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Veniero Rossi

01 luglio 1963, Roma - Italia
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  • 10 febbraio 2016 alle ore 21:42
    Dormimo... ch'è Mejo!

    “Aò, ma perché abbaj sempre?” - disse er gallo ar cane.
     
    E questi dopo essese stirato sulle zampe davanti e poi su quelle de dietro, uscenno dalla cuccia disse: “Perché ciò er padrone e devo fa’ sentì che lavoro!”
     
    Intervenne er micio nero a debbita distanza, dicenno: “A me nun me comanna nessuno!”
     
    Il cane se lo guardò de storto. De sicuro stava a penza': "Mo me lo magno!
     
    Però s'era appena svejato e poi tutto sommato, c'era abituato. - Quer gatto già ‘o conosceva.
     
    Se rammentò quer che se diceva - che a comannallo ce penzassero le gatte, quanno ar freddo febbraio escono dalle fratte.
     
    Così disse:  “Te credi de esse fico, ma pe’‘n bacetto e ‘n'annusata in giro le botte che pij e quarche vorta te danno pure buca”

    A esse sinceri c’era abbastanza pe’ offendelo, ma er gatto manco se preoccupò e continuò a stassene de fronte e move la coda da  parte a parte.
     
    Er cane avrebbe dovuto rincorelo  ma ‘sta fatica j’era d'avanzo:  oramai era avanti co’ l’anni e poi stava a’ catena. Riprese così er filo cor gallo:
    "E te che dichi ...perché strilli? - De mattina presto fai ‘na caciara..."
     
    Er gallo disse spavaldo: "Pe’ fa’ sentì che so’ er padrone svejo tutte le signore!"
     
    Er cane rabbrividì de freddo all'improvviso - che dice ‘sto gallo? - Mo è lui a comannà... Mo comanna pure lui a ‘sto convento?
     
    Er gatto fu sconvorto dar pensiero che er cane se facesse serio e se girò pe’ evità’  ‘gni questione perché era  vero che ‘sto cane nun’era mai cattivo, ma nessuno je s'era fatto avanti a ‘sta maniera!

    Co' st'indolenza, la disgrazia sembrava potesse capità da ‘n momento a l'artro. E sarebbe stato er gallo, se disse er gatto,  a soccombe, non certamente er cane.
     
    Insomma, p’er gallo nun c'era più gniente da fa’. Le cose erano annate come doveveno anna'.
     
    Er cane invece ritrovò ‘a carma e  pensò 'n attimo se mozzica' a st’impunito, oppure si fosse mejio agì con ’telligenza e tatto. - In fin dei conti campava là pure lui.
     
    Così se accucciò  sur posteriore e disse-  “Gallo stamme a sentì: se è cosi, va be'.  Adesso però stamose un po’ zitti e rimettemose a dormì. So’ stanco!
     
    Aò, s'espresse poco ma andiede ar sodo.

    Dopo de che, s’accucciò del tutto e s'assopì, dormenno co’ n’occhio solo.

    Er gallo s’ammutolì  penzanno: “costui nun è n'attacca brighe e a me, me pare svejo de suo. Non c’è bisogno de fa casino ancora, lasciamolo riposà in pace pe’ ‘sta vorta “e rientrò ner pollaio tra le galline che l'aspettavano contente.
     
    Ner mentre arrivò er padrone che  senza di'  ‘na parola aprì la porta dell'arcova. Prese pe’l'ali er gallo e je tajò la testa co’ ‘n solo corpo de mannaia...

    Er gatto spiccò er sarto e agnede via . Decidenno de stanne definitivamente fori.

    Er cane che nun se poteva move vide tutto e n’ se scompose, penzanno in core suo:
    “Avoja a cerca' d'agi' co’ ’ntelligenza e tatto tra vicini. Tanto poi arriva er padrone a mette zizzania. Mo ‘n'artro gallo dovrà veni’! - Dormimo fin che se p’ò ...ch' è mejo!”
     

     
  • 10 gennaio 2016 alle ore 14:53
    Er gallo e ‘a fijia, Guendalina

    <Insomma che st’ affa'?> Disse er gallo a‘la gallina nera(1) che se stava a imbelletta’ er rostro co’ rossetto.

    E ‘a gallina ja rispose: <Aò, che voi? So’ cazzi mia!>, disse secca prima de scappa’ via tenenno l’ ali sollevate e annanno a semina’ scompio’ pe’r cortile.

    <Ma allora nun capisci!>, disse er gallo ‘na vorta ch’a raggiunse d’appresso ‘a rete, ar recinto insomma:
    <Stanno ariva’ momenti tristi - è vero. Però io conto che cià faremo!> Disse pe’ trattenella.
    Co' tutti l’animali che ce stavano de fori, ‘sta gallinella nun sarebbe ita da nessuna parte!

    E questa, guardanno ar genitore, co’ l’occhi verdi pitturati, e guancie rosse; jie disse: <Momenti tristi? A pa’ o so’ sempre stati! Nun c’è futuro. Nun c’è cammiamento! >

    <Mejio!>, jia rispose er gallo, pensanno, che si era vero, potevano campa’ più a lungo.

    A fijia dovette intui quarcosa, per ciò riprese a di’:
    < A pa' questi ce spennano uno pe’ vorta!>.
    Ma ‘a discussione stava a ‘n guajia’ tutto er comprensorio.
    Perfino li purcini che s’erano svejiati, sbatteveno le ali, giranno preoccupati tutt’intorno. “E si se fosse saputa ‘a fine che fanno ‘na vorta adurti - sarebbe stato ‘n torto, inutilmente!”
    Mettece che manco conoscono er natale, e vedi te, nasce, quanto po’ esse brutto!

    <’a notte guardo in arto er firmamento!> Disse ‘a fijia gallina.
    <Vojio ‘a libbertà! ‘na speranza. Nun posso vive chiusa dentro a ‘sta stanza.> E gettò ‘o sguardo attorno. Come a’ innica’ er chiostro..

    <A fijia mia: te ci hai raggione!>, dovette ariconosce er gallo: Ma ‘a politica nun è ‘n opinione! Passano ‘l’anni e in ogni santa occasione, c’è chi ce tira er collo, è vero! Ma famosene ‘na raggione, perché “Er peggio, nun è mai morto!” E chi segue: è sempre peggio!>
    Der resto erano così che annavano ‘e cose, armeno da quanno ch’ era scomparso Cristo, e pure co’ a resurrezione mica erano tanto mijiorate.”

    <E no! ‘sti cazzi>, disse ‘a ragazza arzanno er becco:
    <‘na bona vorta famo ‘a rivoluzzione!>
    E se gettò addosso ar coltivatore entrato er giorno de pasqua ad arraffa’ le ova, ar grido: “Adelante! O victoria o muerte!”

    By Veniero Rossi

    1) Gallina dei Romani. Ne parla Plinio nella “Naturalis Historia” (X,146) in cui dice “Hadriani laus maxima”, esaltando le galline atriane per la loro fertilità. La gallina era pure ritratta sulle storiche monete romane di Atri tra il 4° e il 6° secolo a. c.

     
  • 13 dicembre 2015 alle ore 17:29
    Fa bene

    ‘n giorno all’anno
    chi ambisce a governa’
    dovrebbe da’ prova' davanti a tutti
    de sapecce fa’ ed essere er mijiore…
    Dovrebbe essece ‘na legge che per quer giorno armeno
    lo obblighi a bacia' i piedi all’umanità
    -Va be’: solo de quelli che vole amministra’!
    Che ‘n so’ quelli curati dell’amante ...
    Nemmeno quelli belli dei nomi artisonanti
    E manco quelli strani dell’artisti dovrebbe bacia’...
    Sarebbe troppo comodo!
    Dovrebbe prova’ co’ quelli co’ le piaghe delli poveretti
    Apparirebbe utile e farebbe bene
    dovesse ricorda’
    chi pe'r dolore sviene.
     

     
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  • 01 giugno 2016 alle ore 0:23
    Amcron

    Come comincia: Amcron
     
     
     
    Paul era convinto di essere sveglio.
    Il sole era alto nel cielo e il vento da mare spazzava il nettare di piante selvatiche amalgamandole al sale di cui era pregno.
    Paul inalò in fretta percependo una sensazione di sollievo come se un grosso peso si fosse improvvisamente dissolto.
    A una ventina di passi, sorretto da rami, un telo in canapa indicava il ricovero della notte.
    Ai bordi della radura in cui si trovava, alti e robusti tronchi si univano a rampicanti tracciando sentieri estranei.
    Riassettò il panciotto e la camicia nel pantalone colore cachi.
    Allisciò l’esile cravattino, portandolo al centro.
    Ai piedi non aveva calze né scarpe.
    Una voce di donna interruppe le cure.
    Si voltò ad accoglierla.
    Fu subito attratto dal viso tondo e da occhi luminosi che gli venivano incontro.
    <Penseremo a lui! >, disse appena fu vicina.
    Paul portò le mani nelle tasche e la ragazza, accompagnò con affetto la mano alla sua spalla a dare calore, forza.
    Paul avvertì un senso di pace dal contatto.
    Poi lei si fece al fianco incrociando l’avambraccio con il suo.
    Un camice bianco e lungo, il suo vestito
    Sbarazzina tirò da un lato i capelli dorati come il sole e lo condusse verso la tenda.
    Paul assecondò, i modi della giovane lo incuriosivano.
    Cercò più volte di sbirciare i tratti e vedere i suoi riflessi in quelli azzurri.
    Alla ragazza venne da ridere:< Che cosa fai?>, disse.
    Dovettero schivare una serie di oggetti indefiniti sul percorso, composti di valige smembrate e cocci.
    <Rimetteremo a posto ciò che è buono!>, propose la donna chinandosi a raccogliere delle vesti.
    Paul annuì.
    Non aveva idea del posto e la memoria non lo aiutava.
    Perfino i colori erano eccessivamente vividi perché fossero reali.
    Se ne rendeva conto e importava, meno.
    <Dov’è?>, domandò osservando l’interno deprimente del riparo.
    < Lassù! > rispose lei prontamente; andando a individuare con la punta del dito la cima di un albero assai cresciuta.
    Paul dovette guardare a lungo, fino a distinguere nel fogliame il volto tenero di un bambino dai capelli castani e fragili.
    <Ecco dove si era cacciato!>, esclamò allora, contemplando la capacità del giovane a mimetizzarsi.
    < Sai di chi e cosa è figlio, ma è un bambino buono!>.
    Paul annuì nuovamente.
    < Questo è latte! Bevine ti farà bene!>, propose la ragazza.
    Ore dopo, calò la notte recando il freddo.
    Chiusi all’interno del fragile riparo c’era Paul, la donna bionda che aveva incontrato al mattino e un bambino di pochi anni.
    Paul ritenne di avere la febbre.
    I brividi scuotevano le membra.
    Avvertì una mano delicata tastare la fronte.
    Poi l’oscurità e gli incubi presero il sopravvento anche sulla mente.
    La luce si riaccese all’improvviso
    Non era energica come il mattino ma fioca, da forza elettrica.
    Paul si trovava tra pareti metalliche rivettate.
    Oltre un oblò, il panorama cambiava velocemente.
    Considerò di essere seduto a un bancone circolare.
    In quella sala dai tavoli metallici, era solo.
    Sotto i piedi, il pulsare sordo di un motore.
    Ricche quantità d’acqua si riversavano dalla sopraccoperta disperdendosi nei livelli sottostanti.
    Una penetrò nella sala inzuppando le scarpe.
    Non vi badò più di tanto.
    Era attratto da un delicato accendino in oro massiccio che recava in mano.
    L’oggetto aveva un pendente al quale era fissata un’ovale anch’essa d’oro.
    Strinse il palmo pensando fosse una cosa esclusiva, il genere di oggetto posseduto da una persona importante.
    Individuò sull’ellittico un comando centrale che spinse e quanto accadde lo stupì.
    Al tocco l’oggetto si trasformava in una croce uncinata.
    Continuò a premere innumerevoli volte il bottone e a ogni occasione, la svastica si chiudeva o riapriva perfettamente e senza l’apparenza di farlo grazie a un marchingegno che indubbiamente doveva possedere.
    Passò più volte le dita sopra di essa perfettamente smussata.
    Ebbe l’impressione che un uomo passasse per il corridoio.
    Lo rincorse.
    Di certo era una figura alta e prestante più di lui.
    Noto del sangue gocciare dalla camicia all’altezza della scapola sinistra.
    Il rivolo lordava fino al fianco.
    L’uomo sembrava non curarsene.
    Urlò: < Mein Führer>, ma questi non si voltò.
    La figura scomparve alla prima svolta del corridoio.
    Fu allora che udì una musica che non ricordava.
    Ottoni e tamburi incalzavano crescendo in sottofondo e di numero, e a essi si aggiungevano parole pronunciate in una lingua straniera, che comprendeva perfettamente.
    Erano odi per una donna abbandonata a casa, unite alla sete di conquista di una razza che ritiene, essere assoluta.
    Lo tradusse come canto di orrore e annuncio di morte…
    Gettò l’accendino sul tavolo, affrettandosi alle mura e osservare l’oceano.
    Era mosso e schiumoso come mai visto.
    Flotte di fantasmi somiglianti a soldati sorgevano dalle acque sotto la nave, stipati in barconi di legno diretti verso terra.
    Navigavano un’infinità scura quanto la notte.
    Così, il Führer in fuga dava corso al progetto più soprannaturale e malato che avesse mai ordito, quello di rianimare le anime dei morti tramite una macchina costruita negli ultimi giorni della guerra e con cui sperare di cambiare la sorte.
    Paul salì fino al comando per ordinare agli uomini di dare forza ai motori al bastimento capace di solcare il mare alla velocità degli aliscafi.
    <Mio Dio, svegliati!> implorò la voce.
    <Quanti erano i sosia?> disse pensando che era toccato a lui condurre in salvo quello vero.
    < Pensiamo a suo figlio ora. E’ solo un bambino…>.
    Le sequenze del bastimento che penetra nel porto a gran velocità e la gente che fugge dal molo per salvare la vita sono le ultime che lascia per domandare:
    < Lizbeth, il congegno che fa rivivere i soldati dov’è?>.
    <E’ distrutto e in fondo al mare. Nessuno potrà ricostruirlo…>:
    <Dio sia lodato! >
    Paul Hartmann morì al sorgere del sole.
    Lizbeth crebbe il ragazzo.
     

     
  • 28 aprile 2016 alle ore 23:25
    The Japanese monkey

    Come comincia: The Japanese monkey
    (fuscata macaco)

    *
    Nella cucina la colazione era pronta.

    «Sandro! Sandro!» udì chiamare a gran voce.

    La piccola scimmia osservò l’uomo dal basso. Preoccupata, tentò di avvinghiarlo alla gamba. 

    L’uomo, in pigiama a strisce, si alzò dalla sedia.

    Cogliendone l’inquietudine piegò il busto per abbracciarla.

    Diede un ultimo fugace sguardo al tavolo bianco che lo separava dalla luce; scorgendo nella cornice di legno scuro alla parete il verde del prato.

    Oltre la finestra, alcuni conigli selvatici giocavano a rincorrersi.

    « Sandro! Sandro! » Tornò a udire e le grida giungevano da fuori.

    «Li avrebbe abbandonati?» si domandò la scimmia.

    Cogliendo il pensiero l’anello robotizzato avanzò spaventato in direzione della camera da letto andando a nascondersi nello zainetto lasciato in terra accanto allo stipite.

    Il giocattolo preferito dall’uomo, un trenino elettrico, si collocò tremante sotto il giaciglio.

    I cerchi metallici presenti nel corridoio, ruzzolarono velocemente, finendo a trovare rifugio sotto il tappeto del salone.

    «Sandro! Sandro!». Tornò a reclamare la voce.

    Di là della soglia, ora spalancata, i suoi occhi incontrarono quelli grandi e grigi di una donna in lacrime.

    «Sandro, Sandro!». Continuava a esclamare la voce.

    Guardandole il volto che gli parve ingigantito e distorto si ricordò di lei.
    Era Stefania; sua moglie!

     Disperata la donna incalzava, quasi non restasse tempo: “Sandro, Sandro, rispondimi.”

     Poi il volto si impietosì e parlò dolcemente: « Amore mio… che cosa accade?»

    L’uomo sorrise per un istante al volto di colei aveva amato, mentre in camice bianco i dottori le cingevano delicatamente le spalle allontanandola dalla stanza con le pareti foderate in cui si trovava rinchiuso.

    La porta imbottita si serrò dietro a loro, emettendo un suono metallico.

    Tornò il silenzio.

    La lampada al soffitto continuò a illuminare l’interno di luce fredda.

    - Avevo le braccia legate al letto… quel mondo non mi apparteneva! Tornai in fretta dalla piccola scimmia che mi attendeva assieme agli anelli e al trenino elettrico. Non li avrei più abbandonati pensai, poi venne la nebbia e mi acquetai. :)
     

     
  • 05 aprile 2016 alle ore 19:21
    Enri Monroe part 1

    Come comincia: Che quanto una persona lasci trasparire sia la parte normale è una considerazione abbastanza riconosciuta, giacché viviamo in compagnia di mostri e bestie feroci che albergano in noi  e teniamo a freno sin dall’adolescenza.
    In merito a quanto sia realmente apprezzato il punto e alla capacità di calmare queste fiere ho però dei dubbi, perché la maggior parte delle persone che conosco sceglie di indagare quasi mai e crede unicamente a ciò  che fa comodo.
    In ultimo, sono convinto che se avesse a osservare  troverebbe malvagità e strani esseri che per natura sono licantropi e pure che se in questo mondo tanto serve il bene, molte più risorse abbia al proprio servizio il male…
     
     
    Erni Monroe
    Lupo mannaro seriale
    *
     
    Erni Monroe si avvertiva strano in quel freddo pomeriggio di fine inverno.
    Mancava qualche minuto a segnare sull’orologio da polso, le sei meno quindici.
    La testa gli doleva.
    Attribuii l’emicrania a un raffreddore.
    Tuttavia non poteva esser quello a cagionare lo strano stato di sofferenza che subiva, perché in concomitanza dei picchi più lancinanti si formavano pensieri violenti di cui abitualmente era privo.
    Neppure si è mai sentito affermare in giro che una malattia da raffreddamento possa far tanto.
    Per sfuggire a quelle ridondanze, al termine del lavoro, aveva deciso di non rientrare in abitazione e  fare un giro per il quartiere, fidando di incontrare volti nuovi.
    C’era stato un tempo, in età giovanile, per gli amanti dei particolari,  in cui per sfuggire ai pensieri cupi che di tanto in tanto lo attanagliavano, si recava in centro città.
    In quelle vie riservate dal traffico trascorreva le ore a osservare, di vetrina in vetrina, le nuove tendenze e le persone.
    Questo per un poco di tempo l’aveva distratto.
    Poi era nato il desiderio di andare oltre  e di conoscere.
    Di sapere di più su quei volti in strada.
    Così, quando camminando finiva a incrociare lo sguardo di qualche passante gli si metteva cautamente attorno e attesa l’occasione scambiava qualche parola.
    A volte la cosa diveniva emozionante.
    Capitava di finire a casa di sconosciuti, o di rimanere coinvolto in feste a sorpresa o altre cose che non si attendeva.
    Per lo più finiva a letto.
    Alcune volte erano stati amplessi amorosi, in altri casi rapporti di gruppo, cose feticiste, altre con qualche punta di sadismo e anche maso quando desiderava raggiungere il piacere tramite il dolore.
    Bade nulla di sconvolgente se vuole, o meglio nulla che non accada ogni giorno migliaia di volte tra persone consenzienti e di storie Erni Monroe avrebbe potuto  raccontarne tante.
    Male che andasse l’incontro si concludeva con una chiacchierata e un caffè.
    Un fatto del genere, oggi, lo avrebbe aiutato a superare il momento.
    Neppure di questo, invero, Erni Monroe aveva esattamente bisogno.
    Quanto si proponeva nel pomeriggio, non era davvero cosa normale.
    C’è da affermare che non fosse totalmente conscio.
    Poteva dirsi di Erni Monroe che fosse un uomo comune.
    Almeno a giudicare da alcuni aspetti esteriori, giacché del privato si conoscesse unicamente che mai si era sposato.
    Quanti non lo sono però, e in ogni caso rimangono delle bravissime persone?
    Il matrimonio è questione legata alla fortuna.
    Alla capacità di rinnovare l’amore.
    Al tempo che si può dedicare alla famiglia.
    Per cui la cosa non avrebbe destato in nessuno il benché minimo allarme.
    Così, Erni Monroe svolgeva con regolarità un lavoro da impiegato e per quest’attività riceveva un puntuale ed equo stipendio.
    Il che gli aveva permesso di avere una casa tutta sua.
    Una buona auto e di concedersi qualche normalissimo svago di tanto in tanto.
    Oltre a tutto, a parte per quelle emicranie che lo afferravano all’improvviso, era provvisto di ottima salute e un fisico che manteneva sufficientemente in forma.
    A dire il vero, i capelli canuti lo invecchiavano.
    Nulla da eccepire se non perché riducevano in maniera considerevole le possibilità d’incontro con persone giovani e per questo, quell’emozione che Erni Monroe istintivamente andava cercando era difficile da soddisfare.  
    Diciamo che era plausibile pensare, di doverla ricercare almeno con attenzione.
    Si aggiunga che Erni Monroe aveva scelto in modo pessimo il quartiere, il quale, essendo non distante dal proprio e del tipo residenziale, rimaneva alquanto privo di passerelle e individui che le riempissero.
    Attorno a lui,  palazzine da un paio di portoni al massimo si alternavano ai lati della via protette da cancelli ferrati.
    Larghi marciapiedi e cani signorili accompagnati a spasso dai proprietari costituivano il panorama prossimo.
    Piuttosto bassa la presenza femminile; indubbiamente: un guaio!
    Senza riflettere voltò in direzione di una zona più popolare.
    Là i caseggiati erano continui e gli accessi continui.  
    Imboccò il sentiero in ghiaia che conduceva al centro del comprensorio quando scorse una figura femminile sul terrazzo di una di queste abitazioni.
    Era impegnata a stendere dei panni.
    Immaginò potesse trattarsi di pantaloni aderenti, magliettine e persino sensuali mutandine ordinatamente poste sul retino fermo alla balaustra.
    Oltre a questo, la donna gli sembrava abbastanza attraente. 
    “Perché no?” disse, ritenendo che potesse essere anche lei in cerca di emozioni.
    Si avvicino e quando giunse nei pressi di quel terrazzo, badò a farsi notare dalla strada camminando avanti e indietro come stesse attendendo qualcuno ma puntando nelle sua direzione.
    Confidava di incuriosirla con una punta di mistero.
    Un modo di fare comprendere a cosa fosse interessato.
    “Chi è quello?”
    “Perché mi osserva con interesse?”.
    Avrebbe detto la donna non appena si fosse accorta di lui.
    Poi avrebbe riflettuto sull’opportunità di condurlo in casa e non far sfuggire l’occasione di svagarsi,  facendogli comprendere, magari con un gesto, un sorriso, l’effettiva disponibilità o la presenza di un marito.
    In questo caso avrebbe atteso il momento, tornando nei gironi.
    Era là, sotto a quella casa a pendere da quelle labbra.
    “Non stupiamoci più di tanto.”, affermava con i colleghi e gli amici al bar Erni Monroe:
    “Perché piace tanto a noi, quanto loro… “.
    E la frase era sufficientemente eloquente…
     
    Se vogliamo, potremmo affermare che quella che Erni Monroe metteva in scena sotto a quella finestra  era una forma di comunicazione base, posturale, intesa ad avviare stimoli istintivi, compreso la paura, presente in tutti noi, al fine di eccitare.
    Null’altro che un gioco inteso a rapporti fuggevoli.
    Qualcosa che non lasciasse strascichi e memoria.
    Erni Monroe non era mai andato oltre a qualche falso inseguimento.
    È vero pure che una volta a suo agio si rivelava un amante dolce e attento al contempo al piacere dell’altro e che il rapporto sessuale spiccio che si augurava di avere, grazie alle endorfine liberate, gli avrebbe attenuato il dolore alle tempie.
    Se si vuole, entro certi limiti: una cura naturale.
    Per questo evitò di osservare il vecchio che gli veniva incontro lungo il viottolo, voltando, al passaggio, la testa sul lato opposto.
    Del resto nessuna donna desidera far conoscere ai vicini di avere ricevuto visita da uno sconosciuto e meno che mai che il marito, un figlio, apprenda la storia.
    Quando fu vicino all’ottuagenario, passò la mano sul volto, così da coprire persino lo zigomo e udì dire:
    “Buona sera” a mezzo tono.
    Bofonchiò qualcosa di conveniente, sicuro che quel rincitrullito non avrebbe saputo riconoscerlo un quarto d’ora più tardi.
    Erni Monroe quel giorno indossava panni scuri e comuni.
    Jeans e giubbotto urbano come tanti.
    Un paio di dozzinali scarponi da città.
    E tanta preoccupazione, ad ogni modo non aveva senso, pensò  Erni Monroe, perché non stava facendo nulla di male.
    La donna tardò a far caso al lui.
    Alla fine però se ne  accorse e il volto si scurì.
    Portò con fare incerto i capelli biondastri dietro le orecchie, poi prese la decisone di rientrare in casa  e calare le serrande.
    “Ci stava…” disse Erni Monroe rammaricato.
    “Era prevedibile. Non tutte hanno voglia di divertirsi!”.
    Sbuffò
    Poi considerò che:
    -La donna non fosse sola in casa.
    - Qualche impedimento biologico.
    Pure ipotizzò di essere assai meno attraente di un tempo.
    La considerazione non gli piacque, ma della circostanza doveva farsene una ragione.
    La sessualità, la comunicazione sono elementi che cambiano con la società.
    Un tempo basta provare con le tante ragazze e se non era il caso, rimaneva cosa evidente.
    Oggi, dove si barattano effusioni per una ricarica di telefonino, dovresti cercare di comprendere anche in gusti prima di avviare una relazione.
    Non tutto è scontato e Erni Monroe si avvertiva inadeguato.
    Il suo mondo e il fare, era medesimo di allora.
    Si diede da fare per dissimulare.
    Stiracchiò la schiena per affermare che era in quella corte, unicamente con l’intenzione di svolgere quattro passi e che la donna aveva confuso l’interesse.
    Perciò tornò a osservare il cielo con l’occasione di un gruppo di rondoni protesi a volteggiare sugli ultimi raggi di sole ma in realtà attento a scrutare l’intorno per comprendere se altri si fossero accorti di lui.
    Sai mai che ci fosse stato qualche bastardo in finestra pronto ad accusarlo di essere un molestatore?
    Poi se ne andò.
    Qualcosa tuttavia era saltato nella testa e provocava un corto circuito.
    Erni Monroe  in quei momenti aveva chiaro solamente un fatto e cioè che desiderava in tutti i modi  fare sesso con una sconosciuta.
    Le orecchie tornarono a far male all'interno.
    Le narici si allargarono per espellere aria
    Sotto i passi veloci, il brecciolino scricchiolava schizzando al lato.
    Se ne rese conto e rallentò l’andatura.
    Cercò di rilassarsi.
    Era abbastanza lontano dal punto in cui, qualche minuto prima, aveva avvistato la donna.
    Non aveva mai faticato tanto a procacciarsi un’occasione e nemmeno era giunto in questa zona del quartiere in cui le palazzine erano moderne e di colore grigio.
    Qui dovevano avere costruito da poco.
    “Non più di dieci anni. “, disse. E “Doveva essere un luogo  silenzioso!” a giudicare dagli ampi giardini con pini e salici piangenti.
    Nascose nuovamente la faccia, quando ebbe l’impressione di avvicinarsi a una telecamera di forma circolare posta in prossimità delle entrate principali.
    Voltò per andare sul retro del palazzo con tale scioltezza che chiunque avesse osservato in quella direzione, avrebbe pensato che fosse uno del posto pure che non lo era.
    Imboccò la prima rampa di scale di marmo peperino che trovò con l’uscio stradale aperto.
     
    Erni Monroe aveva svolto per anni un’attività di vendita a porta a porta e imparato a eludere la guardiania e come fare per accedere alle palazzine.
    Sapeva riconoscere gli occupanti e la situazione economica dai rumori che provenivano dall’interno dell’appartamento oltre che dagli odori del pranzo.
    Persino la quantità di aroma al caffè l’aiutava ad azzeccare quanti abitavano la casa.
    Poi c’erano quegli strani scarabocchi ai lati del campanello o della porta:
    il quadrato indicava che l’abitazione era disabitata.
    Una “X” l’avrebbe definita un buon obbiettivo, ma ciò non lo era per le sue intenzioni.
    Una famiglia tipo, dove vendere di tutto, senz’altro è piena di marmocchi.
    Non sarebbe andata bene.
    Erni Monroe era giunto al secondo piano.
    Suonò il campanello di un appartamento senza note o segni strani.
    Lo scelse apposta chiamando in aiuto la dea bendata.
    La melodia che scaturì ebbe l’effetto di risvegliarlo.
    La porta si aprì qualche istante più tardi senza rumore sui cardini preceduta dal timbro ovattato di un paletto ritirato.
    Nella luce fioca delle scale, faticò a mettere a fuoco il volto di un uomo dalla testa pelata.
    Era più basso di lui di una ventina di centimetri e notevolmente panciuto.
    Ebbe un fremito di paura.
    Una donna non lo avrebbe spaventato.
    Ce ne sono tante di donne in casa. Perché a quella porta si presentava un uomo?
     

     
  • 05 aprile 2016 alle ore 19:16
    Enri Monroe part 2

    Come comincia: Perché a quella porta si presentava un uomo?
    Pensò che la fortuna non fosse dalla sua.
    “ La famiglia Frangipani forse?” domandò in maniera da escludere l’errore mentre stagliava un cordiale sorriso.
    Ci fu un istante un cui ebbe l’impressione che la finzione non avesse retto.Il proprietario dell’appartamento lo scrutò di tutto punto. 
    Allora ripeté:“ Frangipani?”, ma adesso non rideva.
    Desiderava andare via.
    Erni Monroe pensò che avrebbe potuto mettere da parte quell’inquietudine che l’assaliva.
    Tirare le redini al cervello e ricondurlo alla ragione.
    Prendere un calmante e mettersi a sfebbrare nel letto.
    “No. No! Non sono io! “ esclamò l’altro, “ Frangipani abita sotto di noi!”.
    Quindi osservò:
    “Lei è  salito un piano di troppo”.
    “Ops! Scusi tanto!”, rispose Erni.
    Ovviamente era un trucco.Badare ai nomi impressi sui campanelli a partire dal piano più basso l’aiutava nella conversazione.
    A chi avesse aperto e si fosse dimostrato poco furbo a farlo, avrebbe asserito che in qualche modo questo o quel condomino lo aveva inviato da lui perché era un uomo di cultura o donna molto intelligente.
    Davanti a un tavole e un caffè avrebbe stretto un bell’ordine per un’enciclopedia.
    Poco contava che il giorno seguente si accorgesse della bufala.
    Sarebbe apparso chiaro che il complimento fosse offerto per accaparrarsi un minimo di amicizia da parte di chi gira il mondo e sbarca il lunario vendendo a porta a porta.Insomma, unicamente: una bugia a fin di bene!
    Ora utilizzava quell’esperienza per togliersi dall’impaccio.
    “Aspetti l’accompagno. Sono amici!”. Aggiunse il tale.
    Erni Monroe ritenne avere esagerato con il sorriso.
    Era in un guaio.
    Quell’uomo panciuto e in apparenza burbero lo avrebbe accompagnato dai Frangipani e cosa avrebbe inventato una volta che avessero aperto?
    “No. No. Non si disturbi.  È una sorpresa! “ disse allontanandosi.
    Era già a mezza scala quando udì il soffio della porta che si richiudeva e s’innestava nuovamente il fermo metallico.Il pericolo però non era scampato.
    Tra un’oretta l’inquilino sopra ai Frangipani sarebbe sceso a informarli della visita e vedere come stavano realmente le cose.
    Caso mai fosse un parente, avrebbero riso sulla circostanza e bevuto un liquore assieme a loro.
    Tuttavia, nel caso che Erni Monroe  si fosse allontanato, probabilmente non sarebbe seguito nulla.In città si è abituati ai ladri, ai venditori e, a parte qualche interrogativo, ci sarebbero passati sopra pensando anche loro come a un pericolo acquisto scampato.
    Ed era nel sottoscala al compimento della considerazione.
    Perché si fosse infilato là, lo sa il Diavolo e il Signore.
    Possibile volesse far perdere le tracce passando dal garage coperto.
    Pure che fosse talmente confuso da non riconoscere dove si trovasse.
    Fatto è che quanto di più ambiva lo scoprì  davanti agli occhi:
    Nemmeno trent’anni.
    Mora con tacchi.
    Una ragazza magra, carina e avvenente.
    Nessuna fede al dito.
    Fu a quello che badò, principalmente.
    Escludere che un uomo l’attendesse con impazienza, era importante.
    Quella donna doveva essere la figlia di qualcuno nello stabile.
    Si augurò non fosse della famiglia Frangipani, ma neppure questo caso lo preoccupò.
    Non doveva nulla a costoro e aveva stimato in un’ora circa,  l'arco temporale in cui avrebbe cominciato a circolare la voce di un estraneo nel palazzo.
    Per avere soddisfazione non occorreva che qualche minuto.
    Lei lo osservò cercando di riconoscerlo.
    Quell’uomo la scrutava in maniera strana.In qualche maniera s’intuì la domanda:
    “Che cosa fa questo nella zona riservata sotto lo stabile?”.
    Nemmeno fu scaltra da comprenderlo velocemente e scappare.
    Voltò la testa in direzione dell’ascensore che non era al piano.
    Fosse stato presente, si sarebbe infilata dentro e diretta in casa.
    Mai che una cosa funzioni come deve, quando serve al bene. 
    Il dolore nella testa di Erni Monroe divenne furibondo.
    Osservò anche lui in direzione della cabina mancante.
    Ebbe il tempo di leggere accanto a quell’uscio metallico la parola “Stanzino”.
    Una cosa in grassetto su un foglio di carta mantenuto sulla superficie da un nastro trasparente  ingiallito.
    Chissà perché creano alcove nei punti più strani.
    Quanto la gente normale considera meno, è il funzionamento di  in un cervello starato, cosicché quanto per loro appare un luogo da evitare perché sudicio o maltenuto, risalta per l’altro confortevole antro per dare accoglienza agli istinti.
    E quel ripostiglio fu l’ultima cosa dal quale fu attratto prima di farsi accanto alla ragazza tagliandogli la strada.
    Poi fece pressione sulla leva per aprirla.
    Là per là, nemmeno lui credette che fosse possibile.
    La maniglia si era abbassata dolcemente e la cosa più impensabile di tutte, era che la porta si era spalancata.
    -Il male conta su certe casualità, ma lo dico da prima.
    Erni Monroe agì lesto stringendole con forza la mano sulla bocca.La ragazza ebbe l’impressione che le rompesse la mandibola.
    Inciampò sul tacco.Lui avvertì sotto il palmo, la pelle morbida e fiato caldo.
    Si eccitò il quel momento.
    Percepì il pene scoppiare nei pantaloni.
    La trascinò dentro quella stanza buia e sporca richiudendo l’uscio con il retro della scarpa:“ Stai zitta o ti ammazzo!”, sibilò subito nell’orecchio.Il rumore delle borse con la spesa che andavano in terra e dei barattoli di passata che rotolavano aggobbendosi, accompagnò la cattura e gli diedero forza.
    Oramai le cose prendevano ordine compiendosi secondo una tabella mai studiata ma di fatto: logica.
    Conseguenziale.Erni Monroe doveva indurla a fare ciò che voleva nel minor tempo possibile.Doveva convincerla e fiaccare ogni resistenza.
    Per ciò adoperò  i mezzi fisici che possedeva e senza un minimo di sensibilità torse da un lato il collo della ragazza e le piegò bruscamente la schiena in maniera di indirizzarla sul pavimento.
    Finirono per scivolare sopra in due.
    Lei batté la nuca su qualcosa di ovattato.
    Una serie di vecchi cartoni abbandonati.Erni Monroe cominciò a baciarla.Lei non riusciva a respirare e provava repulsione per quell’alito fetido e malato sopra di lei.
    Erni Monroe, messosi accanto,  passò a leccare il collo magro che aveva solo intravisto ma che ricordava perfettamente.
    Il sapore dolciastro del profumo indossato gli s’impastò con la saliva.
    Voleva essere dolce.
    Finì a dare dolore succhiando profondamente la pelle all’altezza della giugulare e morderla forte.
    La ragazza sembrava svenuta.
    Una reazione di salvaguardia che il genere umano condivide con qualche specie animale: fingere di esserlo per allontanare il nemico.
    Se così capita in natura, non con altrettanta facilità accade tra noi.
    Erni Monroe, infatti, concluse che provasse piacere anche a lei.Le strappò il corpetto che indossava.
    Negli istanti successivi udì il suo fiato minaccioso, mischiarsi a quello flebile e corto di lei.Si adoperò d’impegno per toglierle la maglia, il reggiseno.
    Pareva avere ottime cognizioni delle chiusure, degli agganci anche se in realtà tentativi non erano altro che parvenze di  buone maniere, perché finiva a lacerare ogni cosa.Smise di interessarsi ad altro che non fossero i seni torniti che sia alzavano e abbassavano regolari.
    Ascoltò eccitato quel cuore, andato oltre il limite.
    Era buio quel posto ma la luce gialla filtrava dal fondo della porta, rendendo in parte visibile la scena.Lei lo osservò in ginocchio sul fianco.
    Sembrava un lupo nell’atto di sbranare la carne.Le sembrò addirittura di vederlo leccare le dita.Erni Monroe le mollò un gancio sul volto prima di chiedere
    :“ Stai ferma?”.
    Era certo di non avere messo troppa forza, ma a sufficienza che comprendesse il quesito.
    Se Erni Monroe avesse potuto distinguere l’ematoma che si andava formando, avrebbe compreso l’atrocità della botta.
    “Come ti chiami?” domandò cercando di tranquillizzarla e faticare meno.
    “Lasciami andare. Non dirò nulla. Sei ancora in tempo. “, supplicò la ragazza.
    Erni Monroe non aveva fatto tutto questo baccano per piantarla ora.Rispose: ”Forse!” con ironia.
    Tornò a umettarle i seni e passare sopra le dita.I seni parvero inturgidirsi.
    Semplice reazione meccanica in un corpo giovane e perfetto.
    Retaggio animale, pensò Erni Monroe.
    “Porco lasciami andare. I miei fratelli ti uccideranno!”, intimò lei.Erni Monroe provò timore.
    Non è facile battersi contro più persone anche quando si è abbastanza prestanti.
    Tuttavia, aveva messo in conto anche di poter essere linciato.
    Rise spavaldo bando a farsi udire solo da lei.Lei gli sputò in faccia.
    Lui asciugò il volto passandolo sul braccio.
    "Comportati bene e ne uscirai viva!” promise, prima di baciarle il ventre e scendere con la testa nel pube.
    Erni Monroe faticò ad azzeccare la lingua sul clitoride.La ragazza si contorceva.
    Dovette metterle una mano sulla gola.Una maggiore pressione l’avrebbe accoppata.
    Razzolò in quella peluria ogni fonte di umore nutrendosi avido.La ragazza tentò di allontanare la presenza spostandone la testa.
    Un colpo all’altezza del pancreas la lasciò esanime.Aveva il quel punto, un profumo che poche hanno, pensò Erni.
    Si deliziò convinto costituisse la base di una essenza che la zia indossava.
    Tornò a pensare di essere fortunato.
    Gli era capitata la donna che ogni uomo vorrebbe accanto per tutta la vita e coltivò per un momento l’idea che fosse possibile  con calma farla innamorare.
    E che l’aveva presa in prestito prima di altri.Si era quello che desiderava.
    Appropriarsene.
    Gestire la persona come fosse cosa personale.Altro che ricercare soddisfazione nel lavoro.
    “Tanto la carriera ti è negata.”, disse a un certo momento.
    Neppure essere generoso con gli amici lo appagava.Quali poi?
    “Gente disposta a venderti al migliore offerente.”,
    Erni Monroe in questi brevi luccichi di insensato ragionamento, assolveva  la propria condotta e la lussuria.
    Affondò oltre la lingua e gli parve che tutto fosse morbido e desideroso.
    Agguanto la pelvi e si beo per questo.
    “Brava!”, disse nel portarsi sopra al corpo di lei con la patta sbottonata.
    Lei strinse le cosce per respingerlo.
    Erni Monroe perse subito la pazienza.Le vibrò un manrovescio.
    Le calò più in basso i pantaloni  lacerandoli.
    “Maledetti!” impreco insoddisfatto per lo sforzo.
    Afferrò una gamba sotto un braccio.
    Con l’altro fece altrettanto.
    Entrò profondamente.
    La donna decise di non provare altro dolore.
    Quando fu dentro, le passò le mani al collo e comandò:
    “ Come ti chiami? Vuoi dirlo o no?”
    Rispose piano: “Manuela”.
    Cominciò a cavalcarla affermando:“ Manuela fammi venire!”.
    Manuela piangeva.
    Non poteva credere a quanto capitava.
    Aveva partecipato a qualche discussione sul tema.
    “Sì, certo. “ aveva asserito.“Uomini che ti palpano stanno ovunque! Sono maiali, salvando quelle povere bestie…”
    Senza convincersi che potesse capitare anche a lei.
    Almeno a quella maniera.
    Per anni aveva fatto avanti e dietro da quelle scale senza che capitasse niente.
    Ora era rinchiusa a due passi dai genitori.
    Che cosa aveva fatto di male per meritarselo?
    In cosa aveva sbagliato?
    Era meglio assecondare quella furia con la speranza che una volta finito i comodi, andasse via, oppure resistere e farsi accoppare?
    Non lo sapeva.
    Nessuno te lo insegna.
    Se ne parla ma poi?
    C’è un metodo?
    Una maniera?
    Tremava e piangeva che altro poteva?
    Avere risposto con forza le era costato un pugno in pieno volto.
    L’avere rifiutato i luridi baci, un altro colpo al fianco.
    Ora aveva perduto la sensibilità della parte.
    Una sberla le aveva chiarito altri argomenti.
    Nessuno l’avrebbe più guardata e nessun uomo l’avrebbe più voluta.
    Avvertì il bisogno di vomitare e tossì di lato.
    Erni Monroe sembrò non dar peso ma tornò a porre  la mano sulla bocca, infilando eccitato il dito medio al suo interno.
    Manuela quasi soffocò.
    Non ebbe coraggio a fare altro.
    Erni Monroe venne.
    Cessò tutto in quel momento.
    Calma al termine della tempesta o era nell’occhio del ciclone?
    Il mostro le giaceva sopra esanime.
    Probabilmente, dopo l’amplesso era in contatto con Dio o meglio, il suo opposto.
    Erni Monroe la udì ripetere
    :“Bastardo! Bastardo!”.
    Pareva una nenia, di una bambina.
    Il male al capo era cessato.
    Avrebbe voluto dormire.
    Non ce ne era il tempo.
    Era passata mezz’ora da quando aveva domandato dei Frangipani, ma il tempo con la ragazza si era dilatato quanto una giornata intera.
    Senza staccarsi dal corpo delicato della ragazza, ritrovò tra le dita il capo di un cordino elettrico abbandonato.In verità conosceva benissimo, dove trovarlo.
    Lo avvoltolò come per misurarlo.
    Saranno stati sessanta centimetri di lunghezza.
    Sufficiente e abbastanza resistente.
    Non ebbe pietà.Alzò le spalle e sui gomiti.
    Attorcigliò il legaccio al suo collo.
    Manuela parve non accorgersene.In ultimo per difendersi dalla brutalità aveva separato la mente dalle membra.
    Quanto accadeva era distante.
    Non la riguardava.
    Altra reazione completamente umana a differenza di Erik Monroe che non ne ebbe.
    Parte di quei capelli scuri impastata di sangue finì dentro il legamento.
    Manuela prima di morire tornò in se e ferì profondamente con le unghie curate la carne attorno alle braccia di Erni Monroe.
    Tuttavia nulla che un uomo anestetizzato dall’adrenalina del coito non possa sopportare.
    Manuela tentò pure di ferirlo al volto:
    “Porta questi segni davanti a tua figlia!”, disse roca.
    In tutta risposta Erni Monroe le morse la mano troncandole un dito e non mollò la presa.
    Aggiunse un nuovo morso sulla guancia, quasi un ultimo bacio.
    I segni delle arcate rimasero impressi.
    Poi venne nuovamente.
    Non comprese come.
    Accadde nel momento esatto che ebbe il sentore che il cuore di Manuela fosse fermo.
    Lo avvertì dal calore del corpo e dal pulsare della vagina.Le urine calde di lei gli bagnarono lo scroto.
    Ebbe timore a rimanerle dentro.
    Si sfilò.
    Arrivò all’interruttore che si era frettolosamente ricomposto.
    Diete una rapida occhiata alla stanza rettangolare.
    Il corpo della ragazza giaceva molle perpendicolare alla parete su un pavimento fatto di cartoni da consegnare al macero.
    Il volto riverso verso la parete e i bei capelli corvini che aveva, coprivano le orecchie e la bocca lasciando scoperto il bernoccolo rigonfio di sangue blu.
    Ancora ammirò la cute liscia e il corpo flessuoso.
    Per un attimo parve disgustato.
    Quella donna non appariva così bella e desiderabile come l’aveva conosciuta.
    Già.
    L’aveva massacrata.
    Tolto il futuro.
    Mostrato l’orrore.
    Infame, sminuiva l’aspetto.
    Richiuse la luce e scostò la porta.
    Da sopra si avvertiva vociare e suonare ai campanelli.
    Gli sembrò di udire:” Signora Lucia, è passato da lei un uomo alto un metro e ottanta, sui quaranta, quarantacinque anni?”.
    Pochi minuti e sarebbero scesi a controllare nell’interrato.
    Abbandonò la posizione lasciando accostata la porta.
    Convinto di riuscire perché il ritrovamento del corpo avrebbe disorientato e rallentato gli inseguitori.
     
    Erni Monroe, un vero predatore, raggiunse il viottolo senza incontrare chicchessia.
    Tagliò per i vialetti, spostandosi rapidamente tra i caseggiati.
    Badò a non farsi riprendere dalle telecamere e a passare troppo vicino ai balconi.
    Per tutto il percorso portò varie volte la mano sulla fronte come avvertisse male alla tempia, anche sapendo che per diversi giorni sarebbe stato bene, benissimo.
    Non avrebbero fatto nulla con suo DNA.
    Mai fatto un esame.
    Mai dato a nessuno,
    Nei pressi di casa accese il telefono.
    Squillò poco dopo.
    All’altro capo, una voce femminile domandò allegramente: “Amore andiamo al cinema stasera?”
     
     
     

     
  • 19 febbraio 2016 alle ore 22:28
    Slot

    Come comincia: I bambini, quando nascono, non vedono per diversi giorni.

    Nondimeno, scrutano il vuoto attorno a loro e paiono riflettere intanto che le pupille roteano.

    <Che cosa vedrà?>, domandano i genitori nel carezzarli e sognando un futuro migliore e più felice del loro.

    I giorni si alternano rapidi. Le mamme li cullano e gli parlano piano. Poi i papà appendono alla culla, oppure al soffitto, una selva d’uccelletti tenuti assieme da un filo:

    <Per attirarne l’attenzione!>, affermano entusiasti immaginando quello che accadrà.

    Il bimbo osserva i volatili. Allunga la mano.  Sorride. Fa uno strepito, e la madre afferma: <Ti sei accorto amore come li guarda? Vuole prenderli con la mano!>

     

    Slot

    Il potente Suv scuro, nuovo di pacca, procedeva lungo la Third Avenue di New York.

    La luce delle insegne si rifletteva sui vetri dell’autovettura senza lasciare scorgere gli occupanti.

    All’interno del veicolo due uomini colloquiavano con passione su un argomento apparentemente sconclusionato: forse era per via dell’alcol bevuto nei numerosi locali ai quali avevano fatto visita durante la notte.

    Erano all’incirca le quattro del mattino...

     
    <Allora John? La fessura dov’è?>.

    <Ė là dove il cane abbaia nel vuoto. Oppure dove osserva indeciso!>.

    <Dimmi John, dove altro potrebbe essere?>.

    <Là, dove trovi il gatto dopo che l’hai cercato per ore senza scovarlo!>.

    <Solo in questi posti?>

    <No, Mark! Certo che no! Negli angoli. Tra il muro e il pavimento per esempio. -Può essere in quel piccolo spazio Mark! >.

    <E basta John? È veramente solo in questi posti?>.

    <No Mark! Trovarla è più facile di quanto non si creda. Può esistere in un mercato! In un garage! Pure dietro un albero. Sopratutto la troverai, dove sono accaduti fatti strani e inspiegabili!>.

    <Ė stabile? Rimane sul luogo?>.

    <Dipende! Se è forte, sì. Se viene e va, è ciclica. In questo caso può essere molto energica, quanto debole. Per certo è attiva per pochi istanti, sai: fluttua qua e là e poi va. Sparisce!>

    <Ho capito John! Grazie!>

    <Sicuro?>

    <Sì, sì. Ho capito. Sono certo!>

    <Allora ripeti: che cos’è esattamente?>

    <Ė un posto magico. Lo so! L’ho capito!>

    La vettura svoltò cambiando strada. Imboccò la 59esima in direzione del ponte sull’isola Roosevelt. I grossi pneumatici stridettero un poco sull’asfalto.

    <No, Mark. La fessura non è questo!>.

    <Allora John? Spiegami meglio!>.

    <La fessura è lo spazio tra quello che c’è, e quello che non c’è. Non è un posto magico! Ė il suo confine!>.

    <Adesso posso vederla?>.

    <No Mark. Non puoi!>.

    <Insomma come faccio? Ė una cosa da pazzi... >.

    L’auto svoltò prendendo la seconda Ave. Di nuovo le gomme stridettero, ma questa volta più distintamente per via dell'andatura fattasi veloce.

    <Pensaci Mark. Ricordi il gatto?>.

    <Sì John! Si!>.

    <Lo vedi uscire all’improvviso... >.

    <Sì John. Sì!>.

    < Non vedi mai da dove... >.

    <Ė vero John! Non so mai, dove si è rifugiato! All’improvviso lo trovo davanti e basta!>.

    <Ė quello il trucco.>.

    <Davvero non capisco!>.

    <Sforzati. Puoi farcela.>.

    <Sì John. Finalmente ho compreso!>.

    <Bravo!>.

    L’auto e i suoi occupanti erano dalle parti della Manhattan Art & Antique Center. Tra pochi istanti, avrebbero raggiunto la 55esima strada.

    <Ė là! Ė là John! Ė dietro a quel lampione: ne sono sicuro!>, asserì Mark.

    <Si! La vedo anch’io!>.

    <Ė forte, John? Ė forte?>.

    <Sì Mark. Ė forte! È forte!>.

    L’istante successivo, John fu dall’altra parte.

    Venti minuti più tardi la polizia intervenne sul luogo, chiamata da un autista del servizio di nettezza urbana che aveva notato uno strano ammasso di ferraglia all’angolo con la seconda Ave.

    Nei pressi di un negozio d’ottica e della pizzeria “Angelo’s” una potente automobile era andata a sbattere contro un lampione.

    Il corpo di Mark giaceva immobile con le ossa fratturate dal lato passeggero.

    Sembrava stupito, almeno a detta dell’agente che con un gesto di pietà si preoccupò di chiudergli le palpebre.

    Nei giorni che seguirono gli investigatori indagarono senza capirci un bel nulla.

    L’indagine fu presto chiusa e classificata irrisolta.

    All’ultimo istante, quando John aveva ormai lanciato la vettura contro il lampione, a Mark era venuto il dubbio che in realtà quel punto non esistesse.

    Ora John si trovava dall’altra parte della porta ma che cosa poteva fare con quella mezza autovettura?

    Pensò al padre e alla madre che cechi dalla nascita, l’avevano lasciato crescere al buio fino all’età della scuola.

    Agli assistenti sociali che vennero a liberarlo, i genitori riferirono con dispiacere di non aver compreso il momento giusto per alzare le tapparelle in casa, così il ragazzo era cresciuto nell’oscurità.

    Ad ogni modo quella brutta storia era passata e John li aveva perdonati.

    Adesso era un uomo e si spostava per mondi tra loro invisibili. Presto sarebbe tornato a trovarli e a prenderne una vettura nuova e magari, questa volta, l’avrebbe scelta rossa.

    © Veniero Rossi.
     

     
  • 22 gennaio 2016 alle ore 23:58
    The Invisible Ship

    Come comincia: Ciò amo ricordare nelle fredde e umide serate invernali, quando alla taverna in pietra di Thomas Godwin vado a sedere in cerca di un poco di pace e di una sacrosanta pinta di rum. Prima che quella vecchia strega di Margaret venga a prendermi per trascinarmi ubriaco fradicio in casa, maledicendo sette volte, uno per ogni giorno della settimana, il momento in cui decise di sposarmi.
    - Un tempo Thomas ed io, di quella marmaglia facemmo parte...

    The Invisible Ship
    L’invisibile Vascello
    di Veniero Rossi

    Sulla nave in secca la ciurma operava in silenzio, alternandosi nella stiva rischiarata dalle lampade a petrolio che per l’occasione erano accese.
    Dai boccaporti dischiusi si diffondevano il fumo denso e una luce ocra spettrale.
    Saldamente assicurato con forti cime a dei grossi ceppi disposti in coppia a prua e a poppa e conficcati nella sabbia, il battello offriva superbo la prora al vento proveniente dal mare.
    Sinistri scricchiolii e tonfi sordi si avvertivano giungere dalla spina in acero di quel vecchio legname.
    L’occasione tuttavia era unica per svolgere quell’importante affare ma il tempo a disposizione, esiguo.
    A sostenere il vero, si trattava di una possibilità legata a poche ore in tutto.
    Così l’equipaggio correva dalla sopra coperta, alla sentina, cercando di risolvere il problema con il timore che il comandante tornasse a bordo e una volta sul cassero, all’accenno della marea di ritorno impartisse l’ordine di salpare.
    Sulla costa bianca di West Kirby in Inghilterra, il restante manipolo di marinai forti e coraggiosi di quella nave, lavorava di là del bagnasciuga, riempiendo in tutta fretta grossi otri rossi di terra per trasportarli a bordo.
    Presto sarebbe giunto il fortunale e le attività ne avrebbero risentito.
    Tuoni e lampi si cominciavano a formare all’orizzonte e una coltre d’acqua in quella notte da lupi cominciò a cadere.
    Carichi cirri, atterrirono uomini che in vita loro avevano visto tutto.
    Nei minuti che seguirono, tutte le armi, munizioni, uncini, asce e quant’altro armamento, coltello o punteruolo, perfino i cavatappi della cambusa, finirono coperti di arena e stivati nella capiente pancia dell’imbarcazione.
    All’orizzonte, come pecore bianche innocenti, le increspature d’acqua intrapresero il cammino.
    La marea salì veloce e il comandante tornò a occupare posto sul ponte che il vento in coffa rafforzava.
    Assieme alla ciurma, attese nell’oscurità che arrivasse a lambire la nave sino al galleggiamento.
    Il vascello vacillò nel riprendere fondo e ruppe bruscamente ogni ormeggio.
    Neppure l'ancora, interrata sul fondale, riuscì a trattenerlo e la catena rischiava di strappare nell'arare il fondo.
    Fu in quel momento che ordinò al secondo di sollevarla e prendere il largo, appiccando con rabbia il proprio uncino alle mura.
    Privo di velatura e con l’albero di maestra spezzato e appariscenti fori, il vascello virò a dritta nella disperazione generale.
    Alcuni di quei marinai ebbero unicamente il tempo di serrare al corpo le vesti che il ponte fu battuto da un’onda di mare talmente forte da uscire a poppa e scaraventarne un paio in acqua.
    E molte altri ancora di quei flutti sarebbero presto arrivati in quel freddo oceano.
    Quegli uomini dovettero farsene una ragione.
    Il misero tentativo di seppellire le armi a bordo, era fallito...
    Un qualche attrezzo contundente doveva essere sfuggito o non essere stato seppellito a dovere!
    Giacché il vascello tornava a navigare e la maledizione prolungata per un altro mezzo secolo.
    Giusto il tempo necessario a tornare da quelle parti e avere un istante di pace!
    Nel mare profondamente cavo e nella notte torbida e ventosa, il vascello solcò i marosi fino a diventare invisibile all'orizzonte.
    -Sul trinchetto spiccava impavida la bandiera e il teschio.

     
  • 10 gennaio 2016 alle ore 14:44
    Dark Night

    Come comincia: Quella che si apprestava di là dalla finestra, era la notte.
    Nulla di strano dato l’orario al limite con la cena.
    Tuttavia essa si mostrava cupa come mai avevo avuto occasione di vederne.
    Persino il bagliore dei lampioni appariva debole più del solito e i fari delle automobili sulla via seguivano il tono nella misura di apparire addirittura spauriti.
    Mi avvicinai alla lastra di vetro umido per guardare meglio.
    Ricordo che i contorni delle abitazioni antistanti alla mia, si mostravano tondi e indefiniti.
    Quei muri eretti in legno e pietra, parevano finirvi dentro ed essere rosicchiati.
    Stropicciai gli occhi pensando di avere riposato poco, ma nulla daffare: l’effetto perdurava!
    Perciò attribuii la colpa alla nebbia che in novembre cala sulla città velandola col bianco, sbagliando; come ebbi modo di costatare più tardi …

    Dark Night
    Mezzanotte
    *
    - Che v’inghiotta a tutti quanti!- Affermai pensando al potere di quella coltre e agli abitanti di quel luogo remoto.
    Del resto è gente cui frega poco o niente degli altri.
    Poi tornai nel letto a godermi il riposo.
    Mancavano un paio d’ore a che suonasse la levata.
    Col suono meccanico della sveglia negli orecchi non riuscii a fare altro che mantenere lo sguardo sul soffitto giallognolo della stanza.
    Oltre a tutto dal piano sottostante la vecchia serpe di Grace compiva rumori inutili, strascinando le sedie da una parte all’altra della casa.
    - La smetti?- Urlai prima di poter distinguere nuovamente il ticchettio della sveglia; segno che il messaggio era arrivato.
    Capperi, sapere che a poche ore ti attende del duro lavoro non è il massimo della vita …
    Andai a sondare il piano del comodino a caccia del tabacco.
    La voce stridula di quella donna mi fece accapponare la pelle:
    - Will è ora che tu vada!- ululò rompendo del tutto l’atmosfera ovattata.
    La presenza di Grace è una schifezza che dovevo sopportare per via dell’averla presa in sposa.
    Quel giorno dovevo essere stato, ubriaco.
    E di trascorrere un’unica ora con lei, non lo augurerei al peggior nemico.
    Era strana quella sera, dicevo …
    Si avvertiva dal sapore dolciastro di terra sul palato e da un sottile cerchio alla testa.
    - Ti svegli?-, strillò per la seconda volta.
    Adesso era giunto il suo momento per parlare e per quanto potessi replicare, svegliarmi era essenziale e ragione valida per sollecitarmi, non sarei riuscito a darle torto.
    - Ho capito!- dissi forte, finendo di sputare nel cesso quanto rimaneva di quella foglia amara.
    Un lampo squarciò il cielo in più parti e subito seguì il tuono a scuotere casa e far tremare i vetri.
    Un nuovo boato giunse qualche istante più tardi.
    Diamine, pareva che tutti i fulmini del globo si fossero fissati appuntamento in città.
    La luce elettrica tremò stentando a lungo prima di riprendere vigore e rese tremule e orripilanti persino le ombre.
    - Will, chiudi la finestra!-. Urlò Grace.
    A quella strega per di più, la grazia è sempre mancata.
    Provvede sempre a farmi notare tutto.
    Sbuffai.
    - Will la finestra!-, tornò a ripetere.
    Crede forse che sia disposto a lasciare spaccare casa dal maltempo?
    - E chiusa caspita! E chiusa!-, risposi gridando.
    Non stupitevi però, la nostra conversazione è continuamente fuori tono.
    Non è un segreto che non si vada d’accordo.
    Tornai in attesa pensando che aggiungesse qualcosa, un borbottio magari, ma non accadde.
    Così infilai i pantaloni e la maglia sopra al pigiama perché fa freddo e sono convinto che sia inutile sciacquarsi più di tanto e poi se il padre eterno ci avesse voluto profumati, avrebbe messo al mondo qualche altra razza di gente non certo questa.
    Discesi le scale convinto di incontrarla e sapendo che mi avrebbe proposto di mangiare.
    Non crediate.
    Non perché mi vuole bene.
    La mia cara moglie tiene alla mia salute per il poco guadagno racimolo la notte e se qualcosa andasse storto e perdessi anche quest’umile lavoro, per lei non ci sarebbe nulla da fare.
    Morirebbe di stenti perché nessun uomo può sentirsi attratto da lei.
    E così brutta e acida che la rifiuterebbero.
    La incontrai sulla soglia della cucina, malvestita e con i capelli unti:
    - Esci senza salutare?-, domandò smacchiando le mani sul panno.
    - Tanto ci rivediamo!-, risposi con ironia. Magari ora avrebbe fatto silenzio.
    - Che cosa vuol dire?-, esclamò.
    Litigare con me, è la ragione della sua vita …
    - Donna, vado e non voglio far tardi!-, affermai rivolto all’uscita.
    Adesso sarebbe stata soddisfatta?
    - Ho dello stufato di lepre, - disse senza particolare inflessione.
    - Perché ti ostini a propormelo? Non hai mai saputo prepararlo. -.
    E la verità ma deve essere troppo anche per lei, perché gira i tacchi e va via.
    Meglio così.
    Le smancerie sono inutili e poi è meglio non celare che i sentimenti cambiano.
    - Passo da Malcolm. Cenerò da lui!-, farfuglio quando ormai sono all’aperto.
    Per certo le passerà. Altrimenti può lasciarmi.
    Del resto peggiore di così, tra noi non può andare.
    Odo l’anta cigolare alle spalle.
    Insufflo aria umida nei polmoni e impreco per non avere pensato piovesse tanto.
    Grace osserva dalla finestra convinta che sia un cretino a non avere recato appresso l’ombrello.
    - Va dentro e finisci di spicciare!-, strido contro vento.
    Vedo scemare la tendina e dietro di essa luce fioca.
    Nemmeno i poveri hanno lampade tanto deboli.
    Che notte strana questa.
    Comunque Grace mi ha dato retta.
    E per fortuna, non la rivedrò che domani.
    Salgo in macchina infradiciando il pianale.
    Se c’è una cosa che mi fa imbufalire e avere l’interno dell’auto sporco o infangato, ma per questa volta andrà così.
    Non è possibile fare nulla.
    Accendo la motrice del vecchio furgone GM e metto un pezzo di sigaro in bocca.
    Poi sintonizzo la radio.
    Mi terrà compagnia.
    Stanno suonando: “I’m singing in the rain.”
    Che idea strampalata!
    Quasi che ci sia altro e che la vita sia un sogno meraviglioso.
    Per me non è così che andata.
    Bene però se Frank ci fa sopra un poco di dollari!
    Senza di quelli sarebbe ancora più triste.
    Perché un uomo vale quanto la capienza del suo portafoglio.
    Per una volta mi metto a cantare.
    Sapete, non ho una brutta voce.
    Unicamente non ho mai pensato di ricavarci del denaro.
    Un altro errore, chissà...
    L’acqua oscura il parabrezza.
    Canto con più voce.
    Sono quindi miglia ad arrivare alla locanda di Malcom.
    Una topaia sulla statale frequentata da persone di tutti i tipi.
    Puttane, ladri e giocatori, in prevalenza.
    Si aggiungano camionisti e viandanti più qualche marito in fuga.
    Sì, sono convinto che vada esattamente in questo modo.
    Da tempo tengo una personale statistica.
    In America spariscono centinaia di persone ogni anno.
    La maggiore parte adulta e di sesso maschile.
    Uomini andati a comprare le sigarette e mai rincasati.
    Alcuni rintracciati nei giorni seguenti.
    Magari assai sbronzi.
    Altri senza memoria.
    Qualcuno con il cranio fracassato o il corpo appesantito dal piombo.
    Mi piace pensare che quelli che non trovano mai siano i fortunati e che adesso si divertano ai tropici con una bella ragazza.
    Quanti di loro sono passati proprio da Malcolm?
    Dovrei farlo anch’io.
    Partire e non fare ritorno.
    Poi mi domando: per andare dove se ogni posto al mondo è un cesso?
    E se non lo è, presto finisce per diventarlo.
    Altrettante miglia occorrono da Malcolm per raggiungere il mattatoio.
    E giuro: non è strada bella!
    Tutta curve e dirupi.
    E per che cosa poi?
    Per andare a squarciare la gola ai vitelli.
    Già, questo è il mio mestiere.
    Sapete come si fa?
    No?
    Bene, allora ve lo dico io:
    Gli animali sono spinti dal recinto all’interno di una corsia.
    Uno per volta arriva a un capolinea.
    Là una sbarra d’acciaio blocca il quadrupede in maniera da non farlo retrocedere.
    Io gli sono davanti e sollevo il muso, mentre il collega infila una staffa di traverso perché non possa abbassarlo.
    Appena ha fatto, retrocedo di un passo e con un coltellaccio ben affilato e lungo quaranta centimetri compio un movimento unico per recidere il collo da parte a parte.
    Ci vuole forza e decisione.
    Non è cosa per tutti.
    Il sangue schizza a fiotti, finendoti addosso e sul pavimento.
    Nel frattempo la bestia muggisce dal dolore, ma non può muoversi.
    Trema.
    Scalpita.
    In quella posizione innaturale rimane fino a dissanguarsi.
    Questione di pochi di minuti.
    Al massimo cinque.
    Una vacca è arrivata a dieci.
    Pensammo che non sarebbe morta.
    Comunque un caso particolare.
    A ogni modo alla fine stramazzano.
    A quel punto il collega apre lo steccato da un lato e con un gancio la trasciniamo altrove facendola scivolare sul suo stesso liquido e urine.
    Già: non tutti sanno che appena muore se la fa sotto!
    Anche Valmon, il cugino di Grace se la fece sotto.
    Lo ricordo dondolare appeso alla trave del fienile e con la patta bagnata mentre in terra vi era una panca rigirata.
    Valmon pareva contento.
    Si era strozzato utilizzando un cordino elettrico.
    Due sottili cavi tra loro intrecciati.
    Nessuno ha mai compreso la ragione.
    Il bello è, che quando torniamo, il posto è occupato da un altro animale!
    Al macello ci sono tre file e tre macellatori.
    In poche ore è una carneficina e in un anno una strage.
    Questo è il mercato.
    Thomas e Coleman sono i nomi dei miei colleghi.
    Tipi spicci e di poche parole.
    A sentire le loro storie vengono i brividi sulla pelle.
    Badate però che non svolgo da sempre questo mestiere.
    Occorre troppo stomaco per farlo.
    Unicamente da quando ho chiuso lo spaccio.
    Sette, otto anni al massimo.
    E non è per colpa mia se in precedenza le cose non sono andate bene.
    La gente di qui è strana.
    Possiedono terra e sono allevatori.
    La domenica mattina la trascorrono a messa e a battersi sul petto.
    Poi tornano in casa e picchiano le donne.
    Trattano male i bambini.
    All’alba del lunedì sono già in opera.
    Quando di buon umore, donano qualche obolo.
    I soldi veri però li serbano per il circuito interno e il risparmio del mese finisce direttamente in banca o sotto qualche asse della loro abitazione.
    Perciò solo gli spicci finiscono a chi non è del luogo.
    Io sono di Toronto e chissà cosa mi è preso per venire da queste parti a cercare fortuna.
    In pratica mi sono condannato da solo!
    - Ciao Nathan. Cosa ti servo?-. Domanda Malcolm.
    Anche lui è un tipo strano.
    Rosso di capelli e con lentiggini sul volto.
    Vive con una ragazzina.
    Non si sa se sia la figlia o una sbandata.
    Nessuno trova da ridire e lo sceriffo è un uomo vecchio.
    Malcolm ha sangue irlandese e crea nuvole di fumo denso di là dal banco.
    - Non so!-. Rispondo pensando che ho voglia di bere.
    - In caldo abbiamo della lepre. Te ne faccio portare una porzione?-
    - Mondo vacca, ma cosa avete tu e la vecchia stasera? Tutti con lo stufato?-
    Ride Malcolm. Gioisce di gusto mostrando denti gialli.
    Nessuno dei suoi clienti ama parlare della moglie.
    - Ti offro un whisky-, esclama con voce roca. - Credo proprio sia quello di cui hai bisogno.-
    - Bene!-, rispondo deciso.
    - Se la prima bevuta è gratis, pensa a preparare la successiva in fretta. Non vorrei che si affermasse in giro che approfitto della tua benevolenza.-.
    Di nuovo rivedo i canini di Malcolm.
    Erravo ad affermare che fossero gialli. Più esattamente sono sul marrone.
    Mastico del sigaro e scolo quel bicchiere e ancora un altro e forse aggiungo qualcosa.
    Porca vacca, dentro ho sempre freddo!
    Una ventata fredda dirada l’aria viziata del locale.
    A metter piede dentro e un contorno aggraziato di donna.
    Deve essere fradicia.
    Questo tempo non è adatto per una signora.
    Tossisce.
    Non mi ricordo di averla vista da queste parti.
    Avrà circa trent’anni.
    E a giudicare dalle curve, ben fatta.
    Nessuno però sembra osservare.
    Solo Malcolm.
    Noto che ora confabulano tra loro.
    Poi lui la accompagna a sedersi dalle mie parti.
    La squadro di profilo.
    Per una così, sarei disposto a dimenticare tutto.
    A ricominciare altrove.
    Di certo non sarà sola.
    Avrà un uomo ad accompagnarla …
    Ma è qui da dieci minuti e nessuno è entrato.
    Bevo un sorso.
    - O la va o la spacca!-, dichiaro prima di scolare il bicchiere e alzarmi.
    Barcollo per un istante.
    Poi mi avvicino.
    - Salve!- affermo quando le sono accanto.
    Sembra far finta di non avere udito.
    - Notte assai umida e buia!-. Affermo.
    - Già!- Risponde voltandosi ed è davvero più bella di quanto mi aspetti.
    - Non è di queste parti o sbaglio?-, domando.
    - No, infatti!-, risponde nervosamente.
    - Posso sederle accanto?- domando con gentilezza.
    Qua l’ambiente è quello che è, può farle comodo un uomo a proteggerla.
    - Mio marito è fuori. Sta per entrare ... -.
    Bene. Sì. Dicono un po’ tutte così.
    - Io non la lascerei sola nemmeno per un minuto.-. Osservo spostando verso di me la sedia.
    Torna a guardare davanti nervosamente.
    - Vuole ordinare da bere? Offro io-, le sussurro all’orecchio non appena seduto.
    Perché girarci attorno?
    E una notte unica questa.
    Lei mi guarda come se non mi vedesse, poi una mano mi si appoggia alla spalla.
    - La signora è con me! -. Afferma un giovane ragazzo.
    Anche lui si distingue.
    Potrebbe essere mio figlio.
    BE non è da me insistere inutilmente.
    - Peccato!-, affermo. -Intendevo solo scambiare quattro chiacchiere. Adesso vi lascio perché ho daffare ... -
    Torno a sedere al mio posto.
    Non c’è mai una volta che sia fortunato.
    Peccato.
    Malcolm giunge poco dopo da loro con due porzioni di stufato.
    Insomma: alla fine è riuscito a piazzarlo.
    E mezzanotte quando vado via.
    Sento dire alle spalle: - Buona serata Will -.
    E Malcolm ovviamente.
    Sa sempre chi entra o chi esce.
    Ricambio il saluto e un morso mi afferra nello stomaco.
    Cosa caspita ci vuole a dire: - Buona serata Will!-.
    Una frase semplice.
    Alle volte non completamente sincera, ma riferita con sufficiente naturalezza da sembrarlo.
    Quando mai Grace ci ha provato?
    Sempre a parlare dei conti da pagare e di mangiare.
    - E colpa di Betty!-. Farfuglia da là Malcolm.
    - Già Betty!- Rispondo.
    Nemmeno m’interessava quella donna al locale.
    Solo una maniera facile per far trascorre un poco di tempo.
    Mah! Tanto è andato tutto storto.
    Sputo in terra.
    Non ho più saliva.
    Faccio qualche passo sulla ghiaia e prendo dalla tasca un altro pezzo di tabacco.
    Finirò a perdere i denti, ma dal padre eterno meglio andarci con gli acciacchi.
    Domani sarà un altro giorno e tornerò in questo letamaio al termine delle ore di riposo.
    Era una brutta notte dicevo …
    Si avvertiva dall’ululare dei lupi senza che in cielo ci fosse la luna e non mi era capitato di udirne tanto prolungati.
    - Che caspita avete?- domando mentre urino sulla ruota del furgone perché il cesso del locale fa talmente schifo da pigliare la scolo solo a toccare la maniglia della porta.
    Con calma apro lo sportello.
    Il mio winchester è appeso sul cassone.
    Avvio il motore e innesto la marcia.
    Mi dico che se questa notte quei famelici cani avessero a cercare rogne, perdiana, le avranno trovate.
    Io ne ho di ragioni per litigare con il mondo intero.
    Il furgone saltella sulle buche traboccanti d’acqua e ricomincia a piovere.
    Quindici miglia di strada in discesa.
    Quasi interamente nella foresta che dal paese scende a valle.
    Vecchi abeti e pietre secolari.
    Qualche animale notturno tipo l’allocco.
    La percorro da anni e che crepino tutti; è disgraziata.
    Malcolm lo ripete spesso:
    - La colpa è di Betty.-.
    Lo afferma così di punto in bianco.
    E quando meno lo aspetti, senti che pronuncia quel nome.
    Magari muovendo piano le labbra, mentre ripone ad asciugare i bicchieri.
    Era giovane e il mattino assolato quando gli capitò di trovare una testa mozzata di fronte al locale.
    Altri pezzi li recuperano dei paesani seguendo la strada verso valle.
    Prima una gamba di donna, poi l'altra.
    Un piede, un braccio mi pare.
    In una progressione folle in cui l'unica regola era costituita dalla misura.
    Un miglio e mezzo a pezzo.
    Tutte quelle parti erano state ripulite talmente bene da apparire finte, quasi fossero pezzi di plastica di un manichino.
    Le mani, lunghe e affusolate le trovarono per ultime; poggiate delicatamente su un foglio di giornale e su un cippo.
    Inutile affermarlo, Malcolm ne restò assai colpito.
    Secondo la sua versione quella maschera pista di sangue, solo il volto era pieno di lividi, era viva quando l'aveva raccolta e gli aveva sorriso.
    Indagarono per giorni anche su di lui.
    Non emerse nulla.
    Escluso fosse lui l'assassino l'indagine si arenò e la colpa fu attribuita a un camionista di passaggio che secondo gli ispettori venuti da fuori città l'aveva trasporta per mezzo Canada prima di abbandonarla ridotta a quel modo.
    Per ciò, per quella morte, non c'era un vero colpevole e neppure movente.
    A chi appartenessero quei resti, non si seppe mai così restò senza nome.
    L’unico a dirsi sicuro a riguardo fu sempre Malcolm.
    Per lui non poteva che chiamarsi Betty.
    Quanto alla ragione, disse che non poteva essere diverso.
    Trascorse poco tempo e si lasciò con la moglie.
    Esattamente fu abbandonato.
    Nessuno trovò strana la cosa e se chiede a lui di chi sia la colpa, affermerà sempre: - E di Betty !- e in ultimo aggiungerà che a lui ha portato fortuna.
    Nell'accendere il quadro dell’auto, penso che ognuno rechi la propria croce …
    Il motore gratta nell'innestare la marcia.
    Impreco quando scorgo due sagome a ridosso dei parafanghi.
    Una è magra. L’altra, goffa.
    - Porca puttana. Volete ammazzarvi?-. Urlo senza calare il finestrino.
    La più chiatta sembra udire, perché si volta.
    Ha occhi scuri come le tenebre e un’espressione indecifrabile.
    Dovrebbe essere una donna.
    Una brutta donna.
    Porca vacca mi dice sempre male!
    - Predicatori della minchia. Vi hanno sbattuto fuori di casa perché stanchi del vostro sermone? Così adesso vagate in strada e desiderate crepare?-.
    Ora ride e con lei lo fa anche la persona accanto.
    E un uomo.
    Scopre il volto butterato tenuto celato sotto il cappuccio.
    Davvero: non li vorrei vicino nemmeno a pagamento.
    Libero la frizione, ma la donna allunga il braccio fino a poggiarlo sul montante.
    - Togli quella manaccia? Fatti da parte!-, sibilo girando contro lo sterzo.
    Del resto non amo i prepotenti e i vagabondi!
    - Se vuoi, puoi insistere. Dirò che era buio e non ti ho visto. Sono capace di farlo sai ... -.
    Le ruote vanno a vuoto sul fiume di fango diretto alla valle.
    Impreco e accelero.
    Lei sembra riuscire a trattenere i cavalli.
    Una grandinata di sassi e melma sale dal basso della macchina imbrattando le fiancate.
    Lei sembra ridere di gusto, ma il volto non ha nulla di umano, trasfigurato nello sforzo fisico in una maschera animale.
    Innesto la retromarcia.
    Sono certo che gli pneumatici torneranno a far presa sul terreno e riesco a liberarmi.
    Percorro qualche metro all’impazzata, pensando di avere bevuto qualcosa di troppo.
    La vettura gira su stessa, quasi ribaltandosi.
    Innesto di nuovo la marcia, seguita da un’altra e ancora.
    Adesso sono sulla statale e per una sola maledetta occasione, lieto di raggiungere presto il mattatoio.
    Quei due, realmente, avevano un aspetto ributtante.
    Non faccio a tempo a respirare che un tonfo sordo e una sbandata mi avvertono che qualcosa di pesante è a bordo.
    Recupero il winchester che punto verso il retro.
    - Che tu sia quello che penso o qualcos’altro, vecchia baldracca: vero come dio, questo gioiello ti sistemerà!
    Avverto lo scoppio e il rinculo mi fa dolere il polso.
    - Pagherai anche questa!-, affermo mentre odo un rantolo di dolore provenire dal cassone.
    Provo ancora la sensazione di avere un’allucinazione in quella notte scura.
    Che tutto sia un sogno?
    Che Grace non si mai esistita?
    Che il fallimento non abbia sempre contornato la mia vita?
    Gli alberi ai lati della strada mi appaiono distorti.
    Sono sempre stati tanto alti?
    - Will hai bevuto troppo e sei in una curva … - m’incalza all’improvviso la voce dentro la testa.
    Afferro lo sterzo mentre col muso urto il pietrame montato a secco sul pendio.
    Ne tiro giù una pertica.
    - Questa cavolata ti costerà Will. Sai quanto viene riparare il parafango?-.
    Ora è Grace a parlarmi.
    - Fatti gli affari tuoi!-. Urlo mentre rimetto in strada il furgone.
    - Nemmeno adesso mi lasci in pace?-.
    Lo scoppio provocato dalla sponda nel trapassare l’abitacolo è netto e sinistro.
    Deve averne di forza quella donna per averla divelta dal cassone.
    Sparo un colpo sulla linea metallica.
    Se è all’altro capo, incasserà altro dolore mi auguro.
    Di nuovo il silenzio, rotto dal fracasso delle marce che scalo in prossimità del tornante.
    - Evviva sono in salvo!- grido nel momento in cui mi convinco che quell’essere malefico non ci sia più.
    Poi osservo sullo specchietto retrovisore e dall’oscurità emerge lentamente il volto grasso e tondo della donna.
    I capelli bianchi le ciondolano ai lati di guancie affette dall’acne.
    Le fosse del naso, sono larghe quanto quelle di un toro infuriato.
    - Bastarda. Mi vuoi ammazzare?- Urlo.
    Dietro di lei c’è l’uomo magro.
    Ha il mento in avanti e denti in oro.
    Tiene alta la gamba sull’abitacolo e un’ascia nella mano.
    Il lurido impermeabile scuro svolazza nella pioggia battente.
    Lo dicevo, era una notte come mai ne avevo viste e m’inseguiva la morte.
    Fu allora che presi la decisione di andare giù per il burrone.

     
  • 05 dicembre 2015 alle ore 18:44
    Christmas dinner

    Come comincia: Era acquattato sulla poltrona in finta pelle nera con la faccia rivolta allo schermo del computer situato al centro di una scrivania in noce antico.
    Gli occhi gli dolevano per la fluorescenza emanata dall’apparecchio che rendeva la cute delle mani colore azzurrognolo biancastro.
    Eppure sembrava accorgersi di nulla, nel tempo speso a comporre parole per risposta ai commenti lasciati dagli amici e lettori all’ultimo racconto edito sul “Blog”.
    Frasi di circostanza. Tipo: «Grazie per la visita. Sì! Una visione onirica infarcita di ossessioni».
    La moglie lo chiamò dalla cucina: «Carlo, mi daresti aiuto?», domandò dolcemente, «Sono in ritardo col preparare la tavola», precisò per non innervosirlo.
    Erano quasi le sette di sera e c’erano tante cose daffare prima che arrivassero gli invitati.
    «Un attimo soltanto! Finisco di ringraziare gli amici. Sai: l'ultimo lavoro... ». Rispose Carlo.
    “Era mai possibile?” Si domandò Maria. Sempre impegnato con quella passione: scrivere racconti dell’orrore! Sbuffò:
    «Sì amore. Il tuo raccontino è andato assai bene. Lo so! Me lo hai detto!». Disse a mo di cantilena, dondolando la testa da un lato all’altro delle spalle.
    Poi si corresse.
    Del resto quell’uomo aveva bisogno di qualche svago e non c’era nulla di male che perdesse del tempo. “Solo che alla vigilia!”
    «Meglio questo che giocare a carte o alle “macchinette” del bar», disse alla fine, tornando a riassettare la doppia tovaglia e distribuito sopra di essa il vasellame.
    Carlo rilesse quanto finito di scrivere a “Eleanor”, un grazioso sostantivo in grado di nascondere di tutto. Da una bella principessa, a uno qualsiasi dei sette nani.
    Per quanto conosceva di Eleanor, questa poteva essere il lupo di cattivo in cerca di cappuccetto rosso o della nonna; oppure l’orco cattivo di Pollicino, o la dolce fatina di Pinocchio.
    Per certo però, era un lettore!
    Aveva lasciato un commento e giusto sarebbe stato rispondere. - Da spocchiosi il contrario!
    «Sono davvero contento che tu abbia gradito, Eleanor» impilò rapidamente i caratteri sulla tastiera, finché il sistema li fece apparire sulla riga di sotto il racconto, «spero di scrivere ancora parole così belle come mi è capitato di fare oggi».
    Quindi continuò:
    «Mi siete tutti vicini, grazie!».
    La frase pareva andare.
    Pigiò il tasto d’invio e passare a leggere il commento dell’amico Adalberto.
    Di lui ricordava che fosse a Milano; no, anzi: a Torino, sì. Proprio così! Aveva scambiato con lui dei messaggi parlandone il mese precedente.
    «Mi spiace che tu non abbia compreso la storia, o... », scrisse, «per meglio dire: il titolo!».
    In fondo si trattava di un semplice thriller:
    «L’orrore corre sul filo del telefono non mi era sembrato male e l’ho titolato in questo modo, non per via della bolletta. Siamo in crisi nera, è vero, ma ci gioviamo d’abbonamento alla linea telefonica a tariffe speciali, grazie al cielo!».
    Indubbiamente era sulla buona strada, un poco di sarcasmo nel rispondere non avrebbe guastato i rapporti, anzi sarebbe apparso - di settore.
    Farsi vedere privi, al contrario, sarebbe stato interpretato come segno di debolezza! «Fai bene a precisare che in realtà non si tratta di un filo come riportato nel testo, ma di un doppino! ». Scrisse con una discreta rabbia e continuò:
    «È vero, così come il fatto che tu fai l’elettricista alla Telecom. Non negare! Lo so e comprendo quanto sia duro e noioso il tuo lavoro. A ogni modo è un’intestazione. Nulla di grave! Mi aspetto di risentirti presto. Ciao. Ciao. Carlo».
    Lo sollecitò nuovamente la moglie, una donna buona e bella, un poco grassottella e sempre più indaffarata: «Amore?» Supplicò quasi dal corridoio.
    «Arrivo!» Rispose lui.
    Già sapeva cosa intendeva domandargli e aveva promesso di darle una mano con le cose. Ora però che era giunto il momento, non aveva voglia e intendeva restarsene in pace.
    «Sono in ritardo: Aiutami!». Disse stizzita Maria, tornata in cucina e uscendo di nuovo con un cumulo di posate da portare in tavola.
    «Sì! Spengo il computer e vengo da te!». Ripeté meccanicamente, quando mancavano poche righe per terminare anche l’ultimo commento.
    Del resto sarebbe stato brutto e sconveniente per “Lucifero”: un visitatore mai conosciuto prima, peccare nella risposta. Un gesto “snob”che non era da lui. Decise di dare risposta in maniera veloce:
    «No, Lucifero», scrisse, «non c’è pericolo che il virus omicida finisca nella vita reale diffondendosi da internet». Mamma mia quanto doveva essere menagramo quel tipo, solo a pensare possibile una cosa del genere.
    «Oggi utilizziamo il wireless. Per questo motivo, ciò sarebbe potuto capitare solo e unicamente anni addietro! Ciao. Stai bene!».
    Si girò per scollegare la corrente, e aveva le dita sul pulsante quando si accorse con la coda dell’occhio di un’ombra alle spalle.
    Ebbe unicamente modo di sollevare a mezz’aria la risma di carta per la stampa, smazzata ore prima e lasciata di fianco.
    La lama d’acciaio del lungo coltello seghettato pensato per tagliare il pane, s’infranse su di essa lacerando diversi fogli del pacco.
    «Diamine!». Imprecò rivolto alla moglie:
    «Mi vuoi ammazzare?».
    «Scusami amore!». Rispose la donna, apparsa subito costernata per l’accaduto e dolorante al polso per il violento rinculo della lama sul cumulo di fogli.
    «Non so proprio cosa mi ha preso!» Disse, ed era schietta così s’interpretava dagli occhi dolci, seppure vacui e lattiginosi che aveva.
    Carlo si premurò subito di raccogliere il coltello e sistemarlo da parte, al sicuro.
    Doveva essere accaduto qualcosa di grave, perché Maria non era mai stata una persona violenta o rancorosa.
    Gli venne in mente che la causa dovesse essere esterna. Perciò domandò:
    «Dimmi amore con cosa stavi lavorando di là in cucina?».
    Era certo di venire a conoscere la ragione dell’assurdo atteggiamento.
    «Ho acceso la grattugia elettrica!» Ricordò la donna candidamente, prima di tornare a osservare il vuoto.
    «Non fa nulla, amore! Ho compreso!». Esclamò Carlo, aggrottando le ciglia con soddisfazione.
    «Mi perdoni allora?» Domandò incerta la moglie. “Era davvero grave il fatto di aver sferrato una coltellata al marito!”
    «Certo!» Rispose l’uomo, «è per colpa mia che è accaduto! Continuavi a chiamarmi ed io a ripeterti di darti una mano, senza farlo concretamente. È normale!».
    Carlo schiarì la voce, un paio di volte, lasciando intendere di non volerci pensare più.
    «Amore mi spiace davvero!».
    In definitiva, il marito era proprio tenero. Aveva capito il momento di disagio e ammesso il proprio errore.
    In quel momento bussarono alla porta della loro casa.
    Fra pochi istanti la tranquilla abitazione immersa nel silenzioso ed elegante comprensorio di città, si sarebbe riempita d’amici e parenti e chissà quanti bambini, venuti con loro a festeggiare la notte di Natale.
    Gli schiamazzi e le risate di festa si avvertivano già oltre l’anta imbottita.
    «Andiamo di là amore. Ti darò l’aiuto cercato... ». Disse Carlo, avvicinandosi all’entrata con il lungo coltello celato dietro le spalle.
    Trascorsa la mezzanotte avrebbe cambiato il titolo al racconto horror pubblicato nel pomeriggio, in: “Il terrore corre sulla linea elettrica di casa”. -Sì, gli pareva indubbiamente appropriato.
    Smorzate le luci in salone lasciò che il chiarore intermittente dell'albero di natale attirasse gli invitati nella stanza, prima di accostare lentamente l’uscio e richiuderlo a chiave.
    Stranamente, seppure ben oliati, quei cardini stridettero a lungo e sinistramente quella notte...