ragionamento o pianificazione di un problema, poveri, anzi  totalmente privi di idee quando non di sinapsi cerebrali, se non per le strette necessità biologico-meccaniche. Essi sono portati al guinzaglio dalle immense lobby dell’economia energetica e continuano a traghettare il globo da una guerra all’altra, affiancati da mezze calzette di europei con i tacchi nelle scarpe e con in testa null’altro che bandane da tossicodipendenti ipotricotipi celanti bulbi miliardari e lifting di bronzo.
    La vecchina ordinata e compita mi augura una pronta guarigione, io ringrazio mentre lei socchiude la porta; poi penso (forse a voce alta):
    -  Viva Dio! Ma per quale motivo il mondo è governato e trascinato da grandi pezzi di idioti!?!?
    I capelli bianco-azzurrognoli della vecchina adesso un po’ meno compita si riaffacciano attraverso l’uscio semiaperto e introducono il suo sguardo allibito e incredulo…
    - Viva Dio! Signora cara, W Dio! Siamo o no in campagna elettorale?!?!

    02/11/2004

    Stefano Diotallevi
     

     
  • 26 maggio 2015 alle ore 8:26
    UN EPISODIO DI ROUTINE

    Come comincia: Alle ore otto di un lunedì di gennaio l’ufficio dell’agente Steno Levi non poteva che essere semivuoto, come si confà ai locali pubblici di una pregevole, quanto sonnecchiante cittadina di provincia.
    Comandato in servizio ad un’insolita ora dal Tenente Augusto Contentini, salutò Gabriele con la cordialità di chi si propone, stanco e disilluso, al nuovo dì.
    - E’ arrivato Pippo?
    - No, come sempre sono il primo.
    Si scambiarono i soliti complimenti in gergo, non escluse le chiacchiere d’ufficio, ed ispirarono il primo fumo alla pasta dentifricia del mattino.
    Presero ad arrivare pian piano tutti gli impiegati e timbrarono di dovere il cartellino, incombenza dalla quale erano dispensate le guardie della Contea che operavano sul territorio.
    A quell’ora i colleghi di Steno prestavano da tempo servizio, ma, come sovente capitava a lui e al collega Pippo, erano costretti ad accompagnare il Tenente Contentini in misteriosi sopralluoghi quasi mai bisognosi di alcun particolare supporto tecnico; e non si vede come i due potessero, al cospetto del loro Capo, rappresentarlo in qualche maniera.
    Contentini, in definitiva, aveva bisogno di compagnia e di soggetti sui quali esercitare la sua presunta autorità.
    Costui era un tipo ossuto, sui cinquanta, dalle mani enormi e sudate; il suo fisico massiccio avrebbe potuto evocare la fierezza dell’anziano guerriero se dagli occhi non fosse trasparita, a tratti, l’equivoca sapienza di un abile intrallazzatore di provincia.
    Il suo modo d’incedere, a piedi divaricati, gli faceva meritare il soprannome di “Piastrò”, nomignolo che convertiva l’egoismo e l’arroganza della sua personalità in qualcosa di ilare e vagamente simpatico.
    Sopraggiunse, verso le otto e quindici, anche Pippo, assiduo frequentatore di settimane bianche; in giacca e cravatta, era munito, come sempre per certe occasioni, del copricapo sotto il quale nascondeva l’incipiente calvizie.
    All’arrivo di Contentini, l’agente Steno scattò istintivamente sull’attenti, vistoselo parar di fronte con tanto di alta uniforme illuminata da due stellette, cucite ad elevarlo Capo di uno sparuto gruppo di padri di famiglia.
    Con ironia Steno:
    - Buongiorno Capo!
    La risposta, bassa nel tono e frettolosa, fu accompagnata dal ritmico sfregare delle ormai note manone.
    Steno, longilineo, sui trent’anni, non proprio evidenti nel volto e nei gesti, con esperienze masicali ed una lunga adolescenza vissuta a collezionare amori, ragazze, serate in piazza e lavori di diversa e breve durata, era approdato del giro dei dipendenti parastatali dopo un difficile, sospirato concorso; l’ufficio godeva con lui di undici giovani agenti.
    Tutti bravi ragazzi, intervenuti con l’irruenza propria dell’età a sorprendere i giuochi ed i taciti patti che governavano da sempre l’ufficio, acquisivano, ciò malgrado, preparazione professionale e dimostravano limpidezza d’animo nel tentativo di rimuovere stantii meccanismi di inefficienza e consolidate lungaggini burocratiche.
    Levi, forte di un discreto lessico e dotato di eclettismo mentale, spaventava un po’ tutti per l’acume dei ragionamenti e per la velocità con la quale spesso anticipava il da farsi.
    Ne sapeva qualcosa Mimmo Maria Cavoletti, quarantenne dirigente dell’ufficio, come tutti i suoi predecessori in aperta e perenne lotta con Contentini, rivale sottoposto ed aspirante.
    Cavoletti, scapolo dalle vaghe discendenze nobili testimoniate dalla gentilezza dei modi, aveva tentato di migliorare i ritmi biologici dell’ufficio, malgrado fosse preoccupato di accattivarsi l’alleanza di qualche politicante locale.
    “Di sicuro un bel soggetto!”, pensò Steno i primi tempi, ed invero i due sembravano intendersi. Non trascorse, tuttavia, molto tempo che il giovane agente acclarò il perbenismo curiale che aleggiava su Mimmo Maria, incapace, nonostante gli intenti cristallini, di “mostrare i denti”.
    Cavoletti in gioventù risultava militante di sinistra, non per convinzione politica, piuttosto per dissimulare l’esasperata sensibilità al cospetto del quadro sociale piccolo borghese del tempo.
    Tutto ciò aveva intuito Steno e non lesinava colpi ad incalzarlo e a spronarlo, quando questi confessava alla truppa, ed a lui in particolare, i bassi colpi tiratigli da Contentini.
    Non era un paladino coraggioso, nè tanto meno, un dirigente esperto, ma gli voleva bene, non foss’altro per la trasparenza d’animo che dimostrava, un po’ come nei confronti di quei professori di liceo dagli evidenti limiti caratteriali che, tra una burla ed una confessione, tu copri di umana solidarietà.
    L’agente Pippo rimestava le carte di cui era piena la borsa in finta pelle nera, mentre Steno passeggiava lungo il corridoio, irrequieto e frenetico.
    Ormai non più fanciullo, appariva sulle spine il giovanotto, per il desiderio recondito di dar senso e colori alle ore che fuggivano via inutili e perse.
    - Dove si va Contentini?- esordì Pippo.
    - Ve lo dirò più tardi!-
    - Scusi Contentini- intervenne Steno.
    - Ci chiami qui a quest’ora, senza dirci nulla; ti usiamo la cortesia di assecondare gli ordini impartiti per telefono e, per giunta, ci presentiamo puntuali; almeno abbi la compiacenza di dire dove dobbiamo accompagnarti!-
    Augusto rizzò la schiena facendo leva sul deretano depositato sull’enorme poltrona, distese le palpebre apparentemente stupito, poi tuonò:
    - Qui gli ordini li do io!!-
    Intramezzò al suo cianciare incomprensibile qualche parola in dialetto come rafforzativo, quindi attese la replica.
    Mero spreco di energie il rispondere; i due agenti lo sapevano bene; così, incrociati gli sguardi ed aperto un largo sorriso, si ritirarono dall’uscio dell’ufficio e commentarono complici, sghignazzango lungo il corridoio.
    Qualche tempo dopo il Capo eruttò ancora:
    - Agente Pippo, prendi le chiavi ed accendi la “Uno”!-
    Quel mattino di gennaio era particolare.
    Il cielo azzurro intenso, ininterrotto nella tonalità, pareva esser stato rubato da un lungometraggio della National Geographic e montato dagli Dei nottetempo, all’insaputa di tutti.
    Per prendere la via ci inoltrammo nel traffico, verso il centro della città, Steno sedeva dietro incardinato tra le valigie da lavoro; da quella posizione sembrava che il Vettore, color carta da zucchero, gli venisse incontro, ghiacciato, ad ogni metro più grande.
    Un suono gutturale e pieno d’ira gli scosse i nervi; il Tenente, rivolto a Pippo, riprendeva ad urlare:
    - Quest’auto è mia! E se qualcuno la usa a mia insaputa lo concio per le feste!-
    Pippo sembrava non riuscire, questa volta, ad assecondarlo e tentava con argomenti inconfutabili di persuadere il Capo:
    - Che eresia! Le auto sono della Contea e sono a disposizione di tutti i dipendenti!-
    Steno a quel punto non riuscì proprio a trattenersi ed esplose in una fragorosa risata. La cosa riportò Pippo in una dimensione reale, sorrise e si limitò a scuotere la testa in segno di diniego quando Contentini, allertatosi, ordinò:
    - Gira a destra, qui all’ufficio A.C.I.; devo pagare i bolli per l’uto mia e per quella di mia moglie!-
    Augusto fece per scendere e, quando fu a circa dieci metri dall’auto, Pippo, azionato l’alzavetro, gli urlò:
    - Contentini! Già che ci sei vedi di pagare il bollo anche per quest’auto, visto che è di tua esclusiva proprietà!!!-
    La “Uno” prese a sobbalzare ritmicamente, mentre il Tenente, per nulla acomposto, proseguiva dinoccolando il passo.
    Tra i singhiozzi e le risate Steno concluse che, alla nascita di Augusto, la madre avendone ammirato il viso e di seguito il sederino, fu convinta du aver dato alla luce due gemelli.

    Gennaio 1994