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in archivio dal 12 apr 2010

Jason Ray Forbus

17 dicembre 1984, Antarctica
Mi descrivo così: Sin da piccolo, ho sviluppato un grande amore per il viaggio e un forte interesse per altre culture che mi hanno spinto a vivere, lavorare e studiare in numerosi Paesi. L'immaginazione è l'abilità più bella che possediamo, e tento di farne ampio uso nella vita di tutti i giorni.
Mi trovi anche su:

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  • 01 dicembre 2013 alle ore 23:43
    Le mie mani

    Le mani non ci appartengono
    e vivono per conto proprio.
    Benvenuta ovvietà.

    Si da il caso che le mie hanno velocità
    e abilità differenti.
    Si esprimono anche in modo diverso.

    La prima si direbbe che scriva.
    La seconda contempla, immobile.

    Aspettando il suo turno.

    Conscia che il suo turno, forse, non arriverà mai.

     
  • 16 agosto 2013 alle ore 10:27
    Adagio

    Suonò per Anja un timido bacio
    che lei più non ricorda.

    Gli dissero che sposò un ufficiale.

    Una nota affonda nel buio,
    grave.

    Dov'e' l'uomo dalle lunghe dita?

    E la polvere giace,
    celebre fra l'eco di applausi.

     
  • 17 ottobre 2012 alle ore 14:51
    Le Messi

    Nella casa del Padrone
    venni a rendere le messi.

    Mi accolse il corvo sull’uscio della casa
    con quel suo papillon presuntuoso
    e toccò pulirsi della vita da sotto gli scarponi.

    Morto, ma con le scarpe pulite
    misi piede nel lungo corridoio delle facce di tela.

    E camminai, lento
    su quel lunghissimo tappeto
    che i loro padri stesero sulle ossa dei miei padri.

    Giunti al bivio,
    risa di donna e dame spettrali
    vidi attraversare le pareti.

    È tardi, disse il corvo
    è tardi.

    Perché c’era festa a casa del Padrone.
    Già udivo la musica e i passi di una lugubre danza
    negare la sacralità della notte.

    Mi fecero dunque entrare nella stanza dell’orologio:
    segnava l’ora della resa delle messi.

    Abbassai reverente il capo,
    così come mi era stato detto di fare
    il giorno in cui mi rubarono il gioco e la parola.

    Ma a chi mi chinavo?

    Strano che in tutti quegli anni grigi
    non mi fossi mai accorto
    che il Padrone non c’era né c’era mai stato.

    C’erano solo due corvi,
    lì nella stanza dell’orologio.

    Sembravano spaventati e famelici,
    vittime e carnefici di un gioco vecchio
    come quella casa.

    Io li guardai.
    Loro mi guardarono.

    Allora cantai il mio sermone nero,
    del dolore e della rabbia di una vita perduta
    e un attimo dopo udii le fondamenta scricchiolare
    e i pilastri, fra tanto inutile gracchiare, crollare.

    Perché il tetto rovinò sui corvi, sull’orologio, sulle dame
    e su tutta quella tetra cattedrale.

    E io, io che ero andato per rendere le messi
    ripresi la via di casa con un canto.

    di J.R. Forbus

     
  • 13 maggio 2012 alle ore 14:53
    Al di là del Mare Cinereo

    Al di là del Mare Cinereo
    vi è un porto imprigionato nella terra
    ove nessuna nave arriva
    né parte mai.

    Questa è una citta di marinai impossibili
    e gabbiani addormentati.

    Solo un relitto solitario reclama il suo vuoto,
    portatore di un sinistro richiamo:

    “l’orrore è vicino, l’orrore è vicino!”

    Ma da dove emergerà tale orrore,
    se l’immensità che abbiamo dinnanzi è una non-entità?

    Ai pellegrini non resta che pulire un ponte in rovina
    con secchi pieni di niente.

    - Jason Ray Forbus

     
  • 19 marzo 2012 alle ore 12:52
    Le Quattro Donne che Amai

    Ho danzato con Fiamma
    sulla sabbia;
    lei non baciava, anzi,
    bruciava.
    Al calare della notte
    si è però avvicinata a scaldarmi
    per svanire chissà dove
    al sorgere dell’alba.

    Poi è venuta Aria
    che mi ha sollevato da terra
    e mi ha portato
    nel cielo terso dei suoi occhi.
    Quando il vento è cambiato
    lei è volata via
    lasciandomi l’autunno,
    con le sue foglie e i suoi sogni infranti.

    Con Acqua, invece,
    ho nuotato senza sosta
    nelle acque più calde ed azzurre
    e in quelle più fredde ed oscure .
    Ma dal fiume al mare
    è lunga la strada;
    a me è mancato il fiato
    e ho smesso di nuotare.

    E così ho conosciuto Terra.
    Lei pensa a lungo prima di parlare
    ma quando lo fa
    arriva dritto al cuore.
    Di lei amo l’abbraccio:
    mi avvolge dalla testa ai piedi,
    mi fa chiudere gli occhi e riposare
    promettendo che insieme
    per sempre potremo sognare.

     
  • 13 settembre 2011 alle ore 21:11
    Amor di morti, amor che muore

    Piangeresti se potessi,
    amor di morti, amor che muore
    piangeresti la tua amata
    con lacrime di fiaba.

    Una fiaba di peccato
    è quando ami senza alba
    è quando ami senza sonno
    e credi sarà eterno
    quando eterno non è stato.

    Perché piangi cavaliere?
    Perché sangue, perché gelo
    perché luna, perché gridi, perché solo?

    Lei è polvere, un ricordo
    di petali nel vento
    di baci soffiati
    lontano per il mondo.

    E quando giaci cavaliere
    nella tomba
    piangeresti, se potessi
    è più fredda e più profonda.

    Senza sonno e senza alba,
    amor di morti, amor che muore.

    tratta da www.lanotteeterna.com

     
  • 23 novembre 2010
    Musa

    Ti rifugi
    nel cuore più folle
    o raminga,
    tenera sgualdrina.

    Ti vivo la notte.
    Voglio e mi danno,
    voglio.
    Sei il fiore,
    la spada crudele
    che mi uccide.

    Stringi il mio corpo
    al sospiro di morte,
    è un verso.

    nella raccolta "Il Blu Silente"

     
  • 12 aprile 2010
    Il Blu Silente

    Per Gaeta di notte
    la tramontana:
    sorta di freddo ululare,
    divoratore di spazi.

    Ma è in silenzio che il blu,
    succo amaro del cielo,
    inonda le strade
    e l’osteria solitaria.

    Oh, a cosa pensi marinaio?
    Non è il mare ma
    il blu silente,
    inghiotte tutto
    – anche il vino –
    non dà mai niente.
    Niente.

     
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  • Chi, in una qualsiasi famiglia del centro-sud tirrenico, non ha qualcuno in grado di raccontare, con straordinaria lucidità, i giorni dell’occupazione?

    Ascoltare questi racconti non è mai semplice, e per due motivi: il primo, perché rievocano storie che nella migliore delle ipotesi vorremmo non conoscere; e il secondo perché ascoltarle fino in fondo, ossia riuscire a interpretarle attraverso il filtro della nostra “modernità” e riuscendo a scorgere tutta la straordinaria gamma di vicissitudini che si celano in queste storie, e addirittura a farle rivivere attraverso la propria penna, richiede una sensibilità senz’altro fuori dal comune. E Teresa Simeone questa sensibilità non solo la possiede ma è riuscita, attraverso una prosa leggera ma impeccabile, a raccontare con dovizia di particolari e senza lasciare nulla al caso la “comunissima” e proprio per questo straordinaria storia di Nietta, una giovane donna coraggiosa che all’improvviso si troverà catapultata nell’orrore e nella miseria della guerra.

    Nietta affronterà con grande coraggio le sfide che le si porranno davanti, e che dalla nativa Gaeta la porteranno, insieme alla famiglia, a fuggire sul monte Ottaiano e da lì verso le montagne di Itri, in fuga dai bombardamenti e dalle rappresaglie ma in fuga, anche, dalla sua giovinezza, per sempre perduta in quell’ultimo abbraccio a un amore destinato a svanire come l’innocenza...

    La ragazza diverrà donna senza però rinnegare i propri sogni ma inseguendoli con caparbietà e coraggio, anche contro ogni logica e speranza. Con le sue sole forze, Nietta troverà la via verso quella casa demolita ma mai distrutta: se stessa. E le fondamenta saranno robuste e destinate a dare i frutti...

    Una storia di guerra ma anche una storia di coraggio, Contrada Arcella si colloca nella tradizione di racconti di guerra di Gaeta e del suo Golfo, quale “Il carrubo di Ottaiano” dello scomparso ma non dimenticato Antonio Riciniello.

    [... continua]

  • "Prima di guarire qualcuno, chiedigli se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare".
    [Ippocrate]

    Fra le pagine di questo libro scorre il sangue di due persone ferite, rispettivamente nel corpo e nell’anima.
    L’inizio è brusco e vede due figli opporsi ai padri: l’uno colpevole di non osare, l’altro di osare troppo. Sempre fedeli a se stessi, Stefano e Angela intraprendono così i loro personalissimi percorsi di vita, in una Sicilia abbozzata quel tanto che basta a renderci l’immagine di un luogo dove i sentimenti ardono come fuoco.
    Anni di lacrime e dolore si avvicendano, anni in cui i protagonisti si sentono inadeguati, anche nel loro sacrificio. Ogni cosa avviene lungo l’invisibile scia lasciata dalle ali di Angela, che come un’aquila solca più cieli, fuggendo dal dolore e dalla rabbia che le attanagliano il cuore.
    Il lettore volerà con lei, e con lei abbraccerà Stefano, ritrovato – insieme ai padri perduti – nel nido di una casa che rinascerà a ogni alba.
    Un libro che cura il dolore con la speranza e la rabbia con il perdono. L’opera seconda di Carmela Abate è colma di vita, e dalla vita si fa colmare.

    [... continua]

  • Un libro fuori genere. Lo è per diverse ragioni: in primis perché scritto da un microbiologo il cui intento – come egli stesso non manca di ribadire – non è stato quello di scrivere un libro di storia; quindi perché riprende l’incredibile e poco nota vicenda del Generale Umberto Nobile e della sua sventurata missione al Polo Nord a bordo del dirigibile Italia; ancora perché, scoprendo la vicenda del Generale, scopriamo la vicenda altrettanto umana e toccante della sua segretaria di nazionalità inglese, Miss Frances Fleetwood, che vivrà proprio nella residenza estiva del Generale, a Scauri di Minturno (basso Lazio), fino alla sua scomparsa; ma soprattutto perché, nel profondo, il libro vuole porre rimedio ad alcune mancanze che l’autore stesso si attribuisce, dimostrando a tutti che l’individuo – se accompagnato dalle lettere e da una felice disposizione d’animo – è capace di qualsiasi missione impossibile, fosse anche rimettere insieme i pezzi di un leggendario dirigibile e fargli solcare nuovamente il cielo alla ricerca, questa volta, delle vite di grandi personaggi.
    La narrazione di tipo epistolare attraverso cui si dipana la vicenda abbraccia più epoche e personaggi. Tutti, comunque, uniti dal comune destino dell’uomo nella sua accezione più umana: l’esplorazione; non solo di terre ma anche di sé stessi, dei propri limiti, delle proprie paure.
    In qualità di scienziato, poeta e scrittore, Giuseppe De Renzi emerge dunque da questa impresa letteraria anche un po’ storico, a dimostrazione che la curiosità irride i vincoli artificiosi entro cui si è troppo spesso costretti a limitare l’intelletto e, solcando le ali dell’immaginazione, a raggiungere luoghi altrimenti inarrivabili fissandovi una bandiera che ha l’innegabile sapore di vittoria, l’invidiabile primato della libertà.

    [... continua]