username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Racconti di Federico Giovanni Rega

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Federico Giovanni Rega

  • Come comincia: Questa pagina vuota,questo foglio di carta ,bianco,nudo. Mi trovo qui a volerlo colmare,riempire,ricoprire di parole,renderlo nero,grassetto,senza quell’ossessione dell’horror vacui però;potrei parlare di tante cose. Potrei parlare un po’ di me,dei miei pensieri più profondi, potrei,vorrei,ei,ei. Sono sempre stato così,anche in questo istante,a scrivere ,scrivere ,scrivere “chissacheccosa“. Sempre il solito,dubbi,incertezze,potrei,vorrei. Ma stavolta voglio,posso. Potrei parlare di qualcosa a caso ,di New York ,delle meraviglie della natura,di Napoleone o Cristoforo Colombo,ma la mia testa già ha deciso di cosa parlare: ha scelto una cosa eterna ,insignificante,misera ,infinita;un sorriso. Un sorriso cos’è? Questo non so dirlo ancora, forse è il paradiso,è la porta verso l’Infinito? E’ una piccola cosa, così piccola da essere eterna. Il sorriso della persona che ami,quel sorriso che blocca la mente,interrompe il ciclo vitale del mondo,quel sorriso che non dimentichi mai. Quel sorriso sembra solito ,banale,innocuo ,ma dentro di te si scatena il tormento,un temporale. Fa rumore,in silenzio. Ecco di cosa voglio parlare: un sorriso . Voglio essere più preciso ,il sorriso di una donna. Perché forse è unico il sorriso di una donna,è l’immensità in trentadue denti,e due labbra. S’inarcano appena le labbra quando Lei ride;lì il Sole cesserebbe di splendere se lo vedesse, si spegnerebbe così, sarebbe la fine.

    Pace. Serenità. Niente . Tutto.

    Quando vidi un sorriso così,fu devastante ,distruttivo, mi mancavan le forze . Passai giorni a pensarlo ,senza agire. Ora ho solo quel sorriso,il suo,ed è tutto quel che ho.

    Facciamo qualche passo indietro però,

    Era l’ignaro ottobre quando la vidi per la prima volta. Non sorrideva,andava di fretta,ansiosa,correva ,di spalle. Non potevo afferrare il suo sorriso,se lo teneva stretto stretto,nascosto solo per sé. Camminava stranamente,non si voltava, non si fermava,“rotolava “un dito tra i suoi riccioli color rame,color autunno,come ottobre. Decisi che non volevo vivere più per grandi cose,ma avrei vissuto per quel ramato inaspettato. Non avrei chiesto molto a Babbo Natale,soltanto quei ricci. Non erano rossi ,né castani ,era una sfumatura speciale .

    Mi chiedevo perché l’arcobaleno non avesse il ramato ,adesso è qui accanto a me ,solo per me. Mi dispiace per l’arcobaleno.

    Cosa chiederò mai quest’anno per Natale? Non posso chieder nulla. Potrei chiedere il sorriso di mia madre, gli occhi della mia donna, l’abbraccio di mio padre,ma già c’è tutto questo. Quel riccio ramato sarà tutto mio quest’anno ,tutto da accarezzare,da odorare,tutto da amare. Il suo sorriso spero splenda almeno a Natale,l’ha tenuto nascosto troppo tempo ,ora posso toccarlo ,posso sentirlo.

    Concludo ora.

    Grazie Babbo Natale,l’anno scorso non ti ho potuto ringraziare,lo faccio ora che un altro Natale è ormai alle porte,coglievo l’occasione perché sai,i Maya,il 2012 ,non si sa mai.

    All I wanted fot Christmas,was you.

  • 18 agosto 2012 alle ore 15:30
    Storia di un funambolo stabile

    Come comincia: Precarietà, fragilità. E’ la vita stessa, incerta, instabile. Non vi è alcuna legge, non vi è alcuna logica. Noi crediamo di camminare su forti e consolidate strade asfaltate, e invece…mille crepe, fratture, placche litosferiche in movimento che aprono vortici, essi ci risucchiano in un nulla perpetuo; la strada sotto i nostri piedi, che pare a noi cosi ampia, forse non è altro che una sottile fune oscillante nell’infinito spazio dell’aria. E’ la vita di Salvo Stabile, ma è la tua vita, la mia, di tutti noi.
    Egli è un giovanotto disilluso,deluso. Ora Salvo è un “uomo senza inconscio”, ma un tempo non era così, un tempo sognava, desiderava, aspirava, viveva. La speranza, l’ottimismo sono svaniti ed egli riesce a guardare alla realtà soltanto con lo sguardo labile della nostalgia, con lo sguardo del viaggiatore prossimo al naufragio. Sognava con quella biro e un foglio di carta bianco, candido, puro eppure così irreale, illusorio. Quel foglio non gli avrebbe mai dato da vivere, ma scrivere lo rendeva libero; riempirlo, colmarlo di parole, di inchiostro, era come un rifugio, le dita s’appoggiavano a quella biro come fosse la tastiera di un pianoforte. Scrivere, una melodia.
    Aveva studiato, s’era dannato, ma in concreto era riuscito a scrivere qualche storiella qui e li, qualche esigua “cosuccia”. Quella biro non gli aveva concesso la vita tanto sognata, e neppure denaro per arrivare a domani. Un bel giorno la realtà gli sferrò un colpo troppo forte, una botta violenta che annullò in lui il sogno, la speranza, i desideri nascosti: la morte del padre.
    Quel giorno fu una svolta, terribile. Salvo aveva sentito il peso del vuoto, del nulla, dietro le mille “pseudo - certezze” che la vita ci offre. Davanti  all’apparente solidità del mondo, Salvo era ora solo, senza alcuna guida o supporto, non aveva didascalie o “istruzioni per l’uso della vita”, ma catapultato nel labirinto, in bilico tra vivere e guardarsi vivere. Quella biro la buttò via, lontano lontano; il foglio di carta ebbe simil sorte.
    Decise di voler conseguire una laurea in Lettere poiché, in cuor suo, aveva sempre quel desiderio, in un misero cassettuccio della sua testa ripose il sogno di diventare scrittore, era sublime alle sue orecchie questa parola, aveva un suono infinito. Tuttavia doveva pur sempre pagarsi gli studi e aiutare la madre; almeno doveva provarci, a vivere. Così tra un impiego e l’altro, tra perpetue vicissitudini, la zia decise di prenderlo con sé.  Nemesi era una donna saggia, aveva vissuto una vita intera nel suo amato circo. Lì, tra i suoi funamboli e giocolieri, era una sorta di dea, una dea della giustizia, ma una “giustizia compensatrice”, distribuiva  gioia al momento opportuno, era una via d’uscita, una possibilità per Salvo, di liberarsi dal suo torpore e dalla sua inerzia.
    Un destino,un futuro che per Salvo era tutt’altro che Stabile, e sempre meno lo sarebbe stato. S’immerse così nel mondo circense, in quei profumi e quegli odori che sembravano estraniarlo dal mondo reale. Non aveva una vita felice, non aveva una vita, forse. L’unica donna che aveva avuto con sé era sua madre, e ora la zia Nemesi ,al suo fianco per indicargli un giusto equilibrio. L’equilibrio. Parola ignota a Salvo, la parola più dolce del mondo ad udirla, l’equilibrio come scopo di vita, come senso della vita stessa, forse meta irraggiungibile. Salvo scelse un’umile compagna di vita, con lei era difficile mantenersi in equilibrio, ma forse più facile che farlo con l’esistenza stessa,precaria e priva di un senso definito. La fune era la sua scelta. La fune non era né una bellissima donna, né un “posto fisso” di lavoro, e non era quella laurea in lettere (mai conseguita), ma era tutto ciò di cui aveva bisogno. Per una volta era a suo agio, era se stesso, era Salvo. Paradossalmente, su quella fune cosi sottile, cosi sul punto di cedere, era in equilibrio, in armonia, più di quanto lo fosse mai stato nella vita, su metri e metri di mattonelle e strade asfaltate. La erra gli era sempre tremata sotto i piedi, come in un eterno terremoto, ma la fune no. Lei lo cullava, lo amava mentre deliziava la gente nei suoi spettacoli, con poche acrobazie e qualche sorriso. Talvolta cadeva, e si rialzava, cadeva, e si rialzava di nuovo. La fune l’aveva capito: era un amore, un amore precario. Come il resto, del resto. Era quello che un tempo era la biro, come il pianoforte per un pianista, la racchetta per un tennista, una semplice fune era la felicità dopo il dolore, era la fuga dal grigio quotidiano, era però un amore precario.