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Autore

Giuseppe Napolitano

in archivio dal 09 dic 2005

12 febbraio 1949, Minturno

segni particolari:
Appassionato di poesia da sempre ma poeta ancora in via di definizione.

mi descrivo così:
Testardo possibilista aperto al dialogo purché nel segno del rispetto reciproco.

20 luglio 2011 alle ore 16:11

Genius loci

di Giuseppe Napolitano

editore: Graficart

pagine: 96

prezzo: 15,00 €

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Il legame più misterioso e affascinante - e forse anche meno compreso – della nostra umana essenza è quello che lega la parola e l’immagine, la denominazione della realtà e la sua rappresentazione. Seppure scienze come la linguistica, la psicologia, la semiologia, abbiano provato ad indagare questo nodo, è stata da sempre la poesia a proporre gli interrogativi e le risposte più interessanti, in quel suo modo figurato e realissimo di evocare dalle parole le immagini e i pensieri.
Quest’ultima opera di Giuseppe Napolitano, "poeta delle avventure totali di riscatto della poesia" (U. Piscopo), ruota intorno a questo dilemma, ma capovolge straordinariamente il punto di inizio della creazione artistica, "entrando quasi come un attore nella pièce teatrale" (M. Carlino) a raccogliere le suggestioni provocate da 18 opere del pittore Normanno Soscia. L’esperimento risponde all’interrogativo espresso da Napolitano nella sua Confessione: “è possibile esprimersi allo stesso modo, con la stessa intensità, in forme espressive diverse quali sono la pittura e la poesia?”. La soluzione dell’enigma è affidata al lettore attraverso questa intensissima associazione di versi e colori, parole e figure, in “una consapevole impresa regalata a domani”.
Un interrogativo sospeso nell’atto della risposta, non una sfida tra i due mondi artistici ma un imperativo quasi categorico che ha "acchiappato" l’animo del poeta, il quale ha così tentato di assecondare le voci ammaliatrici dei mondi disegnati da Soscia. Ed ecco allora che la realtà e la sua storia si confondono nell’universo onirico che un venditore ambulante porta a spasso sul suo carretto; Salomè si trasforma nella femminea delusione di un futuro perduto; un equilibrista incarna l’ansia del domani, mentre una piuma suggerisce la possibilità che la fantasia sia la chiave di salvezza da un mondo, da cui scale sembrano portare lontano ma finiscono in nessun luogo. In questo universo di uomini ingannevoli e donne ricche di una sensualità che sembra delusa, in cui la finzione, che si  materializza in forme di 'tivvù' e specchi, diviene simbolo, e insieme quasi rimedio, del fallimento umano, aleggia leggera la perenne ironia sia del poeta che del pittore, entrambi sospesi a formulare un "indovinello che ognuno scioglie a modo suo".      

recensione di Sabina Mitrano

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