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Racconti di Monia Baldacci Balsamello

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  • 19 settembre 2007
    La memoria dell'acqua

    Come comincia: È una strada.
    Ma per quanto mi riguarda è un tratto d'assenza che riempio di te. Dell'idea rimasta, dell'impronta che, dicevano, cancella se stessa quando non serve più segnare il passo. Invece resta. Le strade servono a questo, a tenere memoria d'impronte.
    Se parli da lì, da dove t'ho lasciato, sento le parole, le sento impennarsi in colonne di celeste che arrivano lassù.
    E lassù diventa scuro, è sera e piove un temporale.

     

    Sono in bici e non dovrei.
    Saggi consigli indicavano l'auto prima di partire, "che ti bagni".
    Sì, mi bagno.
    Mi lavo dalle cose che ti ho dato.
    Mi zuppo dell'acqua di mondo che chissà da dove arriva.
    M'impregno di nuvole dall'est, nate nel sud, dirette ad ovest.
    E sogno il nord.
    Piovono latitudini, longitudini d'altrove e viaggio mica in bici, viaggio nella pioggia e gocciolo negli occhi, viaggio che ti vedo e ti ricordo.

    Semaforo.

    Rosso.
    Le auto in sosta si chiedono il perché di una che non corre, che sta lì e guarda avanti.
    Una fatta di pioggia.
    E il cestino nero accoglie una borsa, bagnata anche lei.
    E i vestiti addosso son pelle nuova, che tanto fa caldo anche così.
    Non sanno, quelli dei perché, che così, così se piangi non si vede e li freghi tutti quelli che hai ingannato col sorriso.

    Verde.
    Ferma.
    Cerco le impronte.
    Quelle che l'acqua scopre laccando la polvere.
    Memoria dell'acqua che rinnova memoria di strade.
    Cerco quelle.
    Perché tu, su questa strada, hai camminato e c'eri, il segno resta, te l'ho detto. E se le trovo, scendo dalla bici e ci metto i piedi sopra, me le faccio calzare a pennello. Ci sto dentro un po' e provo a ricordare quella volta che, guardando un po' di lato, domandavi che cos'era quel cancello o il palazzo sulla piazza, domandavi dove andava la strada fatta insieme e quale posto nuovo avrei trovato per la tua felicità.

    Giallo.
    Dal fondo del cielo, se un fondo ce l'ha, s'asciugano nubi. L'acqua, memoria di passi, dimentica e non cade più. Dietro l'angolo, nuova polvere è pronta a partire. D'altronde il verde tocca a lei.

  • 07 aprile 2007
    Traffic

    Come comincia: Mattino solare d'autunno che non scorda l'estate. Ho un vestito che sembro la contadinella pallida d'un documentario anni Cinquanta. M'è presa d'andare a lavorare così.
    Guido placida e calma.
    Amo il mondo stamani.
    Sarà per la marmellata d'uva a colazione, particolarmente buona. Sarà che c'è il sole e che nel cd ci sono i Julie's Haircut che fanno il loro dovere. Insomma, ok. Del tipo che se fossi in tv direi: ciao raga, tutto rego? E i raga tutti in coro: sì, con tripudio di sorrisi e colori.
    Anche lui, no?, quello che mi taglia la strada... che non ha rispettato lo stop.
    Lui, ecco.
    Non lo vedo male, cioè, non mi prende di litigarci. Semplicemente gli scarico addosso il clacson, come una valanga alpina. E lui si gira -vorrei vedere- e mi guarda basito.
    Ché, esprime il mio aulico sguardo, di mattina forse non si suona? Hai le orecchie delicate?
    Beh, mi spiace, io ho l'auto delicata e non le va che le si spalmi
    addosso una Peugeot Enfant Terrible, così, con tutte queste confidenze inopportune. E chi ti conosce. Almeno i preliminari. Che so, appoggiati piano sul paraurti. Strusciati lieve sulle portiere.
    Invece no. Egli, colui che, insomma il tipo apre la mano in segno benedicente. Pare un saluto. Pare cortesia. Poi restringe il campo d'azione alla falange media e m'invita, credo, a visitare luoghi ameni e bucolici. Dove, gli ricordo, anche lui stesso sta per andare. Anzi, concludo, già che c'è, mi faccia da navigatore,
    da Virgilio,
    da guida,
    da traghettatore
    dato che non pratico bene le geografie.
    "Caronte!"
    gli grido infine dal pertugio del finestrino aperto, immersa nel mio divagare dantesco, figlia dell'Inferno Canto III.
    Ma, per uno strano gioco di correnti aeree e  decibel cittadini, lui capisce
    "Coglione"
    ma no, davvero, assicuro, non era così, figurarsi poi,  io vestita da contadinella, vuoi che pronunci, dica, affermi, asserisca una parola simile?
    Facevo piuttosto la citazione colto-dantesca in riferimento al traghettatore dell'Acheronte, perdinci.
    E dato che all'Inferno alla fine siam finiti, mi ripete il gesto e se ne va, con conseguente e ritmata mia strombazzata finale, durata fino al semaforo successivo.

     

    Che sembravo al corteo d'un matrimonio, sembravo.
    Altroché.

  • Come comincia: "Ci vuole swing", dice.

     

    E quella voce sa di foglie gialle a terra e di vento ancora caldo a
    mezzogiorno. Non sa di sera, quella voce. Di sera serve coprirsi, serve pedalare forte prima che il tramonto arrivi col suo freddo di buio. Sa d'autunno. E per questo non fa troppo male. Non ha la gloria sfacciata dell'estate e nemmeno il rigido imporsi dell'inverno. Ha la mezza misura dell'intermedio, la grazia del passaggio. Dalle finestre grandi della limonaia passa la luce fioca di un lampione e piove, piove piano, che non sferza la faccia se esci ma lo senti appena sui capelli.

    "Ci vuole swing, Monia. La leggerezza dell'abbandono mista allo slancio vitale. Dondolare. Dondolare sull'altalena delle cose. Su e giù, in parabola ascendente. Tensione. Distensione."
    La birra è a metà. Il tavolo, tondo e basso in alluminio, si colora d'amaranto e giallo. I faretti però sono discreti, si mescolano piano alle parole, senza accecare, senza disturbare il tono quieto del parlare. "Duke Ellington lo diceva, nessun testo musicale è swing, non si può scrivere dello swing perché lo swing è cio che eccita l'uditorio e non esiste swing fino a che la nota non è risuonata. Lo swing è un fluido e per quanto l'orchestra abbia suonato un pezzo quattordici volte, può darsi che essa lo suoni con swing solo la quindicesima volta."
    "La quindicesima volta è la mèta?"
    "Sì e la spinta per resistere le prime quattordici."
    "Un po' come nella vita."
    "Già."
    "Lo sai, lo diceva anche il mitico Pier Vittorio."
    "Vero, Tondelli. Lo hai letto? Un grande."
    "Sì."
    Seduti su sgabelli rossi, sembriamo una lotta di sguardi. Lotta di cuscini, però, di quelle che ridi, non per farsi male.

    Il locale non si riempie stasera, tutto è come sospeso.
    "Quando piove, quassù è così, non vengono." La gente pare non voglia disturbare e se ne sta altrove, nelle case, in altri pub. Via da questi discorsi di suono, da questo parlare sommesso. Eppure qui c'è appena stato un uomo, sul palchetto, che ha suonato. E ora che ha finito, beve al bancone e continua a suonare, però lo fa parlando. Ci guarda, con la sua voce d'autunno. E infila a turno i nostri nomi in mezzo a quelle parole, come si fa con un bambino per
    richiamarlo all'ordine, per educarlo all'ascolto.
    "Lo swing, Monia, non lo scrivi sul pentagramma. Saltella come un cane sul prato. Due crome suonate in tre ottavi per la durata di un quarto. Forza centrifuga e centripeta. Trombe, tromboni, sassofoni e la sezione ritmica, la più importante, formata da pianoforte, chitarra, contrabbasso e batteria. Così suonavano le big bands, 20/25 elementi. Ma anche e solo 3, 4 persone come noi stasera e allora hai il main stream. E c'era un leader, coi suoi arrangiamenti scritti, che definiva l'impostazione del suono. E poi isolisti che improvvisavano su quel tappeto, variando il tema, diventando tema essi stessi."
    "Sei il leader, stasera?"
    E gli altri tre guardano e sorridono. Sullo sfondo, dietro le loro schiene, la pioggia di mezzanotte cade sui vetri.
    "Se così ti piace definirmi."
    La cameriera bionda si ferma, beffarda e si appoggia al suo sgabello. Pochi tavoli da sistemare, praticamente già finito.
    "Lei è bravo", gli dice e rianima in lui un mondo lontano di donne che lo aspettavano fuori, belle e morbide, donne da suonare come la chitarra che
    tiene ferma, ora, poggiata alle gambe. Donne di quando ci credeva ancora che suonare poteva dargli un po' di pane. "E' bravo davvero. Poteva sfondare,
    poteva non farlo solo per hobby."
    Lui non risponde. O meglio, lo fa a modo suo. Prende la chitarra ed arpeggia. La guarda e in quel sorriso c'è un ghepardo in attesa, un cenno d'attacco domato, un istinto d'uomo che naturalmente va verso quel richiamo di donna.
    Sono belli, quei due, dal mio angolo di sgabello rosso. Sono una promessa, un gioco di seduzione unilaterale, di lei che non ha bisogno di chiedere, di lui che in svantaggio prova a recuperare. L'arpeggio si muta in sostanza, ritorna brano, chiama gli altri strumenti e così, senza un programma, senza nemmeno dirlo, quei quattro ricominciano a suonare.
    Poi, alla fine, al microfono, lui.
    "Ci vuole swing, Monia, ci vuole swing."